Il merito: la felicità bisogna guadagnarsela?

Il concetto buddhista di “merito” è legato agli insegnamenti sul karma. Il merito si riferisce al comportamento costruttivo e alla sua impronta costruttiva accumulata nel nostro continuum mentale. Sono potenziali positivi che matureranno in seguito nella nostra sensazione di felicità in varie circostanze. Questa felicità non è qualcosa che ci siamo guadagnati come ricompensa per essere stati buoni e non ci può essere data da nessun altro. La felicità è un risultato che deriva naturalmente dall'aver agito, parlato e pensato in modo costruttivo, senza rabbia, attaccamento, avidità o ingenuità.

Il concetto buddhista di merito

Nel Buddhismo parliamo spesso dell’importanza di accumulare merito. La parola “merito”, tuttavia, è piuttosto fuorviante. Ha un significato in inglese; e la traduzione in tedesco, “Verdienst”, ha una connotazione leggermente differente; e l’originale termine sanscrito “punya” e il suo equivalente tibetano, “sonam” significa qualcosa di diverso da entrambe. Così di fatto si crea una certa confusione perché quando la sentiamo, in effetti l'associamo a ciò che la parola significa nella nostra lingua.

Questa sera non voglio solo tenere una lezione e dare informazioni, il che può essere piuttosto noioso sia per voi che per me. Invece, nel fine settimana vorrei procedere più nella direzione di porre domande per tutti noi per tentare di pensare veramente alle questioni che sono implicate in questo caso. Prima permettetemi di esporre alcune definizioni.

Secondo il dizionario di Oxford, la parola “merito” come sostantivo significa “la qualità di essere particolarmente buono o degno, specialmente in modo da meritare lode o ricompensa” [l’accezione in italiano è simile]. Quanto al verbo, “meritare” significa “essere meritevole o degno di qualcosa, specialmente una ricompensa, una punizione, o attenzione”, come ad esempio “il tuo duro lavoro nel progetto merita un bonus”. A un livello più banale, questa parola “merito” sembra implicare che guadagnate punti per aver fatto cose buone e, se ottenete abbastanza punti – diciamo 100 punti – allora vincete una medaglia. Questo è un concetto puerile, qualcosa come la “medaglia al merito” degli scout, e di sicuro non è ciò che nel Buddhismo intendiamo con “punya”. La parola tedesca “Verdienst” e la sua forma verbale “verdienen” aggiunge ancora più confusione, poiché sono utilizzate in connessione ai guadagni e al reddito che qualcuno ti paga.

Preferisco tradurre il concetto dal sanscrito o dal tibetano come “potenziali positivi” o “forza positiva”, perché questo è qualcosa che deriva dall’agire costruttivamente e che poi matura in felicità. Naturalmente ne esamineremo il significato un po’ più in profondità, perché ci sono tre termini in questo caso che sono piuttosto tecnici e specifici.

  • Cosa intendiamo con “agire costruttivamente”?
  • Cosa intendiamo con “felicità”?
  • Cos’è questo processo di “maturazione”?
  • Qual è la relazione tra agire costruttivamente e l’essere felici? Per esempio, potrei tentare di fare qualche buona cosa, ma come risultato potrei non essere molto felice, perciò che sta succedendo in questo caso?

Prima di tutto, penso che dobbiamo esaminare le idee di “merito” e “Verdienst”. Cosa significano in relazione alla felicità? Implicano che abbiamo bisogno di “guadagnarci” la felicità, o che ci “meritiamo” la felicità? “Guadagnare” significa che lavorate ad un incarico e poi siete pagati, perciò avete guadagnato qualcosa. Similmente, lavoriamo sull’essere buoni e poi guadagniamo la nostra felicità. Si tratta di questo? O significa che meritiamo la felicità? “Ho diritto ad essere felice. Ho pagato coi miei soldi ed ora ho diritto ad ottenere un buon prodotto. Se non ottengo quel buon prodotto, sono stato imbrogliato”. Queste sono delle domande serie riguardo questi termini di traduzione, poiché ovviamente “merito” non può significare ottenere punti e vincere una gara. Consideriamo ora alcune domande basilari su cui vorrei voi rifletteste e poi possiamo discutere.

Abbiamo un diritto alla felicità?

