Introduzione
Tsongkhapa ha detto nei suoi Punti abbreviati del sentiero graduale (Lam-rim bsdus-don):
(8) Sebbene (una forza positiva si accumuli) dal recitare o dall'ascoltare anche solo una volta il modo (di Atisha) (del testo) che comprende pienamente i punti essenziali di tutte le affermazioni scritturali, tuttavia, poiché onde ancora maggiori di benefici enormi di certo si accumulano dall'insegnare o studiare effettivamente il sacro Dharma (in esso contenuto), permettetemi di considerare i punti (per fare ciò correttamente).
Studiare il Dharma implica innanzitutto ascoltarne o leggerne i contenuti. Per generare il desiderio e l'interesse a farlo, è utile conoscerne i benefici. In generale, una volta convinti dei vantaggi di una determinata linea di condotta, saremo entusiasti e felici di approfondirne la conoscenza. In particolare, saremo desiderosi di seguirla correttamente per ottenere il massimo beneficio possibile.
Considerare i benefici dell'ascolto del Dharma
Il Buddha ha detto in Strofe speciali raggruppate per argomento (Ched-du brjod-pa’i tshoms, sct. Udānavarga, “Il Dhammapada tibetano”), XXII.6:
Ascoltando (il Dharma), giungerai a conoscere quali misure (adottare nella vita); ascoltandolo, ti allontanerai dalle azioni negative. Ascoltandolo, ti libererai di ciò che è privo di significato; ascoltandolo, raggiungerai il nirvana.
Il primo vantaggio è che apprenderemo tutti i punti essenziali riguardo ai comportamenti e ai pensieri da adottare o abbandonare per massimizzare la nostra felicità e quella altrui. Tale consapevolezza discriminante ci permette di conoscere le misure da adottare nella vita. Apprendendo il Canestro delle regole di disciplina (Dul-ba’i sde-snod, sanscr. Vinayapiṭaka), ci allontaneremo dalle azioni distruttive attraverso l'allenamento a una autodisciplina etica superiore. Dal Canestro dei sutra (mDo-sde’i sde-snod, sanscr. Sūtrapiṭaka) apprenderemo l'allenamento alla concentrazione assorbita superiore, grazie al quale ci libereremo da attività prive di significato come il vagare della mente. Inoltre, studiando il Canestro dell'abhidharma (mNgon-pa’i sde-snod, sanscr. Abhidharmapiṭaka), raggiungeremo la liberazione da ogni sofferenza eliminando le nostre emozioni e atteggiamenti disturbanti e il nostro comportamento impulsivo attraverso l'allenamento a una consapevolezza discriminante superiore.
Aryashura (sLob-dpon dPa’-bo) (II secolo) ha elencato ulteriori benefici in Rosario di resoconti di vite precedenti (sKyes-rabs ’phreng-ba, sanscr. Jātakamālā), XXX.32–33:
L'ascolto (del Dharma) è la lampada che dissipa le tenebre della chiusura mentale. È la ricchezza più preziosa, che non può essere portata via dai ladri. È l'arma per sconfiggere il nemico - la totale confusione. È il migliore degli amici, poiché ti mostra metodi e mezzi guida. È un parente che non ti abbandonerà nemmeno se cadrai in miseria. È una medicina per le malattie e il dolore, ma che non ti nuoce. È il miglior alleato per sconfiggere le orde dei grandi difetti. È persino ciò che è meglio per la fama, la gloria e la ricchezza. Ti rende il miglior gentiluomo o la migliore donna quando incontri i raffinati e ti rende rispettato dai saggi quando sei in mezzo a loro.
L'oscurità esteriore può essere eliminata dal sole, da una torcia e così via, ma quella interiore non scompare accendendo una candela in bocca. Ascoltare e studiare il Dharma, tuttavia, è come ricevere una luce splendente dentro di sé che permette di distinguere il bene dal male.
Come ha detto Dagpo Jampel Lhundrub,
Imparando anche solo una sillaba di un fatto sulla vita, si elimina l'oscurità della propria ignoranza in quell'ambito e si acquisisce la luce della consapevolezza di come affrontare una determinata situazione. Se si imparano trenta fatti sulla vita, si elimina l'ignoranza in trenta ambiti e si acquisisce la luce della conoscenza di come gestire trenta situazioni.
Tuttavia, se non studiamo mai il Dharma, come ha spiegato Pabongka, siamo come una persona bendata in una stanza piena di oggetti sia utili che pericolosi, incapace di distinguere e trovare ciò di cui abbiamo bisogno.
