I benefici e il metodo pratico per essere consapevoli della morte

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I sei vantaggi dell’essere consapevoli della morte

I sei vantaggi dell'essere consapevoli della morte sono: 

  1. Ci spinge ad agire in modo significativo
  2. Rende tutte le nostre azioni positive più potenti ed efficaci
  3. È molto importante all'inizio
  4. È molto importante durante il processo 
  5. È molto importante alla fine del nostro studio e della pratica del Dharma
  6. Al momento della nostra morte, moriremo felici e serenamente

[1] Essere consapevoli della morte è molto significativo perché ci pone nella condizione mentale di non sprecare il tempo, ma di cogliere l'essenza della preziosa vita umana. Se sapessimo che moriremo domani, non passeremmo la giornata di oggi a fare qualcosa di insignificante e banale. Un prigioniero condannato all'impiccagione domani passerebbe forse tutto il suo tempo oggi a preoccuparsi dei capelli e dei vestiti? Piuttosto, prenderemmo tutte le misure possibili per evitare di cadere in uno stato di rinascita peggiore. Allo stesso modo, quando ci rendiamo conto che sicuramente moriremo e non possiamo mai sapere quando, useremo tutto il nostro tempo in modo significativo impegnandoci in quelle azioni costruttive che ci porteranno o a una rinascita superiore o alla bontà definitiva della liberazione o dell'illuminazione.

[2] Se saremo sempre consapevoli che la morte può arrivare in qualsiasi momento, ci distaccheremo naturalmente da tutti i fenomeni fugaci e mondani. Non agiremo con i tre atteggiamenti velenosi dell'attaccamento, dell'ostilità o della chiusura mentale, poiché vedremo la futilità dell'obbedienza compulsiva a queste emozioni e atteggiamenti disturbanti verso le cose che dobbiamo lasciarci alle spalle. Diventeremo naturalmente più generosi con le nostre ricchezze e i nostri beni e daremo via ciò che possiamo per il bene degli altri. Non causeremo problemi per cose banali che alla luce della morte non avranno davvero importanza. Con i nostri atteggiamenti velenosi frenati in questo modo, le nostre azioni positive diventeranno più pure ed efficaci nel produrre risultati benefici per le nostre vite future.

[3] La consapevolezza della morte può essere un incentivo molto forte per iniziare il nostro cammino nella pratica del Dharma. Il Buddha Shakyamuni raggiunse la rinuncia dopo aver osservato la malattia, la vecchiaia e la morte. Rendendosi conto di come tutti i piaceri mondani siano effimeri e non rimangano mai statici, il principe degli Shakya lasciò il suo palazzo, sua moglie e suo figlio con un impegno totale a trovare una soluzione per tutti gli esseri limitati. 

Anche Milarepa fu spinto a studiare il Dharma dopo aver visto gli effetti disastrosi della magia nera che aveva usato per distruggere la famiglia di suo zio e dopo aver appreso della morte del mecenate del suo maestro di stregoneria. Rendendosi conto che anche lui sarebbe morto, Milarepa rinunciò alla magia nera e si mise alla ricerca di un vero mentore spirituale da cui apprendere il Dharma del Buddha. Allo stesso modo, Gampopa iniziò la sua ricerca degli insegnamenti dopo la morte della sua amata moglie. Pertanto, la consapevolezza della morte può essere molto benefica per l'inizio della nostra pratica.

[4] Allo stesso modo, è utile durante il processo del nostro addestramento. Consapevoli che la morte può sopraggiungere in qualsiasi momento, persevereremo nello studio e nella pratica del Dharma fino al raggiungimento dell'illuminazione. Non perderemo interesse e non ci arrenderemo a metà strada, ma saremo sempre spronati dalla consapevolezza che le nostre preziose vite umane possono trascorrere in un istante.

[5] Il ricordo costante della nostra inevitabile morte aiuta a mantenere la nostra attenzione focalizzata sul nostro obiettivo di uno dei migliori stati di rinascita, la liberazione o la realizzazione del nostro pieno potenziale. Pertanto, è utile per portare la nostra pratica al suo scopo previsto.