Hanno tutti diritto ad un trattamento equo nella vita? Come nell’ideale socialista: ciascuno ha il diritto di avere un lavoro, una buona casa, cibo, e così via. Abbiamo diritto a ciò soltanto a causa della nostra natura di Buddha, o dobbiamo guadagnarcelo? Dobbiamo fare qualcosa per ottenerlo? Cosa ne pensate? Abbiamo il diritto di avere una buona casa ed avere felicità? Abbiamo il diritto ad essere felici? A livello psicologico, alcuni sentono di non avere il diritto d'essere felici, e non permettono a loro stessi d'essere felici. Perché?

[Pausa per pensare.]

Potreste dire che tutti abbiano diritto ad essere felici, ad avere una casa, e così via, ma quando la mettiamo così stiamo ancora entrando nella connotazione del tedesco verdienen”; questo termine comunica l'idea che qualcuno ci abbia dato quel diritto. Qualcuno ci ha dato il diritto ad essere felici, o abbiamo quel diritto naturalmente? Perché abbiamo diritto ad avere una vita felice e perché abbiamo diritto ad avere una buona casa? C’è una differenza tra questi due diritti?

[Pausa per pensare.]

Ciò, poi, solleva la questione: siamo responsabili delle nostre azioni? Per esempio, nelle ex società comuniste dell’Europa dell’est e nell’ex Unione Sovietica, ciascuno aveva diritto ad essere pagato, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, e, conseguentemente, nessuno lavorava bene perché a nessuno importava. È davvero ciò che intendiamo in questo caso, che ognuno ha il diritto di essere pagato e avere una buona casa, sia che lavoriate o no? Se abbiamo il diritto di essere felici, allora non dobbiamo fare nulla. Ne consegue che un assassino ha diritto ad essere felice. Qualcuno che imbroglia o ruba da un negozio ha il diritto di farlo perché vuole essere felice. Ha davvero il diritto di farlo?

[Pausa per pensare.]

Potreste suggerire che “il diritto ad essere felice” o “il diritto ad avere un buon tenore di vita” suona molto come se qualcuno ci avesse dato quel diritto, e questo non sembra corretto. Forse possiamo dire che ognuno ha la possibilità, l’occasione, l’opportunità di essere felice, ma dovremmo ancora fare qualcosa al fine di ottenere quella felicità. L’espressione inglese essere “legittimato” ad avere cose si adatta bene in questo caso. Non è così tanto un diritto. L’ho cercato sul dizionario, ma “Recht” in tedesco implica che qualcuno ti dia tale diritto. In inglese, “entitled” [it. legittimo, avere diritto] non implica che qualcuno te l’abbia dato. Perché, per esempio, la questione può anche essere sollevata riguardo all’ambiente: anche l’ambiente ha il diritto ad essere rispettato, a ricevere un buon trattamento. Quindi hanno tutti il diritto ad avere un buon trattamento nella vita? Sono tutti legittimati ad essere felici?

[Pausa per pensare.]

Una qualità che possediamo è che siamo programmati per natura ad essere felici… Pensate per esempio ad un bambino in Kosovo. È quel bambino legittimato ad avere una casa tranquilla e a poter crescere in un ambiente tranquillo, semplicemente in virtù dell’essere un bambino?

Perché siamo legittimati a ciò? Se supponiamo che un potere esterno ci dia quel diritto, diciamo Dio oppure le leggi fatte da questa società, allora ci sono complicazioni. Può quel diritto esserci tolto? Se siamo legittimati a ciò solo per nostra natura, allora questo cosa implica? Un criminale di guerra è ancora legittimato ad essere felice? Che dire dell’ambiente?

[Pausa per pensare.]

Dite che tutte le forme di vita sono legittimate ad essere felici e ad essere trattate bene, perciò la mia domanda è, che dire delle cose inanimate, come l’aria o l’oceano? L’oceano è legittimato ad essere tenuto pulito? L’aria è legittimata ad essere tenuta pulita? Da dove viene tale legittimazione?

[Pausa per pensare.]

Secondo la visione buddhista, la felicità deriva dai nostri potenziali positivi

Il Buddhismo afferma che, come parte della nostra natura di Buddha, abbiamo dei potenziali positivi. L’espressione classica per questo è che, come parte della nostra natura di Buddha, abbiamo una “collezione di merito”. Di nuovo, trovo questa terminologia strana. “Collezione” è, penso, la parola sbagliata per questo. Preferisco la parola “rete”. Abbiamo una rete di potenziali positivi. Ognuno ha un qualche genere di rete di tali potenziali positivi.