I banditi possono saccheggiare qualsiasi ricchezza materiale abbiamo accumulato, ma nessuno può rubare la conoscenza e la saggezza che abbiamo acquisito. Questo è particolarmente vero se non ci siamo limitati ad accumulare un arido bagaglio di nozioni intellettuali, ma abbiamo digerito e integrato ciò che abbiamo appreso. Lo facciamo riflettendo sul suo significato e, una volta compreso, meditandoci sopra per farne un'abitudine mentale. Anche se venissimo prelevati da casa nostra nel cuore della notte e rinchiusi in isolamento per il resto della nostra vita, conserveremmo comunque tutto il nostro sapere, dal quale trarre spunti sempre più profondi. D'altra parte, intraprendere un ritiro meditativo, ad esempio, senza aver prima studiato l'argomento o le modalità di svolgimento, è come entrare in prigione a mani vuote. Ben presto ci annoieremmo e ci sentiremmo frustrati, e probabilmente impazziremmo.
Pertanto, secondo Biografia illuminante di Jetsun Milarepa (rNal-’byor-gyi dbang-phyug dam-pa rje-btsun Mi-la ras-pa’i rnam-thar thar-pa-dang thams-cad mkhyen-pa’i lam-ston) di Tsangnyon Heruka (gTsang-smyon He-ru-ka) (1452–1507), Milarepa ha avvertito (128.b3):
Se non si hanno indicazioni precise su come meditare, ma si rinuncia a ogni attività (e ci si ritira in cima a una montagna), si tratta solo di auto-tortura.
Anche Kyabje Trijang Rinpoce ha detto:
Se lo studente migliore di una classe va in ritiro per un anno e uno studente mediocre rimane a studiare, al ritorno del primo le loro posizioni si saranno invertite.
È quindi importante non interrompere la continuità dei nostri studi. I ritiri intensivi sono più efficaci se intrapresi dopo aver completato la formazione principale.
Come ha detto Dza Patrul:
Fare ritiri spirituali da giovani e studiare da vecchi è piuttosto ridicolo!
Le conseguenze di tale follia sono quelle descritte da Pabongka:
Partecipiamo a ritiri spirituali per lungo tempo, ma non riusciamo mai a estirpare le nostre emozioni disturbanti o le nostre illusioni. Le uniche cose che riusciamo a consumare sono le nostre unghie e il rosario!
Non dobbiamo mai accontentarci di soli due o tre anni di studio e formazione. Tra i tibetani, i maestri eruditi con titoli monastici avanzati come i ghesce studiano per venticinque o trent'anni e ancora non sentono di sapere alcunché. Come ha ammonito Longcenpa:
Chi ha poca cultura si smarrisce.
Se quei bodhisattva arya che hanno raggiunto il terzo livello della mente bhumi hanno ancora bisogno della forza di ascoltare ulteriormente il Dharma, che dire di noi?
La maggior parte degli esseri umani non riesce a sfruttare appieno il proprio potenziale a causa della chiusura mentale e della totale confusione. L'apprendimento e lo studio sono le armi migliori per superare questa palude mentale e aprire la mente. Sono i nostri migliori amici e i parenti più affidabili nei momenti di bisogno, coloro che non ci deluderanno né ci abbandoneranno.
Yesce Gyaltsen (Yongs-’dzin dKa’-chen Ye-shes rgyal-mtshan) (1713–1793) era molto povero in gioventù, ma nutriva un forte desiderio di studiare il Dharma. Quando chiese ai suoi parenti di aiutarlo a sostenere i suoi sforzi, questi lo rimproverarono e non gli diedero nulla. Non si scoraggiò mai e, grazie ai suoi sforzi, divenne infine il tutore dell'ottavo Dalai Lama (rGyal-dbang ’Jam-dpal rgya-mtsho) (1758–1804). Una volta diventato famoso, una grande varietà di persone si presentò alla sua porta affermando di essere suoi zii o zie perduti da tempo. Non respinse mai nessuno, ma accolse con favore l'invito: "Sì, siete miei parenti". Un giorno li invitò tutti a pranzo a casa sua e, quando furono tutti riuniti, chiese al suo servitore di portare una pila di monete d'argento avvolte in un panno. Dopo averla disposta sul tavolo, si prostrò davanti ad essa dicendo: «Mi inchino a te che mi hai dato tutti questi zii e zie che non avevo mai avuto prima».
