Riflessioni sulla sofferenza di spiriti famelici e animali

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Considerare la sofferenza dell’essere uno spirito famelico

Esistono 500 tipi di spiriti famelici, inclusi quelli demoniaci (gdon-’dre) che causano certi tipi di incidenti, gli spiriti dei defunti (gshin-’dre, shi-’dre), gli spiriti che entrano e prendono possesso dei corpi umani (btsan) e i potenti re dei fantasmi (rgyal-po) che causano certe forme di follia. Non tutti gli spiriti, tuttavia, rientrano in questa categoria, poiché alcuni sono esseri intrappolati nel bardo (bar-do-ba).

Ulteriori descrizioni degli spiriti famelici e delle creature striscianti si trovano nel Grande sutra del piazzamento ravvicinato della consapevolezza (mDo dran-pa nyer-bzhag chen-po, sanscr. Mahā-smṛty-upasthāna Sūtra). Anche i cadaveri risorti sono inclusi tra gli spiriti famelici. Sebbene i quasi-umani (mi-’am-ci, sanscr. kinnara) possano essere inclusi nella categoria degli esseri umani, così come i quasi-divini nella categoria degli esseri divini, la loro sorte non è molto migliore di quella di uno stato inferiore di rinascita samsarica.

In Presentazione estesa di Tsongkhapa e Istruzioni personali da Manjushri (Lam-rim ’jam-dpal zhal-lung) del quinto Dalai Lama, la sofferenza di essere una creatura strisciante viene discussa prima di quella di essere uno spirito famelico. Questo perché tali creature sono più ignoranti di tali spiriti e di conseguenza più incapaci di vedere la realtà. Qui, l'ordine della discussione è invertito, come si trova in Sentiero veloce del secondo Pancen Lama (Lam-rim  myur-lam) e in Liberazione nel palmo della mano di Pabongka. Gli spiriti famelici vengono discussi prima delle creature striscianti, poiché hanno sofferenze e problemi più gravi.

La patria degli spiriti famelici è un luogo estremamente desolato e caldo situato sotto terra delle Isole della melarosa. Secondo il libro Chiarire il sentiero del primo Dalai Lama, le loro città si trovano a 500 miglia antiche sotto le Isole della melarosa e, nello specifico, nel nostro sistema dimondo, direttamente sotto Vaishali (Yangs-pa-can) nell'odierno Bihar, in India. Alcuni vivono lì, mentre altri vagano sulla superficie della terra, invisibili alla maggior parte degli esseri umani.

Considerare la sofferenza generale di essere uno spirito famelico

Come la maggior parte degli esseri viventi, anche gli spiriti famelici soffrono per il caldo, il freddo, la fame, la sete, la fatica e la paura. Tuttavia, la loro sofferenza in questi ambiti è molto più grave di quella che proviamo noi umani. Se rinasciamo come spiriti famelici, percepiamo un calore intenso non solo dal sole, ma anche dalla luna. Soffriamo per il freddo intenso causato dal vento e dall'acqua e a volte persino per il freddo del sole e della luna. Un acquazzone può sembrare un bombardamento di rocce. Siamo affamati per centinaia di anni. Se prendiamo del cibo, si trasforma in fuoco nel nostro stomaco. Non abbiamo alcuna umidità nel corpo. Se beviamo qualcosa, ci brucia lo stomaco come acido. Ci esauriamo correndo costantemente dietro a illusioni e miraggi di cibo e acqua che scompaiono non appena li raggiungiamo. Viviamo sempre nella paura di essere distrutti da spiriti più grandi. Quando inseguiamo un miraggio di cibo, una volta raggiunto, vediamo un gigante terrificante che sta per farci a pezzi.

Una volta Buddhajnana visitò il regno sotterraneo degli spiriti famelici e incontrò lo spirito di una donna con 500 figli. Lei lo supplicò pateticamente di trovare suo marito, che si era allontanato nel mondo degli umani in cerca di cibo, e di dirgli di tornare a casa. "Come posso riconoscerlo?" chiese il maestro. "Dal suo occhio solo e dall'arto avvizzito", rispose lei.

