La formazione spirituale è un processo a doppio senso. Sebbene la lettura dei libri offra molti benefici, la presenza di un maestro è fondamentale per trasformare questo percorso in un'esperienza viva. Attraverso lo scambio reciproco tipico dell'apprendimento, avremo sempre un punto di riferimento per assicurarci di non commettere errori. Pertanto, è importante comprendere non solo come dovremmo ascoltare, ma anche come il maestro dovrebbe comportarsi. Questo ci permetterà di apprezzare maggiormente il lavoro del nostro mentore spirituale e ci sarà utile in futuro, quando inizieremo a guidare noi stessi gli altri.
Considerare i benefici dello spiegare il Dharma
Un corso di studio e pratica sugli stadi graduali del sentiero verso l'illuminazione dovrebbe essere impartito da un maestro spirituale pienamente qualificato. Un tale maestro non è motivato da considerazioni di denaro, fama o rispetto che potrebbe ottenere. Né insegna per senso del dovere, sentendosi semplicemente adempiente agli obblighi di un lavoro e non curandosi realmente se i suoi studenti imparino o meno. Si assume la piena responsabilità di ciascuno dei suoi discepoli e si interessa sinceramente al loro sviluppo spirituale. Un vero maestro insegna motivato da una pura ed eccezionale determinazione (lhag-bsam rnam-dag, sanscr. viśuddha adhyāśaya) a liberare tutti gli esseri limitati dal samsara, dai loro problemi incontrollabili e ricorrenti.
In Filigrana dei sutra mahayana (mDo-sde rgyan, sanscr. Mahāyāna Sūtrālamkāra), XVII.10, Maitreya ha elencato dieci buone qualità che un tale maestro dovrebbe possedere:
- Autodisciplina etica
- Uno stato mentale calmo e sereno
- Una mente completamente pacificata
- Maggiori conoscenze (rispetto agli studenti)
- Perseveranza gioiosa
- Una ricca raccolta di citazioni scritturali
- Una profonda e stabile consapevolezza della realtà
- La capacità di esprimersi chiaramente
- Una natura di amorevole gentilezza (brtse-ba, sanscr. dayā)
- Non deve avere il pensiero che insegnare sia noioso
Le prime due qualità positive sono il risultato della padronanza degli addestramenti in autodisciplina etica e concentrazione superiori. La terza si riferisce a una mente placata al di là di ogni oscuramento – oscuramenti emotivi e oscuramenti cognitivi. I primi impediscono la sua liberazione, mentre i secondi sono un ostacolo al raggiungimento dell'onniscienza. La sua liberazione da tali oscuramenti è dovuta al suo terzo addestramento, consapevolezza discriminante superiore.
Deve possedere una maggiore conoscenza di quella dei suoi studenti nella materia che insegna e trarre particolare piacere e gioia nello spiegarla agli altri. Deve essere in grado di farlo con chiarezza, basandosi sia sul supporto scritturale sia sulla propria esperienza e intuizione personale. Con una natura di amorevole gentilezza, dovrebbe preoccuparsi solo di aiutare i suoi discepoli a liberarsi dalla sofferenza senza avere altri secondi fini egoistici. Inoltre, non dovrebbe mai stancarsi di spiegare, ma essere disposto a insegnare a discepoli di ogni livello di intelligenza e capacità, senza favorire i più brillanti né scoraggiarsi di fronte ai meno dotati.
Potrebbe essere piuttosto difficile trovare un maestro con tutte queste dieci elevate qualifiche. Ma, come ha detto Sakya Pandita in Prezioso tesoro di detti eleganti (Legs-bshad rin-po-che’i gter), VI.20:
Così come è raro che qualcuno possieda solo qualità positive, è altrettanto raro che qualcuno non abbia alcuna abilità. Pertanto, le persone sagge coltivano un rapporto sano con chi, tra pregi e difetti, presenta prevalentemente aspetti positivi.
A questo proposito, ghesce Potoua (dGe-bshes Po-to-ba Rin-chen-gsal) (1027–1105) ha affermato:
Il mio maestro spirituale Zhangtsun di Yerpa (Yer-pa’i Zhang-btsun) non ha ascoltato molti insegnamenti, non ha pazienza per le cose noiose e non ringrazia mai nessuno per la sua gentilezza. Tuttavia, poiché possiede queste prime cinque (buone qualità), reca beneficio a chiunque gli si presenti davanti. Anche il mio maestro Nyenton (bNyan-ston) non è affatto dotato di eloquenza e, quando deve pronunciare un discorso di dedica per un mecenate, non posso fare a meno di pensare che nessuno riuscirà a capire nulla di ciò che dice. Tuttavia, poiché anche lui possiede queste prime cinque (buone qualità), reca beneficio a chiunque gli sia vicino.