[6] Infine, se abbiamo praticato il Dharma per tutta la vita, ricordandoci costantemente dell'imminente perdita di questa preziosa rinascita umana, quando arriverà il momento della nostra morte saremo in grado di morire felici e con dignità. Con una mente calma e senza paura, moriremo fiduciosi di aver raggiunto, grazie alle nostre azioni costruttive, uno degli stati di rinascita migliori, con ulteriori libertà e opportunità di progresso spirituale. Vedremo la nostra morte come una semplice questione di cambiare forma e continuare la nostra pratica con un corpo nuovo e fresco.

Ra Lotsaua ha affermato:

Non avrei rimpianti nemmeno se morissi di fame, perché ho costruito 113 templi in Tibet e ho creato una rete di energia positiva.

Anche Milarepa ha detto in una delle sue Centinaia di migliaia di canti:

Sono fuggito sulle montagne perché temevo la morte. Poi ho capito che la natura permanente (gnas-lugs) della mente primordiale (gnyug-sems) è la vacuità. Ora, anche se la morte dovesse arrivare proprio in questo momento, non sarei spaesato.

Il modo in cui possiamo capire di aver sviluppato una corretta consapevolezza della nostra morte imminente e inevitabile è quando il nostro atteggiamento nei suoi confronti è completamente opposto a quello delle persone comuni e mondane. In altre parole, invece di temere la morte, il che non aiuta affatto, dovremmo temere che se dovessimo morire domani senza fiducia nella nostra pratica e dovessimo precipitare in modo incontrollato in uno degli stati di rinascita peggiori, ciò rappresenterebbe un terribile spreco di una preziosa vita umana.

Alcuni stolti credono che il beneficio derivante dalla pratica del Dharma sia quello di impedirci di morire e di donarci l'immortalità al momento della morte. Non è così. Persino il Buddha Shakyamuni morì all'età di ottantun anni per dimostrare che tutti dobbiamo morire. Tuttavia, come hanno detto i ghesce kadampa:

Se pratichi il Dharma, il risultato migliore è che sarai "riscaldato e pronto a partire" (brod) al momento della tua morte, il secondo è che non sarai a disagio (mtsher) e il minimo è che non avrai rimpianti.

Pertanto, non andare intenzionalmente verso una rinascita peggiore senza alcuno scopo. Dobbiamo impiegare le nostre preziose vite umane per raggiungere i più alti obiettivi spirituali. La consapevolezza della morte, compresa nel modo giusto, può essere utile per molti scopi costruttivi. 

Pertanto, Tsongkhapa ha affermato:

Non pensate che ci sia qualcosa di più profondo del costruire abitudini mentali costruttive riguardo alla morte. Inoltre, non pensate di coltivare queste abitudini solo per un breve periodo. Una corretta consapevolezza della morte è necessaria durante tutto il percorso di pratica per raggiungere uno stato purificato di liberazione o illuminazione. 

Il modo concreto per diventare consapevoli della morte

Milarepa ha detto: "Vedo tutto ciò che mi circonda come un insegnamento". Questo diventa molto facile anche per noi, soprattutto quando cerchiamo di diventare più consapevoli della morte e della non staticità delle situazioni nella nostra vita. Gungthang  Rinpoce ha fornito molti esempi nelle sue Strofe di consigli su come sviluppare l'abitudine mentale che nulla rimanga statico (Mi-rtag sgom-tshul-gyi bslab-bya tshigs-su bcad-pa), 12-16. 

Quando si tiene una grande fiera o una festa, persone provenienti da molti villaggi diversi si riuniscono e quando questa finisce ognuno prende la propria strada. Non sappiamo dove sia andato ciascuno di loro, e non si ritroveranno mai più insieme in quel modo. Il nostro gruppo di parenti e amici è proprio come quelle persone a una fiera o come uno sciame di mosche all'inizio dell'autunno. Tutti si disperderanno.

Le cose hanno nomi affascinanti e suggestivi come "primavera", "estate" e così via, ma questi fenomeni effimeri possono insegnarci che tutto cambia costantemente. Persino i colori del fogliame possono farlo. Prima c'è il verde, poi tutto diventa arancione e infine marrone e spoglio. I ruscelli, che d'estate erano di un blu scintillante, con increspature simili a danzatrici e un incantevole gorgoglio, d'inverno ghiacciano e sotto la superficie emettono un brontolio simile a un mormorio. Un processo simile accade anche a noi. Da giovani andiamo a tante feste, balliamo, cantiamo e ci divertiamo. Ma quando invecchiamo, le nostre abitudini e il nostro aspetto cambiano e ci ritroviamo a sedere pesantemente sulla sedia, emettendo un mormorio simile a quello di un ruscello ghiacciato. 