Al suo ritorno sulla superficie terrestre, Buddhajnana trovò effettivamente questo spirito famelico. Quando gli consegnò il messaggio di sua moglie, lo spirito aprì una mano e gli mostrò una pallina di saliva secca. Disse: "In tutti i miei 12 anni qui, questo è l'unico cibo che sono riuscito a procurarmi. Una volta, un monaco sputò questa saliva e la dedicò a noi spiriti famelici. Ho dovuto combattere contro un'intera orda di altri solo per ottenerla".

Considerare la sofferenza specifica dell'essere uno spirito famelico

Come spiriti famelici, potremmo avere blocchi e impedimenti esterni (phyi’i sgrib). Ad esempio, potremmo non essere in grado di consumare cibo o bevande anche quando ci vengono offerti, perché le oscurazioni del nostro karma precedente ci impediscono di vederli. I fiumi che appaiono pieni d'acqua agli umani sembrano prosciugati a noi; campi verdeggianti e alberi carichi di frutti appaiono desolati e sterili. Potremmo avere anche impedimenti interni (nang-gi sgrib): un corpo molto alto con un numero dispari di arti, gozzi sgradevoli, uno stomaco enorme e un collo sottile come un ago o annodato, in modo che né cibo né bevande possano raggiungere il nostro stomaco. Potremmo avere ulteriori blocchi e sofferenze specifici riguardo al cibo e alle bevande. Quando prendiamo qualcosa da mangiare diventa fuoco nella nostra bocca, o quando beviamo acqua si trasforma in acido.

Per comprendere appieno i problemi e le sofferenze di questa miserabile condizione di esistenza, dovremmo ricordare cosa significa trascorrere anche solo un giorno senza cibo né bevande, o quanto sia straziante convivere con un'ulcera o un tumore allo stomaco. Se tutto ciò a cui riusciamo a pensare è il prossimo pasto o i nostri problemi digestivi, rimane poco spazio per la riflessione sulla pratica spirituale o sulle misure preventive. 

Un mese umano equivale a un giorno nella vita di uno spirito avido, e la durata della vita di questi esseri è di 500 anni di questi giorni lunghi un mese. Una durata della vita di 500 anni di giorni lunghi un mese equivale a 15.000 anni [citato da Vasubandhu in Tesoreria di argomenti speciali di conoscenza, III.83cd ]. Possiamo rinascere come uno spirito famelico dopo aver terminato una vita in uno dei regni senza gioia o per aver chiamato qualcuno "spirito famelico", soprattutto se quella persona era un monaco. La causa principale di questo tipo di rinascita deprivata, tuttavia, è l'avarizia (ser-sna, sanscr. mātsarya), l'avidità e la mancanza di generosità.

Ai tempi in cui il Buddha Shakyamuni onorava la terra con la sua presenza visibile, viveva un monaco la cui madre era estremamente avara. Il figlio la costringeva a offrire al Buddha della lana ma, ogni volta che doveva separarsene, la madre la rubava di nascosto durante la notte. Di conseguenza, rinacque come uno spirito famelico che ripeteva compulsivamente, come un avaro che si lamenta sottovoce: "È troppo, è troppo buona".

Il figlio incontrò questo fantasma mormorante sulle rive del Gange e ne fu molto spaventato. Tuttavia, il fantasma lo riconobbe e disse: "Ero tua madre". Nella speranza di poterla aiutare ad accumulare forza karmica positiva, il figlio le diede di nuovo della lana e la invitò a offrirla ancora una volta al Buddha. Come prima, lei la rubò di nuovo durante la notte. La volta successiva che dovette fare l'offerta, il Buddha prese la lana, la divise in molte porzioni e la aggiunse all'imbottitura dei cuscini dei monaci. Questo le impedì di rubarla di nuovo a causa della sua avarizia. È utile tenere a mente questo esempio se, quando dobbiamo dare qualcosa a qualcuno, ci viene in mente l'atteggiamento: "Costa troppo, è troppo bello per darlo".

Se non ci doniamo liberamente, ma accumuliamo tutti i nostri averi e il nostro sapere senza mai condividerli, corriamo il pericolo di rinascere come spiriti famelici. Come dicevano sempre i ghesce kadampa:

Nel samsara vaghiamo non per mancanza di conoscenza, ma per mancanza di pratica.

Se non mettiamo mai in pratica ciò in cui affermiamo di essere esperti, non facciamo altro che illudere noi stessi.