Se un maestro qualificato spiega il Dharma con la giusta motivazione, ne conseguiranno venti effetti benefici, perlopiù nelle vite future. Questi si riferiscono a progressi spirituali derivanti dalle sue azioni positive, in conformità con le leggi di causa ed effetto del comportamento. Tale persona, tuttavia, non persegue questi risultati per egoismo, ma insegna unicamente con il desiderio di giovare ai suoi discepoli.
Nel Sutra che incita alla risoluzione eccezionale (Lhag-pa’i bsam-pa bskul-ba’i mdo, sanscr. Adhyāśaya-saṃcodana Sūtra) è stato detto:
O Maitreya, venti sono i benefici che riceve chiunque impartisca insegnamenti senza desiderare ricchezze materiali, guadagni o rispetto. Se chiedi quali siano questi venti, sono i seguenti: egli diventerà: (1) consapevole (dran-pa, sanscr. smṛti) (degli insegnamenti) e (2) intelligente (blo-gros, sanscr. mati) (per averli ascoltati in precedenza); (3) egli diventerà anche dotato di buon senso (blo-dang ldan, sanscr. buddhimān) (per averne meditato il significato); (4) fermo (brtan-pa, sanscr. dṛdha) (per avervi meditato sopra); (5) con consapevolelezza (mondana) che discerne (jig-rten-pa’i shes-rab, sanscr. laukikī prajñā, saggezza mondana) (per aver padroneggiato tutti e dieci i campi della conoscenza).
I dieci campi del sapere sono suddivisi in cinque materie principali e cinque secondarie. Le principali sono:
- Arte e artigianato
- Medicina
- Lingue e grammatica
- Logica
- Conoscenza di sé interiore o eccezionale
A chi padroneggia tutte e cinque le discipline viene conferito il titolo di “mahapandit” (pan-chen, grande maestro erudito).
I cinque campi secondari sono:
- Poesia
- Retorica e sinonimi
- Prosodia e composizione
- Teatro e danza
- Astrologia e matematica
Al termine del percorso di studi viene conferito il titolo di “pandit” (pan-chung, maestro erudito).
Il Sutra prosegue:
(6) (Egli giungerà anche ad avere) una consapevolezza discriminante sovramondana per avere una continua realizzazione della realtà. I suoi (7) attaccamento, (8) ostilità e (9) ingenuità diminuiranno tutti, mentre (10) le forze demoniache non saranno più in grado di ottenere il vantaggio su di lui.
Le forze demoniache possono essere esterne o interne. Le prime includono, ad esempio, Mara stesso, colui che tentò senza successo di interrompere Buddha Shakyamuni durante il suo assorbimento sotto l'albero della bodhi mentre dimostrava la sua illuminazione. Poiché un essere così limitato è incluso tra gli esseri divini del sesto o più alto regno divino sul piano dei desideri sensoriali, questo tipo di interferenza è anche noto come forze demoniache che sono la progenie del divino. Le forze demoniache interne, d'altra parte, si riferiscono ai tre atteggiamenti velenosi di attaccamento, ostilità e chiusura mentale e sono anche note come forze demoniache che turbano emozioni e atteggiamenti. Ci sono altre due forze demoniache, per un totale di quattro: il signore della morte e i fattori aggregati della nostra esperienza.
Il Sutra prosegue:
(11) Egli sarà (anche) ascoltato dai Buddha, dai Bhagavan (i maestri vincitori che superano tutto), (12) protetto dai quasi-umani e (13) glorificato dagli esseri divini. (14) Le parti ostili non saranno in grado di ottenere un vantaggio su di lui; (15) non si separerà mai dagli amici; (16) le sue parole saranno ascoltate e (17) diventerà impavido (non sarà mai nervoso nell'insegnare in mezzo alla folla). (18) La sua beata consapevolezza abbonderà e (19) sarà lodato dai sapienti. (20) Infine, giungerà a (ottenere rinascite) adatte a dare (ancora una volta) gli insegnamenti ed esserne continuamente consapevole. Questi, Maitreya, sono i venti benefici.