Quando d'estate c'è un bel giardino, le api ronzano intorno per raccogliere il nettare dei fiori. Allo stesso modo, da giovani, ci godiamo con gioia ogni piacere che riusciamo a trovare. Tuttavia, in autunno il delicato giardino fiorito diventa marrone come un deserto, e d'inverno nessuno desidera andarci a vedere tutto spoglio, con solo il vento che geme malinconicamente. La nostra vecchiaia e la morte sono esattamente la stessa cosa. Tutti ci abbandonano quando la nostra gloria giovanile è appassita e rimaniamo tristemente soli.

Il maestro più immediato per prendere coscienza della non staticità e della morte è la nostra stessa forma fisica. Non possiamo più fare ciò che facevamo in gioventù. Siamo diventati più lenti in ogni cosa e il nostro aspetto è cambiato notevolmente. Può essere molto utile rimuovere tutti i cosmetici e guardarci onestamente allo specchio.

Possiamo anche tenere a mente l'immagine di due topi, uno bianco e uno nero, che a turno rosicchiano la corda che lega un fascio di fieno. I topi rappresentano il giorno e la notte, il fascio di fieno tutte le circostanze della nostra vita e la corda che lo avvolge è la durata della nostra esistenza, costantemente rosicchiata. Prima che questa corda venga completamente fatta a pezzi, dobbiamo cogliere l'opportunità che abbiamo per cogliere l'essenza delle nostre preziose vite umane, costruendo una forza karmica positiva per il futuro quanto più forte possibile.

Trasformare in abitudine una sequenza di pensieri in nove parti sulla morte

Il seguente metodo per prendere coscienza della morte deriva dalle istruzioni guida dello stesso Tsongkhapa, basate sulla sua pratica personale, e non era stato trovato delineato nella tradizione Kadam prima del suo tempo. Con una sequenza (di pensieri) in nove parti riguardante la morte (’chi-ba dgu-phrugs), consideriamo tre fatti fondamentali (rtsa-ba gsum), ognuno dei quali è vero per tre ragioni (rgyu-mtshan gsum), e poi prendiamo tre decisioni (thag-bcad-pa gsum), una per ogni fatto [come citato da Namkapel (Hor-ston Nam-mkha’ dpal-bzang) in Addestramento all'atteggiamento come i raggi del sole (Blo-sbyong nyi-ma’i ’od-zer), 35-45 ].

[1] Per quanto riguarda il fatto fondamentale dell’inevitabilità della morte, riteniamo che ciò avvenga perché: 

  • È certo che il Signore della morte (’Chi-bdag, sanscr. Mṛtyupati) verrà, e nessuna circostanza potrà fermarlo.
  • La durata della nostra vita non può essere prolungata quando giunge il momento di morire, e il tempo che ci rimane da vivere si riduce inesorabilmente.
  • Moriremo anche se, in vita, non abbiamo avuto il tempo di praticare i precetti del Dharma che ci avrebbero impedito la nostra futura rovina.

Dopo aver considerato ogni ragione per cui la morte è inevitabile, sviluppiamo l'abitudine mentale per concludere in modo definitivo che dobbiamo praticare il Dharma.

[2] Il fatto fondamentale successivo è l’incertezza del momento della morte. Ciò è vero perché: 

  • In generale, non vi è alcuna certezza sulla durata della vita su un'Isola della melarosa (continente meridionale), specialmente durante questi tempi di degenerazione. 
  • Ci sono maggiori probabilità di morire e minori probabilità di rimanere in vita.
  • I nostri corpi sono estremamente fragili. 

In seguito alla valutazione di ciascuno di questi punti, prendiamo la decisione di praticare il Dharma da questo momento in poi.

[3] Il terzo fatto fondamentale è che, a eccezione della pratica del Dharma, nient'altro può essere d'aiuto al momento della morte. Vedremo che ciò è vero considerando che: 

  • La ricchezza non serve a nulla. 
  • Amici e parenti non sono di alcun aiuto.
  • Nemmeno i nostri corpi ci sono di alcun aiuto. 

