Introduzione
Così come l'eccessiva diversificazione dei centri di dharma rappresenta un pericolo per la sopravvivenza del buddhismo in Occidente, allo stesso modo lo è l'eccessiva diversificazione dei termini e degli stili di traduzione. A un certo punto in futuro sarà necessario standardizzare il vocabolario come è stato fatto, ad esempio, in Cina, Tibet e Mongolia. Ma anche in questo caso, non dovremmo avere troppa fretta. I tibetani codificarono la loro terminologia all'inizio del IX secolo, duecento anni dopo i loro primi tentativi di traduzione. I mongoli fecero lo stesso all'inizio del XVIII secolo, quasi cinquecento anni dopo aver iniziato a tradurre testi buddhisti. I cinesi hanno rivisto la loro terminologia e i loro stili più volte nel corso dei secoli. Non possiamo aspettarci di trovare subito le soluzioni definitive e più soddisfacenti, anche se noi in Occidente traduciamo testi buddhisti da ben oltre un secolo. Questo è ancora il momento di sperimentare per scoprire i termini che comunicano nel modo migliore. Ogni civiltà buddhista asiatica ha rivisto le proprie traduzioni iniziali. Esploriamo alcune delle questioni prese in considerazione da queste culture e alcuni dei criteri che hanno utilizzato per giungere alle decisioni finali in merito a terminologia e stile.
Tradurre o non tradurre: un'indagine storica
La prima questione è se tradurre o meno o lasciare il materiale nelle lingue originali. Ci sono tre situazioni fondamentali da considerare: i testi sacri, le pratiche rituali e i dibattiti. Le decisioni storiche, anche all'interno di una stessa cultura, sono state diverse per ciascuna. I buddhisti dello Sri Lanka, del Myanmar, della Thailandia, della Cambogia e del Laos leggono e recitano i testi canonici del theravada nella loro versione originale in lingua pali. I praticanti di ciascuno di questi paesi scrivono le scritture nei propri alfabeti, ma quando recitano i testi ad alta voce, possono cantare all'unisono. Questo fattore permette un senso di unità tra tutti i praticanti del theravada, indipendentemente dalla loro origine etnica.
Per facilitare la comprensione, la letteratura commentariale più antica dello Sri Lanka, fino al I secolo d.C., era tradotta o composta nella lingua locale, l'antico singalese. Alla fine del IV secolo, i maestri iniziarono a tradurre in questa lingua anche parte del canone pali. Nel V secolo, tuttavia, forse a causa di maggiori contatti con l'India meridionale, gli abitanti dello Sri Lanka decisero di codificare e standardizzare tutta la letteratura buddhista per il loro paese, tornando alla lingua indiana originale delle scritture, il pali. Smisero di tradurre il canone nella lingua locale e tradussero in pali anche i commentari scritti in antico singalese, spesso combinandone diversi per formare commentari standardizzati su testi specifici. In Myanmar, invece, entro il XIX secolo, i maestri tradussero l'intero canone nella lingua moderna, il birmano. Ciononostante, nessuna delle tradizioni theravada del Sud-est asiatico utilizza la lingua locale nelle cerimonie rituali in cui si recitano le scritture.
I tibetani tradussero tutti i loro testi canonici nella propria lingua, per lo più dal sanscrito, ma occasionalmente anche dal cinese quando il sanscrito originale non era più disponibile. Ad eccezione dei mantra, che mantennero nelle lingue indiane originali, i tibetani recitano tutte le loro pratiche rituali e cantano le scritture nella propria lingua, mai in sanscrito. Molti di questi rituali, tuttavia, furono da loro stessi composti. Sebbene abbiano adottato la tradizione del dibattito dall'India, i tibetani hanno sempre condotto i loro dibattiti nella propria lingua.
I mongoli tradussero tutti i loro testi sacri dal tibetano. Recitavano alcuni dei loro rituali in tibetano e altri nella loro lingua. Inizialmente dibattevano in mongolo, ma con l'aumentare del numero di monaci che studiavano in Tibet, iniziarono a preferire l'uso del tibetano sia per i dibattiti che per le pratiche rituali. Tuttavia, poiché i mongoli, non possedendo i suoni nella propria lingua, pronunciavano molti dei fonemi tibetani esattamente allo stesso modo, i loro dibattiti in tibetano risultavano spesso incomprensibili e confusi. Pertanto, nei dibattiti iniziarono a inserire parole mongole in una struttura di base della lingua tibetana. Gli studiosi mongoli scrissero la maggior parte dei loro commentari ai testi tibetani in lingua tibetana.
