Come sviluppare i tre scopi della motivazione spirituale
Tutti i metodi che il Buddha ha insegnato per cogliere l'essenza della vita possono essere classificati in base a ciò che è appropriato per tre tipi fondamentali di ricercatori spirituali. Atisha ha definito questi tre tipi in Lampada per il sentiero dell'illuminazione (Lam-sgron, sanscr. Bodhipathapradīpa), 3-5:
Chiunque si interessi particolarmente a se stesso (raggiungendo) con qualche mezzo la mera felicità del samsara che si ripete in modo incontrollabile, è considerato una persona di limitato scopo spirituale.
Chiunque abbia la natura del voltare le spalle ai piaceri di un'esistenza compulsiva e di respingere gli impulsi negativi del karma, e che si interessi sinceramente al proprio stato di pace interiore, è considerato una persona di scopo spirituale intermedio.
Chiunque desideri eliminare completamente tutte le sofferenze altrui, così come (vorrebbe) eliminare le sofferenze incluse nel proprio continuum mentale, è una persona con uno scopo supremo.
Le pratiche di ciascuno di questi tre per raggiungere il proprio obiettivo spirituale non dovrebbero essere considerate reciprocamente esclusive. Come abbiamo visto sopra, non c'è nulla di incompatibile in tutti gli insegnamenti del Buddha.
Il modo in cui si incastrano è simile all'esempio di tre persone che partono in gruppo da Dharamsala e si dirigono verso tre destinazioni diverse: Pathankot, Delhi e Londra. Tutti e tre prendono insieme l'autobus per Pathankot. Per chi è arrivato, questo rappresenta il viaggio completo. Tuttavia, è un sentiero comune che devono percorrere anche gli altri due. Il viaggio in treno da Pathankot a Delhi è l'ultimo tratto che porta il passeggero di Delhi a destinazione, ma è un viaggio che viene intrapreso anche da chi è diretto a Londra. Il viaggio in aereo da Delhi a Londra, invece, è un'esperienza esclusiva di questo viaggiatore internazionale.
In Liberazione nel palmo della mano (rNam-grol lag-bcangs) di Pabongka, l'esempio è di viaggiatori diretti a Tashilhunpo (bKra-shis lhun-po, bKras-lhun), Rong (Rong) e Ciushur (Chu-shur) e in Alcune note di consiglio di Lozang Togme (dMar-khrid thams-cad mkhyen-par bgrod-pa’i myur-lam bzhin-khrid skyon-ba-la nye-bar mkho-ba’i zhal-shes ’ga’-zhig-gi brjed-tho), viene citato l'esempio di Drubkang Gheleg Gyatso di viaggiatori diretti a Tashilhunpo, Nepal e India.
Allo stesso modo, le menti del sentiero (lam, sanscr. mārga, sentieri) che una persona con un livello iniziale di motivazione spirituale deve sviluppare sono gli atteggiamenti effettivi che la condurranno a una rinascita superiore con meno sofferenza nella vita. Tuttavia, devono essere sviluppate anche da coloro che nutrono aspirazioni spirituali più elevate. Le menti del sentiero hinayana che conducono alla completa liberazione da ogni sofferenza sono quelle che devono essere sviluppate da coloro che diventeranno shravaka arhat o pratyekabuddha arhat, entrambi i quali superano i propri nemici interiori e raggiungono la liberazione. Il primo ascolta gli insegnamenti durante tutto il suo sentiero spirituale, mentre il secondo affronta le fasi finali senza tale aiuto.
Tuttavia, questi sentieri per coloro che possiedono una motivazione di livello intermedio devono essere sviluppati in comune anche dai bodhisattva che si sforzano non solo di superare le emozioni e gli atteggiamenti disturbanti che impediscono la loro liberazione dal samsara, ma vanno oltre, cercando di superare anche le più sottili oscurazioni cognitive che impediscono la loro onniscienza e la capacità di aiutare tutti. Le menti sentiero mahayana finali di tali bodhisattva per raggiungere la completa illuminazione sono sviluppate esclusivamente da coloro che possiedono una motivazione di livello avanzato. Questi sentieri includono sia le pratiche mahayana dei sutra sia le pratiche nascoste delineate nei tantra.
Il lam-rim presenta tutte le pratiche per raggiungere gli obiettivi desiderati da ciascuno di questi tre scopi di motivazione spirituale. Tuttavia, è importante tenere presente che le pratiche dei primi due scopi non sono presentate in questo contesto come quelle definitive da adottare. Piuttosto, devono essere considerate come tappe intermedie per raggiungere l'obiettivo più elevato. L'enfasi, quindi, è sull'approccio a questo materiale con l'obiettivo spirituale più avanzato. Sebbene le fasi iniziali e intermedie del cammino siano praticate anche da coloro che aspirano a obiettivi più modesti, noi le consideriamo come sentieri mentali per raggiungere il più alto stato di purificazione di un Buddha.
Tuttavia, se pensiamo di poter iniziare fin da subito con le pratiche più avanzate, poiché aspiriamo al più alto obiettivo spirituale, ci sbagliamo. Esistono diverse ragioni per cui è utile e necessario affrontare il nostro sviluppo spirituale attraverso il processo graduale e cumulativo delineato dai tre livelli del lam-rim. Quando si sale una rampa di scale, sebbene si debbano percorrere gli ultimi gradini per raggiungere la cima, è necessario iniziare dai primi.
Innanzitutto, è importante eliminare qualsiasi orgoglio e arroganza che potrebbe derivare dal credere di essere praticanti avanzati e di poter fare a meno delle cosiddette "pratiche inferiori", pensate solo per i principianti. Desiderare e preoccuparsi della propria felicità solo in questa vita non rientra nemmeno nella motivazione spirituale iniziale. Per poter accedere a questo primo livello, la nostra principale preoccupazione deve essere rivolta alle vite future. Se consideriamo questi punti ed esaminiamo onestamente noi stessi per capire quanto seriamente prendiamo le vite future, non disprezzeremo lo scopo iniziale.
In secondo luogo, le pratiche relative ai tre ambiti della motivazione spirituale sono state introdotte per adattarsi a tre diversi livelli di abilità, coraggio, maturità e intuizione. Questi diversi livelli si riferiscono non solo a ciò che troviamo all'interno di un gruppo di ricercatori spirituali, ma anche alle fasi della nostra crescita personale. Quando saremo pronti ad adottare gli insegnamenti intermedi e avanzati, non sarà mai dannoso ma solo utile aver precedentemente appreso quelli iniziali. In questo modo, il nostro sviluppo spirituale sarà molto più solido.