Pertanto, decidiamo che l'unica cosa sensata nella vita è praticare il Dharma per prevenire la nostra futura rovina.

[1] La morte è inevitabile. Una volta nati, non possiamo fare altro che morire. La morte è la conseguenza logica della nascita e, quando il nostro tempo è finito, non c'è niente che possiamo fare per impedirci di morire. Nemmeno la forza nel corpo di un leone è sufficiente a respingere il Signore della morte, e non c'è posto dove possiamo andare a nasconderci dalla morte. 

Aryadeva ha affermato nel suo Trattato in quattrocento strofe (I.5–6): 

Anche se (potresti pensare che) poiché la malattia si può curare e la vecchiaia si può trattare, non devi temere quando (arrivano); tuttavia, poiché non c'è cura per la tua futura morte, dovresti temere ciò che è palesemente ovvio.
La morte è comune a tutti: siamo come bestiame in procinto di essere macellato. Avendo visto la morte giungere ad altri, come puoi non temere il Signore della morte?

Come ha detto il Buddha in Strofe speciali raggruppate per argomento (Ced-du brjod-pa’i tshoms, sanscr. Udānavarga, Il Dhammapada tibetano), I.5: 

Delle tante persone che hai visto stamattina, entro questo pomeriggio alcune non ci saranno più. Delle tante persone che vedi questo pomeriggio, entro domattina alcune non ci saranno più.

Chiunque sia mai nato è morto. Tutti i grandi re e statisti del passato sono ormai solo nomi rimasti nella storia. Persino i più famosi maestri spirituali come Padmasambhava, Atisha e Tsongkhapa hanno lasciato i loro corpi, sebbene le loro opere e i loro insegnamenti illuminanti siano ancora a disposizione di tutti. Tra cento anni, nessuno di noi oggi in vita sarà ancora presente. 

Come ha detto il Buddha in Strofe speciali raggruppate per argomento, I.23:

Dal momento che persino i Buddha, gli arhat pratyekabuddha e gli arhat shravaka abbandonano i loro corpi fisici (con la morte, sebbene non siano obbligati a farlo), perché mai dovremmo menzionare le persone comuni?

[2] È certo che moriremo perché ogni respiro che facciamo ci avvicina alla morte. Siamo come animali in un mattatoio, allineati su un nastro trasportatore, in attesa del nostro turno per essere sgozzati. Sebbene sembri che in alcuni luoghi il denaro possa comprare una proroga del permesso di rimanere, questo non è possibile con la nostra durata di vita. 

Come ha affermato Shantideva in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (II.39, VII.4–5): 

Giorno e notte, senza sosta, questa vita si accorcia sempre di più – nessuna proroga arriva mai; perché uno come me non dovrebbe morire?
Sgominato dal cacciatore, travolto dalle emozioni disturbanti e caduto nella trappola della rinascita, come fai ancora a non renderti conto di essere finito nella bocca del signore della morte?
Non ti rendi nemmeno conto che sta massacrando i membri della tua mandria, uno a uno? Eppure, nonostante tu sia come un bufalo al macello, riesci persino a dormire!

[3] Non importa cosa stiamo facendo. Anche se abbiamo le intenzioni più pure di seguire sentieri spirituali, la nostra morte ci coglierà di sorpresa prima che abbiamo avuto il tempo di prepararci come vorremmo. 

Shantideva ha affermato in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (II.33, VII.8): 

Che io abbia fatto o no (purificazione), poiché questo Signore della morte di cui non ci si può fidare non aspetterà mai, tutti, malati o no, (muoiono) all'improvviso. Non ci si può fidare della vita.
Con questo ancora non finito, questo appena iniziato, questo ancora lasciato a metà, e il signore della morte giunto all'improvviso, e il pensiero che sorge, "Oh no, sono finito!"

Quando avremo considerato queste tre ragioni per cui la nostra morte è inevitabile, decideremo fermamente che dobbiamo fare qualcosa finché siamo in tempo. Dobbiamo praticare il Dharma per evitare una futura rovina. Quando saremo già stati catturati dal Signore della morte e saremo bruscamente costretti ad abbandonare i caldi letti dei nostri corpi, che ci hanno accompagnato fin dalla nascita, non ci sarà nemmeno un istante per guardare indietro ai nostri cari o ai nostri beni materiali [citato da Gungthang Rinpoce in Strofe di consiglio, 22 ]. Questa è la realtà della vita, che crediamo o meno nelle rinascite future. Tuttavia, c'è un grande beneficio nell'accettare il fatto che ci siano vite future, perché allora ci prepareremo per esse.