I cinesi tradussero i loro testi dal sanscrito e da altri dialetti indiani. Praticano tutti i loro rituali nella propria lingua. I giapponesi, i coreani e, originariamente, i vietnamiti usano i testi e i rituali cinesi, scritti in caratteri cinesi, ma li pronunciano in modo caratteristico. Per molti secoli, tuttavia, i vietnamiti hanno recitato i loro rituali nella propria lingua. Furono costretti a usare i caratteri cinesi dai conquistatori cinesi, mentre i coreani e i giapponesi li adottarono per scelta. Nel ventesimo secolo, a scopo di studio, i coreani tradussero il canone nella loro lingua colloquiale.
I manciù, d'altro canto, tradussero i testi buddhisti cinesi nella propria lingua, ma organizzarono il loro canone secondo il modello tibetano. Sebbene seguissero fondamentalmente la forma tibetana del buddhismo, avevano maggiore familiarità con la traduzione dal cinese grazie agli stretti rapporti politici e all'assimilazione con la Cina. Per la pratica rituale, utilizzavano il tibetano o il manciù. Analogamente, i praticanti della Cina settentrionale che, a partire dal XIII secolo, seguono la tradizione buddhista tibetana, eseguono i loro rituali in tibetano o in cinese.
A partire dal IX secolo, i popoli dell'Asia centrale di origine sogdiana, uigura e tanguta tradussero i loro testi sacri principalmente dal cinese. Gli stretti rapporti economici con la Cina permisero loro di familiarizzare con questa lingua, e molti erano bilingui. Gli uiguri e i tanguti tradussero anche alcuni testi dal tibetano. Data la grande varietà di alfabeti utilizzati in Asia centrale, l'alfabeto tibetano fu spesso impiegato nell'VIII e nel IX secolo per trascrivere i testi buddhisti in cinese, uiguro e tanguta. In questo modo, persone di diversa etnia potevano recitare insieme i testi e i rituali.
Il linguaggio delle scritture
Da questa analisi storica possiamo trarre diversi insegnamenti. Anche quando le culture hanno mantenuto le scritture pali o cinesi come testi canonici, pur non essendo queste la loro lingua madre, molte hanno poi prodotto traduzioni nelle lingue locali. Pertanto, per facilitare lo studio, sarà necessario che ogni paese occidentale in cui il buddhismo si affermi traduca le scritture buddhiste nella propria lingua moderna. Inizialmente, come nel caso dei testi pali e cinesi nel Sud-est e nell'Est asiatico, potrebbe essere sufficiente, almeno temporaneamente, utilizzare una versione dei testi in una lingua più universalmente conosciuta come l'inglese o il russo. Ma per uno studio più approfondito da parte di persone con minori competenze linguistiche, saranno necessarie traduzioni in spagnolo, francese, estone, polacco e così via.
In alcuni paesi dell'Europa orientale, come ad esempio la Bulgaria, le persone nutrono maggiore rispetto per i testi scritti in inglese o russo rispetto a quelli nella propria lingua. Analogamente, gli abitanti dell'antico regno centroasiatico di Khotan avevano meno venerazione per le scritture buddhiste nella loro lingua rispetto a quelle in lingue indiane. Tuttavia i maestri, constatando la scarsa comprensione dei testi sanscriti da parte del popolo, incoraggiarono le traduzioni in khotanese. Allo stesso modo, i vantaggi di avere scritture comprensibili nella propria lingua colloquiale superano di gran lunga gli svantaggi e la timidezza di scrivere in una lingua meno diffusa al mondo. Se queste traduzioni in lingua vernacolare non sono ancora poeticamente eleganti, si può comunque recitare il canone nelle sue lingue asiatiche originali a scopo devozionale, come fanno i birmani.
La maggior parte delle culture ha tradotto i propri testi buddhisti da diverse fonti linguistiche e tradizioni. Spesso, si trattava di versioni che erano a loro volta traduzioni e non gli originali. Pertanto, non è necessario che gli studiosi di ogni provenienza linguistica occidentale traducano tutti i loro testi dalle lingue asiatiche. Come nel caso dei popoli dell'Asia centrale e dei manciù che utilizzavano il cinese, non ci dovrebbe essere alcun imbarazzo nel tradurre la maggior parte dei testi dall'inglese, ad esempio, in altre lingue occidentali, quando ci sono più studiosi e traduttori esperti in inglese che in sanscrito, pali, tibetano o cinese. Questo, ovviamente, a condizione che le traduzioni in inglese siano accurate. Ma così come i mongoli verificavano il tibetano che stavano traducendo confrontandolo con l'originale sanscrito in caso di passaggi dubbi, allo stesso modo gli studiosi moderni possono verificare l'inglese se hanno dei dubbi.