Ascoltare a fondo il Dharma è come una medicina potente per prevenire e curare tutti gli atteggiamenti e i problemi dannosi, senza lasciare effetti collaterali nocivi. Se avessimo la lebbra, non ci aspetteremmo di guarire con una sola dose di medicinale. Allo stesso modo, non dovremmo accontentarci di aver studiato un argomento o un testo una sola volta.
Chandragomin (bTsun-pa zla-ba) (VII secolo) ha detto in Elogi per l'ammissione aperta degli errori (bShags-pa’i bstod-pa, sanscr. Deśanāstava):
Le nostre menti sono costantemente confuse, siamo malati da molto tempo. Che cosa ottengono i lebbrosi che hanno perso braccia e gambe e che occasionalmente assumono medicine?
L'attaccamento, l'ostilità e la chiusura mentale sono così profondamente radicati nelle nostre menti che dovremmo cogliere ogni opportunità per approfondire le misure da adottare per prevenirne la ricomparsa. Anche se abbiamo studiato più volte le diverse fasi del sentiero, possiamo sempre imparare qualcosa di nuovo o comprendere un argomento più a fondo ascoltando un'ulteriore spiegazione. Come disse una volta Kyabje Trijang Rinpoce:
Ho letto Vasta presentazione degli stadi graduali del sentiero più di cento volte, e ogni volta è come leggere un testo diverso.
Può essere particolarmente utile ascoltare diversi maestri spirituali che espongono lo stesso argomento o testo. In tali situazioni, tuttavia, non dovremmo preoccuparci di valutare o giudicare questi maestri in base a ciò che dicono o non dicono, come se stessimo tenendo un registro o comprando un cavallo. Piuttosto, ascoltando spiegazioni da punti di vista leggermente diversi, la nostra comprensione si amplierà, poiché vedremo come gli insegnamenti lascino spazio a vari livelli di interpretazione e applicazione. Pertanto, l'ascolto o l'apprendimento sono la forza migliore per aiutarci a superare i nostri difetti.
Se siamo eruditi e abbiamo sentito parlare molto del Dharma, questa è la base migliore per costruire la nostra fama e reputazione. Inoltre, la nostra conoscenza ed esperienza sono i doni migliori che possiamo fare agli altri. Ci rendono persone raffinate e piacciono ai saggi. Ci permettono di parlare in un pubblico colto senza fare brutta figura e ci consentono anche di rispondere in modo intelligente e chiaro a qualsiasi domanda ci venga posta. Altrimenti, come ha descritto Dharmarakshita nella Ruota delle armi taglienti (Blo-sbyong mtshon-cha’i ’khor-lo), 84:
Poiché la nostra capacità di ascoltare (gli insegnamenti) è trascurabile, siamo costretti a procedere a tentoni e a fare supposizioni su ogni cosa. Data la nostra scarsa conoscenza delle scritture, generiamo visioni distorte su tutto.
Sakya Pandita ha descritto una persona simile anche in Prezioso tesoro di detti eleganti (Legs-bshad rin-po-che’i gter), III.11:
Chi è socievole e si mette in mostra tra gli sciocchi, ma in presenza di persone erudite si ammutolisce e si ritira in disparte, pur non avendo la gobba sulla schiena né la piega di carne che pende dal collo, è semplicemente un bue con gli incisivi superiori.
Pertanto, considerando i benefici derivanti dall'ascolto del Dharma, dovremmo dedicarci con entusiasmo al suo studio.
In breve, come ha detto Kyabje Trijang Rinpoce:
Un solo giorno di studio con un mentore spirituale vale cento volte di più di un intero anno di ritiro a ripetere mantra. Anche se durante quell'anno potreste esservi purificati da molte negatività e aver costruito una rete di energia positiva, non avrete imparato nulla di nuovo. Al contrario, con un solo giorno di insegnamenti del Dharma, anche se non comprenderete tutto, se imparerete anche solo una nuova misura preventiva da adottare, avrete colmato una lacuna nella vostra consapevolezza su come gestire situazioni precedentemente problematiche. Questo avrà un beneficio immediato e vi avvicinerà di un passo sostanziale allo stato di Buddha.
Accrescere la cortesia mostrata verso il Dharma e verso colui che ce lo trasmette.
Per studiare il Dharma in modo appropriato, non solo dobbiamo essere entusiasti ma anche avere rispetto per la materia di studio e per il suo maestro, trattandoli entrambi con la dovuta cortesia. Altrimenti, non ne apprezzeremo il valore. Considerandoli ordinari, li daremo per scontati.
