Bangkok è una metropoli rinomata per il suo traffico, e quindi è con un po’ di trepidazione che comincio il mio viaggio fuori dalla città che dovrebbe durare novanta minuti ma che, secondo molti, può durare anche tre ore. Questa intervista è stata già assediata da vari problemi: una caviglia fratturata, e un’attrezzatura mancante all’ultimo minuto avevano ritardato per due volte l’appuntamento. Ma ora, per fortuna, tutto ha filato liscio.
E in questo pomeriggio tranquillo a Nakhon Pathom, il frastuono della vita quotidiana lentamente si dissolve lasciando il posto ai giardini sereni del monastero Songdhammakalyani. Qui, tra i sussurri e il fruscio foglie, le ringhia gentili dei cani del tempio, e i canti senza tempo del canone Pali, vive Dhammananda Bhikkuni, un personaggio che rappresenta una calma ma profonda rivoluzione nel Buddhismo tailandese. Con la sua testa rasata e le vesti di color zafferano, è un testamento vivente di perseveranza e fiducia.
Nata con il nome Chatsumarn Kabilsingh, Dhammananda Bhikkhuni nasce in una casa avvolta da ricchezze spirituali e accademiche. Sua madre, Voramai Kabilsingh, era lei stessa una rivoluzionaria, e divenne la prima donna tailandese ad indossare le vesti gialle di una monaca novizia. Educata in Tailandia e all’estero, Chatsumarn abbracciò il mondo dell'università, conseguendo un dottorato in studi buddhisti dall'università Magadh in India, diventando una professoressa e un’autrice molto rispettata. Eppure, il suo viaggio verso l’appagamento spirituale l’ha condotta oltre i confini di una classe.

Nel 2003, sfidando secoli di tradizione patriarcale, fu ordinata come bhikkhuni nello Sri Lanka, diventando la prima monaca buddhista pienamente ordinata in Tailandia. Questo atto non fu semplicemente il raggiungimento di un obiettivo personale, ma un cambiamento profondo nell’ambiente religioso della Tailandia – una sfida alle credenze radicate secondo cui le donne non solo non potevano, ma non avrebbero dovuto ricevere la piena ordinazione. La sua ordinazione diede origine a un movimento che avrebbe visto la graduale comparsa del sangha bhikkhuni, la comunità monastica femminile, per la prima volta in Tailandia. Nonostante la loro portata storica, le bhikkhuni sono frequentemente viste come subordinate ai loro pari maschi. Eppure, figure come Dhammananda si sforzano di rompere queste barriere, coltivando comunità di crescita spirituale in Tailandia e riaffermando il loro giusto ruolo nel sangha buddhista.
La nostra conversazione con Dhammananda Bhikkuni attraversa i contorni del lavoro della sua vita, la storia del Buddhismo nella regione, le ricche tradizioni sui funerali e la morte in Tailandia, e molto di più. Buona lettura!
Study Buddhism: Tua madre, Voramai, era considerata la prima monaca moderna tailandese dopo aver ricevuto l’ordinazione nel lignaggio dharmaguptaka a Taiwan nel 1971. In che modo il suo percorso unico ha influenzato la tua vita?
Dhammananda Bhikkhuni: Mia madre ha avuto una storia molto interessante. Era una femminista! Non si identificava così, perché questo termine non era conosciuto al suo tempo. Ma penso che fosse una femminista, e l’ha provato con i suoi insegnamenti e azioni: viaggiò in bicicletta da Bangkok a Singapore, e ci vollero 29 giorni come l’unico membro femminile della squadra locale degli Scout! Immagina, a quei tempi! Voleva insegnare ai suoi studenti che le donne potevano fare le stesse cose degli uomini.

Quando studiò il Buddhismo, si rese conto che sebbene l’ordinazione non venisse offerta alle donne in Tailandia, il Buddha in realtà l'aveva fatto. E quindi fu la prima donna in Tailandia a cominciare a cercare modi per ottenere l’ordinazione piena. E così andò a Taiwan, dove divenne una monaca pienamente ordinata. E qui in Tailandia, aveva già gettato le basi per questo tempio, vicino all’autostrada. Sono molto fortunata e molto grata a mia madre per aver avuto la lungimiranza di comprare questa terra.