Il linguaggio delle pratiche rituali
Alcuni maestri tibetani contemporanei raccomandano ai buddhisti stranieri di recitare tutte le loro pratiche in lingua tibetana originale. Si potrebbe pensare che il precedente storico sia la tradizione pali del Sud-est asiatico; tuttavia, la situazione non è del tutto analoga. I buddhisti theravada recitano solo le scritture durante i loro rituali, mentre i tibetani recitano principalmente composizioni originali o traduzioni tibetane di preghiere scritte da maestri indiani.
Le culture asiatiche straniere che hanno adottato il buddhismo dal Tibet non hanno sempre recitato i loro rituali nella lingua tibetana originale. I mongoli, i manciù e i cinesi del nord a volte recitavano in tibetano e altre volte nelle proprie lingue. Coloro che tra loro avevano studiato in Tibet e conoscevano la lingua di quel paese prediligevano praticare in tibetano. Per altri, privi di tale esperienza e conoscenza, era più facile e appropriato utilizzare la propria lingua madre.
Potrebbe quindi essere vantaggioso per i praticanti occidentali del buddhismo tibetano avere a disposizione entrambe le alternative: recitare i mantra in tibetano o nella propria lingua. Chi possiede competenze linguistiche, ha studiato con i tibetani e ha imparato la loro lingua, potrebbe naturalmente preferire l'uso del tibetano.
Alcuni potrebbero trovare il canto in tibetano estraneo e poco significativo. Tuttavia, finché non esisteranno traduzioni poetiche nella loro lingua, anche chi non conosce il tibetano potrebbe preferire cantare in questa lingua straniera, data la ritmicità e la melodia delle pratiche tibetane. Inoltre, il tibetano potrebbe essere preferito negli incontri internazionali come fattore unificante, permettendo a tutti i presenti di cantare insieme.
Sistemi di trascrizione
Poiché la maggior parte delle persone non conosce l'alfabeto tibetano, è necessario un sistema di trascrizione standard in caratteri latini, in modo che chiunque conosca l'alfabeto latino possa pronunciarlo allo stesso modo e cantare insieme. Sistemi standard sono necessari anche per coloro che condividono altri alfabeti, come il cirillico. Il precedente storico è rappresentato dall'uso dell'alfabeto tibetano per trascrivere diverse scritture buddhiste dell'Asia centrale.
Il problema è che molti fonemi tibetani non si trovano nelle lingue occidentali e diverse lettere latine hanno una pronuncia diversa nelle varie lingue occidentali. Lo stesso problema si presenta con la scrittura tibetana. La sua pronuncia varia a seconda dei dialetti e non contiene molti fonemi cinesi, uiguri o tanguti. Non è chiaro come gli abitanti dell'Asia centrale del medioevo abbiano risolto questo problema, ma oggigiorno sarà necessario stabilire convenzioni internazionalmente accettate per la scrittura latina. Lo stesso vale per la trascrizione dei canti buddhisti cinesi e pali.
Poiché per leggere correttamente i sistemi di trascrizione internazionali è necessaria una formazione specifica, l'attuale varietà di sistemi utilizzati nei diversi paesi occidentali risulta comunque utile a livello locale, soprattutto nelle traduzioni e per il canto regionale o privato. Ciò si ricollega al modello storico dei testi in lingua pali, scritti con diverse scritture.
Stile di canto e musica religiosa
I canti buddhisti pali, cinesi e tibetani presentano una certa uniformità. Numerose melodie sono molto simili. Anche in Occidente, quando i grandi maestri traspongono un'opera classica da una lingua europea all'altra, si limitano a tradurre le parole mantenendo la musica.
Possiamo fare lo stesso quando traduciamo i canti buddhisti nelle nostre lingue. Non c'è bisogno di inventare qualcosa di completamente nuovo. Non c'è alcun vantaggio nel modificare le melodie e lo stile tradizionali in modo che una preghiera buddhista suoni irriverentemente come una canzone folk americana o un brano rock. Gli strumenti musicali di accompagnamento, tuttavia, cambieranno naturalmente dall'Asia all'Occidente, così come è accaduto dall'India al Tibet. La sfida creativa più grande in questo processo sarà quella di tradurre i versi buddhisti nelle lingue asiatiche in versi poetici nelle nostre lingue.
Certo, i diversi monasteri in Tibet usano melodie leggermente diverse, e i ritmi della metrica tibetana o cinese sono completamente diversi da quelli del sanscrito o del pali. Eppure, in tutti questi stili si percepisce un sentimento di solennità che li accomuna. Dobbiamo essere molto attenti a preservare questo stesso sentimento anche se, per necessità legate alla metrica occidentale, dobbiamo modificare i ritmi e le melodie per il canto nelle nostre lingue.