Questa citazione è riportata nel Compendio degli addestramenti di Shantideva (bsLab-btus, sanscr. Śikṣāsamuccaya), XIX.26. I primi sei benefici sono i tipi di risultati che corrispondono alla loro causa (rgyu-mthun-gyi ’bras-bu, sanscr. niṣyanda phala). Insegnando con consapevolezza, intelligenza e così via, un maestro spirituale continuerà a possedere tali buone qualità nelle vite future. I successivi tre sono risultati che sono stati di separazione (bral-’bras, sanscr. visaṃyoga phala) dall'oscurità. Spiegando correttamente il Dharma, i suoi atteggiamenti velenosi diminuiranno continuamente. I nove benefici successivi sono risultati dominanti (bdag-’bras, sanscr. adhipati phala) poiché influenzano un ampio numero e una vasta gamma di esseri, come gli esseri divini e così via, e il modo in cui lo tratteranno. L'ultimo beneficio è un risultato di maturazione (rnam-smin-gyi ’bras-bu, sanscr. vipāka phala), vale a dire i fattori aggregati (corpo, mente e così via) dell'esperienza delle sue vite future.
Tutti questi risultati positivi deriveranno non solo dal tenere discorsi formali su un trono elevato di fronte a un vasto pubblico, ma anche dall'insegnare privatamente in un contesto modesto. Inoltre, potranno scaturire anche dal leggere i testi del Dharma a bassa voce, immaginando una grande assemblea di studenti desiderosi di ascoltare, intenti ad assorbire ogni parola. Questa è una pratica adatta a noi, al nostro livello attuale. Potremmo persino trarre benefici orientando le nostre conversazioni informali verso argomenti spirituali, se lo facciamo con abilità e non in modo sgradevole o prepotente. Pertanto, dovremmo riflettere su quanto sia opportuno e vantaggioso, sia per noi che per gli altri, spiegare e parlare del Dharma, anche se non possiamo essere considerati maestri spirituali.
Valorizzare la cortesia mostrata verso il Buddha e il Dharma
Quando il Buddha Shakyamuni pronunciò i suoi Sutra sulla consapevolezza discriminante di ampia portata (Sher-phyin-gyi mdo, sanscr. Prajñāpāramitā Sūtra) sul Picco dell'avvoltoio, preparò personalmente il trono, non per orgoglio o interesse personale ma per mostrare rispetto e rendere servizio ai profondi insegnamenti che stava per impartire. Allo stesso modo, prima di iniziare a parlare, un maestro spirituale ricorda la gentilezza e il genio del Buddha, che è la fonte di ciò che sta per spiegare. In questo modo, si avvicina al suo discorso in uno stato di grande riverenza e apprezzamento. Avvolge i suoi testi sacri in modo appropriato e rispettoso, dispone gli strumenti rituali in modo impeccabile e, se è un monaco, indossa le vesti nel modo corretto per mostrare rispetto per il Buddha e il Dharma.
I pensieri e le azioni con cui insegnare
Nauang Dragpa di Dagpo ha detto nella sua Essenza di consigli eloquenti (Lam-rim legs-gsung nying-khu):
(Un maestro spirituale) dovrebbe abbandonare un atteggiamento di chiusura (riguardo al Dharma), vantarsi di sé stesso, stancarsi di spiegare, menzionare i difetti altrui, rimandare e essere geloso. Avendo coltivato l'abitudine all'amore per la sua cerchia (di discepoli) e mantenendo i cinque riconoscimenti, dovrebbe considerare come l'azione positiva di insegnare correttamente sia la sostanza della felicità.
Questa citazione è una parafrasi in versi della Vasta presentazione di Tsongkhapa (Lam-rim chen-mo), 20.a6–21.a2, che deriva dal Sutra del loto (Dam-pa’i chos padma dkar-po’i mdo, sanscr. Saddharma Puṇḍarīka Sūtra).
Un vero maestro non è mai avaro o tirchio nel Dharma, non essendo mai disposto a condividere la sua conoscenza e saggezza con gli altri. Questo non significa, tuttavia, che ostenti la sua erudizione e confonda i suoi discepoli con un fiume di informazioni, dicendo tutto ciò che sa e parlando ben al di sopra del loro livello di comprensione. Egli adatta sempre i suoi insegnamenti alle esigenze e alle capacità del suo pubblico.