Milarepa ha dichiarato:

Alcuni spiriti famelici possiedono una buona conoscenza dei sutra e dei tantra nonché della lingua, della grammatica e così via. Tuttavia, avendo ignorato le leggi di causa ed effetto del comportamento, sono rinati come tali.

Pertanto, se siamo studiosi eruditi che si limitano ad accumulare fatti e informazioni senza mai integrare la nostra conoscenza nella vita o condividerla con gli altri, dovremmo ricordare come alcuni spiriti famelici siano persino abili oratori. Grazie al loro istinto, sanno scrivere e sillabare bene, ma non sono stati in grado di impedire la loro rinascita in questo stato di tortura. Anche se recitassimo ogni giorno la sadhana di Vajrabhairava (rDo-rje ’jigs-byed), se ci mancasse una giusta motivazione spirituale, ciò non farebbe altro che causare la nostra rinascita come spiriti famelici con la testa di bufalo e un paio di corna!

Considerare la sofferenza dell’essere una creatura strisciante

Le creature striscianti includono non solo l'intero regno animale, indipendentemente da come questi esseri si muovano, ma anche varie altre forme di vita che si aggirano furtivamente, spesso invisibili alle persone comuni, come i naga (klu, esseri metà umani e metà serpenti). 

Come spiega Vasubandhu in Tesoreria di argomenti speciali di conoscenza (III.83ab), i naga sono un tipo di creatura strisciante con la proboscide di un serpente e la parte superiore del corpo di un essere umano. Sono spesso invisibili e vivono sul fondo di specchi d’acqua, sotto gli alberi e i focolari, e anche negli anelli di laghi che circondano la montagna centrale di qualsiasi sistema cosmico.

I naga sono le creature striscianti più intelligenti e possiedono una grande ricchezza derivante da favolose gemme in grado di esaudire i desideri (yid-bzhin nor-bu, sanscr. cintāmaṇi), che portano sulla sommità del capo. Tuttavia, non possono farne alcun uso. Se offesi da comportamenti impuri o dalla profanazione o distruzione del luogo in cui vivono, ad esempio abbattendo o mutilando i loro alberi, spesso causano spiacevoli malattie della pelle come foruncoli, eruzioni cutanee o lebbra.

Se non vengono offesi, sono protettori del Dharma. Ad esempio, Manjushri affidò il Sutra prajnaparamita in centomila strofe (Shes-rab-kyi pha-rol-tu phyin-pa stong-phrag brgya-pa’i mdo, sanscr. Śatasāhasrikā Prajñāpāramitā Sūtra) alla cura dei naga che vivono sotto terra, sul fondo di quello che un tempo era un lago che riempiva la valle di Kathmandu in Nepal. Nagarjuna, con i suoi poteri extrafisici, visitò il loro regno sotterraneo e riportò questo sutra sulla terra come un testo prezioso (gter-ma, terma) quando comprese che i tempi erano maturi per il ripristino e l'ulteriore diffusione degli insegnamenti mahayana.

Le creature striscianti si trovano negli oceani e nei laghi, oppure sparse nei regni umani e, occasionalmente, in quelli divini. Salvo rare eccezioni, sono caratterizzate da una testarda e ignorante mancanza di discernimento, essendo schiave dei propri istinti.

Considerare la sofferenza generale dell’essere una creatura strisciante

La sofferenza generale di essere una creatura strisciante comprende:

  1. Essere mangiati l'uno dall'altro
  2. Essere stupidi e ignoranti
  3. Avere problemi con il caldo e il freddo
  4. Avere problemi di fame e sete 
  5. Essere sfruttati e utilizzati per il lavoro.

[1] Non dovremmo indulgere in fantasie romantiche sulle gioie innocenti, naturali e spensierate della vita come bestia nella natura selvaggia. Se rinascessimo nel regno animale non sarebbe divertente. Tutti si cacciano e si mangiano a vicenda. Se fossimo una piccola creatura strisciante come un topo, potremmo essere afferrati in qualsiasi momento da un gatto o da un falco, o inghiottiti vivi da un serpente. Come un minuscolo insetto saremmo mangiati da uno più grande, un uccello o una lucertola. Anche se fossimo un elefante, potremmo essere attaccati da un branco di cani selvatici o, come una balena, essere tormentati da migliaia di minuscole creature che ci mordicchiano da ogni lato.