Dobbiamo lasciarci alle spalle tutti i beni materiali che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita. L'unica cosa che portiamo con noi quando moriamo è il peso della responsabilità per le azioni costruttive e distruttive che abbiamo compiuto. Tuttavia, mentre non ci stanchiamo mai di accumulare ricchezze, ci esauriamo facilmente nell'accumulare forza karmica positiva. Alcuni anziani spendono una fortuna per costruire una casa per la loro pensione. Quando muoiono, però, tutto ciò che portano con sé è la forza karmica negativa accumulata nel processo di litigare e truffare gli altri per costruirla, mentre i loro figli restano a godersi la casa. Poi, quando percorrono la pericolosa strada del bardo e vengono fermati dalle forze militari del Signore della morte, si rendono conto dell'inutilità di tutti gli sforzi compiuti per accumulare oggetti mondani che hanno dovuto lasciarsi alle spalle [citato da Gungthang Rinpoce in Strofe di consiglio, 24 ].

Pertanto, finché abbiamo l'opportunità e il potere di accumulare forza karmica positiva praticando il Dharma, dobbiamo farlo per assicurarci un futuro sereno. Siamo i nostri migliori amici e i nostri peggiori nemici. Qualunque cosa ci accada in futuro dipende da noi. Una persona che muore senza aver praticato il Dharma e un cane randagio che muore per strada sono uguali nel bardo. Non farà alcuna differenza che quella persona era un essere umano. Anzi, il cane potrebbe aver accumulato meno forza karmica negativa durante la sua vita. Poiché la nostra morte è inevitabile, dobbiamo decidere con tutto il cuore di prepararci praticando il Dharma.

Come ha detto Gungthang Rinpoce nelle sue Strofe di consiglio (25):

Il Dharma è una guida per sentieri sconosciuti. Il Dharma è il sostentamento per un lungo viaggio. Il Dharma è il capo di una carovana per un passaggio difficile. Pertanto, d'ora in poi, collega le tue tre porte (corpo, parola e mente) al Dharma. 

[Una citazione simile, ma in riferimento a un mentore spirituale piuttosto che al Dharma, si trova nel Gioiello ornamento della liberazione di Gampopa (Dam-chos yid-bzhin nor-bu thar-pa rin-po-che’i rgyan), 15.b3. ]

[4] Il momento della nostra morte è completamente incerto. La durata della vita degli esseri umanoidi sulle Isole della voce del destino (sGra mi-snyan, sanscr. Kuru) nel quadrante settentrionale di qualsiasi sistema di mondo è fissata a 1.000 anni. Gli umanoidi sulle Isole occidentali della ricchezza delle mucche (Ba-glang spyod, sanscr. Godānīya) e sulle Isole orientali dei giganti (Lus-’phags-po, sanscr. Videha) non sempre vivono la loro vita intera, ma la maggior parte di loro sì. Come umani delle Isole meridionali della melarosa (’dzam-bu gling, sanscr. Jambudvīpa, continente meridionale), tuttavia, la durata della nostra vita può variare enormemente. 

Inoltre, soprattutto ora nel periodo delle cinque degenerazioni, la durata della vita degli esseri umani su questo mondo insulare, con il suo ritmo di vita sempre più accelerato, si sta gradualmente e continuamente riducendo, finché alla fine dell'attuale fase di quest'era, le persone moriranno di vecchiaia a soli dieci anni. 

[5] Inoltre, non c'è certezza sul momento della nostra morte perché nel mondo esistono molte più situazioni pericolose che possono toglierci la vita rispetto a quelle favorevoli al suo mantenimento. Se consideriamo il deterioramento della situazione mondiale con i suoi disordini sociali, l'inquinamento e così via, questo punto avrà molto senso. Ci sono circostanze interne che possono causare la nostra morte, come la malattia e la vecchiaia. Anche le pressioni mentali e gli sconvolgimenti emotivi possono condurci direttamente o indirettamente alla morte. Le circostanze esterne come incidenti, violenza criminale, guerre e catastrofi naturali sono numerose. Anche vari aspetti volti ad arricchire la nostra vita possono causare la morte. Ad esempio, mangiare può portare a intossicazione alimentare e viaggiare può portare ad incidenti. Pertanto, nessuno può garantire quanto a lungo vivrà, o addirittura se sarà vivo domani, e ogni anno le condizioni sembrano solo peggiorare.