Nel Kshitigarbha Sutra (Sa’i snying-po mdo, sanscr. Kṣitigarbha Sūtra) è stato detto:
Dovreste ascoltare il Dharma con fede e rispetto incrollabili, senza mai deriderlo o sminuirlo. Anzi, dovreste fare delle offerte a chi ve lo trasmette. Questo rafforzerà la vostra consapevolezza che egli o ella è proprio come il Buddha illuminato.
Ecco perché prepariamo sempre una stanza pulita e ordinata, adatta a ricevere gli insegnamenti, adornandola con bellissimi fiori e predisponendo un sedile rialzato e confortevole per il nostro maestro spirituale. Ci prepariamo come se stessimo accogliendo Buddha Shakyamuni in persona. Inoltre, non dobbiamo ascoltare il Dharma con orgoglio intellettuale, pensando di possedere una conoscenza mondana o scientifica superiore a quella del nostro maestro. Al contrario, dobbiamo essere sempre umili e rispettosi.
A questo proposito, ecco sei linee guida da seguire quando si studia con un maestro spirituale:
- Dobbiamo rispettare i tempi appropriati. Quando un grande maestro è occupato o distratto da altre faccende, non lo interrompiamo mai in modo sconsiderato né pretendiamo arrogantemente insegnamenti. Una volta ghesce Potoua era intento a riordinare le pagine sciolte di alcuni dei suoi testi, che si erano sparse e mescolate tra loro. Un aspirante discepolo irruppe nella scena e insistette per essere istruito lì per lì. Il maestro balzò in piedi e lo cacciò via con un bastone.
- Mostriamo rispetto, ad esempio alzandoci in piedi quando il nostro mentore spirituale entra nella stanza e prostrandoci tre volte prima che inizi la lezione. Ci prostriamo anche tre volte dopo ogni lezione, tranne l'ultima, prima di congedarci per un periodo prolungato. Prostrarsi prima di andarsene è considerato un presagio infausto, che indica che non ci incontreremo più con il nostro mentore. Omettendolo, esprimiamo il nostro forte desiderio e la nostra preghiera di riunirci a lui il prima possibile.
- Inoltre, cerchiamo sempre di essere d'aiuto al nostro mentore fornendogli acqua potabile o tè quando insegna, un ventilatore se fa caldo, una stufa se fa freddo e così via.
- Non ci arrabbiamo mai né ci mettiamo sulla difensiva quando ci fa notare i nostri errori o ci corregge.
- Prendiamo sempre a cuore e mettiamo in pratica ciò che dice.
- Non discutiamo mai in modo aggressivo con lei o lui se afferma qualcosa di diverso dalla nostra opinione personale. Tuttavia, possiamo discutere per chiarire i nostri dubbi.
Inoltre, Asanga ha affermato in Stadi della mente del bodhisattva (Byang-chub sems-dpa’i sa, sanscr. Bodhisattvabhūmi):
Bisogna ascoltare senza farsi completamente ingannare e senza farsi condizionare dalle cinque considerazioni errate.
Quando riceviamo insegnamenti, non dobbiamo illuderci al punto da sminuire e criticare costantemente ciò che ascoltiamo o chi parla. Sebbene sia necessario usare un discernimento critico per valutare un maestro spirituale e i principi che insegna prima di abbracciarli con tutto il cuore, una volta deciso di seguire un percorso di istruzione, non è più il momento per giudizi arroganti. Questi ci distrarrebbero completamente e ci impedirebbero di imparare qualsiasi cosa.
Pertanto, essendo sempre educati e cortesi, non dovremmo soffermarci sui difetti in base a cinque considerazioni improprie (gnas-lngar yid-la mi-byed-pa):
- Non bisogna mai giudicare debole l'autodisciplina etica di un insegnante, a prescindere dal suo comportamento esteriore.
- Non considerarlo appartenente a una classe sociale inferiore, a prescindere dalle sue origini.
- Non criticarlo definendolo fisicamente brutto o dall'aspetto strano, a prescindere dal suo aspetto.
- Non offendersi se usa un linguaggio volgare, pensando che dovrebbe essere più raffinato.
- Non offendersi se parla in modo schietto e diretto, pensando che dovrebbe essere più delicato e dire solo cose carine.
Pertanto, con una mente aperta e un'espressione felice sul volto – non un'aria depressa come se fossimo seduti sulla poltrona del dentista – seduti umilmente e rispettosamente, dovremmo ascoltare il Dharma con attenzione e gioia, come se bevessimo del nettare.