Avevi una carriera di successo all’università quando hai deciso di prendere l’ordinazione. Cosa ti spinse a questa decisione?
Il mio obiettivo era di cominciare un Sangha, perché il Buddha disse che con il Sangha, il Buddhismo poteva continuare in futuro.
Penso che tutti quelli che mi conoscevano si aspettassero che avrei ereditato il tempio di mia madre, ma per molto tempo semplicemente non ero pronta. Pensai che se vuoi condurre una vita monastica, devi essere sicura di poterti prendere questo impegno. Non puoi semplicemente ricevere l’ordinazione perché le persone si aspettano che tu lo faccia. E quindi aspettai. Ho tre figli, e quando il più giovane compì ventiquattro anni, ero sicura che non avevano più bisogno di me.
Comunque mi piaceva la vita accademica. Lavoravo anche in televisione e generalmente avevo una vita molto ricca. Ma un giorno, mentre mi truccavo al mattino, vidi il mio riflesso allo specchio, ed è come se una voce mi avesse detto: “Per quanto tempo devo continuare a farlo?”. Per me è stato un momento di svolta, sapevo di dovermi impegnare nella vita monastica. Pensai che ora mi sarei dovuta impegnare a fare qualcosa di più importante di me stessa.

Un altro momento di svolta fu quando visitai l’università di Harvard per una conferenza sulle donne, la religione, e il cambiamento sociale. Per la prima volta incontrai delle femministe occidentali. Fui molto colpita dal fatto che ero una professoressa nel mio paese, con tutte le informazioni sulle donne e le monache, ma come studiosa mi stavo nascondendo in una torre d’avorio, non stavo facendo nulla per apportare dei veri cambiamenti sociali.
E quindi presi i voti da monaca, nel 2001, come sāmaṇerī, un tipo inferiore di ordinazione. Poi ricevetti l’ordinazione piena nel 2003, e ora abbiamo più di 270 donne ordinate in Tailandia. Ci sono voluti vent’anni per diffonderci in varie parti del paese.
Hai detto di aver avuto tre figli. Qual è stata la loro reazione e la reazione della tua famiglia e degli amici alla tua ordinazione?
La mia famiglia deve aver intuito che questo sarebbe stato il mio percorso di vita. Sebbene non fosse stata una sorpresa, all’inizio ci fu un periodo difficile di adattamento. I miei figli sentivano di aver perso loro madre perché non avevano più un accesso facile a me, quello a cui erano abituati, e quindi ci vollero un paio d’anni di adattamento. Ma in realtà furono proprio i miei figli a parlare con il mio ex marito affinché divorziasse da me, in modo tale che avessi potuto provare, quando avrei richiesto l’ordinazione, che il mio matrimonio non sarebbe diventato un ostacolo alla mia ordinazione.
Potresti approfondire il tema dell’assenza dell’ordinazione bhikkhuni in Tailandia? È mai esistita la pratica delle monache pienamente ordinate nella storia della Tailandia?
Dopo la mia ordinazione, alcune persone dissero: “Oh, [il lignaggio delle] bhikkhuni è già morto da tempo". E la mia risposta fu: “Non è possibile, non sono mai arrivate; come poteva essere già morto?!". Dai tempi del Buddha, il lignaggio delle bhikkhuni durò più di mille anni. In India, il lignaggio morì tra l'XI e il XII secolo assieme a quello dei bhikkhu, dei monaci. Nello Sri Lanka, il lignaggio morì nel 1017, quando il paese fu invaso da un re dell’India del sud. Le bhikkhuni sono esistite solo in questi due paesi, ma devo aggiungere che dallo Sri Lanka, il lignaggio approdò in Cina, anche se non giunse mai nei paesi del Sudest asiatico. Dunque, non abbiamo mai avuto donne ordinate nel nostro paese.

Non avrei mai pensato che avrei visto delle bhikkhuni Theravada in Tailandia durante la mia vita. Non immaginavo, quando studiavo, che io stessa avrei fatto parte di questa storia, sia per il Buddhismo che per la Tailandia come paese.