Pensare di non morire perché siamo giovani e in salute è un atteggiamento sciocco. L'età non fa alcuna differenza per il Signore della morte. Se genitori molto anziani, con i capelli bianchi e la schiena curva come un arco, possono portare tremanti i corpi dei loro figli al cimitero, come possiamo dire che la morte discrimina in base all'età? [Citato da Gungthang Rinpoce in Strofe di consiglio, 17. ] Indipendentemente dalla nostra età, dobbiamo praticare il Dharma per salvaguardare il nostro futuro. Non possiamo permetterci di abbandonarlo finché non saremo diventati bianchi e rugosi.

[6] Se i nostri corpi fossero fatti di una sostanza indistruttibile e resistente come il diamante, potremmo essere più sicuri di vivere a lungo. Tuttavia, il corpo umano è estremamente fragile. La minima circostanza può sbilanciarlo e causare la nostra morte. 

Come ha detto Nagarjuna in Lettera a un amico (57): 

Se persino la terra, il monte Meru e gli oceani – questi corpi (fisici) – bruceranno sotto lo splendore di sette soli, tanto che non ne rimarrà nemmeno la cenere, che bisogno c'è di menzionare qualcosa di estremamente fragile come (il corpo di) un uomo?

Considerando quanto detto sopra, ovvero che il momento della nostra morte è completamente incerto, dobbiamo prendere la ferma decisione di praticare il Dharma proprio ora. Come possiamo pensare di rimandare, se siamo sempre consapevoli che da un momento all'altro potremmo essere investiti da un camion e la nostra vita finirebbe?

Pertanto, Gungthang Rinpoce ha detto nelle sue Strofe di consiglio (3, 5):

Il pensiero di praticare il Dharma puro, ma solo dopo aver accantonato tutti i compiti e i progetti apparenti per quest'anno o questo mese, è un fantasma che infesta la tua mente, facendoti sprecare l'intera vita nell'autoinganno... Prima che arrivi il domani in cui praticherai il Dharma, potrebbe arrivare fin troppo presto l'oggi in cui sarà il momento di morire. Ora, non illuderti. Se intendi praticare il Dharma fallo ora, da oggi in poi.

In breve, quando pensiamo di procrastinare la nostra pratica spirituale dovremmo ricordarci di ciò che Gungthang Rinpoce ha detto in Consiglio di un vecchio con esperienza (Nyams-myong rgan-po’i ’bel-gtam), 48:

Le faccende domestiche rimaste da sbrigare (prima di praticare il Dharma) sono come la barba di un vecchio: più la tagli, più cresce! Anno dopo anno, senza mai portarle a termine, la tua vita terrena si esaurisce, uno spreco totale.

[7] Ad eccezione del Dharma, nient'altro ci sarà di aiuto o conforto al momento della nostra morte. Consideriamo la ricchezza. Potremmo trascorrere tutta la vita ad accumulare una fortuna, ma sul letto di morte essa non ci porterà altro che un'enorme preoccupazione e sofferenza. Parenti e persone che non abbiamo mai nemmeno conosciuto verranno e fingeranno di aver contribuito alla nostra ricchezza e al nostro successo. Litigheranno tra loro alle nostre spalle e, in nostra presenza, metteranno in scena assurdi atti di falsa preoccupazione per ingraziarsi il nostro favore nella speranza che lasciamo loro qualcosa. E non appena moriremo, come avvoltoi, spoglieranno la nostra casa di tutti i nostri beni più cari, per poi distruggerli tutti o gettarli nella spazzatura, ovvero gli oggetti che custodivano i nostri ricordi più preziosi.

C'era una volta un uomo che dedicò molto tempo a levigare e lucidare una lastra di pietra fino a farla diventare un cubo perfetto. Quando gli chiesero cosa intendesse farne, rispose: "La butterò via". Riflettendo su questo esempio, dovremmo comprendere quanto sia futile impiegare tutto il nostro tempo e i nostri sforzi nella ricerca di oggetti banali o di fama che dovremo comunque abbandonare al momento della nostra morte.