È molto complesso. Se ci pensate, abbiamo il potenziale per essere capaci di leggere, il potenziale per essere capaci di allevare figli e amare gli altri. Abbiamo ogni genere di potenziali positivi; potenziali per fare cose positive. Uno di voi prima ha detto che tutti noi abbiamo la possibilità di essere felici. Questo è ciò di cui qui si sta parlando: abbiamo la possibilità, i potenziali per ciò. Dato che ci sono potenziali reciprocamente interconnessi per così tante cose diverse, essi formano una rete. Come risultato di tale rete di potenziali positivi, potremmo essere felici. Ho il potenziale per essere capace di guadagnarmi da vivere, essere capace di amare gli altri e allevare figli, e così via, e perciò ho il potenziale per essere felice. Ognuno ha una rete di base come questa. Su tale base, potremmo dire che siamo legittimati, che abbiamo guadagnato la nostra felicità. Ma il concetto implicato nelle parole che usiamo non calza del tutto con il concetto buddhista, vero?

Diciamo che andate in vacanza. Le vostre piante sono legittimate ad essere annaffiate, e il vostro gatto è legittimato ad essere nutrito? C’è una differenza tra questi due? La nostra casa è legittimata ad essere pulita?

Che dire dei desideri del gatto?

Buona domanda. Questo si avvicina di più al concetto buddhista che la felicità è qualcosa che richiede la vostra volontà. Avete bisogno di voler essere felici per diventare felici. Nell’avvicinarsi al Buddhismo è molto importante pensare a tutte queste cose.

La felicità viene guadagnata?

Se vogliamo essere felici, è sufficiente semplicemente voler essere felici per essere felici, o dobbiamo fare qualcosa per guadagnare tale felicità? Se dobbiamo guadagnarla con le nostre azioni, la guadagniamo con il risultato delle nostre azioni, o la guadagniamo con la nostra motivazione? Diciamo che ho invitato i miei amici a mangiare; volevo preparare per loro uno splendido pasto e farli felici. Avevo un’ottima motivazione, ma ho bruciato il cibo ed è stato un disastro, oppure un mio amico è stato male, strozzato da un osso. Cos'è più importante, la motivazione o il risultato di ciò che facciamo?

[Pausa per pensare.]

La motivazione non è sufficiente. Dobbiamo fare qualcosa. Ma anche la motivazione potrebbe non sempre esserci… Supponiamo di non avere alcuna aspirazione di fare felice qualcuno o di incontrare qualcuno, ci capita solo di incontrarli e questo li rende felici. Penso sia una combinazione. L’esempio che mi piace sempre usare è: un ladro ruba la tua auto e tu sei contentissimo perché ora puoi riscuotere l’assicurazione. Era un’auto terribile e non ti piaceva.

Esaminiamo un altro concetto. Abbiamo questa nozione di merito nel Buddhismo come di qualcosa che uno deve guadagnare: dobbiamo guadagnare la nostra felicità. Diciamo che abbiamo lavorato duramente tutto l’anno, abbiamo guadagnato una vacanza, abbiamo guadagnato un aumento? Abbiamo guadagnato il diritto ad avere buone condizioni di lavoro nel nostro ufficio? Considerando la parola “guadagnare”, dovresti dire: “Sì, abbiamo guadagnato ciò”. Tuttavia, potremmo andare in vacanza e ancora non essere felici. Abbiamo guadagnato la felicità? Non abbiamo guadagnato la felicità. Cosa stiamo guadagnando?

[Pausa per pensare.]

Che dire dei genitori? I genitori hanno automaticamente il diritto di essere rispettati dai loro figli solo in virtù del fatto che li hanno fatti nascere, oppure hanno bisogno di guadagnarsi tale rispetto comportandosi da bravi genitori? È appropriato che i genitori persino si aspettino che i loro figli li rispetteranno? È una giusta aspettativa? È così che funziona il karma? Sono stati dei bravi genitori e ora hanno guadagnato il diritto ad essere ripagati? E che dire se i genitori sentono di meritarsi il rispetto dei loro figli, ma non lo ottengono? I genitori hanno il diritto di esigere che i loro figli li rispettino? Queste sono domande importanti su cui riflettere, non solo se siamo noi stessi dei genitori, ma anche in termini di cosa siamo in debito con loro? Meritano il nostro rispetto?