Come ha detto Pabongka (Pha-bon-kha-pa Byams-pa bstan-’dzin ’phrin-las rgya-mtsho):
Uno dei motivi per cui le nostre emozioni e i nostri atteggiamenti negativi aumentano nonostante ci dedichiamo a pratiche avanzate, è che abbiamo trascurato di eseguire bene quelle iniziali e intermedie.
Inoltre, se inciampiamo nelle pratiche spirituali più elevate e non ci siamo affatto allenati in quelle di portata più modesta, perderemo tutto. Come cadere da un edificio alto senza rete di protezione, ci schianteremo al suolo nella più completa disperazione spirituale. Tuttavia, se abbiamo stabilito una base stabile integrando le menti dei sentieri iniziale e intermedio allora, anche se dovessimo fallire nel compiere i passi più avanzati, avremo comunque quelli precedenti su cui fare affidamento.
Infine, supponiamo di avere la fortuna di essere istintivamente inclini al fine più elevato. Tuttavia, è prezioso affrontare gli addestramenti iniziali e intermedi. Non è mai una perdita di tempo. Che abbiamo già sviluppato o meno le realizzazioni da acquisire in quelle fasi, ora le svilupperemo rapidamente nella loro giusta sequenza. Questo ci fornisce una forte energia e fiducia in noi stessi che ci aiuterà a continuare a fare grandi progressi nella nostra pratica. Pertanto, tenendo sempre presente il più alto obiettivo spirituale, costruiamo le fasi graduali del cammino una per una, nel loro giusto ordine, e ricominciamo dall'inizio.
Ghesce Cengaua (dGe-bshes sPyan-snga-ba Tshul-khrims’ bar) ha detto:
Conoscere l'ordine delle procedure per liberarci dai nostri problemi incontrollabilmente ricorrenti nel samsara è di gran lunga meglio che possedere i poteri chiaroveggenti di una consapevolezza avanzata.
Espandere le nostre menti per lavorare con vivo interesse a beneficio delle future rinascite
Per prepararci al futuro dobbiamo prima sapere che esiste un futuro. Se sappiamo oggi che domani andremo a fare un picnic, compreremo e prepareremo il cibo adesso così da non perdere tempo la mattina.
Poiché siamo fiduciosi di vivere a lungo, da giovani ci preoccupiamo della pensione, della previdenza sociale e così via. Allo stesso modo, quando iniziamo a renderci conto e a preoccuparci del nostro futuro, desidereremo naturalmente adottare delle misure preventive per evitare problemi che potrebbero renderlo infelice.
Non dobbiamo pensare che la morte segni la fine del nostro flusso di continuità, come lo spegnimento di una candela. Sebbene il nostro corpo e la nostra mente materiali giungano alla fine, la nostra mente più sottile e i flussi di energia su cui essa si muove continueranno a esistere.
Se siamo infelici del nostro attuale corpo fisico e della nostra mente, possiamo liberarcene con la morte. Tuttavia, i loro livelli più sottili continueranno a esistere con tutte le forze karmiche che vi abbiamo accumulato con le nostre azioni passate. Poiché queste forze karmiche matureranno in ulteriori corpi fisici e stati mentali nelle vite future, dobbiamo rinascere finché portiamo con noi queste impronte radicate. Esiste un'ampia gamma di rinascite, e le peggiori sono le più facili da ottenere. Non abbiamo bisogno di riserve. Pertanto, è un atteggiamento sbagliato vivere solo per questa vita e ignorare il futuro. Dobbiamo ampliare gli orizzonti della nostra mente e guardare realisticamente avanti.
Ricordare costantemente che non resteremo a lungo in questa vita effimera, ma che un giorno moriremo
Così come la maggior parte delle persone non ama rivelare la propria età, a nessuno piace pensare alla morte. Tuttavia, questa è solo una temporanea negazione di un fatto inevitabile della vita e, con un atteggiamento così ingenuo e timoroso, saremo completamente terrorizzati e impreparati quando la morte arriverà davvero. È molto meglio affrontare ora l'inevitabile con realismo. Prendendo provvedimenti preventivi, non saremo depressi e sconvolti al momento della nostra morte, ma potremo affrontarla con serenità, dignità e fiducia.
Se non accettiamo il fatto che un giorno moriremo, e se non facciamo nostra questa consapevolezza come un'abitudine radicata nella nostra mente, siamo come un cane legato a un albero. Proprio come un animale al guinzaglio pensa di essere libero ma in realtà è limitato in tutte le sue attività, allo stesso modo saremo gravemente limitati nel nostro progresso spirituale se non prendiamo coscienza della nostra morte imminente.
È bello pensare di vivere a lungo, ma è come se un adulto illudesse un bambino dicendogli che un'iniezione non farà male. Ci illudiamo continuamente che la vita sia tutta rose e fiori e sprechiamo tempo in cose futili come se dovessimo vivere per sempre. Questa, tuttavia, è solo una fuga temporanea dalla realtà della morte. Pertanto, sviluppando l'abitudine di essere consapevoli della morte, diventeremo coscienziosi (bag-yod, sanscr. apramāda) e coglieremo appieno l'essenza della vita. Dormiremo meno e useremo il nostro tempo prezioso e limitato per perseguire i nostri obiettivi spirituali. Avremo una certa disciplina interiore per agire con saggezza e non avremo bisogno di nessuno che ci costringa a farlo. Quindi, lo scopo di essere sempre consapevoli della nostra morte imminente non è quello di deprimerci, ma di farci comprendere quanto sia prezioso ogni singolo istante della nostra vita e di non sprecare tempo.
I sei difetti del non essere consapevoli della morte
I sei difetti derivanti dal non essere consapevoli della morte sono:
- Non terremo conto degli insegnamenti
- Anche se ne siamo consapevoli, non li metteremo in pratica
- Anche se pratichiamo, non lo faremo completamente
- Perderemo la nostra determinazione a praticare con serietà in ogni momento
- Con le nostre azioni distruttive ci precluderemo la possibilità di ottenere la liberazione dai nostri problemi.