Dobbiamo evitare che i nostri canti suonino troppo cristiani o troppo new age, poiché entrambi aggiungerebbero un sapore irrilevante, forse persino fuorviante e inappropriato. Così come i canti gregoriani o ebraici elevano e infondono un senso di identità religiosa anche a coloro che, pur non essendo ferventi credenti, professano tali fedi, allo stesso modo i canti buddhisti devono assolvere a questa funzione per i buddhisti occidentali. Il modo migliore per farlo è ispirarsi ai modelli e alle forme tradizionali.
Nella maggior parte delle società asiatiche sono emerse forme poetiche buddhiste locali come espressioni gioiose e spontanee di fede. Pensiamo ai doha in India, ai canti di Milarepa in Tibet, alla poesia chan in Cina e agli haiku buddhisti in Giappone. Espressioni poetiche buddhiste simili, in idiomi locali, appariranno senza dubbio anche nelle culture occidentali. Alcune di queste potrebbero persino essere musicate secondo gli stili locali. Tuttavia, si tratta di forme di letteratura e musica religiosa ausiliarie ai testi canonici. Non sono testi sacri recitati nei templi. Servono a uno scopo diverso e pertanto non devono necessariamente seguire le forme tradizionali.
Nel corso di certi rituali tantrici tibetani, vengono suonate diverse battute o linee musicali con corni lunghi e corti, cembali, campane e tamburi come offerte di suoni meravigliosi. Sua Santità il XIV Dalai Lama ha affermato che, se tale musica venisse omessa, i rituali non risulterebbero incompleti. Se si desidera suonare strumenti tibetani, o anche sostituirli con sassofoni, rullanti e tromboni, entrambe le opzioni sono perfettamente lecite, ma nessuna delle due è assolutamente necessaria. Così come si può immaginare di offrire profumi e prelibatezze squisite, si può anche immaginare di offrire musica magnifica. Non è nemmeno necessario rappresentare queste offerte con complicati mudra (gesti delle mani). Come ha anche affermato Sua Santità il XIV Dalai Lama, possiamo fare a meno anche dei mudra, tranne che nella terza classe di tantra, lo yoga tantra, in cui essi costituiscono parte integrante della pratica.
Il linguaggio dei dibattiti
L'esperienza mongola offre molti spunti per il processo di adozione del dibattito buddhista tibetano in Occidente. In generale, è possibile dibattere in lingue diverse dal tibetano. Dopotutto, i dibattiti originari nei monasteri indiani si svolgevano in sanscrito. Ma poiché molti occidentali studiano oggi l'arte del dibattito nei monasteri tibetani e utilizzano la lingua tibetana, è naturale che preferiscano continuare a dibattere in tibetano una volta tornati nei loro paesi d'origine.
Tuttavia, sia loro che i loro studenti devono fare attenzione a imparare a pronunciare correttamente il tibetano. Altrimenti, i loro dibattiti in tibetano risulteranno incomprensibili, come accadeva per la maggior parte dei mongoli. Probabilmente, la soluzione più saggia in Occidente è quella di avere due tradizioni di dibattito: una in tibetano per coloro che hanno una formazione linguistica e per gli incontri internazionali, e l'altra nella lingua locale di ciascun paese per un uso più comune.
I testi radice
I testi originali, soprattutto quelli scritti dai grandi maestri indiani di Nalanda, erano generalmente redatti in uno stile estremamente conciso, spesso omettendo di specificare i referenti di pronomi e altre espressioni. Ciò permette agli stessi versi di fungere da base da cui possono scaturire diverse interpretazioni esegetiche. Pertanto, diversi commentatori possono interpretare le stesse parole secondo sistemi di pensiero differenti o spiegarle a livelli diversi, senza necessariamente considerare le altre interpretazioni invalide.
Questo rappresenta una sfida particolare quando si traduce un testo originale. Se rendiamo la sua formulazione più esplicita, specificando a cosa si riferiscono "questo", "quello" o altre espressioni ambigue secondo un determinato commentario, potremmo rendere la traduzione più facile da comprendere, ma limiteremmo anche il verso a quella singola interpretazione. Idealmente, una traduzione dovrebbe rimanere sufficientemente aperta da accogliere le diverse interpretazioni commentariali valide, pur mantenendo un senso compiuto di per sé. Quando è necessaria una maggiore specificità, le aggiunte dovrebbero essere chiaramente indicate e il commentario su cui si basano dovrebbe essere specificato.