Il modo effettivo di studiare
Il fattore più importante per il successo negli studi è affrontarli con la giusta mentalità. Oltre a quanto già detto, ci sono diversi errori specifici da evitare e atteggiamenti da coltivare.
Utilizzando un'imbarcazione come esempio, eliminare i tre difetti che agiscono come contro condizioni
Nel Sutra prajnaparamita in venticinquemila strofe (Shes-rab-kyi pha-rol-tu phyin-pa stong-phrag nyi-shu lnga-pa dum-bu dang-po, sanscr. Pañcaviṃśati-sāhasrikā Prajñāpāramitā Sūtra), sono stati spiegati tre difetti:
- essere come un recipiente capovolto
- essere come un recipiente sporco
- essere come un recipiente con un foro sul fondo.
Se un vaso è capovolto non importa quanto nettare puro vi versiamo, non entrerà nulla. Allo stesso modo, se il nostro corpo è davanti al nostro insegnante ma la nostra mente vaga, non ascolteremo nulla di ciò che dice come se non fossimo affatto seduti lì. Pertanto, durante una lezione o un discorso, non permettiamo che nemmeno una parte della nostra attenzione venga distratta. Al contrario, ascoltiamo come un cervo incantato dal suono di un flauto, ignaro di qualsiasi pericolo circostante.
Anche se un recipiente è posizionato correttamente, se è sporco contaminerà qualsiasi cosa vi venga versata. Allo stesso modo, anche se prestiamo attenzione, le nostre menti possono essere piene di preconcetti, pregiudizi o motivazioni errate per lo studio del Dharma. Ad esempio, potremmo ascoltare spinti solo dalla curiosità intellettuale o con il desiderio di ottenere potere, denaro o fama, o per altri motivi egoistici. In questi casi, ci ritroveremo con un groviglio di idee distorte.
Se abbiamo molte superstizioni e preconcetti, questi possono interferire notevolmente con la nostra pratica. Un giorno Milarepa era seduto in una grotta cercando di meditare. La roccia davanti a lui aveva una crepa e iniziò a temere che qualcosa di orribile potesse uscirne. All'improvviso, apparve uno spirito femminile seduto su un cervo. Afferrò la gamba di Milarepa e disse: "Perché mi hai evocato con tutti i tuoi strani pensieri? Se non avessi avuto superstizioni, non sarei dovuta venire". Milarepa rispose: "È vero, ma ora lasciami in pace. A causa delle tue azioni negative in passato, sei rinata come uno spirito. Se fai del male a un praticante sincero, sprofonderai in uno stato di rinascita ancora peggiore. Lasciami in pace e ti aiuterò a ottenere una vita futura migliore". Poi le diede alcune misure preventive da adottare e lei se ne andò.
Infine, supponiamo che il vaso sia in posizione verticale e pulito. Se, tuttavia, ha un buco sul fondo, nulla verrà trattenuto. Allo stesso modo, quando ascoltiamo il Dharma, non dovremmo dimenticarlo quando usciamo dalla stanza. Dovremmo pensare a tutto ciò che abbiamo ascoltato e cercare di ricordarlo.
Come Kyabje Trijang Rinpoce ha spesso ammonito i suoi discepoli:
Non considerate questi insegnamenti come oggetti rituali che non possono essere portati fuori da questa stanza. Se ascoltate attentamente e assimilate ciò che vi dico, potrete applicarlo ovunque vi troviate.
Pertanto, Pabongka consigliava sempre di ripassare il materiale dopo le lezioni e di discuterne con i compagni.
Inoltre, ci sono tre qualità che dobbiamo possedere come discepoli per diventare il giusto recipiente da riempire con il Dharma da parte di un maestro spirituale. Aryadeva (’Phags-pa lha) (III secolo) ha affermato nel Trattato in quattrocento strofe (bZhi-brgya-pa, sanscr. Catuḥśataka), XII.1:
Un ascoltatore che è (1) retto e imparziale, (2) dotato di buon senso (capacità di discernimento) e (3) animato da un vivo interesse è descritto come un recipiente appropriato.
(1) Per essere discepoli degni, dobbiamo essere onesti e imparziali riguardo amici o nemici, simpatie o antipatie. Non dobbiamo schierarci né nutrire forti sentimenti di pregiudizio. Piuttosto, dobbiamo essere aperti mentalmente riguardo a ciò che studiamo. I preconcetti o i giudizi non faranno altro che ostacolare il nostro cammino.