- Al momento della nostra morte moriremo con dei rimpianti.
[1] Non terremo conto degli insegnamenti
Se non siamo costantemente consapevoli della morte penseremo solo a questa vita senza prendere alcuna misura preventiva per il futuro. Ci illudiamo continuamente che le situazioni di questa vita siano immutabili e durino per sempre. Tuttavia, nulla nella vita rimane mai uguale o statico. A un livello sottile, le cose cambiano in ogni istante (mi-rtag-pa phra-mo, impermanenza sottile): le vecchie situazioni finiscono e ne sorgono di nuove. Siamo diversi da quando ci siamo svegliati stamattina, ma pochi ne sono consapevoli. In realtà, la maggior parte di noi è così restia ad accettare questo cambiamento da credere di essere eternamente giovane. Ci rifiutiamo persino di riconoscere il livello più grossolano di impermanenza che si manifesterà con la nostra morte. Trascorriamo la vita ossessionati dall'accumulare denaro, fama, agi e beni materiali, come se potessimo goderne per sempre. Tuttavia, quando arriverà la morte, ne saremo brutalmente colpiti. Non avendo mai mostrato interesse per il Dharma e non essendone quindi mai stati consapevoli, saremo colti impreparati quando il nostro mondo effimero si frantumerà.
[2] Anche se ne siamo consapevoli, non li metteremo in pratica
Anche se abbiamo appreso le misure da adottare per il futuro, la nostra mancanza di costante consapevolezza della morte ci porterà a rimandare l'effettiva adozione di tali misure. Pensando che non moriremo domani, crediamo di poter aspettare almeno fino ad allora per mettere in pratica quanto appreso, e così trascorriamo la giornata oziosamente. Con un atteggiamento così ipocrita non faremo mai alcun progresso spirituale. Come ha detto ghesce Potoua (dGe-bshes Po-to-ba Rin-chen-gsal):
Non è possibile cucire con un ago a due punte.
Essere consapevoli della nostra morte ci permetterà di abbandonare l'ossessione per le cose effimere di questa vita e di rivolgere la nostra mente al Dharma. Sebbene le questioni terrene non debbano essere la nostra principale preoccupazione, ciò non significa che diventeremo creature totalmente distaccate dal mondo, incapaci di vivere la quotidianità. Il punto è sapere dove indirizzare le nostre energie e stabilire le nostre priorità.
[3] Anche se pratichiamo, non lo faremo completamente
Anche se pratichiamo il Dharma, se non siamo sempre consapevoli della morte lo faremo in modo impuro. Pensando solo ai benefici per questa vita, potremmo praticare la carità con l'obiettivo di ricevere in cambio aiuto, lodi, amicizia, fama o qualcosa di materiale. Potremmo sederci solennemente in una grotta con il desiderio che gli altri ci considerino un grande yoghi o appendere un cartello vistoso fuori dalla nostra stanza di ritiro: "Non disturbare! Grande meditatore in ritiro!". Tuttavia, se siamo sempre consapevoli della nostra imminente morte, saremo distaccati da questa vita e non manterremo atteggiamenti così immaturi riguardo alla nostra pratica spirituale.
Il distacco (chags-med, sanscr. alobha) da questa vita significa rinunciare ad aggrapparsi ai suoi piaceri effimeri. Tale atteggiamento si acquisisce essendo consapevoli che nessuna situazione nella vita è statica, che certamente un giorno moriremo e che sarà molto difficile ottenere un'altra preziosa vita umana.
Togme Zangpo (rGyal-sras Thogs-med bzang-po) ha detto in Trentasette pratiche del bodhisattva (rGyal-sras lad-len so-bdun-ma), 4:
La pratica di un bodhisattva consiste nel rinunciare completamente alla preoccupazione per questa vita, nella quale amici e parenti di lunga data devono separarsi; ricchezze e beni accumulati con fatica devono essere lasciati alle spalle; e la nostra coscienza, l'ospite, deve lasciare il nostro corpo, la sua dimora.
La purezza della nostra pratica spirituale dipende dal livello del nostro distacco, e questo è uno stato mentale, non qualcosa da ostentare agli altri. Una volta, uno dei discepoli di Dromtonpa (’Brom-ston rGyal-ba’i ’byung-gnas), desideroso di compiacere il suo maestro spirituale, trascorse l'intera giornata circumambulando cerimonialmente uno stupa. Dromtonpa disse: "Tutta la tua circumambulazione va bene, ma è meglio praticare il Dharma". Il discepolo pensò che una dimostrazione di centinaia di migliaia di prostrazioni avrebbe compiaciuto il suo maestro. Tuttavia, quando riferì il numero di prostrazioni che aveva fatto, Dromtonpa disse: "Le tue prostrazioni sono eccellenti, ma non sarebbe meglio praticare il Dharma?". Il discepolo pensò allora di recitare ad alta voce i testi sacri del Buddha, ma quando ebbe finito, Dromtonpa gli disse la stessa cosa. Completamente sconcertato, chiese a Dromtonpa cosa intendesse. Dromtonpa rispose: "La pratica del Dharma consiste nel cambiare il proprio atteggiamento verso la vita e rinunciare all'attaccamento a tutto ciò che è mondano".
Allo stesso modo, un altro discepolo si lamentò con Dromtonpa dicendo che Atisha non faceva altro che parlare di abbandonare la preoccupazione per questa vita e di sviluppare la bodhicitta. "Quando mai Atisha parlerà di pratiche spirituali elevate?" Dromtonpa rispose: "Non hai ascoltato bene. Queste sono le pratiche spirituali elevate!"
Per sviluppare il distacco dai piaceri effimeri di questa vita dobbiamo rinunciare, almeno per un breve periodo, al nostro attaccamento al cibo, ai vestiti e alla reputazione. Se ci dedichiamo con tutto il cuore alla ricerca spirituale e superiamo la nostra preoccupazione per questa vita deperibile, non dobbiamo preoccuparci di procurarci qualcosa da mangiare. Non si è mai sentito dire che un praticante sincero sia morto di fame. Questo perché Buddha Shakyamuni ha dedicato una quantità di forza karmica positiva equivalente a quella necessaria per nascere come imperatore chakravartin (’khor-los sgyur-ba’i rgyal-po, sanscr. rājā-cakravartī, imperatore che porta la ruota) 60.000 volte, affinché nelle future ere di carestia, quando le perle saranno barattate con il grano, i suoi seguaci non muoiano di fame.