Cosa l’ha motivata nella sua lotta per proseguire lungo questo cammino?
Sentivo una fede profonda nel Buddha. Pensavo: se questa ordinazione è stata istituita dal Buddha in persona, come mai non stiamo facendo nulla al riguardo? Mi sentivo impegnata e sentivo che questo era il mio dovere, la mia responsabilità. Non ho mai voluto essere la prima! Avrei voluto seguire qualcuno, ma nel mio paese non c’era nessuno che camminasse davanti a me, a parte mia madre. Ma se fossi stata l'unica a possedere effettivamente tutta la conoscenza sulle donne ordinate e fossi rimasta seduta in silenzio, senza fare nulla, come avremmo potuto generare un cambiamento sociale? Mi sentivo responsabile di portare avanti il cambiamento sociale e mi sentivo particolarmente responsabile di completare la quadruplice comunità buddhista voluta dal Buddha.
Cos’è la quadruplice comunità del Buddhismo e qual è il suo ruolo nella continuazione del Dharma?
La quadruplice comunità buddhista fu istituita ai tempi del Buddha ed è composta da bhikkhu (monaci), bhikkhuni (monache), e laici, sia uomini che donne. Questi sono i quattro gruppi di buddhisti che, secondo il Buddha, avrebbero permesso agli insegnamenti di continuare nel futuro.
Al momento della sua illuminazione, Mara andò dal Buddha e gli disse di morire, ora che era illuminato. Il Buddha rispose: “Non ancora, non finché non avrò istituito la quadruplice comunità buddhista”. Dopo 45 anni, verso la fine della vita del Buddha, Mara apparve per la seconda volta, ricordandogli che ormai la sua quadruplice comunità era ben consolidata e che quindi doveva morire. Quella fu una conferma, dalla bocca di Mara, che la comunità era stata fondata con successo. In quell'occasione, il Buddha accettò l'invito di Mara e, tre mesi dopo, decise di morire.

Ci fu poi un'altra conversazione con un altro monaco che chiese al Buddha: “Quale sarà il motivo del declino del Buddhismo?”. Il Buddha disse che se a un certo punto la quadruplice comunità non avesse più rispettato il Buddha, il Dharma e il Sangha, e se i suoi membri non avessero studiato e non si fossero rispettati a vicenda, allora il Buddhismo sarebbe scomparso. Quindi, il Buddhismo non dipende solo dai monaci o dalle monache, ma tutti e quattro i gruppi insieme devono portarne la responsabilità.
Considerando quindi l'importanza delle bhikkhuni come una delle quattro comunità buddhiste, che tipo di reazioni ha avuto la gente vedendoti in abiti monastici?
All'inizio ho notato che le persone avevano tre tipi diversi di reazione nel vedermi. Alcuni voltavano le spalle e criticavano, altri accettavano la cosa, e altri ancora erano molto felici.
Dobbiamo fare una distinzione tra cultura buddhista e cultura tailandese. Le donne ordinate fanno parte integrante della cultura buddhista, ma non di quella tailandese. Molte persone danno per scontato che il civara, la veste che indossiamo, sia destinata solo agli uomini. Alcune hanno reagito in modo molto negativo, dicendo: “Come osi indossare il civara?”. Ma altre si avvicinavano e chiedevano: “Posso toccarti? Posso toccare il civara?”. È molto commovente vedere anziane signore venire a toccare la veste per avere conferma di ciò che stavano vedendo. Ma ora, sembra che la gente dia semplicemente per scontato che esistano donne ordinate.
Qual è la situazione attuale riguardo alla piena ordinazione delle donne negli altri paesi del Sudest asiatico come Myanmar, Laos e Cambogia?
Sebbene non si trovi nel Sudest asiatico, proprio di recente, nel 2022, il Bhutan ha organizzato la piena ordinazione per le monache per la prima volta. Appartengono a una tradizione diversa, la tradizione Mulasarvastivada. Sono molto felice perché anche il Bhutan non aveva il lignaggio fino ad ora.