Inoltre, dovremmo studiare il Dharma del Buddha senza sempre confrontarlo con altri sistemi di pensiero. Un simile esercizio intellettuale è del tutto pretenzioso, soprattutto se non possediamo una conoscenza completa dei due elementi che mettiamo a confronto. Piuttosto, dovremmo cercare di comprendere gli insegnamenti secondo la loro logica interna e nel loro ordine sequenziale prescritto.
Dobbiamo inoltre essere imparziali nei confronti di chi ci circonda. I difetti altrui ci appaiono evidenti, ma spesso siamo ciechi di fronte alle nostre mancanze. Dobbiamo essere meno critici verso gli altri e concentrare la nostra attenzione sulla consapevolezza e sulla correzione dei nostri stessi difetti.
(2) In secondo luogo, è importante avere buon senso nel discernimento, altrimenti vedremo sempre contraddizioni in ciò che ci viene insegnato. Se in una lezione ci viene detto di indossare abiti caldi e in un'altra di non farlo, con il buon senso saremo in grado di capire che dovremmo vestirci pesantemente quando fa freddo e non quando fa caldo. Allo stesso modo, con il buon senso, saremo in grado di vedere come tutti gli insegnamenti si incastrano tra loro per formare un insieme coerente adatto a una pratica integrata nella nostra vita quotidiana.
Spesso i grandi maestri impartiscono indicazioni personali da seguire solo in determinati momenti del percorso formativo di un discepolo. Ad esempio, Milarepa disse a Reciungpa (Ras chung-pa rDo-rje grags-pa) (1083–1161) che non aveva bisogno di ulteriori studi intellettuali, ma che avrebbe dovuto semplicemente meditare per sviluppare abitudini mentali benefiche. Sarebbe un grave errore considerare quest'istruzione valida in generale per tutti e in ogni situazione.
(3) Infine, se non siamo diligenti e non ci interessiamo a ciò che impariamo, allora insegnarci sarebbe come fare lezione a un disegno di una persona. Non ci sarebbe modo per noi di trarre beneficio dallo studio del Dharma.
Affidarsi ai sei riconoscimenti che forniscono condizioni favorevoli
Nel Sutra dell’ornamento dello stelo (sDong-po bskod-pa’i mdo, sanscr. Gaṇḍavyūha Sūtra) (LIII) [citato nel Compendio degli addestramenti di Shantideva (II.5) e nel Commentario di Prajnakaramati (Shes-rab ’byung-gnas blo-gros) (950–1030) sui Punti difficili dell'impegno (di Shantideva) nella condotta del bodhisattva (sPyod-’jug dka’-’grel, sanscr. Bodhicaryāvatāra-pañjikā), V.103] e nel Sutra richiesto da Sagaramati (Blo-gros rgya-mtshos zhus-pa’i mdo, sanscr. Sāgaramati Paripṛicchā Sūtra) [citato nel Compendio degli addestramenti di Shantideva, XIX.26], sono stati delineati sei riconoscimenti che dovremmo avere quando ascoltiamo il Dharma:
- considerarsi malati
- considerare colui che impartisce il Dharma come un medico esperto
- considerare il Dharma come la medicina
- considerare la sua pratica diligente come la via per guarire
- considerare il Buddha un essere sacro i cui insegnamenti, simili a una medicina, non sono ingannevoli e possono essere seguiti con piena fiducia
- considerare i metodi implicati da questi insegnamenti come qualcosa per cui dovremmo pregare che permangano a lungo.
Tali atteggiamenti sono i più favorevoli al successo nei nostri studi e nella nostra pratica.
Innanzitutto, è importante riconoscere e percepire che siamo come una persona malata. Come disse Kamaua (Zhang Ka-ma-ba Shes-rab ’od) (1057–1131), citato in Liberazione nel palmo della tua mano (rNam-grol lag-bcangs) di Pabongka, 55.b4, e in Vasta presentazione (Lam-rim chen-mo) di Tsongkhapa, 16.b3, tale riconoscimento sarebbe inutile se non fosse vero. Tuttavia, se ci esaminiamo onestamente, vedremo che in verità soffriamo, giorno e notte, a causa delle malattie croniche del desiderio, della rabbia, dell'insoddisfazione e così via.
Inoltre, Shantideva ha affermato in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (II.54):
Se persino quando sono spaventato da una malattia comune devo agire secondo il consiglio di un medico, cosa dire di quando sono perennemente afflitto da malattie, come il desiderio, (che producono) centinaia di ferite?
