Intervista con il dott. Imtiyaz Yusuf

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Study Buddhism ha incontrato il dott. Imtiyaz Yusuf all’università islamica internazionale della Malaysia a Kuala Lumpur per discutere di più di mille anni di coesistenza tra musulmani e buddhisti, di come i due gruppi abbiano un disperato bisogno di imparare di più la religione dell’altro, e della possibilità che il Buddha sia citato nel libro sacro dell'Islam, il Corano.
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Mi trovo a Kuala Lumpur, la calda e frenetica capitale della Malaysia, e sta piovendo pesantemente. Così pesantemente, in effetti, che senti di non poter essere in altre parti del mondo se non qui, mentre ti rifugi in centri commerciali con l'aria condizionata sparata a mille, circondata dal calore umido delle foreste pluviali che si estendono per centinaia di chilometri. E devo andare all’Università internazionale islamica della Malaysia – se riesco a trovare un taxi – per incontrare un uomo considerato uno dei più grandi esperti del dialogo islamico-buddhista.

Si tratta, ovviamente, del dott. Imtiyaz Yusuf, un accademico esperto la cui ricerca affonda nelle intricate intersezioni di religione, cultura, e coesistenza. Grazie a un fervore accademico nutrito da un profondo impegno per la comprensione e l’armonia tra diverse tradizioni religiose, il dottor Yusuf si erge come un faro di curiosità intellettuale e dialogo interreligioso.

Come membro dell’istituto internazionale del pensiero e della civiltà islamica, il dott. Yusuf ha molta esperienza e conoscenza da trasmettere, ed è una guida illuminante per studenti e colleghi. La sua ricerca si immerge in vari argomenti, con un’attenzione particolare sulla sottile relazione tra l’Islam e altre tradizioni religiose, ma specialmente il Buddhismo.

Nella mia intervista con il dott. Yusuf, la conversazione si è concentrata negli affascinanti paragoni e distinzioni tra il Buddhismo e l’Islam. Con un grande occhio per il dettaglio e un profondo apprezzamento per entrambe le fedi, il dott. Yusuf esplora i principi condivisi di compassione e comportamento etico che stanno alla base di queste antiche tradizioni. Inoltre, il dott. Yusuf chiarisce il potenziale di coesistenza pacifica e rispetto reciproco tra gli aderenti del Buddhismo e dell’Islam, sottolineando l’importanza del dialogo e della comprensione in un mondo caratterizzato da diversità e complessità.

Un aspetto intrigante della conversazione si è concentrato attorno all'idea che il Buddha fosse stato citato nel Corano, un argomento che ha generato molto dibattiti e ricerche accademiche. Il dott. Yusuf ci offre una visione interessante sul contesto storico e le interpretazioni di questo punto, attingendo alla sua esperienza negli studi islamici per offrire una prospettiva equilibrata.

Leggi di più per comprendere la relazione tra il Buddhismo e l’Islam dal dott. Yusuf, un musulmano dichiarato che crede in Dio e impara dal Buddha, in questa conversazione illuminante. Buona lettura!

Study Buddhism: Immagino che, nelle menti di molti musulmani e buddhisti, l’Islam e il Buddhismo sembrano avere poco in comune. Puoi condividere con noi la tua saggezza per dissipare questo fraintendimento?

Dr. Imtiyaz Yusuf: I valori fondamentali condivisi dall’Islam e dal Buddhismo si concentrano sulla promozione del bene e il divieto di fare del male. Il Corano insegna ai musulmani che il male proviene dagli esseri umani, non viene da Dio. Il male viene perpetrato dagli esseri umani, e questo conduce alla sofferenza degli esseri umani. Questo è simile al Buddhismo.

Ti faccio un esempio dalla vita del Profeta Maometto. Un giorno, mentre si sedeva con i suoi nipoti e li stava baciando, un passante disse: “Perché baci i tuoi nipoti? Ho dieci figli e non ho mai dato loro un bacio”. Maometto rispose: “Se non offri amore, non ricevi amore”. È così che Maometto ci ha insegnato ad amare gli altri.

Dr. Imtiyaz Yusuf on the grounds of the International Islamic University Malaysia in Kuala Lumpur.

Probabilmente avrai notato come i musulmani provengano da varie razze e colori della pelle. Crediamo nell’uguaglianza degli esseri umani. L’uguaglianza degli esseri umani significa che non facciamo discriminazioni sulla base del colore della pelle – un insegnamento molto importante nell’Islam. Il Corano dice che la diversità religiosa e le differenze religiose sono naturali, ma dovremmo competere tra di noi per fare del bene. Maometto ha insegnato ad amare le persone di altre religioni. Un giorno, mentre era seduto per la strada mentre passava la processione di un funerale, si alzò in piedi in segno di rispetto. Uno dei suoi compagni gli disse: “Ma non sai che è il funerale di un ebreo?". E Maometto rispose: “Non era un essere umano?”. Dunque, l’insegnamento di Maometto è che dovremmo amare l’umanità, e tutti gli esseri umani sono uguali, a prescindere dalla razza. 

E dovremmo imparare ad amare anche i buddhisti. C’è paura e ignoranza da entrambi i lati, ma l’ignoranza viene criticata sia dal Buddha che da Maometto, in quanto l’ignoranza porta al male, e il male porta alla violenza.