[Pausa per pensare.]

Consideriamo due altri aspetti di “legittimato”. Consideriamo le persone in Kosovo che sono state danneggiate. A cosa sono legittimate? Sono legittimate a ricevere comprensione? Sono legittimate ad essere accolte nel nostro paese e ad essere nutrite? Cosa hanno fatto per essere legittimate a ciò? Sono legittimate ad essere felici? Sono legittimate a vendicarsi? Che dire dei soldati serbi che hanno ucciso così tanti di loro? Sono legittimati a ricevere la nostra compassione e il nostro perdono? Cosa hanno fatto per essere legittimati a ciò? Sono legittimati ad essere puniti o uccisi? Ora potete vedere il problema con questa parola “legittimato”.

[Pausa per pensare.]

Quel che sto cercando di dire con ciò è che l’intero concetto di “merito” e verdienen”, che è guadagnare qualcosa o essere legittimato a qualcosa – e per estensione il nostro concetto occidentale di ciò, è molto diverso dal concetto buddhista di karma, che è ciò di cui tutta questa discussione tratta: potenziale positivo. È molto diverso.

Il karma non è la giustizia o un sistema di leggi

Se analizziamo il nostro concetto occidentale dell’avere dei diritti, guadagnare cose e meritare cose, ciò che c’è dietro è una basilare nozione definita culturalmente che abbiamo in occidente. Tale nozione è che l’universo è giusto; che c’è un qualche genere di giustizia nell’universo e che le cose devono essere eque. Questo è un concetto forte: “Deve essere equo”. Perché dovrebbe essere equo? “Perché l’universo è giusto”. Questo è un concetto molto occidentale.

Possiamo considerare ciò in modi diversi. Da un punto di vista, è equo e giusto che le persone in Kosovo siano portate nel nostro paese. Da un altro punto di vista, potreste dire, “Ok, è equo per loro avere vendetta ed è equo per noi bombardare la Serbia. È giusto”. Da un altro punto di vista, è equo per noi perdonare i soldati serbi ma, dall’altro lato, potrebbe anche essere equo per noi metterli in prigione. Quindi abbiamo questo concetto di giustizia e della legge. Questo non è limitato solo all’occidente. Esiste anche nel pensiero cinese, ma non c’è nel pensiero tibetano.

Nella nostra visione occidentale, questa legge o giustizia, considerata da una prospettiva biblica, è a causa di Dio. Dio è giusto. Dio è equo. Anche se sembra che non sia equo che Dio abbia portato via il mio bambino, dobbiamo credere che Dio nella Sua saggezza sia stato equo. Perciò una persona religiosa deve solo avere fiducia nel fatto che Dio sapesse cosa stava facendo portando via il suo bambino. Per quegli occidentali che non sono religiosi, l’intero concetto di legge e giustizia assume un aspetto molto politico, a dire il vero originato dai greci, che almeno la società dovrebbe essere equa. Perciò, proviamo attraverso leggi e così via a costruire una società equa. La società è resa giusta o equa attraverso linee politiche e leggi e così, in sostanza, è resa equa non da Dio ma dalle persone: i legislatori. È resa equa da noi perché noi li eleggiamo. In modo interessante, i cinesi traducono la parola “Dharma” come “legge”. Sebbene per i cinesi il loro pensiero tradizionale sia che le leggi sono solo parte dell’ordine naturale dell’universo. Non sono fatte né da Dio né dalle persone.

Sia che consideriamo ciò in modo personale come in occidente, o in modo impersonale come nella società cinese, la questione è ancora l’obbedienza. Obbedisci alle leggi e le cose andranno bene, sarai felice. Se non obbedisci alle leggi, non sarai felice. Quando consideriamo le tradizioni indiana e tibetana del Buddhismo, tendiamo a introdurre i nostri concetti occidentali e ciò crea confusione perché abbiamo queste parole “merito” e “Verdienst” per “punya”. Entrambi implicano qualcosa che hai guadagnato. L’universo dev’essere equo. Se agisco in un certo modo costruttivo, l’universo deve essere equo e io devo essere felice. Ci deve essere giustizia. Anche se diciamo: “Sì, ma io so che questo non mi sarà dato da Dio o da qualsiasi altra cosa”, considerate il modo in cui parliamo del karma in occidente! Le chiamiamo “le leggi del karma”. Non c’è la parola “legge” nell’espressione originale. L'aggiungiamo noi. Consideriamo il karma come se fosse un sistema di leggi basato sulla giustizia, e questo non è per nulla il concetto originale. Quindi di cosa effettivamente parla il karma?