In origine, ghesce Ben Gungyal (dGe-bshes ’Ban-gung-rgyal) possedeva una piccola fattoria di quaranta acri che non era molto redditizia. Lavorava la sua terra di giorno e di notte ma, per integrare le sue provviste, si recava al vicino passo di montagna per saccheggiare le carovane. Ciononostante, non riusciva a procurarsi abbastanza da mangiare.
Con il passare degli anni, Ben Gungyal divenne estremamente famigerato. Una notte, sul passo, incontrò un nomade che gli chiese: "Hai visto dei banditi in giro? Ho sentito dire che c'è questo brigante spietato di nome Ben Gungyal in questa regione e che se ti attacca, è tutto perduto. L'hai visto?". A queste parole, il bandito sconosciuto ruggì: "Io sono Ben Gungyal!". Il nomade fu talmente terrorizzato che scivolò dal sentiero, precipitò dalla montagna e si schiantò contro le rocce sottostanti. Vedendo il terribile effetto che anche solo sentire il suo nome aveva sugli altri, Ben Gungyal si pentì delle sue azioni passate e dedicò il resto della sua vita a un'intensa pratica del Dharma.
In seguito, quando divenne noto come praticante illuminato, ricevette così tante offerte nel suo ritiro nella grotta che fu spinto a commentare: "Prima, quando ero occupato da preoccupazioni mondane, sebbene avessi quaranta acri di terra e venissi derubato di notte, la mia bocca non riusciva a trovare abbastanza cibo da mangiare. Ora, invece, che ho abbandonato tali preoccupazioni, il cibo che ho non riesce a trovare in me una bocca sufficiente per essere tutto consumato".
È più difficile diventare insensibili alla preoccupazione per la propria reputazione. Molti meditatori vivono con un'alimentazione estremamente povera e indossano solo stracci. Vivono in grotte di montagna e devono appoggiarsi a rocce dure anziché a morbidi mobili. Alcuni addirittura bloccano l'ingresso della loro grotta con il fango e non escono mai alla luce del sole. Tuttavia, è del tutto possibile che una persona del genere non abbia mai smesso di chiedersi se gli abitanti del villaggio sottostante la stiano lodando come un famoso meditatore. Dobbiamo impegnarci a fondo per liberarci da questa preoccupazione per noi stessi, che può contaminare anche i nostri sforzi spirituali più intensi.
Ci sono otto cose transitorie nella vita (’jig-rten-pa’i chos-brgyad, otto dharma mondani) dalle quali dobbiamo liberarci per poter praticare in modo puro e senza attaccamento a questa vita.
Nagarjuna ha detto in Lettera a un amico (bShes-spring, sanscr. Suhṛllekha), 29:
O Colui che realizza il mondo transitorio, non avere come oggetti della tua mente le otto cose transitorie del mondo: vale a dire, il guadagno materiale e la mancanza di guadagno, la felicità e l'infelicità, le cose piacevoli da sentire e quelle spiacevoli da sentire, la lode e il disprezzo. Sii indifferente (a esse).
Gli otto atteggiamenti infantili che dobbiamo abbandonare nei confronti di queste cose transitorie della vita sono:
- Essere contenti e deliziati del guadagno (rnyed) di cose come doni e denaro
- Essere scontenti, depressi o delusi dalla perdita (ma-rnyed-pa) di tali cose
- Essere contenti quando tutto va bene e siamo sani e felici (bde-ba)
- Essere scontenti o depressi quando le cose non vanno bene e siamo malati, soffriamo, abbiamo problemi o siamo infelici (mi-bde-ba)
- Essere contenti ed emozionati quando si sentono (snyan) suoni piacevoli, buone notizie dai nostri cari e così via
- Essere scontenti e infastiditi quando non si sentono (mi-snyan) tali cose
- Essere contenti quando si viene lodati (bstod-pa) o si ricevono complimenti
- Provare dispiacere o scoraggiamento quando si subiscono abusi (smad-pa) o umiliazioni.
Se la nostra mente è assorbita da preoccupazioni così immature riguardo a queste glorie o disgrazie terrene, saremo emotivamente instabili e soggetti a un'eccessiva eccitazione o depressione, a seconda di come gli altri ci trattano.
Come ha detto Sakya Pandita (Sa-skya Pandita Kun-dga’ rgyal-mtshan) in Prezioso tesoro di detti eleganti (Legs-bshad rin-po-che’i gter), IV.20:
Le persone sante sono come gemme preziose: non cambiano né regrediscono in nessuna circostanza. Le persone più deboli, invece, sono come la bilancia: basta il minimo (evento) per farle salire o scendere.
I pensieri sulla morte, tuttavia, sono estremamente utili per riportarci con i piedi per terra da tali fluttuazioni, in modo da poter praticare in modo puro.
Se siamo attaccati alla lode e alla fama, ci comportiamo in modo ridicolo. Una volta, un grande maestro stava tenendo un discorso. Tra il pubblico sedeva un monaco calvo, con la barba e un grosso gozzo. Il maestro spirituale menzionò queste tre caratteristiche fisiche, definendole ornamenti per chiunque indossi una veste monastica. Il monaco si raddrizzò in piedi, dritto e composto, in modo che tutti potessero vederlo. Allora il maestro continuò: "Se, tuttavia, tutte e tre sono presenti contemporaneamente in un solo individuo, è di cattivo auspicio". Immediatamente, il monaco si rannicchiò sul suo posto.
Quando ci lasciamo prendere da preoccupazioni infantili per cose banali assumiamo arie da divo. Di solito restiamo a letto fino alle otto, ma quando siamo a casa del nostro mecenate ci alziamo alle tre del mattino e ci sediamo solennemente per impressionarlo. Anche se non arriviamo a questi livelli di ipocrisia, siamo estremamente abili nel nascondere i nostri lati negativi quando desideriamo ottenere qualcosa dagli altri. Ad esempio, potremmo nutrire rancore verso qualcuno eppure sfoggiare un sorriso falso per ingraziarcelo. Tuttavia, una persona come Milarepa non si comportava mai in modo ipocrita. Se era scontento di qualcuno e riteneva utile correggerlo, lo faceva senza preoccuparsi minimamente di piacergli o meno.