Ho sentito che anche in Cambogia le donne stanno iniziando a ricevere la piena ordinazione, specialmente alcune donne rientrate dopo aver studiato nei paesi occidentali. Ho già visto le foto di queste bhikkhuni cambogiane. Non è ancora successo in Laos o in Myanmar, però. Penso che se le donne stesse sono pronte a farsi avanti, sarà possibile avviare la piena ordinazione in questi tre paesi. Penso che accadrà, lentamente, un passo alla volta.

In realtà, dal Myanmar c’era una donna che fu ordinata insieme a me. Nello stesso periodo, lo stesso anno, il 2003. All'epoca stava conseguendo un dottorato di ricerca in Sri Lanka e fu ordinata lì. Ma quando tornò in Myanmar, chiese al Sangha locale di accettarla, ma il Sangha la rifiutò. Anzi, volevano che firmasse un documento in cui dichiarava di non essere una bhikkhuni. Lei disse che non poteva firmare nulla del genere perché era, di fatto, una bhikkhuni. Così la misero in prigione per 76 giorni. Rimase in cella per 76 giorni! Alla fine, la sorella maggiore la aiutò a uscire, e lei si trasferì dal Myanmar agli Stati Uniti. E alla fine, mi spiace dirlo, abbandonò l'abito. Ma la sorella maggiore è tuttora ordinata come sāmaṇerī e svolge silenziosamente lavoro sociale a Rangoon.
Qual è esattamente l’obiezione principale dai Sangha di questi paesi?
Devo essere molto, molto sincera, come studiosa. Rifiutano la piena ordinazione delle donne perché non hanno studiato a sufficienza i testi di Dharma. Hanno bisogno di studiare i testi in modo adeguato affinché possano aprire gli occhi e rendersi conto che: "Questo è ciò che ha stabilito il Buddha. Perché noi, in quanto monaci, non continuiamo con quello che il Buddha aveva già offerto alle donne, questo lignaggio?”.
Dunque, bhikkhu anziani colti dovrebbero cominciare a offrire l’ordinazione, e poi vediamo cosa diranno gli altri. Se hai studiato bene, puoi citare pagina dopo pagina che il Buddha ha permesso ai bhikkhu di offrire l’ordinazione alle donne, e quindi dovrebbero essere felici di continuare quello che aveva insegnato il Buddha.
Noi, in quanto donne, non possiamo ricevere l’ordinazione. Dobbiamo aspettare che bhikkhu anziani si riuniscano. Per questo dobbiamo viaggiare. Dobbiamo andare nello Sri Lanka o in India.
In che modo il Buddhismo si diffuse in Tailandia? E il Buddhismo tailandese ha delle caratteristiche specifiche?
Storicamente, il Sangha tailandese fu stabilito dal Sangha dello Sri Lanka durante il XIII secolo. Monaci tailandesi andarono nello Sri Lanka per ricevere l’ordinazione nella setta Theravada singalese Mahavihara (nota come Lankavamsa). Dopo qualche tempo, il lignaggio Lankavamsa morì nello Sri Lanka, e quindi i monaci dovettero ricevere il lignaggio dai monaci tailandesi, che ora sono chiamati Siamvamsa. Dunque, i Sangha della Tailandia e dello Sri Lanka sono molto connessi tra di loro. Anche alla mia ordinazione, il monaco anziano mi chiese di issare delle bandiere. C’era la bandiera tailandese, quella dello Sri Lanka, e una bandiera buddhista.
Prima del Buddhismo, eravamo animisti. Credevamo negli spiriti, e quindi, per esempio, entrando in una casa dovevi onorare gli spiriti della casa. Poi, alla morte dei genitori, si portava loro rispetto anche attraverso il culto degli antenati. Quando iniziavi a coltivare una risaia, dovevi portare rispetto agli dèi della risaia. Era così.

E sebbene fossimo animisti, siccome il Buddhismo è molto aperto, quando è arrivato siamo diventati buddhisti, rimanendo però anche animisti. Poi i mercanti portarono il brahmanesimo, e quindi ricevemmo gli insegnamenti del Buddha attraverso l’Induismo, o attraverso il mantello dell’Induismo. Dunque, abbiamo almeno tre caratteristiche differenti che si sono unite insieme per formare quello che chiamiamo Buddhismo tailandese.
