La prima legge del karma
Ci sono alcuni aspetti generali del karma chiamati "le quattro leggi del karma". Se chiediamo perché queste leggi funzionano nel modo in cui funzionano: lo fanno e basta. È come chiedere perché tutti vogliono essere felici e non soffrire: semplicemente è così. Dobbiamo solo accettare certe cose per come sono.
La prima legge è la certezza dei risultati. Quando sperimentiamo infelicità o dolore è certo che provengono dalle nostre azioni distruttive precedentemente commesse; allo stesso modo, quando sperimentiamo la felicità, è il risultato del nostro comportamento e delle nostre azioni costruttive precedentemente compiute. È significativo che sia espresso in questo modo e non che se agiamo in modo distruttivo, la sofferenza ne risulterà sicuramente. Ciò non consentirebbe la purificazione del karma: non si parla di punizioni ma si afferma che è certa la provenienza della nostra infelicità. Non proviene da un essere superiore o da una circostanza non correlata, non è venuta dal nulla ma dal nostro comportamento precedente.
Quando nel Buddhismo si parla della relazione tra il comportamento e l'esperienza di felicità e infelicità, non si riferisce a ciò che il nostro comportamento fa provare agli altri: non è affatto certo quale sarà l'effetto del nostro comportamento sugli altri esseri. Allo stesso modo, non è certo cosa sperimenteremo come risultato di ciò che qualcun altro ci fa: se proviamo infelicità, ciò è il risultato del nostro precedente comportamento distruttivo. Il nostro pensiero "io, io, io" fa maturare un retaggio karmico del nostro precedente comportamento distruttivo e sperimentiamo infelicità. Ciò che gli altri ci fanno è solo la circostanza perché avvenga quella maturazione.
Possiamo scegliere cosa sentire quando qualcuno ci rimprovera o abbiamo solo una scelta su come reagire?
È difficile separare il modo in cui rispondiamo a un livello di felicità o infelicità dalla sensazione reale di quel livello di felicità o infelicità. Questo perché se ci afferriamo costantemente a "me, me, me", inneschiamo la maturazione di un'eredità karmica in modo che ci sentiamo infelici quando sentiamo il rimprovero; nel momento seguente, poiché continuiamo ad afferrarci a “io, io, io”, ci afferriamo a quell'infelicità con il forte desiderio di esserne separati. Quell'afferrarsi, quindi, innesca la maturazione della sensazione di dover rispondere loro qualcosa, che potrebbe quindi causare un bisogno di dire o fare delle cattiverie. Il nostro afferrarci potrebbe anche innescare una risposta di sentirsi di non dire nulla, perché vediamo che sarebbe inutile e ciò potrebbe portare alla spinta costruttiva a tacere. Ma ancora il nostro attaccamento a un solido “io” può renderci infelici nel sentire queste parole e farci volere intensamente che l’“io” sia separato da quella infelicità, e potrebbe anche accompagnare la spinta karmica di tacere.
È molto complesso, dipende davvero da come definiamo e analizziamo la parola reazione. In che misura una risposta deve essere cosciente e con una certa volontà o intenzione? Come interpretiamo una reazione automatica e cosa significa reazione automatica? Cosa rende automatico qualcosa? Se analizziamo il karma con un'impostazione di complessità di livello due, dovremmo cambiare l'impostazione e salire a un livello cinque per analizzare correttamente questa questione.
Anche se ne sto parlando in modo divertente, è così che studiamo il Dharma. Non essere mai soddisfatto del livello di complessità della tua comprensione e, in effetti, questo è uno dei voti del tantra. Fino a quando non raggiungeremo l'onniscienza di un Buddha, ci saranno sempre livelli di comprensione più profondi e complessi man mano che ampliamo la visuale del nostro periscopio e iniziamo a considerare tutti gli altri fattori coinvolti perché, in effetti, tutto è connesso a tutto il resto.
Può fare un esempio di come eliminare gli alti e bassi?
Alti e bassi caratterizzano il samsara e, per liberarcene, dobbiamo uscire dal samsara. La liberazione viene dalla cognizione diretta e non concettuale della vacuità e quindi bisogna familiarizzare la propria mente con quella cognizione in modo che diventi costante e che non inneschi più la maturazione delle eredità karmiche. Per fermare il gioco del bingo karmico, non dobbiamo sbarazzarci di tutte le palline da ping-pong ma dobbiamo smettere di premere il pulsante.
Le eredità e le abitudini karmiche costanti non sono materiali e concrete nella nostra mente. In un certo senso sono solo astrazioni, modi convenienti per descrivere ciò che accade. Faccio un semplice esempio. Abbiamo bevuto caffè questa mattina o questo pomeriggio e così possiamo dire che abbiamo l'abitudine di bere il caffè. L'abitudine non è qualcosa di concreto nella nostra testa, è solo un modo per mettere insieme e descrivere questa sequenza di eventi simili. Finché c'è ancora la possibilità che berremo il caffè domani, possiamo dire che abbiamo ancora quell'abitudine e se non c'è assolutamente alcuna possibilità di bere di nuovo il caffè, non avremo ancora quell'abitudine. È terminata, è così che ci sbarazziamo di un'abitudine: eliminiamo la possibilità che si verifichino ulteriori casi nella sequenza.
Potrebbe ridursi all’essere completamente consapevole di ciò che mi rende felice e infelice e quindi a fare ciò che mi rende felice e non fare ciò che mi rende infelice?
Questo è il primo passo, bisogna poi andare molto più in profondità e iniziare a lavorare con la comprensione della vacuità. Tuttavia, sebbene sia solo il primo passo non possiamo saltarlo, dobbiamo farlo per andare oltre: se continuiamo ad agire in modo distruttivo, non avremo mai le circostanze per approfondire la meditazione, perché sperimenteremo costantemente un dolore incredibile e così via. Quando inseriamo questo pezzo del puzzle insieme alla preziosa rinascita umana, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di preziose circostanze umane per poter continuare a praticare e che, se non lo facciamo, non andremo mai da nessuna parte. Per ottenere preziose circostanze umane dobbiamo smettere di agire in modo distruttivo, o almeno ridurlo al minimo.
Un altro punto sulla certezza dei risultati: ciò che ora viviamo non è necessariamente basato su ciò che stiamo facendo in questo momento: possiamo godere e provare felicità in una relazione extraconiugale. Allo stesso modo, se avessimo voglia di fare sesso con il partner di un'altra persona e ci astenessimo, potremmo provare infelicità e frustrazione. Immediatamente dopo una relazione sessuale nell'ambito di una relazione extraconiugale, potremmo sentirci in colpa o felici di averla fatta franca. Pertanto, il livello di felicità o infelicità che viviamo non è il risultato di ciò che facciamo in questo momento o anche poco dopo, ma è il risultato di un'eredità karmica di qualcosa passato. Questo è l'unico modo per spiegarlo. Altrimenti, tutto è arbitrario.
Quello che qualcun altro fa a noi o quello che compiamo ora è una circostanza, sebbene non determinante per come ci sentiamo. Ciò che realmente fa nascere una nuova pallina da ping-pong è l’afferrarsi a un solido "io" che vuole essere felice e non infelice, anche se potrebbe essere completamente inconscio, nel senso occidentale del termine.
Perché esce una pallina da ping-pong e non un'altra? Dovremmo capire tutti i diversi fattori che agiscono come cause e condizioni. Questo è il motivo per cui si dice che solo un Buddha può capire perché specifiche eredità karmiche maturino in un determinato momento.