Il maestro dzogcen Dza Patrul (rDza dPal-sprul O-rgyan ’jigs-med dbang-po) proveniva da un ambiente nomade e, senza darsi arie, scriveva nel loro dialetto in modo molto schietto e diretto. Una volta disse:
Oggigiorno, qualsiasi verità tu dica sembra dura. Tuttavia, io dico sempre la verità, anche se può sembrare scioccante.
Ha anche detto:
Oggigiorno la maggior parte delle persone vive nell'inganno e coltiva solo amicizie basate sull'adulazione. Quanto a me, mi allontano dalla vita sociale e dagli immaturi e vivo in solitudine.
Se le nostre preoccupazioni sono meschine e riguardano solo questa vita, le nostre azioni non possono essere considerate pratica del Dharma. Allo stesso modo, compiere rituali vuoti senza alcun sentimento per il Dharma e senza un giusto scopo motivante non potrà mai essere efficace nel raggiungere alcun obiettivo spirituale. Come ha detto Dza Patrul:
Molte persone intraprendono pellegrinaggi come fossero turisti, offrono cibo durante le cerimonie di omaggio con il solo desiderio di mangiarlo non appena la cerimonia è terminata e fanno doni con la sola speranza di ricevere qualcosa di meglio in cambio. Come possono queste essere pratiche del Dharma?
È solo quando allarghiamo la nostra prospettiva e pensiamo principalmente alle vite future e oltre che possiamo essere considerati persone spirituali. Una volta, ghesce Potoua chiese a Dromtonpa quale fosse la linea di demarcazione tra ciò che è e ciò che non è pratica del Dharma. Dromtonpa rispose:
Se qualcosa si oppone alle tue emozioni e ai tuoi atteggiamenti disturbanti, allora è una pratica del Dharma, altrimenti no. Se è completamente in contrasto con i valori (infantili) delle persone mondane, allora è una pratica del Dharma, altrimenti no.
Una volta, mentre Langri Tangpa (dGe-bshes Glang-ri thang-pa), un altro ghesce kadampa, stava tenendo un discorso a migliaia di discepoli, nacque lì vicino un bambino malaticcio. Un astrologo disse alla madre che per salvare la vita del neonato avrebbe dovuto portarlo da un maestro spirituale di alto rango e affermare che fosse suo figlio. Obbediente, la madre portò il bambino da Langri Tangpa nel bel mezzo del suo insegnamento e dichiarò davanti a tutti che era suo figlio. Egli accettò felicemente e disse: "Per tutte le mie vite sei stato mio figlio". Metà dei discepoli perse la fede e se ne andò immediatamente: pensò che fosse suo figlio di questa vita. Il resto del pubblico rimase.
Al termine del discorso, la madre offrì al maestro delle offerte e si scusò spiegando la situazione. Langri Tangpa restituì semplicemente il bambino. Per tutta la durata della scena, mantenne una completa equanimità e, per la metà dei discepoli rimasti, la fede rimase intatta. Anzi, si rafforzò ulteriormente. Tuttavia, noi non saremmo in grado di sopportare un simile evento se fosse accaduto a noi. Avremmo fatto una scenata cercando di dimostrare la nostra innocenza. Per Langri Tangpa, non faceva alcuna differenza. Sapeva di non aver fatto nulla di male. Pertanto, se manteniamo la purezza interiore, non abbiamo bisogno di impressionare gli altri con la nostra santità con manifestazioni esteriori di falsa pietà o evitando di frequentare persone mondane e comuni.
Dobbiamo essere distaccati dal desiderio di ottenere popolarità o di essere benvoluti. Come ha detto Ra Lotsaua (Rva Lo-tsa-ba rDo-rje grags):
Ho fatto ciò che piaceva ai miei maestri spirituali e sono fiducioso che mi guideranno in tutte le vite future. Se non piaccio a nessun altro, che importa! Questo non può farmi del male.
I ghesce kadampa dicevano che non è un bene essere antipatici a tutti, ma d'altra parte non è neanche un bene essere troppo amati: non si rimane mai soli. Cerchiamo popolarità e riconoscimento, ma se li otteniamo non abbiamo mai tempo per fare qualcosa di positivo o costruttivo. Dovremmo essere distaccati dalla fama come Tsongkhapa. Quando gli fu offerta la posizione di precettore imperiale dell'imperatore della Cina, si scusò cortesemente. Noi avremmo colto al volo l'occasione, ma Tsongkhapa preferì una vita semplice. Si rese conto che vivere in una corte sfarzosa avrebbe solo ostacolato la sua pratica spirituale e la sua capacità di aiutare gli altri.
Le lodi possono causare molta distrazione mentale. Anche dopo che la persona che ha elogiato le nostre virtù se n'è andata, se stiamo cercando di sviluppare abitudini positive durante una sessione di meditazione la nostra mente continuerà a vagare, pensando: "Sono davvero così? Oh, quanto sono meraviglioso!". Pertanto, se qualcuno ci loda dobbiamo ricordare che ci sono molti altri che ci disprezzano. Se qualcuno ci deride, dovremmo ricordare che ci sono molti altri che ci elogiano.
Shantideva dice anche in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (sPyod-’jug, sanscr. Bodhisattvacaryāvatāra), VIII.21,
Se ci sono altri che mi sminuiscono, che piacere provo nell'essere lodato? E se ci sono altri che mi lodano, che dispiacere provo nell'essere sminuito?
È impossibile accontentare tutti. Persino Buddha Shakyamuni non ci riuscì. Suo cugino Devadatta lo criticava sempre. Pertanto, non dovremmo mai rallegrarci quando veniamo lodati, né rattristarci quando veniamo criticati.
C'è il rischio che, rallegrandoci per le nostre azioni costruttive, ci affezioniamo a esse e ci crediamo superiori. Dobbiamo notare che nella preghiera a sette rami, la gioia è sempre preceduta dal riconoscimento aperto dei nostri errori. Questo ordine è stato specificamente concepito per guidarci lungo una via di mezzo, evitando di essere depressi o orgogliosi per le nostre qualità.
In breve, se siamo sempre consapevoli della morte non ci lasceremo distrarre dalla preoccupazione per le otto cose transitorie della vita, che potrebbero contaminare la nostra pratica del Dharma. Dobbiamo essere saldi nel nostro cammino. Sempre concentrati sui nostri obiettivi a lungo termine, non dobbiamo lasciarci sviare dalla preoccupazione per la lode, la fama e così via.