La parte tailandese è molto ridotta. In generale, cerchiamo di osservare i precetti. Penso che il popolo in generale conosca i cinque precetti, ma se li mantengono o meno, questo è un altro discorso! Potrebbero conoscere i cinque precetti, ma molto raramente potrebbero mostrare di conoscere l’obiettivo principale del bodhichitta. Per loro potrebbe sembrare un concetto Mahayana, ma in effetti tutti noi dobbiamo cominciare con il bodhichitta o bodhibija, il seme dell’illuminazione. Se ciascuno di noi, in tutte le tradizioni, comprendesse realmente gli insegnamenti, sapremmo che stiamo parlando della stessa cosa. Potremmo utilizzare un linguaggio differente, ma stiamo parlando della stessa cosa. Non è qualcosa di diverso.
Esistono due ordini del Buddhismo Theravada in Tailandia: l’ordine Mahānikāya, molto diffuso, e il nuovo ordine Dhammayut, che segui tu. Quali sono le differenze tra i due, e com’è nato l'ordine Dhammayut?
Quando il re Mongkut del Siam, noto anche come re Rama IV, ricevette l’ordinazione, non era molto contento dell’atteggiamento dei monaci in Tailandia a quel tempo. Voleva che fossero più ligi, e quindi fondò il lignaggio Mon come movimento di riforma per rafforzare le regole del Vinaya. Questo ordine fu chiamato Dhammayut. L’ordine attuale buddhista è il Mahānikāya, e circa il 90% di tutta la popolazione monastica tailandese, circa 300.000 monaci, appartiene all’ordine Mahānikāya. E di questi 300.000, circa il 10% fa parte del nuovo ordine, il Dhammayut nikāya.
Ma gli ordini leggono gli stessi testi, e le differenze sono solo in alcune pratiche minori. Nell’ordine Dhammayut, ad esempio, quando i monaci escono per raccogliere le elemosine, non indossano scarpe o ciabatte; mentre nel Mahānikāya possono indossare ciabatte. O nel pomeriggio, se un monaco Mahānikāya passa a salutarti, puoi offrire caffè con latte. Ma se viene un monaco Dhammayut per una visita, non bisogna aggiungere latte al caffè. Sono dettagli molto minori. Gli insegnamenti del Buddha che seguono sono sempre gli stessi, tuttavia, questi ordini insistono ad avere dei Sanghakamma separati. Tutti i nostri re successivi, quando ricevevano l’ordinazione, appartenevano al Dhammayut.
Proprio come il Dhammayut è considerato un movimento di riforma, tu continui a promuovere riforme sia per i monastici che per i laici. Quali aspetti della pratica buddhista pensi che debbano essere riformati?
Penso che molto dipenda dal fatto che sono una studiosa. Quando leggi i testi buddhisti, ti rendi conto che la pratica comune non è proprio quella che si trova negli insegnamenti originari. Dovremmo avvicinarci il più possibile allo spirito che ci è stato tramandato nei testi.

Quando leggiamo i testi, particolarmente il Vinaya, dobbiamo comprendere lo spirito di queste regole monastiche. Non prestiamo attenzione semplicemente alle parole, perché solo con le parole, non possiamo fare molto nel mondo. Nel mondo di oggi, ci sono alcune regole che non possono essere sempre mantenute come un precetto, ad esempio il voto di non viaggiare con veicoli. Dovremmo comprendere lo spirito del precetto, ovvero che non dovremmo viaggiare come le persone ricche, trasportate da altri, com’era ai tempi del Buddha. Il Buddha abbandonò il suo titolo di principe, e quindi non veniva trasportato da altra gente. In altre parole, abbandonò quel tipo di veicolo. Dunque, dobbiamo realmente comprendere il contesto del tempo e il contesto della regola. Spesso dico: “Segui il Vinaya comprendendo lo spirito del Vinaya”. Altrimenti, tendiamo a seguire solo le parole, e alcune di esse sono quasi impossibili da seguire!