Il nostro attaccamento alle ricchezze turberà profondamente la nostra mente quando moriremo. Non importa quanto piacere abbiamo tratto da un oggetto amato, non potremo portarlo con noi quando il Signore della morte ce lo strapperà con la forza. L'unica cosa che avremo guadagnato dalle nostre ricchezze saranno le forze karmiche negative accumulate dal nostro attaccamento o dai mezzi disonesti che potremmo aver usato per fare fortuna. Queste forze karmiche ci accompagneranno, che lo vogliamo o no. Se, d'altra parte, pratichiamo la carità con il denaro e i beni che possediamo, questa pratica del Dharma impedirà la nostra futura rovina e accumulerà una forza karmica positiva per essere prosperi e felici nelle vite future. Poiché dovremo lasciare tutto dietro di noi quando moriremo, Milarepa ha detto:

È meglio donare ciò che si può ora, finché si è ancora in vita e si ha il potere di farlo.

[8] Parenti e amici non sono di alcun aiuto neanche al momento della nostra morte. Anche se nostro padre ci tiene la testa, nostra madre i piedi e il resto dei nostri parenti si siede sopra di noi, scivoleremo via. Questa è la realtà della vita e della morte. 

Come ha affermato Shantideva in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (II.40–41): 

Anche se fossi a letto, circondato da tutti i miei parenti e amici, sarei solo io a provare la sensazione che la mia vita si sta spezzando.
Quando si viene catturati dai messaggeri del Signore della morte, a cosa servono i parenti? A cosa servono gli amici? Solo la mia forza karmica positiva potrà indicarmi la via della salvezza, ma non mi sono mai affidato solo a quella.

[9] Nemmeno il nostro corpo ci sarà d'aiuto quando moriremo. Per quanto ci siamo sforzati di sviluppare i muscoli o di apparire giovani con cosmetici e tingendoci i capelli, tutto ciò sembrerà grottesco e assurdo di fronte alla morte. Quando vediamo tanti esempi di persone della nostra stessa età, o persino più giovani e forti, colpite dal Signore della Morte, quale conforto possiamo trarre dall'avere un fisico attraente e atletico?

Pertanto, dobbiamo prendere la ferma decisione che non c'è nulla di più importante nella vita che adottare misure preventive per il futuro. Come ha detto Pabongka:

Sebbene esistano molte meravigliose pratiche in cui i maestri spirituali recitano preghiere per aiutarti a riconoscere la natura del bardo dopo la tua morte, è di gran lunga più efficace aver praticato e acquisito questa familiarità durante la tua vita, prima di morire.

Se non abbiamo mai prestato attenzione a ciò che questi maestri ci hanno insegnato quando eravamo in vita, cosa ci fa pensare che li ascolteremo dopo la morte?

Sviluppare l'abitudine di immaginare la scena della nostra morte

È molto utile visualizzare la scena della nostra morte che si svolge proprio ora. Dovremmo metterci alla prova periodicamente per vedere quanto siamo preparati e come reagiremmo. Immaginiamo con vividi dettagli i nostri parenti e amici riuniti intorno a noi, in lacrime e in lutto. Pensiamo a come, se morissimo con il rimpianto di non aver preso in vita alcuna misura preventiva per il futuro, ci si seccherebbe la bocca e non si riuscirebbe a parlare subito prima di esalare l'ultimo respiro. 

Come Shantideva ha descritto in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (VII.9–10):

E vedendo i parenti, con i volti dai rossi occhi gonfi per la forza del dolore e colmi di lacrime, avendo perso ogni speranza, e anche i volti dei messaggeri di Yama,
tormentato dal ricordo di azioni negative, udendo le urla provenienti dai regni senza gioia, con il corpo imbrattato di escrementi per la paura, caduto nel delirio, cosa farai?

Immaginiamo i nostri funerali e i nostri corpi cremati, completamente avvolti dalle fiamme, oppure sepolti nella terra, destinati a decomporsi e ad essere divorati dai vermi. Immaginiamo la nostra coscienza entrare nel bardo e consideriamo il tipo di rinascita che potremmo avere in base alle forze karmiche accumulate finora nella nostra vita. In questo modo, ci imprimiamo nella mente l'imminenza e la concretezza dell'arrivo della nostra morte.