Fa semplicemente parte della forza karmica negativa di una tale rinascita il fatto che saremo uccisi e mangiati da altre creature predatrici, da cacciatori o nei macelli. Infatti, alcuni, come disinfestatori, agricoltori e costruttori, ci uccideranno semplicemente a causa della nostra forma di vita e lasceranno la nostra carcassa in pasto a insetti e vermi. Non c'è modo di sfuggire a tale destino se abbiamo la sfortuna di rinascere come animale.

[2] Come creature che si muovono curve o strisciando sul terreno, non avremo la capacità di trarre beneficio da noi stessi se non nel modo più primitivo. Anche se rinascessimo come scimmia o pappagallo che può essere addestrato a eseguire alcuni trucchi divertenti, non ci si può mai insegnare ad avere una buona motivazione ad essere gentili e compassionevoli, tanto meno a sviluppare la bodhicitta, dedicando il nostro cuore agli altri e al più alto stato purificato.

Potremmo rinascere come un cobra e magari imparare a uscire da un cesto al suono di un flauto. Ma poi, tutto ciò che potremmo fare sarebbe tornare in una scatola soffocante. Se rinascessimo come cane, anche se un Buddha ci apparisse davanti e cercasse di istruirci su qualcosa di profondo, tutto ciò che vedremmo sarebbe un corpo di carne e non capiremmo nulla. L'unica cosa che potremmo fare sarebbe scodinzolare pateticamente e sperare in una carezza o in un boccone di cibo! Come pecora, saremmo privi di qualsiasi discernimento. Senza alcuna idea di cosa sia bene o male per noi, seguiremmo ciecamente il nostro capo verso il macello.

[3] Pensate a come sarebbe essere un animale con un pelo caldo e ispido, legato tutto il giorno al sole e senza la libertà nemmeno di spostarsi all'ombra. Oppure immaginate di essere un lombrico, che si secca sul cemento dopo la pioggia e viene cotto dal sole. Come creature striscianti, avremmo anche problemi estremi con il freddo. Se fossimo una mucca, a meno che qualcuno non ci metta in una stalla, dovremmo semplicemente stare in piedi nella neve o sotto la pioggia gelata. Non avremmo la possibilità di indossare qualcosa di caldo o di accendere un fuoco.

[4] È raro che un animale viva comodamente nella casa di una persona gentile e venga nutrito abbondantemente. La maggior parte delle creature striscianti deve trascorrere tutte le ore di veglia a caccia di cibo. Anche se siamo l'animale domestico di qualcuno, se ci lasciano chiusi in casa e si dimenticano di darci da mangiare o da bere, cosa potremmo fare se non sederci lì e piangere!

[5] A seconda del tipo di creatura che siamo, possiamo essere sfruttati per il nostro lavoro, la nostra velocità o forza, le nostre abitudini divertenti o il nostro aspetto, la nostra carne saporita, le uova, la pelliccia, il muschio, le zanne e così via. Pensate alla qualità della vita che avremmo come gallina imprigionata in un minuscolo pollaio, costretta a deporre uova ogni giorno, senza mai potersi muovere, figuriamoci uscire al sole, e poi macellata alla fine e trasformata in cibo per cani. Oppure pensate a essere un animale da soma che attraversa le montagne o un deserto con un carico di sale sulla schiena, costretto a lavorare come uno schiavo fino allo sfinimento. Anche se stessimo seduti tutto il giorno in grembo a una persona ricca, verremmo sbarazzati come uno straccio vecchio se diventassimo un fastidio o ci ammalassimo.

Considerare la sofferenza specifica dell'essere una creatura strisciante

Molte creature sono costrette a vivere in condizioni soffocanti (bying-na gnas-pa) o sparse in giro (kha-’thor-ba). Se vivessimo sul fondo dell'oceano, rimarremmo sempre nell'oscurità più totale. Dovremmo tenere la bocca aperta tutto il tempo e mangiare qualsiasi cosa ci capitasse a tiro, anche se fosse nostra madre! Oppure potremmo facilmente trascorrere tutta la vita rinchiusi in una gabbia come prigionieri o legati in isolamento per il divertimento degli umani, come animali domestici. Separati dai nostri simili, potremmo essere costretti a vivere come saprofaghi per le strade di città e paesi, dove avremmo difficoltà a procurarci cibo e riparo e saremmo soggetti ai capricci sadici degli esseri umani.