Il karma ha a che fare con i risultati dell’agire costruttivamente o distruttivamente

Prima di tutto, il karma parla di quale sia il risultato dell’agire costruttivamente, e quale sia il risultato dell’agire distruttivamente. Parla di causa ed effetto comportamentali. Utilizziamo espressioni come “leggi della fisica”. Queste sono cose fisiche: non c’è giustizia implicata negli oggetti che seguono le leggi della fisica. Anche tra i cinesi, dove le leggi sono solo parte dell’universo, il concetto di giustizia è ancora lì. Nel caso del Buddhismo indiano e tibetano, tuttavia, stiamo parlando di un sistema che ha senso, ma che non è basato su giustizia o equità. È soltanto ciò che è.

“Costruttivo” in questo caso significa agire in un modo che, dal punto di vista della motivazione, sia libero da attaccamento: “Voglio essere felice, sto facendo questo per essere felice”, libero da collera, libero da ingenuità e così via. Nelle nostre menti, la motivazione è: “Non voglio ferire qualcun altro”, e così via. Potrebbe anche esserci “Voglio aiutare gli altri”, ma non è la caratteristica descrittiva più importante. Se volete aiutare qualcuno, quello è un bonus, è un’aggiunta. La motivazione fondamentale è che ciò sia libero dall’agire per desiderio o collera o ingenuità. Considerate la madre che prova: “Tratterò i miei figli gentilmente perché voglio che mi rispettino, mi amino, si prendano cura di me quando sarò vecchia, mi servano, e così via”. In tal caso, lei potrebbe star tentando di essere buona con i propri figli, ma la sua motivazione è attaccamento. Non otterremo molta felicità da un atteggiamento simile.

Quando parliamo di “risultato dell’agire costruttivamente”, ciò è in effetti piuttosto complesso. La motivazione da sola non è sufficiente, abbiamo bisogno di una combinazione di una motivazione, un’azione e il suo immediato risultato. La motivazione potrebbe essere positiva ma, come quando preparate un bel pasto e il vostro ospite si strozza con un osso o si rompe un dente, è una cosa complessa. Tuttavia, la motivazione è il fattore più importante.

Come risultato dell’agire costruttivamente, “accumuliamo merito”. Ma cosa significa “accumulare”, e cosa significa “merito”? Abbiamo visto cosa significa merito. Ora dobbiamo considerare cosa significa “accumulare” o “raccogliere”.

Il potenziale positivo, il cosiddetto “merito” è il potenziale che si verifichi la felicità. “Accumulare” non è come se stessimo raccogliendo punti. Non è nemmeno come se l’avessimo guadagnata, come accumulare le prove in un caso legale così che, come risultato, verrete rilasciati. Non è così. Un modo più utile di concettualizzare ciò, penso, è che rafforziamo la rete dei nostri potenziali positivi. Siccome abbiamo una rete di base che è parte della nostra natura di Buddha, la stiamo rafforzando così che possa funzionare meglio. La vedo più come un sistema elettronico con un sacco di tubi e così via, e la rafforzate così che l’elettricità vi scorrerà molto più intensamente.

Cosa significa maturare in felicità?

Il punto in questo caso è, cosa significa che le nostre azioni costruttive e il potenziale positivo derivante maturino in felicità? È molto importante comprendere questo termine, “maturare”.

Prima di tutto, non stiamo parlando di cosa gli altri provano per effetto delle nostre azioni. Stiamo parlando di cosa NOI proviamo in conseguenza di esse. Potremmo preparare un meraviglioso pasto per i nostri amici perché li amiamo così tanto e vogliamo che siano felici, e tuttavia detestano il cibo. Non abbiamo portato loro alcuna felicità. Perciò la nostra azione costruttiva non porterà necessariamente felicità a qualcun altro. Questo non è ciò che significa che un’azione costruttiva matura in felicità.