Acquisire la consapevolezza della morte e del fatto che nulla e nessuno rimane statico è uno dei più grandi ostacoli all'atteggiamento destabilizzante dell'attaccamento. Quando, per abitudine, comprendiamo istintivamente che sia l'oggetto che il soggetto del nostro attaccamento non sono entità statiche, ma cambiano continuamente e inevitabilmente moriranno, saremo in grado di superare le nostre infatuazioni infantili. Uno stato mentale stabile e sereno, libero da attaccamenti, è uno dei fondamenti principali per la pratica del Dharma. 

Perciò, Kyabje Trijang Rinpoce ci ha dato l'istruzione guida di pensare, quando ci si allontana da qualcuno, che uno di noi potrebbe morire prima di incontrarci di nuovo e, quando ci si addormenta, che potremmo morire prima di svegliarci. Tali pensieri che ci fanno riflettere renderanno i nostri attaccamenti e le nostre avversioni insignificanti e meschini. 

In breve, come è stato detto nel Sutra del gioco esteso (mDo rgya-cher rol-pa, sanscr. Lalitavistara Sūtra), XIII.70:

Le situazioni nei tre piani dell'esistenza compulsiva non sono mai statiche ma sono come nuvole autunnali. Assistere alla nascita e alla morte degli esseri erranti è come guardare un dramma (in cui gli atti e gli attori cambiano continuamente). Il trascorrere della vita degli esseri erranti è come un lampo nel cielo. Come l'acqua che precipita da una cascata di montagna, la vita corre veloce verso il Signore della morte.

Una volta, un abitante del villaggio di ghesce Potoua si recò da lui e gli chiese: "Quando la mia morte sarà imminente, mandami un messaggio". Qualcuno morì nella parte alta del villaggio, e Potoua gli mandò una lettera per annunciarlo. L'uomo, tuttavia, non vi prestò attenzione. Potoua fece lo stesso quando qualcuno morì nella parte bassa e in quella centrale del villaggio, ma l'uomo non fece nulla. Poi, un giorno, gli giunsero i segni della sua stessa morte. Preso dal panico, corse da Potoua e gli chiese perché non gli avesse mandato un messaggio prima. "L'ho fatto", rispose Potoua, "ma tu non hai mai capito".

Potoua stesso aveva l'abitudine di essere consapevole della morte e della non staticità tenendo il conto di tutte le morti avvenute a Penpo, dove viveva. Questa è una linea guida utile da seguire. La nostra consapevolezza della morte non deve necessariamente basarsi sull'autorità scritturale. Possiamo vederla direttamente attraverso "esempi concreti di morte". Di tanto in tanto, dovremmo elencare tutte le persone che abbiamo conosciuto personalmente e che non sono più con noi. E per quanto riguarda coloro che vedono amici, parenti e sconosciuti morire intorno a loro e non applicano questo principio a se stessi, come dovremmo chiamarli? Persone con gli occhi di vetro? [Citato da Gungthang Rinpoce in Strofe di Consiglio, 10. ]

Lo scopo di tutte queste pratiche per prendere coscienza della morte non è quello di deprimersi. Né è quello di sviluppare quel tipo di rinuncia effimera e totalizzante (sna-thung spu-sud-kyi nges-’byung, "rinuncia difficile") con cui si rinuncia a cibo, sonno, comfort e ricchezza in una pratica fanatica del Dharma. Si tratta piuttosto di sviluppare un atteggiamento realistico nei confronti della vita e della morte. Con un equilibrio tra preoccupazione spirituale e materiale, dobbiamo praticare al meglio delle nostre capacità senza sprecare le pause e le opportunità della nostra preziosa vita umana. Dobbiamo essere determinati a non morire pateticamente come un topo nel fango, ma a morire con un qualche risultato, avendo compiuto passi concreti verso uno stato purificato di liberazione o illuminazione. Pertanto, invece di essere abbattuti o angosciati al pensiero della nostra morte, adotteremo un atteggiamento costruttivo e maturo, soprattutto se consideriamo la qualità della nostra vita futura che stiamo creando ora con le nostre azioni.

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