Le creature striscianti non hanno una durata di vita specifica. I minuscoli insetti vivono per un tempo estremamente breve, mentre alcuni naga possono vivere fino a un eone intermedio. La causa principale della rinascita come creatura strisciante è il disprezzo del Dharma o di uno qualsiasi dei suoi maestri, il lasciarsi dominare dagli istinti animali, come l'abbandonarsi ciecamente a comportamenti sessuali scorretti senza autocontrollo, e anche lo stupido chiamare gli altri con i nomi di creature striscianti. Come dicevano i ghesce kadampa:

Potresti chiamare qualcuno scimmia o asino per scherzo ma quando rinascerai come tale non sarà più uno scherzo.

Un esempio di ciò è stato riportato da Kshemendra (dGe-ba’i dbang-po) in Albero che esaudisce i desideri con centinaia di racconti illustrativi (dPag-bsam khrid-shing, sanscr. Avadāna-kalpalatā), XXXIX. Una volta, un gruppo di 500 pescatori catturò nella rete un mostro marino (chu-srin, sanscr. makara) che aveva diciotto teste, ognuna di un animale diverso. Chiesero al Buddha Shakyamuni quale fosse la causa di una rinascita così strana. Il Buddha spiegò che in una vita precedente, ai tempi del terzo Buddha, Kashyapa, questo mostro era stato uno studioso non buddista della casta dei sacerdoti bramini, il cui nome era Kapila, figlio di Manu (Shed-bu Ser-skya). Dopo aver sconfitto tutti gli studiosi del suo villaggio in un dibattito formale e non aver ancora ottenuto alcun riconoscimento, sua madre gli disse che per diventare famoso avrebbe dovuto confrontarsi con i monaci di una delle grandi università monastiche buddiste. Kapila rispose che non avrebbe mai potuto sconfiggerli. Sua madre, tuttavia, escogitò un piano astuto. Disse al figlio di chiamare ciascuno dei monaci con il nome di una diversa creatura strisciante. Poiché avrebbero reagito a questo insulto con paziente tolleranza e sarebbero rimasti in silenzio, sarebbe stato dichiarato vincitore. Kapila lo fece con diciotto monaci e, a causa della sua sciocca superbia, rinacque come questo mostro marino con le diciotto teste di queste diverse bestie.

Molti di noi potrebbero inizialmente trovare difficile immedesimarsi nelle sofferenze di un essere intrappolato in un regno senza gioia o di uno spirito famelico, ma la sofferenza di una creatura strisciante, come un animale, è fin troppo evidente. Ci abituiamo a essere consapevoli della loro qualità di vita immaginandoci, ad esempio, come pecora condotta al macello, con il macellaio che alza lo sguardo verso di noi con un coltello in mano, per poi vederci tagliare la gola. Oppure pensiamo a cosa significhi essere una minuscola creatura marina intrappolata in un pezzo di corallo o un asino carico di un fardello enorme, con piaghe purulente sulla schiena, mosche sul viso e qualcuno che ci frusta furiosamente. Possiamo anche immaginarci come uno scarafaggio o una mosca e come, quando entriamo in una stanza, sia come se fosse arrivato il peggior cattivo del mondo. Chiunque ci veda vorrebbe solo schiacciarci.

La prossima volta che ci viene in mente di assecondare un capriccio sessuale inappropriato, dovremmo immaginarci come una cagna anziana, decrepita e infestata dalle pulci, in calore, attaccata da un branco di cani randagi urlanti e rissosi, oppure visualizzarci come uno di quel branco. In questo modo, l'esperienza degli orrori e delle sofferenze di questo sfortunato stato di rinascita, a cui potremmo facilmente finire dopo la morte se non stiamo attenti, diventerà concreta e vivida. Questo dovrebbe certamente spingerci a prendere delle misure preventive e a provare compassione per queste povere creature.