Come ha detto Lingrepa (gLing Ras-pa Pad-ma rdo-rje):
Nel luogo di cremazione dei miei pensieri superstiziosi e incontrollabili, vagano i corpi risorti delle otto cose transitorie della vita. Mentre sono intrappolato in un luogo di cremazione così spaventoso, o maestri spirituali, se volete darmi un assaggio di equanimità, fatelo ora!
Lingrepa era un discepolo del discepolo di Gampopa, Pagmodrupa (Phag-mo gru-pa rDo-rje rgyal-po). La tradizione Drugpa Kagyu viene fatta risalire a Lingrepa e al suo discepolo Tsangpa Gyare (gTsang-pa rgya-ras Ye-shes rdo-rje).
L'equanimità verso le otto cose transitorie della vita può essere raggiunta adottando i dieci atteggiamenti interiori, simili a gemme, della tradizione Kadam (bka’-gdams phugs-nor bcu). Questi sono le quattro accettazioni fiduciose (gtad-pa bzhi), le tre convinzioni forti come diamanti (rdo-rje gsum) e gli atteggiamenti maturi verso l'essere espulsi, il trovare e il raggiungere (bud-rnyed-thob gsum).
Le quattro accettazioni fiduciose sono:
- Come nostra visione più profonda della vita, essere disposti ad accettare con totale fiducia il Dharma
- Come nostro atteggiamento più profondo verso il Dharma, essere disposti ad accettare con totale fiducia anche il diventare mendicante
- Come nostro atteggiamento più profondo verso il diventare mendicante, essere disposti ad accettare con totale fiducia anche la morte
- Come atteggiamento più profondo nei confronti della morte, la disponibilità ad accettare con totale fiducia anche la prospettiva di morire soli e senza amici in una grotta deserta
Le tre convinzioni, solide come diamanti, sono:
- Procediamo con la nostra pratica del Dharma senza considerare ciò che gli altri pensano in merito
- Manteniamo la costante consapevolezza dei nostri impegni
- Proseguiamo con costanza senza lasciarci coinvolgere da preoccupazioni inutili.
Gli atteggiamenti maturi nei confronti dell'essere espulsi, della ricerca e del raggiungimento sono:
- Essere disposti a essere espulsi dalle fila delle persone cosiddette “normali”.
- Essere disposti a trovarci considerati tra le fila dei cani
- Essere totalmente impegnati nel raggiungimento del rango divino di un Buddha.
(I) Quanto più diventiamo consapevoli della nostra preziosa vita umana e dell'imminenza della nostra morte, tanto più la nostra prospettiva si volgerà al Dharma. Dal profondo del nostro cuore, adotteremo le pratiche del Dharma nel nostro pensiero, nella nostra parola e nel nostro comportamento fisico, poiché ci renderemo conto che nient'altro ha senso nella vita.
(II) Non dovremmo mai esitare a rompere le nostre vecchie e cattive abitudini e dedicare la nostra vita alla pratica del Dharma. È molto più importante lavorare per obiettivi benefici a lungo termine piuttosto che, per attaccamento, sforzarsi solo di stare comodi durante questa breve vita. Anche se si arrivasse a mendicare, non dovremmo mai compromettere la nostra dedizione al raggiungimento di uno stato purificato di liberazione o illuminazione.
Shantideva ha affermato in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva, VI.57–59:
C'è chi si sveglia dopo aver vissuto cento anni di felicità in un sogno e chi si sveglia dopo aver vissuto solo un istante di felicità:
Una volta risvegliati, quella felicità non ritorna a nessuno dei due. Similmente, è lo stesso per chi ha vissuto a lungo e per chi ha vissuto per poco tempo.
Anche se avessi ottenuto grandi guadagni materiali e goduto a lungo di molti piaceri, me ne andrei comunque a mani vuote e nudo, come se fossi stato derubato da un ladro.
(III) Se si tratta di non avere nulla, non dovremmo preoccuparci nemmeno di morire a causa della nostra povertà. Sia un ricco che un mendicante devono morire un giorno, ed è di gran lunga meglio morire avendo praticato il Dharma per assicurarsi un futuro felice piuttosto che spirare circondati da ricchezze mal acquisite. Ci vuole grande coraggio per sacrificare, se necessario, la nostra vita e i nostri piaceri per un obiettivo spirituale. Tuttavia, se consideriamo quanti esseri vivono una vita senza senso e muoiono di una morte senza senso e quante volte noi stessi abbiamo fatto lo stesso nelle vite precedenti, cambieremo i nostri atteggiamenti più intimi anche riguardo a ciò per cui siamo disposti a morire.
(IV) Non dovremmo mai preoccuparci di non avere nessuno che ci assista al momento della morte. Quando i malati o gli anziani non desiderano essere soli, soprattutto in punto di morte, questo è segno del loro attaccamento ai piaceri terreni di questa vita e della loro paura della morte. Tuttavia, non importa quante persone ci circondino, nessuno può impedirci di morire. Possono solo distrarci dal morire in pace.
Pertanto, Shantideva ha affermato in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva, VIII.34–36:
Quindi, lasciatemi ritirare nella foresta finché quattro portatori di bara non avranno portato via quel corpo da lì, mentre tutti i miei parenti terreni saranno in lutto.
Che questo corpo resti lì in isolamento, solo, senza stringere amicizie intime né incorrere in conflitti. Se sono già considerato morto, non ci saranno persone a piangermi quando morirò davvero.
Poiché non ci saranno assistenti (che stazionano) nelle vicinanze, piangendo e causando angoscia, non ci sarà nessuno a distrarre questo (eremita) dal continuare a praticare la consapevolezza del Buddha e altro ancora.
Se dovremmo preoccuparci di come verranno smaltiti i nostri corpi. Come disse una volta un ghesce kadampa in modo piuttosto schietto: "Nessuno vorrà tenere il tuo vecchio cadavere puzzolente in casa sua!". Che si muoia in un letto lussuoso o da soli in una grotta, che si venga sepolti in una tomba d'oro o in una fossa comune, il risultato è lo stesso. Il luogo in cui moriamo non fa alcuna differenza - una volta morti siamo morti. Pertanto, è ridicolo essere attaccati a un lungo corteo funebre e a una tomba costosi ed elaborati. Tali preoccupazioni ci distoglieranno solo dall'essenza stessa della vita. Ci prepariamo alla morte praticando il Dharma per le nostre future rinascite, non lavorando per accumulare un grande fondo funebre.