L'uso dei termini sanscriti
Un altro problema riguarda l'opportunità di utilizzare la trascrizione del sanscrito per alcuni termini tecnici o di tradurre tutto nella propria lingua. I cinesi inizialmente adottarono il primo metodo, ma in seguito si orientarono maggiormente verso il secondo, pur mantenendo un numero limitato di termini sanscriti. I tibetani tradussero quasi tutti i termini tecnici nella propria lingua, solitamente sotto forma di parole composte da più sillabe, ognuna con un proprio significato. I mongoli utilizzarono una tecnica mista, impiegando alcune parole sanscrite trascritte, alcune espressioni puramente mongole e alcune traduzioni letterali, sillaba per sillaba, dei termini tibetani. Esaminiamo le possibili ragioni di queste scelte.
Inizialmente i cinesi usarono parole sanscrite trascritte, non avendo ancora trovato equivalenti cinesi. Man mano che svilupparono la propria terminologia, sostituirono alcune di queste parole di origine straniera. Tuttavia, poiché la gente si era ormai abituata a molte di esse, ne mantennero un certo numero.
I mongoli entrarono in contatto con il buddhismo per la prima volta presso gli uiguri i quali, nella preparazione di traduzioni di testi buddhisti dal cinese alla propria lingua, utilizzarono molti termini sanscriti trascritti, appresi in precedenza da altre lingue dell'Asia centrale che li avevano mutuati direttamente dall'India. Su incarico di Gengis Khan, gli uiguri adattarono la loro scrittura per la lingua mongola. Gli studiosi uiguri realizzarono le prime traduzioni mongole di testi buddhisti. Sebbene traducessero esclusivamente dal tibetano, mantennero l'uso di termini tecnici sanscriti, come già facevano nelle loro traduzioni dal cinese all'uiguro. I successivi traduttori mongoli seguirono questo esempio, poiché la maggior parte dei buddhisti mongoli aveva già familiarità con il sanscrito.
I tibetani, d'altro canto, fin dall'inizio tradussero quasi tutti i termini sanscriti nella propria lingua. Sebbene i tibetani avessero derivato il loro alfabeto in Kashmir da quello dei khotanesi e le traduzioni khotanesi utilizzassero molti termini sanscriti, i tibetani non ne seguirono l'esempio. Ciò fu forse dovuto al fatto che, a differenza dell'esempio dei mongoli con gli uiguri, furono i tibetani stessi a realizzare le prime traduzioni nella propria lingua.
Sebbene i tibetani traducessero principalmente dal sanscrito, non conservarono quasi nessun termine originale. L'esperienza dei khotanesi influenzò indubbiamente questa decisione. I khotanesi avevano preferito i loro testi buddhisti in sanscrito, ma pochi erano in grado di comprenderli correttamente. Poiché la popolazione aveva familiarità con i termini sanscriti, i traduttori khotanesi dovettero mantenerne un gran numero nelle loro opere scritte. Tuttavia, per chiarire i malintesi più gravi, idearono il metodo di tradurre alcuni termini chiave con diverse parole che ne ampliassero il significato. I tibetani, probabilmente desiderosi di evitare simili fraintendimenti da parte della propria gente, adottarono questa consuetudine dei khotanesi di tradurre le parole ampliandone il significato e la impiegarono per quasi tutti i termini tecnici. A differenza dei mongoli e dei cinesi, i tibetani non avevano mai avuto un precedente di parole sanscrite inserite nelle proprie traduzioni.
Esiste già una storia ultracentenaria di traduzioni occidentali di testi buddhisti in cui la terminologia sanscrita o pali è stata ampiamente inserita. Sebbene la maggior parte delle persone comuni non conosca questi termini tecnici stranieri e abbia quindi grandi difficoltà a comprendere i testi buddhisti che li contengono, la nostra situazione attuale è simile a quella dei cinesi e dei mongoli. Non possiamo eliminare tutti i termini sanscriti, anche se sviluppassimo degli equivalenti funzionanti. Ma, come i mongoli, possiamo sostituirne alcuni con espressioni nelle nostre lingue per rendere i testi più accessibili a un pubblico più ampio, non solo agli accademici. Possiamo anche seguire l'esempio mongolo, utilizzando la tecnica khotanese e tibetana di tradurre i termini normalmente fraintesi con più parole per chiarirne il significato. Tuttavia, alcune delle parole sanscrite più familiari dovranno essere mantenute. Sarebbe troppo confusionario usare equivalenti in lingue occidentali per parole come buddha e bodhisattva.