Non dobbiamo chiedere ai lama di fare divinazione (mo, thugs-dam) per scoprire dove rinasceremo: se esaminiamo il tipo di impulsi karmici che sorgono continuamente nella nostra mente e il tipo di azioni che compiamo compulsivamente, possiamo sapere con certezza in quale direzione stiamo andando. L'unica cosa che ci separa dall'avere un manto di pelo, una coda e quattro zampe è lo spazio di un respiro. Se smettiamo di respirare ora, possiamo morire all'istante, entrare nel bardo sotto forma di roditore, entrare nel grembo di un topo in una fogna e, prima ancora di rendercene conto, ci ritroviamo a giacere nella sporcizia con una lunga coda rosa e a grugnire per il latte. 

Nagarjuna ha detto in Lettera a un amico (83):

Chiunque abbia una forza karmica negativa e non sia terrorizzato, in mille modi diversi, dall'apprendere delle incommensurabili sofferenze nei regni senza gioia, dai quali viene separato semplicemente interrompendo un singolo respiro, deve avere una natura dura come un diamante.

Pertanto, è tradizione di ghesce Cengaua che prima di ogni sessione di meditazione recitiamo dal brano di Chandrakirti Impegnarsi nella Via di mezzo (dBu-ma-la ’jug-pa, sanscr.  Madhyamakāvatāra), II.5: 

Ora che sono entrato (in una rinascita in cui sono sotto) il mio controllo e posso vivere di conseguenza, se non mi astengo (da azioni distruttive), allora una volta caduto nell'abisso (di un regno peggiore) e entrato (in una rinascita in cui sono) sotto il controllo di altre (forze) (gzhan-dbang), come potrò mai risollevarmi da quello?

Alcuni di noi potrebbero pensare che non importi se rinasciamo in una condizione peggiore perché se aspettiamo abbastanza a lungo la nostra forza karmica negativa che ci mantiene in questo stato si esaurirà e poi, grazie alla nostra precedente forza karmica positiva, rinasceremo come esseri umani. Ma chi vogliamo prendere in giro? Se quando desideriamo ardentemente qualcosa non riusciamo a sopportare di dover aspettare nemmeno un giorno, figuriamoci un'ora in coda, come potremo mai sopportare di attendere per eoni in uno dei regni senza gioia?

Una volta caduti in uno degli stati di rinascita peggiori non avremo più la libertà di migliorare la nostra condizione. Anzi, quasi tutto ciò che faremo sarà autodistruttivo. Agendo compulsivamente in base alle nostre propensioni negative non faremo altro che peggiorare la nostra vita in futuro. Ogni volta che, come un gatto, torturiamo o uccidiamo un topo o un insetto, ci allontaniamo sempre di più da qualsiasi stato purificato.

Sta interamente a noi decidere cosa fare delle nostre preziose vite umane. Abbiamo il potere di trasformarci in qualsiasi cosa in futuro: un essere umano, un essere divino, un essere intrappolato o un insetto. Sarebbe patetico non prendere alcuna misura per evitare di vivere una rinascita disastrosa. 

Come ha detto Nagarjuna in Lettera a un amico (60):

Ancor più sciocco di chi usa un recipiente d'oro ornato di gemme per raccogliere il proprio vomito è chi, pur essendo nato umano, compie azioni negative.

Pertanto, durante le nostre sessioni di meditazione ripetiamo la seguente sequenza di pensieri al fine di raggiungere uno stato iniziale di motivazione spirituale, ovvero il desiderio di apportare benefici alla nostra vita futura: 

  • Innanzitutto, riaffermiamo il nostro impegno sincero verso il nostro maestro spirituale. Ricordiamo a noi stessi quanto siamo doppiamente fortunati perché non solo abbiamo un Buddha a guidarci, ma anche una preziosa vita umana con libertà e ricchezze per poter migliorare la nostra condizione. 
  • Poi, pensiamo a come perderemo tutto questo con la morte. Con la consapevolezza che moriremo sicuramente, e che potremmo farlo in qualsiasi momento, ci sentiamo motivati a sfruttare al meglio la nostra situazione e a cogliere l'essenza della vita. Ci prepareremo alla morte seguendo le istruzioni del nostro maestro sulla pratica del Dharma, poiché questo sarà l’unico aiuto quando moriremo.
  • Consideriamo ora le sofferenze e i problemi dei peggiori stati di rinascita che possono seguire la nostra morte se non abbiamo praticato il Dharma. Come ha detto ghesce Potoua (dGe-bshes Po-to-ba Rin-chen-gsal): "Non temo la morte quanto temo la rinascita. La morte dura solo un istante, ma una rinascita in uno dei peggiori stati di esistenza può durare un tempo infernale".