Inoltre, non soffriamo semplicemente di una malattia per un breve periodo, ma siamo affetti dalle innumerevoli malattie di tutte le emozioni disturbanti, ognuna delle quali esiste dall'inizio dei tempi.
Dovremmo considerare il nostro mentore spirituale come il nostro medico: le misure preventive che ci indica sono la medicina. Metterle in pratica è la via per guarire. Se un paziente non assume mai le pillole che gli vengono prescritte, anche se si trovasse su un letto di medicinali circondato dai migliori medici, non guarirebbe. Se dovesse morire in queste condizioni, la colpa ricadrebbe unicamente su di lui, non sui medici o sulla medicina.
Idee simili sono espresse nel Sutra del re delle concentrazioni assorbite (Ting-nge-’dzin rgyal-po’i mdo, sanscr. Samādhirāja Sūtra), IV.24, IX.45. Inoltre, Shantideva ha affermato in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (IV.48):
Avendo maturato questa convinzione, mi impegnerò a mettere in pratica l'addestramento, proprio come spiegato. Se non si ascoltano le istruzioni del medico, come può un paziente bisognoso di cura essere guarito dalle sue medicine?
Inoltre, proprio come un malato deve prendersi cura delle sue medicine e assumerle nelle dosi e negli orari corretti, così anche noi dobbiamo essere diligenti nella nostra pratica, non negligenti. Se smarriamo le nostre medicine ci rattristiamo molto, ma se dimentichiamo gli insegnamenti non proviamo alcun rimorso.
Come ha rimproverato Kyabje Trijang Rinpoce ai suoi discepoli:
Se rovesciate sul pavimento un cucchiaio di una medicina costosa e rara, verrebbe quasi voglia di inginocchiarsi e leccarla. Tuttavia, se lasciate che un discorso passi senza prestare attenzione, o anche se ci andate, se rimanete seduti per ore senza nemmeno preoccuparvi di ascoltare, per voi non significa nulla.
Inoltre, dobbiamo mettere in pratica ciò che il nostro maestro insegna con la ferma convinzione che i suoi insegnamenti sul Dharma siano pienamente affidabili e ci saranno sicuramente di beneficio. Pertanto, non va limitato il nostro apprendimento al solo livello intellettuale, accumulando nozioni: va integrato nella nostra personalità. Altrimenti, saremmo come un malato che legge solo testi medici e le etichette delle bottiglie, ma non prende mai una pillola. Né dovremmo dedicarci a giochi di erudizione con il Dharma, usandolo semplicemente come argomento di conversazione durante un aperitivo. Sarebbe come una persona gravemente malata che cerca di impressionare gli altri elencando tutte le cure moderne per il suo male, senza però mai andare dal medico. Anche se una lebbrosa, con il naso marcio, si truccasse e indossasse un bel vestito nuovo, nessuno la troverebbe bella. Allo stesso modo, nessuno rimarrà impressionato dalla nostra conoscenza superficiale del Dharma se la nostra mente è indomita.
Più impariamo, meno dovremmo parlare a vanvera. Se vogliamo sapere che sapore ha la canna da zucchero, non ci limitiamo a sbucciarla e masticarla. Andiamo al cuore della questione.
Il Sutra che incita alla risoluzione eccezionale (Lhag-pa’i bsam-pa bskul-ba’i mdo, sanscr. Adhyāśaya-saṃcodana Sūtra) afferma:
La buccia del fusto della canna da zucchero non ha alcuna consistenza, il sapore che delizia si trova all'interno. Mangiare la buccia non permette di apprezzare il delizioso sapore della melassa.
Come per la buccia così per le parole, il "sapore" sta nel contemplarne il significato. Perciò, rinunciate a deliziarvi solo con le parole, siate sempre coscienziosi e riflettete sul loro significato.
Allo stesso modo, quando studiamo le misure da adottare nello sviluppo delle diverse fasi del sentiero, dobbiamo sempre metterle in relazione con i nostri problemi e illusioni personali e confrontarle con i nostri atteggiamenti ed esperienze. Come disse una volta ghesce Langri Tangpa (dGe-bshes Glang-ri thang-pa rDo-rje seng-ge) (1054–1123), autore dell'Otto strofe sull'addestramento all'atteggiamento:
Ogni volta che leggo una scrittura mahayana nutro la forte consapevolezza che tutti gli errori descritti sono miei, mentre tutte le buone qualità appartengono ad altri.