Nomi stranieri
Le prime traduzioni mongole spesso trascrivevano la pronuncia dei nomi tibetani, ma secondo la pronuncia mongola. Queste trascrizioni della pronuncia mongola dei nomi tibetani, così come le traduzioni letterali dei termini tibetani polisillabici, erano tuttavia per lo più incomprensibili, poiché quasi nessun mongolo conosceva il tibetano. Ma con l'aumentare della conoscenza della lingua tibetana, si iniziò a utilizzare un numero maggiore di parole tibetane non solo nei dibattiti, ma anche nelle traduzioni dei testi. In questa fase, si traslitterava perlopiù nel proprio alfabeto la grafia di queste parole tibetane piuttosto che trascriverne la pronuncia. Le trascrizioni della pronuncia mongola dei nomi tibetani furono mantenute solo per i nomi propri tibetani che molti mongoli adottavano.
La soluzione mongola al problema di come trattare i nomi tibetani può essere istruttiva per i nostri tempi. Il trattato tibetano del IX secolo sulla traduzione del sanscrito e quello mongolo del XVIII secolo sulla traduzione del tibetano, basato su di esso, forniscono le linee guida fondamentali. Possiamo tradurre i nomi di persone, divinità, terre, regni, fiori e così via, se il loro significato è comprensibile e migliora la leggibilità del testo. Dovremmo però aggiungere la parola appropriata "re", "terra pura", "fiore" e così via. Se il significato è dubbio, tuttavia, dovremmo lasciare il nome in tibetano o in sanscrito originale. A queste linee guida dobbiamo aggiungere l'esperienza mongola, secondo cui se il nome sanscrito o tibetano è già ben noto e ampiamente utilizzato, dovremmo lasciarlo in originale. Altrimenti, risulterebbe troppo confusionario per il lettore medio, che non saprebbe a chi o a cosa si riferisce il nome tradotto. Inoltre, ha senso tradurre i nomi di divinità e regni che sono estremamente lunghi e complessi.
Sembra inoltre opportuno seguire l'esempio mongolo e traslitterare la grafia dei nomi tibetani che conserviamo nell'originale, piuttosto che trascriverne la pronuncia. Chi ha familiarità con la cultura tibetana vorrà conoscere la grafia e non sarà in grado di identificare il nome dalla trascrizione della pronuncia. Sebbene la traslitterazione della grafia non sia di facile utilizzo per chi non sa come pronunciarla, chi ha letto qualcosa sul buddhismo tibetano avrà già familiarità con la convenzione adottata dagli studiosi precedenti di utilizzare la traslitterazione. Una trascrizione potrebbe solo confonderli. Se sono interessati ad approfondire gli studi tibetani, impareranno a pronunciare la lingua. Così come abbiamo fatto con i termini sanscriti e i nomi personali tibetani mongolizzati che sono diventati ampiamente diffusi, dobbiamo anche mantenere quelle parole e quei nomi tibetani trascritti, come lama, geshe, tulku, kagyu, dzogcen, Tenzin e così via, che sono stati accettati nell'uso comune occidentale.
La traduzione letterale contro la traduzione leggibile
Lo scopo principale della traduzione di un testo è comunicarne il significato. Può esserci anche un ulteriore scopo devozionale, ovvero quello di preservare fedelmente ogni singola parola di un testo sacro. I tibetani utilizzavano uno stile estremamente letterale nella traduzione del sanscrito, riproducendo persino l'ordine delle parole sanscrite, nonostante ciò violasse la grammatica e la sintassi della lingua tibetana e risultasse incomprensibile a persone non istruite se letto ad alta voce. Ciononostante, di conseguenza, il sanscrito poté essere in gran parte ricostruito a partire dalle traduzioni tibetane quando molti dei testi originali andarono perduti. Tuttavia, poiché il tibetano non possiede la stessa ampia gamma di flessioni grammaticali di verbi e sostantivi del sanscrito, né un vocabolario altrettanto ricco, molte sfumature sono andate perdute.
La fedele conservazione del sanscrito, tuttavia, non era lo scopo prefissato dai tibetani quando adottarono questa politica di traduzione letterale. I testi sanscriti andarono perduti solo diversi secoli dopo. I tibetani volevano sistematizzare i loro precedenti sforzi e ridurre al minimo la possibilità di errori di traduzione.
In epoca premoderna, solo due classi sociali tibetane sapevano leggere: i funzionari governativi e i monaci. Il primo gruppo era estremamente ristretto, mentre il secondo rappresentava quasi un quinto della popolazione. Poiché quasi nessun monaco o monaca sapeva leggere o scrivere quando entrava nei monasteri o nei conventi, veniva loro insegnata la lingua sacra insieme alla lettura. Pertanto, per la maggior parte delle persone, l'alfabetizzazione e l'apprendimento della lingua sacra andavano di pari passo. Il fatto che le traduzioni tibetane dei testi sanscriti fossero incomprensibili alle masse analfabete non aveva molta importanza. Coloro che non sapevano leggere si dedicavano a pratiche buddhiste che non si basavano sullo studio delle scritture, come la recitazione di mantra, la circumambulazione dei monumenti sacri e così via.