Non fornisce mai ai suoi discepoli tutte le risposte né mette insieme tutti i pezzi per loro. Come un insegnante di matematica, un maestro spirituale presenta il materiale per allenare la mente, imposta i problemi in modo chiaro e fornisce le tecniche guida per risolverli. Tuttavia, per allenare la propria mente, i discepoli devono poi elaborare il materiale da soli. Come potrà un discepolo compiere progressi spirituali verso uno stato di purificazione se non gli viene insegnato a pensare con la propria testa?
Un maestro spirituale non spiega tutto in modo chiaro e dettagliato la prima volta che insegna un argomento. Se un discepolo è sinceramente interessato, tornerà a porre domande e a chiedere ulteriori spiegazioni. Questo lo aiuta a sviluppare perseveranza e pazienza, poiché deve mantenere vivo il suo interesse e i suoi sforzi per un lungo periodo di tempo. A sua volta, ciò gli permette di apprezzare e valorizzare le istruzioni, in modo da prendere molto più seriamente le indicazioni fornite. La formazione spirituale non è un semplice processo di trasferimento di informazioni da un insegnante a un allievo. Se, d'altra parte, un discepolo non è interessato o non è ancora pronto ad approfondire l'argomento, sarebbe uno spreco di tempo ed energie spiegargli prematuramente più di quanto sia necessario in quel particolare momento del suo percorso formativo. Anzi, troppe istruzioni in una volta sola potrebbero scoraggiare e dissuadere un discepolo dal suo cammino spirituale.
Inoltre, un vero maestro non si loda mai né parla delle proprie qualità o abilità, né critica mai gli altri per attaccamento o ostilità, menzionando i loro difetti per umiliarli e accrescere la propria fama. Non è in competizione con altre guide spirituali. Non si stanca mai, non si annoia né si scoraggia durante l'insegnamento, né procrastina per pigrizia, rimandando le lezioni perché non ne ha voglia. Inoltre, non è mai geloso e non instilla dubbi nel suo pubblico sulle qualità o abilità altrui, né esige un compenso per le sue lezioni. Pur accettando offerte liberamente, lo fa senza attaccamento.
Come ha detto ghesce Potoua,
Per tutti i miei insegnamenti non mi sono mai aspettato nemmeno un ringraziamento, figuriamoci regali e cose del genere.
Il suo discepolo, ghesce Sharaua (dGe-bshes Sha-ra-ba) (1070–1130), ha detto in modo simile:
Un vero maestro spirituale è colui che si compiace della pratica dei suoi discepoli, non delle loro offerte.
In breve, i pensieri di un vero maestro quando insegna sono unicamente quelli dell'amore e della compassione per i suoi studenti, mentre egli stesso possiede i cinque riconoscimenti elencati nel Sutra richiesto da Sagaramati (Blo-gros rgya-mtshos zhus-pa’i mdo, sanscr. Sāgaramati Paripṛicchā Sūtra):
- Si considera un medico
- Considera i suoi discepoli come pazienti
- Il Dharma come medicina
- Il Buddha come essere santo e non ingannevole
- Prega affinché i metodi degli insegnamenti perdurino a lungo.
Questi sono simili ai sei riconoscimenti che il discepolo dovrebbe sviluppare, come menzionato in precedenza. L'unico omesso è la convinzione che la pratica diligente del Dharma sia la via per la guarigione, poiché questo si applica specificamente al lato dello studente. I primi tre riconoscimenti derivano dal Sutra dell’ornamento dello stelo (sDong-po bskod-pa’i mdo, sanscr. Gaṇḍavyūha Sūtra) (LIII), mentre gli ultimi due sono tratti dal Sutra richiesto da Sagaramati.
Per quanto riguarda il suo comportamento durante l'insegnamento, un maestro spirituale dovrebbe prima lavarsi e indossare abiti puliti e freschi, sedere su una piattaforma o un trono rialzato per suscitare rispetto per il Dharma. Il suo atteggiamento è allegro, spensierato e sorridente, e spiega il suo significato con chiarezza, usando aneddoti, analogie, umorismo, citazioni scritturali, ragionamenti logici e talvolta persino espressioni energiche, per far sì che i suoi discepoli acquisiscano certezza nella loro comprensione. Non confonde mai la struttura o l'ordine degli insegnamenti, come un corvo agitato che costruisce un nido disordinato. Né spiega solo le parti facili tralasciando quelle difficili, come un vecchio che mangia patate molli e sputa la carne dura da masticare. Inoltre, non cerca mai di spiegare qualcosa che non comprende a fondo, limitandosi a ipotizzarne il significato, brancolando nel buio come un cieco che cammina con un bastone. Parla con sicurezza, basandosi sulla propria esperienza e conoscenza, ma mai con orgoglio o presunzione.