(V) Dovremmo avere la ferma convinzione di proseguire con le nostre pratiche spirituali senza preoccuparci di ciò che gli altri pensano. Questo non significa che dobbiamo cercare di offendere o ferire i sentimenti altrui con le nostre ricerche spirituali. Piuttosto, significa che dovremmo essere disposti a sopportare le prese in giro altrui se la nostra pratica comporta l'andare contro le norme della società. Se non conduciamo la nostra vita secondo la nostra convinzione di ciò che è giusto, ma viviamo solo per ciò che gli altri penseranno di noi, questo è in realtà un segno di grande egocentrismo. Non dobbiamo preoccuparci della nostra reputazione o di ciò che gli altri pensano o dicono. Cosa rende il loro giudizio così corretto?
Sakya Pandita ha affermato in Prezioso tesoro di detti eleganti (III.19, 22):
Alcune persone completamente prive di qualsiasi competenza denigrano chi invece è molto preparato. In alcune isole minuscole se non hai il gozzo sei considerato deficiente e privo di un arto!... Alcune persone che si guadagnano da vivere in modo disonesto deridono le persone istruite che si trovano ad essere povere. Un gruppo di vecchie scimmie catturò un uomo e tutte lo derisero perché non aveva la coda.
(VI) Dobbiamo sempre mantenere la ferma convinzione di essere consapevoli dei nostri impegni. Qualunque cosa accada o ovunque ci troviamo, non dobbiamo mai allentare la guardia nel rispettare i nostri voti riguardanti il comportamento etico. Né dobbiamo pensare di poter trascurare le pratiche quotidiane a cui ci siamo impegnati con tutto il cuore. Dobbiamo sempre rimanere saldi, a prescindere dalle circostanze.
(VII) Dobbiamo perseverare senza lasciarci coinvolgere da preoccupazioni mondane. Se abbiamo deciso di dedicare la nostra vita al Dharma e, nel farlo, dobbiamo lasciare la nostra casa e i nostri cari, non dovremmo mai esitare. Abbiamo bisogno della ferma convinzione che, a lungo termine, questo sarà di massimo beneficio. Anche se qualcuno cerca di scoraggiarci offrendoci denaro per avviare un'attività, dobbiamo essere in grado di dire di no e continuare la nostra pratica del Dharma.
Come ha detto Togme Zangpo in Trentasette pratiche del bodhisattva (2):
La pratica di un bodhisattva consiste nell'abbandonare la propria patria dove l'attaccamento agli amici ci sballotta come l'acqua, la rabbia verso i nemici ci brucia come il fuoco e l'ingenuità, che ci fa dimenticare ciò che dobbiamo adottare e abbandonare, ci avvolge nelle tenebre.
Non c'è nulla di intrinsecamente sbagliato nell'avere amici e ricchezze. Non è questo il punto. Dobbiamo avere il coraggio di rinunciare a queste cose se ci rendono sempre più negativi e ci allontanano dalle pratiche spirituali volte a condurci a uno stato purificato di liberazione o illuminazione. Tuttavia, quando le nostre relazioni con amici e parenti ci offrono l'opportunità di agire positivamente nei loro confronti e di coltivare abitudini di amore e compassione, anziché legami disturbanti, allora tali relazioni possono essere molto benefiche. Lo stesso vale se usiamo le nostre ricchezze per aiutare gli altri, invece di accumularle per i nostri interessi egoistici. Dobbiamo mantenere la giusta prospettiva e non lasciarci coinvolgere da atteggiamenti immaturi nei confronti degli amici o delle ricchezze.
(VIII) Dobbiamo essere disposti a essere espulsi dalle fila delle cosiddette persone “normali” perché non condividiamo i loro valori infantili. C'era una volta un re, e qualcuno gli predisse che sarebbe arrivata la pioggia e che chiunque avesse bevuto la sua acqua sarebbe impazzito. Il re coprì i suoi recipienti d'acqua e quando la pioggia funesta cadde, tutti i suoi sudditi impazzirono, mentre lui rimase lo stesso. Tutti iniziarono a deridere il re considerandolo anormale. Incapace di sopportarlo, bevve l'acqua e impazzì come tutti gli altri.
Non dobbiamo comportarci da codardi in questo modo, ma essere disposti a essere rifiutati dagli altri a causa della nostra adesione alle nostre pratiche spirituali. Milarepa ha detto:
Dal punto di vista del mondo Milarepa è pazzo, ma dal mio punto di vista è il mondo intero ad essere pazzo!
(IX) Anche se ci considerano cani o parassiti, dobbiamo essere disposti a sopportarlo.
Come ha affermato Sakya Pandita in Prezioso tesoro di detti eleganti (III.17):
In una città di stolti chi ha una scimmia danzante è più stimato di chi è colto. A chi ha la scimmia vengono offerti cibo e denaro, mentre il colto se ne va a mani vuote.
Allo stesso modo, secondo Biografia illuminante di Jetsun Milarepa (rNal-’byor-gyi dbang-phyug dam-pa rje-btsun Mi-la ras-pa’i rnam-thar thar-pa-dang thams-cad mkhyen-pa’i lam-ston) di Tsangnyon Heruka (gTsang-smyon He-ru-ka), Milarepa ha detto (98.a4–5):
Durante quest'epoca di decadenza e di sventura, gli ipocriti volgari vengono onorati come figure di Buddha, gli imbroglioni spirituali sono più richiesti di gioielli o oro, mentre i praticanti sinceri e umili vengono gettati via come ciottoli da una strada. Che vergogna per esseri così inconsapevoli e limitati!
Una volta Milarepa, magro e quasi nudo, si riposava sul ciglio di una strada quando passarono tre sorelle ben vestite di una famiglia aristocratica. Scuotendo la testa con altezzosa disapprovazione e disgusto verso quella persona trasandata e ricoperta di polvere, pregarono ad alta voce di non cadere mai in una condizione così patetica. Milarepa disse loro: "Non preoccupatevi. Per migliaia di vite, non nascerete mai in uno stato come il mio. Voi provate pietà per me ma io, Milarepa, provo pietà per voi".