La situazione nei moderni paesi occidentali è molto diversa da quella del Tibet premoderno. Quasi tutti sanno leggere e scrivere, e lo studio dei testi buddhisti è quindi accessibile a tutti. Pertanto, qualsiasi traduzione deve essere leggibile e la lingua non deve costituire un ostacolo alla comprensione. La conservazione dei testi originali in pali, sanscrito, tibetano o cinese mediante traduzioni letterali esatte non riveste grande importanza né priorità nell'attuale contesto di disponibilità di banche dati informatizzate. Sebbene tali stili di traduzione possano aiutare chi studia la lingua a comprendere i testi nella loro lingua originale, il "linguaggio della traduzione" che ne deriva è estremamente difficile da comprendere per il lettore medio.
Se l'unico scopo legittimo di una traduzione estremamente letterale, che riproduce ogni costruzione grammaticale dell'originale è, come nel caso dei tibetani, quello di sistematizzare lo stile delle scritture ed evitare il più possibile errori di traduzione, esistono altri modi per raggiungere tali obiettivi. Se consideriamo la storia delle traduzioni cinesi dei testi buddhisti, molti testi sono stati semplicemente riassunti. Le traduzioni più popolari e diffuse, tuttavia, sono state quelle più eleganti e piacevoli da leggere, come quelle dello studioso centroasiatico Kumarajiva, non quelle più letterali. Pertanto, oggigiorno abbiamo bisogno di traduzioni in lingue moderne che siano al contempo gradevoli dal punto di vista letterario e accurate. Le due cose non si escludono a vicenda. Il criterio principale per una buona traduzione deve sempre rimanere la facilità di comprensione.
Lo stile linguistico
Il linguaggio e lo stile non dovrebbero essere eccessivamente colloquiali. Se lo fossero, come nel caso delle raccolte di detti dei maestri kadam del Tibet dell'XI e XII secolo, risulterebbero estremamente difficili da comprendere per le persone dei secoli successivi. È sempre preferibile utilizzare uno stile più appropriato, che possa resistere alla prova del tempo e diventare un classico. Poiché alcune lingue, come l'inglese e lo spagnolo, presentano numerose differenze stilistiche e lessicali nei vari paesi in cui vengono parlate è opportuno, quando possibile, adottare uno stile culturalmente neutro.
Prendere in prestito il vocabolario tecnico dalle nostre tradizioni
Anche il vocabolario tecnico scelto nelle nostre lingue è di fondamentale importanza. Inizialmente i cinesi utilizzavano la tecnica della "corrispondenza terminologica", impiegando espressioni provenienti dalle loro tradizioni filosofiche native, confuciana e taoista, per tradurre i termini tecnici buddhisti che sembravano più simili nel significato. Il risultato fu molta confusione e incomprensione dei concetti buddhisti. La filosofia buddhista divenne semplicemente un'estensione della cultura cinese autoctona, poiché gli autori successivi continuarono a speculare metafisicamente sugli stessi temi, come il non-essere, che avevano interessato i loro predecessori non buddhisti, pensando erroneamente che non-essere e vacuità fossero esattamente la stessa cosa. Dopo diversi secoli, i cinesi sostituirono molti di questi termini tecnici con espressioni che non avevano già una connotazione filosofica derivante da un altro sistema.
Quando certi traduttori occidentali tentano una versione moderna della "corrispondenza terminologica", farebbero bene a imparare la lezione dall'esperienza cinese. Tradurre la terminologia buddhista con parole provenienti da un moderno sistema filosofico o teologico occidentale può solo generare confusione.
Revisione dei termini fuorvianti e gergali
Così come i cinesi e i tibetani hanno rivisto il loro vocabolario tecnico, non dobbiamo esitare ad avviare un "nuovo periodo di traduzione" in Occidente, eliminando dalle nostre traduzioni parole con forti connotazioni moralistiche cristiane o quelle che sono diventate un gergo privo di significato. "Virtù", "merito", "non virtù", "peccato", "paradisi" e "inferni" possono essere meglio sostituiti con "comportamento costruttivo", "potenziale positivo", "comportamento distruttivo", "potenziale negativo", "regni divini" e "regni senza gioia". "Prendere rifugio" non ha alcun significato in italiano: è puro gergo. "Dare una direzione sicura e positiva alla propria vita" comunica di più. Inoltre, non dobbiamo esitare a rivedere continuamente i nostri termini quando troviamo modi più accurati di tradurli. Per questo, è meglio tornare ai termini sanscriti originali usati dai tibetani e derivare i nostri termini dalle loro definizioni ed etimologie.