Parlando di regole, potresti parlarci dell’importanza dei cinque precetti?
Quando sei buddhista, all’inizio reciti: “Prendo rifugio nel Buddha, prendo rifugio nel Dharma, prendo rifugio nel Sangha”. Questo è il primo passo. È come se fosse la dichiarazione che ora stai diventando un buddhista. Ripetiamo la frase tre volte. Perché tre? Per confermare che vogliamo davvero prendere rifugio nel Buddha. E poi in seguito, le bhikkhuni o i bhikkhu ti offrono i cinque precetti come un codice morale di comportamento.
I cinque precetti sono: non uccidere, non rubare, non avere comportamenti sessuali inappropriati, non dire bugie, e non assumere sostanze tossiche. Questi cinque precetti fondamentalmente compaiono anche nell’Islam e anche nei dieci comandamenti. È uno standard morale in tutte le religioni.
I cinque precetti sono nati in modo simile a quando diamo consigli ai bambini: “Non fare questo, non fare quello”. Vuol dire essere compassionevoli, e cosa più importante, ci permette di amare noi stessi. Dunque, so che anche gli altri amano sé stessi, e per questo motivo non uccido. Ci tengo a quello che possiedo, e quindi so che anche gli altri tengono ai loro beni, e quindi non rubo. Così cambiamo l’affermazione. Invece di dire: “Non fare questo, non fare quello”, diciamo che se amo veramente me stessa e i miei beni, allora capirò che anche gli altri amano loro stessi e i loro beni. Così, naturalmente, non uccideremmo gli altri o ruberemmo da loro.
Hai scritto in maniera estesa su come sia vista la natura nella letteratura buddhista, e tu insegni la sostenibilità ambientale attraverso il riciclo e altre attività, nel tuo monastero. Puoi parlarci del tuo lavoro con i problemi ambientali?
Nel 1985, ho iniziato un progetto dal titolo “Prospettive buddhiste sulla natura”. Come parte del progetto, stavo ricercando vari testi buddhisti, e scoprii che i nostri testi sono pieni d’insegnamenti sulla conservazione della natura. Volevo cominciare un tempio dove potessi mettere in pratica tutti questi insegnamenti. Cominciammo semplicemente a raccogliere plastica e carta, e ora le persone vengono per portare tutto quello che hanno in casa da riciclare.

A me personalmente piace tessere quello che si chiama “coperte di stracci”, ovvero quelle coperte fatte di brandelli di stoffa e plastica. Cerco anche di incoraggiare le monache a vedere come sia possibile riciclare i materiali. Abbiamo bisogno di affrontare la questione del riciclo, che risale alle intuizioni del venerabile Ananda ai tempi del Buddha.
Il venerabile Ananda rispose a una domanda di un re, la cui moglie aveva donato 500 vesti monastiche ai monaci, e voleva sapere cosa ne avrebbe fatto Ananda. Disse al re che le vesti sarebbero state distribuite a monaci in posti lontani, che non possedevano vesti. “E allora cosa fai con le vesti monastiche?”, il re chiese. Ananda rispose che dopo aver tenuto le vesti monacali per un certo tempo, e dopo essersi ridotte a brandelli e non potevano essere più usate, le utilizzavano per coprire i soffitti. “Poi, cosa fai con le vesti monastiche?”. Il venerabile Ananda rispose che quando gli stracci non possono più essere usati nemmeno come tali, sarebbero stati pestati, mischiati ad argilla, e passati sul pavimento. Il re era così felice di sentire gli sforzi dei monaci nel riciclo che offrì altre 500 vesti al venerabile Ananda.
Racconto questa storia per ricordare alle monache che l’idea del riciclo esisteva già ai tempi del Buddha 2600 anni fa, e dovremmo seguire questa tradizione, particolarmente al giorno d’oggi quando stiamo affrontando il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Siamo tutti responsabili, e il minimo che possiamo fare è cominciare a riciclare!
Sei anche impegnata nell’offerta di educazione buddhista e conforto per i carcerati. Puoi dirci di più su questo?