La consapevolezza di ciò che potrebbe accadere dopo la morte se non avessimo preso alcuna misura preventiva ci spinge a desiderare ardentemente di adoperarci per favorire le nostre future rinascite. Inoltre, rafforza la nostra convinzione di cogliere l'essenza della nostra preziosa vita terrena seguendo la guida del nostro maestro spirituale. Se non agiamo ora in modo costruttivo per assicurarci di continuare a godere di queste preziose rinascite, questa sarà la nostra unica possibilità. Dobbiamo trovare una direzione sicura da seguire.

In Testi scritturali fondamento delle regole della disciplina (’Dul-ba lung gzhi, sanscr. Vinaya Vastu), si narra la storia dei due nipoti di Ananda che, pur essendo diventati monaci, erano così pigri da non sforzarsi minimamente di imparare a leggere. Lo zio li affidò a Maudgalyayana il quale, usando i suoi poteri extrafisici, fece apparire nel cortile una scena proveniente da uno dei regni senza gioia. I ragazzi udirono delle urla terribili provenire dall'esterno e, uscendo e vedendo due calderoni di rame bollente, chiesero cosa fossero. Maudgalyayana rispose loro: "Questi sono i calderoni in cui verranno bolliti i pigri nipoti di Ananda, che sono diventati monaci ma non hanno mai voluto né leggere né studiare!". 

I ragazzi terrorizzati chiesero come evitare una simile sorte, Maudgalyayana insegnò loro il rapporto causa-effetto del comportamento. Dopodiché, si impegnarono con gioiosa perseveranza e impararono a leggere. Ogni volta che ripensavano alla scena infernale che avevano visto, perdevano l'appetito se non avevano ancora mangiato, oppure si sentivano nauseati se era dopo il pasto.

Dopo un po', Maudgalyayana manifestò un'altra scena nel cortile, questa volta di uno dei regni divini. I ragazzi udirono i suoni incantevoli di una musica celestiale e, quando uscirono, videro un palazzo pieno delle dakini più affascinanti e belle. Quando chiesero cosa fosse, Maudgalyayana rispose: "Questo è ciò che attende i nipoti di Ananda che sono diventati monaci e hanno studiato con impegno". Dopo queste parole, i ragazzi si dedicarono agli studi e alle pratiche con ancora maggiore diligenza e gioia.

Un giorno chiesero se, rinascendo in un regno così divino, sarebbero mai caduti in basso. "Certo", rispose Maudgalyayana, "finché sarete legati da emozioni disturbanti e dal karma, non c'è certezza di dove rinascerete. Il samsara è come una ruota che gira (’khor-lo, sanscr. cakra): il basso sale in alto, ma poi torna giù". I nipoti dissero: "Se è così, allora insegnaci le pratiche che possono liberarci completamente da questa situazione". Maudgalyayana spiegò loro le quattro nobili verità. In questo modo, divennero rapidamente arhat, esseri liberati che superarono i loro nemici interiori e ottennero il nirvana, una liberazione da tutte le loro sofferenze. Pertanto, considerare la sofferenza degli stati di rinascita peggiori occupa un posto molto importante nel graduale processo di apprendimento di come cogliere l'essenza della vita.

In sintesi, Tsongkhapa ha detto nei suoi Punti abbreviati del sentiero graduale (Lam-rim  bsdus-don), 10:

Questa base operativa (di una preziosa vita umana) con (otto) libertà è più eccezionale di una gemma che esaudisce i desideri. (Una rinascita) come questa si ottiene (forse) solo questa volta. Difficile da acquisire e facile da perdere, (passa in un lampo) come un fulmine nel cielo. Considerando (la mia preziosa vita umana) in questi modi e rendendomi conto che (impegnarsi in) qualsiasi attività mondana è come (cercare di) vagliare (qualcosa di significativo dalla) pula, devo cogliere l'essenza (della vita) in ogni (momento), giorno e notte.
Il nobilitante e impeccabile Lama ha praticato in questo modo. Che anch'io, che aspiro alla liberazione, possa coltivare me stesso allo stesso modo.
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