I traduttori in ogni lingua moderna devono essere sensibili ai termini fuorvianti o gergali presenti nella propria lingua madre. "Mitleid" in tedesco, ad esempio, connota pietà, non compassione. "Protettore" in italiano è il santo patrono di una città che intercede tra la popolazione locale e Gesù Cristo o la Vergine Maria. Non ha nulla a che vedere con i protettori buddhisti.
Molti di questi termini fuorvianti furono coniati dai primi traduttori buddhisti, molti dei quali influenzati dal pensiero missionario vittoriano. Sebbene dobbiamo essere grati per i loro sforzi pionieristici, non dovremmo perpetuare le loro inadeguatezze semplicemente perché ci siamo abituati alla loro terminologia. La familiarità e l'abitudine non sono ragioni appropriate in questo caso, come lo sono invece per giustificare l'uso continuato di espressioni sanscrite ormai consolidate. Le parole sanscrite, nella maggior parte dei casi, non hanno connotazioni negative o errate. Quando ciò accade, come nel caso della parola "guru" in Svizzera, che lì indica il capo di una pericolosa setta asiatica, dobbiamo sostituire anche i termini sanscriti corrispondenti.
La rettifica dei nomi
Quando si utilizzano termini tecnici in sanscrito o nelle nostre lingue, è necessario prestare attenzione a correggere eventuali imprecisioni, soprattutto quando queste possono generare confusione nella comprensione e nella pratica dei neofiti. "Sangha", come uno dei tre gioielli del rifugio, si riferisce alla comunità dei praticanti arya che hanno raggiunto la conoscenza non concettuale della vacuità. La comunità di monaci e monache buddhisti rappresenta il sangha, ma non ne costituisce il vero e proprio rifugio.
Molti buddhisti in Occidente, tuttavia, estendono il significato del termine "sangha" e lo usano per riferirsi a chiunque appartenga al loro centro di dharma, come se fosse l'equivalente di una "congregazione" di una chiesa cristiana. Questo può creare molta confusione nei nuovi arrivati, che potrebbero pensare di essere invitati a rifugiarsi tra i membri emotivamente instabili che vi trovano. È vero che ci sono molti monaci e monache con problemi psicologici, ma il fatto che indossino l'abito monastico e mantengano i voti è degno di rispetto. Sebbene possiamo trarre grande conforto e sostegno nella nostra pratica dai membri della nostra comunità buddhista locale, chiamarli "sangha" ne sminuisce il valore. Sarebbe forse più appropriato chiamarli "fratelli e sorelle di dharma".
Allo stesso modo, il termine "ritiro", in ambito buddhista, si riferisce a uno specifico programma di pratica meditativa intensiva a lungo termine. Oggigiorno molti occidentali lo usano persino quando parlano di un evento di dharma di un solo giorno, durante il quale i partecipanti non si allontanano dalla struttura nemmeno per pranzo. Un uso così superficiale ridicolizza coloro che intraprendono un ritiro di tre anni. Se il termine " ritiro " nelle lingue occidentali significa semplicemente un periodo in cui ci si ritira dalle proprie attività quotidiane, forse è meglio usarlo da solo solo per programmi di dharma di un fine settimana o di una settimana, durante i quali i partecipanti mangiano e dormono presso il centro. Possiamo estendere il termine a "ritiro meditativo intensivo" quando si riferisce a un programma tradizionale di quattro sessioni di pratica al giorno per un lungo periodo di tempo, durante il quale, ad esempio, si accumulano centinaia di migliaia di ripetizioni di un mantra. Come disse Confucio, abbiamo bisogno di una "rettifica dei nomi".
Riflessioni conclusive
Le questioni relative alla traduzione sono molto complesse. Solo dopo una considerevole sperimentazione con termini e stili diversi, e una valutazione imparziale delle reazioni degli studenti, potremo iniziare a giungere ad alcune conclusioni. Dobbiamo essere certi che le nostre convenzioni finali siano in grado di gestire allo stesso modo i diversi contesti delle traduzioni scritte e orali, delle preghiere recitate, delle lezioni e delle discussioni informali. Potremmo non avere mai un re religioso, come in Tibet o nella Cina manciù, che riunisca tutti i traduttori e stabilisca le convenzioni per decreto. Ma così come l'enorme diversità dei centri buddhisti deve alla fine ridursi a poche sette occidentali affinché il buddhismo possa sopravvivere nel suo contesto straniero, almeno un processo simile deve avvenire per quanto riguarda l'ampia varietà di termini e stili di traduzione.