Pertanto, dovremmo prestare attenzione a ciò di cui Kyabje Trijang Rinpoce ci ha ammonito:
Quando ascoltate le misure da adottare riguardo all'avarizia, anche se voi stessi siete dei terribili accumulatori fate finta che non vi riguardino e guardate con sospetto il vostro vicino. Questo non è affatto il modo corretto di ascoltare gli insegnamenti del Dharma.
Il compito di un praticante sincero è esaminare se stesso, non gli altri. Noi, invece, siamo detective professionisti sempre alla ricerca dei difetti altrui. Anziché puntare la torcia della critica su chi ci circonda, dovremmo puntarla su noi stessi e iniziare a vedere i nostri difetti. Se abbiamo il viso sporco e vediamo allo specchio una macchia nera sulla guancia, la laviamo. Allo stesso modo, se nello specchio degli insegnamenti vediamo i nostri difetti, dovremmo fare ogni sforzo per purificarci da essi.
Dromtonpa ha detto:
Se riesci a riconoscere i tuoi difetti e non cerchi quelli degli altri allora, anche se non possiedi altre buone qualità, hai comunque una certa saggezza.
Pertanto, qualunque insegnamento ascoltiamo, dovremmo riflettere sul suo significato in relazione a noi stessi. Non siate come una persona con il naso storto e le orecchie grosse che non sopporta di guardarsi allo specchio e si rifiuta categoricamente di farsi fotografare. Se ascoltiamo un maestro e pensiamo: "L'ha già spiegato così, l'ho già sentito un milione di volte", non ne trarremo alcun beneficio. Lo stesso vale se consideriamo le linee guida, gli esempi e così via come semplici storie o favole. Dobbiamo cercare di capire il punto che stanno cercando di esprimere e applicarlo alla nostra mente. Inoltre, se controlliamo costantemente l'insegnante per assicurarci che riporti le citazioni e le storie in modo assolutamente corretto, parola per parola, non faremo mai progressi. Gli stessi aneddoti vengono spesso raccontati con lievi variazioni per illustrare concetti diversi.
Inoltre, quando sentiamo obiezioni e argomentazioni sollevate in un testo, “Alcuni pensano che…” – e se la nostra reazione è “Beh, io non la penso così; è una domanda ridicola”, ciò dimostra chiaramente il nostro completo egocentrismo. Gli insegnamenti del Dharma hanno lo scopo di rispondere alle domande di tutti, non solo alle nostre. Inoltre, non dovremmo semplicemente respingere l'obiezione sollevata, ma esaminare noi stessi, senza metterci sulla difensiva, per vedere se forse siamo in realtà sottilmente influenzati dalla visione errata che si sta cercando di chiarire.
Quando assumiamo uno qualsiasi degli atteggiamenti dannosi sopra descritti, il problema è spesso che siamo diventati disillusi dagli insegnamenti. La causa di ciò è l'ascolto di troppi discorsi o la lettura di troppi testi sul Dharma senza mai sviluppare, attraverso la meditazione, nessuna delle abitudini mentali benefiche di cui si parla. In tal caso, qualsiasi cosa ascoltiamo non avrà alcun effetto sulla nostra mente. Come una pietra nell'acqua, non si ammorbidirà mai. I ghesce kadampa avevano un detto:
Anche se il Dharma può ammorbidire un furfante incallito, non potrà mai ammorbidire qualcuno disilluso dagli insegnamenti. Anche se il burro unto può ammorbidire un pezzo di cuoio ruvido, non potrà mai ammorbidire la custodia di pelle in cui è contenuto.
Quando il materiale che studiamo ci sembra opprimente, è segno che non abbiamo meditato abbastanza. Se, mentre studiamo gli insegnamenti, cercassimo contemporaneamente di meditare su di essi, li assorbiremmo e ne desidereremmo di più. Un altro segno della nostra mancanza di integrazione è quando, durante una lezione o leggendo un libro, abbiamo la sensazione di sapere già cosa verrà detto. Siamo così annoiati che ci sembra di poterlo ripetere a memoria. Tuttavia, se sviluppassimo buone abitudini nell'ascoltare, saremmo entusiasti di ogni nuovo discorso e cercheremmo ulteriori spunti da formulazioni leggermente diverse. Quando Sua Santità il Dalai Lama o i suoi maestri tengono un discorso sulle diverse fasi del sentiero, tutti i maestri eruditi e i praticanti sinceri, anche provenienti da luoghi lontani, partecipano con entusiasmo. Questo non perché non abbiano mai ricevuto insegnamenti su questo argomento, ma perché comprendono il potere dell'ascolto ripetuto e non si sono stancati. Dovremmo cercare di emulare il loro nobile esempio.