(X) Pertanto, a prescindere da ciò che gli altri pensano o dicono di noi, dovremmo impegnarci con tutto il cuore per raggiungere il rango divino di un Buddha. Milarepa praticò secondo le linee guida di questi dieci atteggiamenti interiori, simili a gemme, per superare la sua preoccupazione per le otto cose transitorie della vita. A un certo punto, mentre cercava di meditare nella grotta, pensò di aver finalmente superato le sue preoccupazioni infantili per le cose mondane. Quando però vide che preferiva ancora che la sua grotta fosse disposta in un certo modo per ridurre al minimo il vento e il freddo, si rese conto che aveva ancora molto lavoro da fare per liberarsi da queste preoccupazioni che distraevano, al fine di avere una pratica pura del Dharma.
[4] Perderemo la nostra determinazione a praticare con serietà in ogni momento
Un altro inconveniente del non essere consapevoli della morte è che non praticheremo il Dharma con impegno costante, ma solo in parte. Una volta, mentre Milarepa si trovava nella sua grotta, sua sorella gli fece visita e si offrì di portargli della lana per confezionare delle calde vesti. La sua risposta fu: "Lascia perdere le vesti. Dato che penso sempre alla morte, non ho tempo da dedicare alla mia pratica per confezionare cose del genere. Potrei morire da un momento all'altro!".
Allo stesso modo, ghesce Karagpa (dGe-bshes Kha-rag sgom-chung) si strappava sempre le vesti contro un cespuglio di rovi che cresceva davanti alla porta della sua capanna. Tuttavia, non si prendeva mai la briga di tagliarlo perché sentiva che la morte poteva arrivare da un momento all'altro e che non avrebbe avuto senso.
Sanggye Wonton (Sangs-rgyas dbon-ston Rin-po-che), un maestro della tradizione Kadam degli insegnamenti della quintessenza, ha affermato:
In breve, se non hai sviluppato nel tuo continuum mentale (la costante consapevolezza della) morte e della non staticità, allora (la tua pratica del) Guhyasamaja Tantra non sarà profonda. Tuttavia, non appena (la consapevolezza della tua imminente) morte sorgerà sul tuo continuum mentale, allora anche (la tua recitazione delle) tre righe per prendere la direzione sicura sarà molto profonda.
Anche Milarepa ha affermato:
In breve, senza la consapevolezza della morte, qualsiasi pratica del Dharma tu intraprenda sarà meramente superficiale.
[5] Con le nostre azioni distruttive ci precluderemo la possibilità di ottenere la liberazione, una liberazione dai nostri problemi
In questa vita, quando dimentichiamo che tutti dobbiamo morire ci affezioniamo agli amici, odiamo i nemici, creiamo problemi, intentiamo cause contro gli altri e così via. Se, tuttavia, rimaniamo consapevoli che la morte è inevitabile per tutti, ci renderemo conto che non c'è mai motivo di litigare, ferire o essere possessivi nei confronti di qualcuno, perché alla fine entrambi moriremo.
Aryadeva ha affermato nel suo Trattato in quattrocento strofe (bZhi-brgya-pa, sanscr. Catuḥśataka), I.19, 21:
Questi esseri mondani traboccanti di sofferenza vagano (di vita in vita). A che serve dunque riempirsi di (ulteriore) sofferenza (stringendo amicizia) con (qualcun'altra) persona che (solo) ti porterà sofferenza (quando dovrete separarvi)?
Poiché il passato non ha inizio e il futuro non ha fine, perché ti soffermi (solo) sul breve periodo in cui sei stato insieme e non su quello in cui sei stato separato, anche se dura molto più a lungo?
Shantideva ha affermato in modo simile in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (II.34–37):
Lasciandomi tutto alle spalle, me ne andrò. Ma senza rendermene conto, ho commesso ogni sorta di azioni negative per il bene dei miei amici e dei miei nemici.
I miei nemici scompariranno, anche i miei amici scompariranno, anch'io scomparirò, e tutti scompariranno.
Proprio come le esperienze in un sogno, tutto ciò che mi piace diventerà oggetto di memoria; tutto ciò che è passato, non lo rivedrò (più).
Anche in questa breve vita molti amici e nemici se ne sono andati. Ma qualunque cosa insopportabile che deriva dalle azioni negative che ho commesso per loro (ancora) mi attende.
Questa forza karmica negativa accumulata a causa della nostra inconsapevolezza della morte ci causerà enormi problemi e sofferenze in futuro, poiché ci farà reincarnare in stati peggiori. Ciò ci impedirà per molto tempo di raggiungere la liberazione.
[6] Al momento della nostra morte, dovremo morire con rimpianti
Allo stesso modo, se non siamo consapevoli della morte e di conseguenza non abbiamo praticato il Dharma in modo puro e sincero per tutta la vita allora, quando arriverà la morte, saremo impreparati e moriremo in un terribile stato di rimpianto per tutte le nostre precedenti azioni negative e sciocche. Non avremo alcun controllo su noi stessi nel momento della nostra dipartita, perché senza una direzione sicura da seguire saremo presi dal panico.
Come ha affermato Shantideva in Impegnarsi nella condotta del bodhisattva (II.45cd–46ab):
Con gli occhi sbarrati e terrorizzati, scruterò i quattro punti cardinali alla ricerca di qualcuno (che possa indicarmi) una via d'uscita sicura.
(E poi,) non vedendo nessuno nei quattro punti cardinali che possa darmi una direzione sicura, sarò sopraffatto dalla disperazione più totale.
Così, Aryadeva ha affermato nel suo Trattato in quattrocento strofe (I.1–3):
In quanto signore dei tre piani dell'esistenza effimera il Signore della morte, per sua stessa natura, è senza creatore; cosa potrebbe essere più inappropriato che addormentarsi quando la realtà è che Egli tornerà sicuramente?
Essendo nato per morire e, sotto il potere di altre (cose), trovandoti nella situazione di andare (sempre più vicino alla tua fine), sembrerebbe che tu stia per morire, non che tu stia per vivere.
Potresti considerare breve il tempo già trascorso e il futuro tutt'altro, ma (che tu li consideri uguali o disuguali), sembrerebbe che dovresti gridare di paura di fronte all'ovvio.