Dagpo Jampel Lhundrub ha fornito le seguenti linee guida per tenere un discorso formale sul Dharma. L'insegnante dovrebbe stabilire con fermezza la propria motivazione mentre si reca da casa alla sala. Entrando nella stanza, immagina il maestro spirituale da cui ha ricevuto questi insegnamenti seduto sul trono, circondato dai maestri precedenti del suo lignaggio, e rende omaggio prostrandosi tre volte. Quindi visualizza i maestri del lignaggio che si fondono l'uno nell'altro, e infine nel suo maestro radice.
Salendo sul trono, dovrebbe immaginare che il suo guru radice si dissolva in lui. Una volta seduto, recita alcuni versi di buon auspicio e schiocca le dita per ricordare la non staticità delle situazioni e quindi superare qualsiasi orgoglio che potrebbe provare sedendo su un trono elevato ed essendo venerato. Altrimenti, potrebbe gonfiarsi e diventare pomposo, sentendosi santo e colto. Quindi, per bandire qualsiasi interferenza come il nervosismo da parte sua o l'ottusità (bying-ba, sanscr. nirmagna, sprofondare) del pubblico, recita un mantra appropriato o il Sutra del cuore (bCom-ldan-’das-ma Shes-rab-kyi pha-rol-tu phyin-pa’i snying-po, sanscr. Bhagavatī Prajñāpāramitā Hṛdaya, Il cuore della consapevolezza discriminante di ampia portata, La maestra vincitrice che supera tutto). Successivamente, i discepoli vengono guidati nella recitazione delle parole del mandala rituale, l'offerta fatta per richiedere formalmente l'insegnamento.
Quindi, per mostrare il suo rispetto, il maestro tocca con la testa il testo che sta per spiegare, dopodiché recita alcuni versi per motivare se stesso e il pubblico. Quando tutto ciò è terminato e inizia effettivamente a insegnare, immagina davanti a sé un'enorme assemblea di tutti gli esseri dell'universo, nelle loro molteplici forme di vita, che ascoltano attentamente e traggono grande beneficio.
Queste procedure derivano dalla tradizione di Drubkhang Gheleg Gyatso (Grub-khang dGe-legs rgya-mtsho) (1641–1713). Ogni volta che questo rinomato maestro teneva un discorso, dedicava gran parte di ogni sessione a tali e ad altri preliminari. Alcuni studenti si lamentavano, ma lui rispondeva sempre che questa era la parte più importante per raggiungere realizzazioni stabili. Il maestro ghelug Drubkhang Gheleg Gyatso fu il maestro principale di Purciog Nauang Jampa (Phur-lcog Ngag-dbang byams-pa) (1682–1762), al quale il secondo Pancen Lama trasmise il lignaggio lam-rim.
La differenza tra a chi insegnare e a chi non insegnare
Gunaprabha ha spiegato nel suo Sutra delle regole di disciplina (Dul-ba’i mdo, sanscr. Vinaya Sūtra) che un maestro spirituale non può insegnare il Dharma senza che gli venga richiesto. Pertanto, non prende mai l'iniziativa di offrirsi, poiché potrebbe essere presuntuoso. Anche se richiesto, non impartisce l'insegnamento immediatamente. Piuttosto, come consigliato nel Sutra del re delle concentrazioni assorbite (Ting-nge-’dzin rgyal-po’i mdo, sanscr. Samādhirāja Sūtra), dovrebbe dire cose come: "Non conosco molto bene la materia" o "Come posso spiegarla a qualcuno colto e istruito come te?". In questo modo, il maestro ridimensiona qualsiasi orgoglio possa avere e rimane sempre umile. L'umiltà è una delle più grandi virtù che un maestro spirituale possa possedere. Inoltre, coglie l'occasione per esaminare a fondo il carattere del suo potenziale discepolo, per capire se è pronto e adatto a tale studio e per determinare il modo migliore per guidarlo.