Sì, visitiamo i carcerati della prigione locale provinciale. Ci sono circa 3500 carcerati, di cui 700 donne, e noi visitiamo la sezione femminile. Ma non offriamo lezioni o insegnamenti, perché non sono interessate. Desiderano solo parlare con noi, ascoltarci, e conoscere il Dharma.

Sono entusiaste delle nostre visite, perché sentono di trarre beneficio da questi scambi. Quando praticano ciò che le bhikkhuni gli insegnano, riescono a percepire come la vita nella prigione, tutto sommato, non è così terribile. Una donna in punto di morte mi chiese se potessi andare a visitarla. Mi sono resa conto che la nostra presenza è molto importante per ciascuna di loro. Non poteva più parlare, ma mi aveva comunque riconosciuta quando entrai per vederla. Guidarla verso un viaggio sicuro è il minimo che possiamo fare, in quanto bhikkhuni, per le detenute.
Prepararsi e affrontare la morte è un aspetto importante della pratica buddhista. Come possiamo superare la nostra paura o il disagio su questo argomento?
Alcune persone pensano che sia negativo pensare alla morte nella nostra pratica o nella nostra vita quotidiana. Ma la vita e la morte sono presenti. Appena nasciamo, la morte ci aspetta. Ma tendiamo a dimenticarcene, e quindi diamo sempre il benvenuto alla nascita, ma non diamo il benvenuto alla morte, sebbene faccia parte della natura.
Dovremmo essere in pace e felici di vivere questa vita, e in pace e felici quando ce ne andiamo. Proprio come quando partiamo per andare da qualche parte, non possiamo rimanere nella sala d’attesa per sempre, dobbiamo a un certo punto partire. Dunque, quando ci rendiamo conto di come la morte faccia parte della natura, è molto importante concentrarsi sul momento che stiamo vivendo ora, e rendere questo momento di maggior beneficio possibile per noi stessi e per gli altri.
Esiste qualche tradizione funeraria particolare in Tailandia?
La lunghezza del funerale in Tailandia è stata ridotta. Anche ai tempi di mia madre, solo vent’anni fa, si conservava il corpo per cento giorni. Ogni notte si facevano dei canti per lei, e dopo cento giorni il corpo veniva cremato in una grande cerimonia. C’è anche la tradizione di pubblicare un libro di Dharma in questo momento per creare merito per il deceduto. È un modo di preservare il Dharma, e se la persona morta proveniva da una grande famiglia, allora il libro sarebbe stato molto costoso e di grande valore.

Di questi tempi, a causa delle pressioni economiche, la gente generalmente tiene il corpo solo per tre notti, canta per tre notti, offre un piccolo regalo, ma non si pubblicano più libri. Tuttavia, alcune famiglie benestanti pubblicano ancora libri di Dharma, ma molto più tardi, forse tre mesi dopo. Alcune persone offrono l’ordinazione ai loro figli al momento del funerale. Queste pratiche sono più per i vivi che per i morti.
E, infine, qual è il miglior consiglio che tu abbia mai ricevuto da qualcuno?
Semplicemente sorridere! Sorridi quando sbagli qualcosa, e l’altra persona sorriderà pure lei. Stavo ascoltando l’ex primo ministro dell’Inghilterra, e stava parlando di come ad una cena le cadde una fetta di formaggio di fronte alla regina. Semplicemente prese il formaggio da terra, lo rimise sul tavolo, e la regina sorrise. Quel sorriso dice molto di più delle parole. È un riconoscimento, una conferma. È un perdono. Semplicemente va bene.

Siamo tutti esseri umani. Se avete fatto qualche errore, va bene. Se avete fatto qualche azione positiva, va bene pure. Lo leggi attraverso gli occhi della persona. Questo è l'insegnamento di un sorriso, un sorriso sincero. È il più grande insegnamento e il più grande messaggio che possiamo offrire.
Grazie, venerabile Dhammananda Bhikkhuni, per aver condiviso con noi la storia unica della tua vita e tutto ciò che hai imparato nel tuo cammino!