La felicità di cui stiamo parlando in questo caso non è nemmeno cosa voi necessariamente sentite durante l’azione costruttiva. Supponete di desiderare un rapporto sessuale con una persona sposata, ma vi trattenete dal fare ciò perché è adulterio; sapete che non è appropriato. Il trattenervi di certo non vi fa sentire felici. Questo non è ciò di cui stiamo parlando. Quella felicità non è cosa uno prova quando compie l’azione costruttiva.

Non stiamo nemmeno parlando di ciò che sentite immediatamente dopo l’azione costruttiva. Ho fatto qualcosa di veramente buono per la mia amica che sta partendo. Ho organizzato una festa d’addio e ho fatto così tanto per farla felice, e poi la mia amica è partita per trasferirsi in un’altra città e ho pianto e sono stato triste per giorni. Non stiamo parlando di ciò che sentite immediatamente dopo aver fatto qualcosa di costruttivo. Questo non è ciò che “maturare” significa.

Abbiamo un continuum mentale. C’è continuità nella nostra esperienza. Non è come se ci fosse qualcosa di solido che perdura, ma c’è una continuità della nostra esperienza da momento a momento, un flusso di momenti di esperienza che seguono uno dopo l’altro durante la nostra vita e che continua da una vita all’altra. In ogni momento, l’intera rete di tutti i nostri potenziali è presente e può influire su ciò che sta per succedere nel momento successivo. Dobbiamo anche tenere presente che, in aggiunta ad una rete di potenziali positivi, abbiamo una rete di potenziali negativi. A causa della nostra confusione sulla realtà, abbiamo molti modi di fare distruttivi. Abbiamo anche potenziali negativi: il potenziale di essere sarcastici, di essere crudeli, di mentire a volte, e in modo più forte il potenziale negativo di essere infelici. Anche tutti questi sono una rete di potenziali che si sostengono a vicenda in molte combinazioni diverse.

La maturazione è un processo non lineare e caotico

Quando parliamo di questi potenziali che maturano, uno dei modi in cui essi maturano è nelle nostre preferenze. “Mi piace stare con questo tipo di persona, non mi piace stare con quel tipo di persona”. “Mi piace esprimere i miei sentimenti molto intensamente”. Tutte quelle cose che ci piacciono e non ci piacciono, la cui combinazione generalmente viene chiamata la nostra “personalità”. Ciò che succede è che, su quella base, questo è ciò che matura: la nostra personalità, le nostre preferenze e le nostre antipatie e, a seconda delle circostanze, emergeranno diversi impulsi. Mi piace camminare per strade buie. L’impulso arriva, camminerò in una strada buia e, come risultato di ciò, vengo derubato. Questo è un livello di ciò di cui stiamo parlando quando diciamo: “il karma matura”.

Un altro aspetto di questo è che maturerà in “Sono felice”, “Mi sento bene”, o “Non mi sento bene”, il che in effetti potrebbe accadere in qualsiasi circostanza. Alcune persone sono molto ricche e hanno molte cose e ancora non sono per niente felici. Altri non hanno nulla ma sono felici. Questo proviene da tratti basilari della personalità. Penso che possiamo comprendere ciò più facilmente da un punto di vista occidentale. “Mi piace la vita semplice. Ciò mi rende felice”. “Mi piace una vita movimentata e stimolante. Ciò mi rende felice”. Questo è tutto molto connesso alle nostre preferenze, no? “Mi piace essere con questo tipo di persona; non mi piace essere con quel tipo di persona”. Tutte queste cose sono davvero il modo in cui la felicità avviene. Tuttavia, non siamo sempre felici con qualcuno che ci piace. Ciò che è molto importante da comprendere in questo caso è che l’intero sistema del maturare in felice e infelice, tutto questo sistema di potenziali positivi e negativi, è un sistema non lineare.

Non è che voi agite in un certo modo e poi immediatamente sarete felici, e sarete sempre felici, e tutto segue in linea retta. Non funziona così; non è lineare. Piuttosto, è molto più ciò che chiamiamo un modello caotico. È caos. Qualche volta non siamo felici con questa persona; qualche volta siamo felici con la stessa persona. Non è lineare. È caotico in un senso, ma ciò è comprensibile a causa della complessità di ciò che compone l’intera rete dei nostri potenziali positivi e ciò che compone la rete dei nostri potenziali negativi. È molto complesso.