Un discepolo erudito ma privo di un cuore caldo e gentile è inutile come un albero abbattuto e gettato in un fiume: non dà frutti. Per quanto riguarda invece una persona semplicemente di buon cuore, la situazione è ben diversa. Se un maestro le insegna anche solo un po', ne trarrà un grande beneficio, come innaffiare una giovane piantina.
Pertanto, ghesce Potoua ha affermato:
Se un aspirante studente non è molto intelligente, ma ha un buon carattere, un cuore gentile e affabile e un animo mite, allora accettalo pure come discepolo. Se non impara, la colpa è tua in quanto insegnante incapace. Se invece si presenta da te qualcuno molto intelligente e brillante ma con un cuore crudele, modi volgari e un atteggiamento arrogante, lascialo andare. Non sprecare il tuo tempo.
Pertanto, un vero maestro accetta solo coloro che sono vasi adatti per la formazione spirituale. In alcuni casi particolari, può anche offrire spontaneamente un insegnamento o accennare alla possibilità di impartirlo su richiesta. Questo, tuttavia, avverrebbe solo nei confronti di un discepolo estremamente ricettivo e maturo per tale approccio.
Durante un discorso o una lezione privata, vi sono ulteriori criteri di rispetto e decoro che devono essere seguiti, come delineato da Ashvaghosha II (rTa-dbyangs) (X secolo) nelle Cinquanta strofe sul guru (Bla-ma lnga-bcu-pa, sanscr. Gurupañcāśikā). Un maestro non insegna a chi siede su un seggio più alto o di qualità migliore del suo, né a chi è in piedi. Non insegna nemmeno a chi è sdraiato o con il capo coperto, a meno che non sia malato. Sono inoltre inappropriati coloro che indossano scarpe o portano armi di qualsiasi tipo. Tuttavia, quando tutti i discepoli idonei sono debitamente riuniti e hanno formalmente fatto nuovamente richiesta offrendo un mandala, il maestro insegna volentieri il Dharma con amore e compassione. Inoltre, come già accennato, è importante iniziare guidando i discepoli nella recitazione di versi per predisporre la giusta motivazione all'ascolto. In altre parole, tutti pregano insieme affinché qualsiasi forza karmica positiva (bsod-nams, sanscr. puṇya, merito) venga accumulata sia a beneficio di tutti gli esseri limitati.
Modalità di svolgimento della fase conclusiva, comune sia all'insegnante che al discepolo
In generale, esistono due tipi di preghiera. La prima è un'aspirazione (smon-lam), un desiderio per un obiettivo specifico. La seconda è una dedica (bsngo-ba, sanscr. pariṇāmanā), in cui aspiriamo a un obiettivo, ma dedichiamo anche al suo raggiungimento la forza karmica accumulata attraverso azioni costruttive come l'apprendimento del Dharma, le offerte e così via. Pertanto, se si tratta di una preghiera di dedica è anche un'aspirazione, ma non viceversa. Entrambe sono metodi per focalizzare la nostra intenzione sul raggiungimento di un obiettivo. Una dedica, tuttavia, si basa su un oggetto materiale da offrire o su un'azione precedente, mentre un'aspirazione non si basa su tale presupposto.
Entrambi i tipi di preghiera condividono tre obiettivi principali:
- Il primo obiettivo è raggiungere l'illuminazione per poter liberare tutti gli esseri.
- Il secondo obiettivo è quello di essere accuditi da guide spirituali in tutte le vite future.
- Il terzo obiettivo è quello di poter sostenere gli insegnamenti del Buddha, facendo sì che essi aumentino costantemente nel nostro continuum mentale e in quello degli altri.
Al termine di ogni percorso di studio delle varie fasi del sentiero, l'insegnante e il discepolo offrono insieme, in segno di ringraziamento, un mandala e poi delle preghiere di dedica. Concentrando la nostra attenzione sulla forza karmica accumulata dalle nostre azioni costruttive di insegnamento e studio, la dedichiamo come radice di forza positiva (dge-ba’i rtsa-ba, sanscr. kuśalamūla, radice di virtù) per realizzare il nostro e quello di tutti coloro che raggiungono l'illuminazione. Preghiamo sinceramente che questa radice non si esaurisca mai finché il suo scopo non sia completamente compiuto. Questo è il significato della celebre frase "dedichiamo le nostre radici di forza positiva affinché tutti raggiungano lo stato Buddha".