Qualcuno è ferito, per esempio questi rifugiati del Kosovo. Potete dire che l’infelicità che sentono è il risultato di un potenziale negativo. Naturalmente, questa è una cosa difficile. Per cominciare, perché sono nati lì? È una cosa molto complessa. L’intero concetto dei potenziali positivi e dei potenziali negativi ha senso solo in termini di mente e rinascita senza inizio. Senza questo, non ha nessun senso. Altrimenti, perché quel bambino è stato ucciso in Kosovo? Se non date come causa i potenziali del continuum mentale di qualcuno, allora deve essere che Dio ha deciso ciò. O è stata solo sfortuna, che non è una risposta molto utile: “È una sfortuna che tu sia nato come bambino in Kosovo. Scusa!”. Non è una risposta molto bella. O potreste dire “È tutta colpa dei serbi”. Ma ancora, perché io? Abbiamo bisogno di qualche risposta. Non è una situazione facile. “Perché il mio bambino è stato ucciso?”.

Nel Buddhismo, diciamo che ci sono potenziali negativi e positivi senza inizio. Questo è un altro modo di risolvere la questione del perché certe cose accadono. Ciò che è davvero interessante è, stiamo esaminando se questa persona è legittimata a ricevere comprensione e a ricevere lo status di rifugiato in Germania, o questa persona è legittimata ad arruolarsi nell’esercito di resistenza e vendicarsi? Il karma dà una risposta molto interessante all'idea di potenziali positivi e negativi.

Evidentemente il fatto che queste persone abbiano perso le loro case e le loro famiglie siano state uccise è il risultato di potenziali negativi. Ma se hanno anche molti potenziali positivi, allora riceveranno automaticamente comprensione, o verrà loro concesso asilo in Germania. Non devono nemmeno chiederlo; perché potrebbero chiederlo e non ottenerlo se non hanno il potenziale positivo. Anche se hanno una certa quantità di potenziale per ricevere lo status di rifugiati, potrebbero esserci altri potenziali negativi che li renderebbero infelici in Germania.

Potrebbero anche avere molti altri potenziali negativi. Il potenziale negativo che proviene dall’avere ucciso potrebbe risultare nel vostro essere in una situazione in cui voi o i vostri cari vengono uccisi. Ma se quel potenziale negativo è ancora lì, allora continuerà nel senso che avrete la preferenza di volervi vendicare, e allora emerge l’impulso di andare e ottenere vendetta, così che il potenziale negativo che è lì si perpetua. Dato che tutto ciò non è lineare, un giorno sarà una cosa che matura, un altro giorno sarà un’altra. Abbiamo una combinazione di tutti questi generi di cose perché mentre qualcuno si vendica, può essere davvero felice di vendicarsi, ma potrebbe anche sentirsi terribilmente in collera, o depresso.

Questo è il concetto generale di potenziale positivo nel Buddhismo.

Rafforzare e accumulare i nostri potenziali positivi

Ciò che cerchiamo di fare, il più possibile, è di rafforzare la nostra rete di potenziali positivi senza essere ingenui su ciò, pensando che tutto quello che devo fare sono 100.000 prostrazioni, o questo o quello, e sarò sempre felice e nulla finirà mai male. È complesso e i nostri potenziali maturano in modo caotico. Qualche volta siamo felici; qualche volta ci sono altre cose che ci rendono infelici. In generale potrei essere felice, ma mi piacciono davvero le pizze molto unte, e così uscirò dopo aver fatto le mie 100.000 prostrazioni e mangerò una pizza unta perché mi piacciono e perché l’impulso emerge. Ma dopo che l’ho mangiata, il mio potenziale positivo derivato dalle prostrazioni non mi impedirà di ammalarmi. È molto importante non essere ingenui su questo.

Il concetto principale è che vogliamo accumulare questo potenziale positivo così che otterremo circostanze favorevoli per ottenere intuizioni nel Dharma. Come risultato del potenziale positivo, avremo l’inclinazione di entrare noi stessi in tali circostanze. Come risultato di un potenziale positivo, mi piace meditare. Mi piace pensare ad argomenti profondi relativi al Dharma come risultato del fare questi tipi di pratiche. Siccome ci piace farlo, l’impulso di meditare o di pensare alla vacuità emergerà sempre più frequentemente. Perché ci ricordiamo della vacuità? È perché un impulso emerge e ce ne ricordiamo. Come risultato di questi impulsi che emergono, di queste circostanze positive di ciò che ci piace, conseguiremo intuizioni sempre più profonde che rimuoveranno l’ignoranza e la mancanza di consapevolezza, e quando abbiamo rimosso ciò, rimuoviamo la causa della nostra sofferenza. Allora siamo davvero felici. Ma questo accade in modo caotico, non lineare. Non è che abbiamo ottenuto quel discernimento ed ora, “Uau!” la beatitudine consegue, e sarete felici per sempre. Il processo è anche molto lungo.

Questa è la ragione principale per cui vogliamo accumulare potenziale positivo, cosa significa fare ciò e come funziona. Penso sia molto importante allontanarsi dalle connotazioni fuorvianti che le nostre parole occidentali hanno, ad esempio che ci guadagniamo la nostra felicità, e così via: “Siamo legittimati a qualcosa perché l'abbiamo pagata”.

Dedica

Concludiamo con una dedica. La dedica ben si concilia con il nostro argomento. Cosa stiamo facendo con la nostra dedica? Cosa stiamo dicendo è pensare, “Dedico il potenziale positivo affinché ciascuno raggiunga velocemente l’illuminazione”. Suona come una preghiera di bambini recitata a scuola. Per molti di noi sono solo parole. Cosa significa effettivamente?

Quello che stiamo dicendo è: qualsiasi comprensione possiamo aver ottenuto questa sera, possa essa crescere sempre più profondamente. Possa integrarsi nella mia rete di potenziali positivi, così che rafforzi i diversi aspetti dei miei potenziali per agire con comprensione, per agire con compassione, per essere paziente nelle difficoltà, per essere paziente quando vedo le altre persone soffrire, e così via. Possa rafforzare i diversi aspetti di tale rete così che maturino e diano origine a sempre più impulsi per me ad agire con maggior comprensione, maggiore compassione, e così via. Possano maturare in un modo che quando qualcosa accade, io possa comprenderla e possa essere felice. Non mi renderà depresso, questo perché matura in felicità. Inoltre, mi rende capace di agire con maggior comprensione e compassione verso gli altri. Invece di dire “Bene, te lo sei meritato” quando qualcuno si fa male, possa il potenziale positivo maturare in maggior comprensione di come queste cose accadono come risultato di azioni e potenziali distruttivi e positivi.

Questo è ciò che significa quando diciamo: “Sto aggiungendo il merito che ho ottenuto da questa serata alla mia collezione di merito, così che tutti gli esseri saranno felici”. E possa la comprensione crescere più profonda così che rafforzi queste reti positive che abbiamo. Possa portare felicità, e così via. Non succederà in modo lineare. Accadrà in modo non lineare. Se comprendiamo questo, non saremo delusi o tristi che ieri non ho agito in modo compassionevole quando questo o quello è accaduto a me. Non sarà costante. Tuttavia, gradualmente, col tempo, emerge uno schema più positivo. È così che funziona.

Con la dedica, quello che cerchiamo di fare è sentire l’esperienza, la comprensione che abbiamo ottenuto, che penetra e si integra nel nostro intero sistema, e sviluppiamo un forte desiderio che possiamo davvero assimilarla e integrarla nelle nostre vite. Per favore, concentratevi su questo per alcuni minuti. Grazie.

In sintesi

Per condurre una vita etica secondo gli insegnamenti buddhisti sul karma, è importante comprendere correttamente cosa significhi il termine sanscrito “punya”. Altrimenti potremmo confonderci con idee inappropriate e ingannevoli che derivano dalle connotazioni del termine solitamente usato per la sua traduzione: “merito” in inglese [e in italiano] e “Verdienst” in tedesco. Contrariamente a queste parole occidentali, il termine originario non implica il fatto che siccome siamo stati buoni, ci meritiamo e ci guadagniamo la felicità come una ricompensa. Se invece utilizziamo come traduzione il termine “potenziale positivo”, comprenderemo più facilmente come il significato si riferisca a comportamenti costruttivi che accumulano potenziali positivi per sperimentare la felicità. Quando capiamo questo, eviteremo di voler essere carini con gli altri e di compiacerli per essere felici. Ed eviteremo di lamentarci quando non diventiamo felici come ricompensa per il nostro buon comportamento.

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