A un livello più filosofico, hai scritto un articolo sul concetto islamico di ummatan wasaṭan (il popolo di mezzo) e il concetto buddhista di majjhima-patipada (la via di mezzo). Qual è la connessione tra questi dueconcetti?

Il termine “popolo di mezzo” è utilizzato nel Corano, “ummatan wasaṭan”, e fondamentalmente dice ai musulmani di evitare gli estremi in ogni area della vita e della pratica. E i musulmani dovrebbero prendere la via di mezzo, ovvero non dovrebbero disturbare l’equilibrio tra la vita mondana e quella religiosa o spirituale. Dovrebbero essere compassionevoli, tolleranti, ed evitare gli estremi. È questo ciò che intende il Corano quando chiede ai musulmani di essere “popoli di mezzo”.

È molto, molto simile all’ottuplice sentiero del Buddha, che è anche una via di mezzo. Lo stesso Maometto chiede ai musulmani di essere “persone di mezzo” ed evitare gli estremi, proprio come il Buddha dice che i buddhisti dovrebbero evitare gli estremi nella loro vita e nella loro pratica.

Verso la fine del XII secolo, il Buddhismo era praticamente scomparso dal subcontinente indiano, ad eccezione delle regioni montagnose dell’Himalaya. Molti studiosi hanno attribuito questo declino, che ha coinciso con la diffusione dell’Islam, alle invasioni islamiche, una delle quali distrusse Nalanda, il grande centro di cultura buddhista. Quanto è accurata questa storia?

Trovo ridicolo quando qualcuno dice che distruggendo un edificio, distruggi una religione. Ovviamente non è accaduto. È come se qualcuno attaccasse questa università: non sarebbe la fine dell’Islam in tutto il mondo. In India, si attribuisce il declino del Buddhismo alla distruzione di Nalanda, ma la persona che attaccò Nalanda fu Bakhtiyar Khilji, un guerriero turco. Distrusse molte istituzioni, templi buddhisti e induisti, e attaccò l'università di Nalanda.

Ma esiste un’opera di Johan Elverskog, che dimostra come il Buddhismo continuò ad esistere in India fino al XV secolo, molto dopo la distruzione dell’università di Nalanda.

L’attacco a Nalanda avvenne ad opera di un guerriero e quindi non l’attribuirei al mondo islamico in quanto tale, perché in altre parti del mondo i musulmani e i buddhisti vivevano insieme in pace. Dunque, l’Islam non è la ragione principale della fine del Buddhismo in India. C’è anche stata l’ascesa della tradizione induista Bhakti, e anche quella dei brahmini, che giocarono un ruolo importante nella fine del Buddhismo in India. Considerare solo una causa per la fine del Buddhismo in India sembra a mio parere molto poco accademico!

Questo indicherebbe che i musulmani e i buddhisti abbiano vissuto fianco a fianco per secoli. Quali sono le cause e le condizioni che hanno portato alla nascita di tensioni tra i due gruppi nel mondo attuale?

La presentazione della storia violenta tra l’Islam e il Buddhismo è una storia di parte. Esiste molta ricerca la quale mostra che non è sempre stato così. L’Islam ha incontrato il Buddhismo circa 1400 anni fa, e fu un incontro molto pacifico che avvenne a Sindh, nell’odierno Pakistan.

Quando i musulmani incontrarono i buddhisti, sorsero in loro delle domande perché non lo conoscevano. Avevano domande su come relazionarsi a queste persone di religione differente. Muhammad bin Qasim (il comandante militare del califfato omayyade) scrisse agli accademici religiosi a Damasco, chiedendogli la loro opinione su come relazionarsi a questa religione chiamata Buddhismo, dopo aver incontrato monaci buddhisti e visto i loro templi per la prima volta.

La risposta arrivò da Damasco in cui si diceva di trattarli come “Ahl al-Kitāb”, ovvero “Popoli del Libro”. Il Corano specifica i cristiani e gli ebrei come “Popoli del Libro”, nel senso che avevano ricevuto una rivelazione. Pertanto, le istruzioni date a Muhammad bin Qasim indicavano che i buddisti avrebbero dovuto essere trattati allo stesso modo dei popoli che avevano ricevuto rivelazioni precedenti, antecedenti alla rivelazione del Profeta Maometto o di un profeta prima di Maometto. Erano state fornite istruzioni specifiche di non attaccare i monaci o di distruggere i loro templi.

In seguito, l’Islam e il Buddhismo vissero fianco a fianco in Afghanistan e in Asia Centrale, e nel Sudest asiatico. C’è dunque una lunga storia di convivenza pacifica. In effetti, se consideri l'Asia Centrale, la città di Bukhara in Uzbekistan, la parola Bukhara proviene da “vihara”. E uno dei più importanti collezionisti degli Hadith, ovvero i detti del profeta, che ora sappiamo essere l’Imam Bukhari, aveva probabilmente un lignaggio buddhista.

Ci sono dunque vari esempi di convivenza. Non c’è alcuna ragione teologica per la violenza in nessuna religione, che si tratti dell'Islam o del Buddhismo, o in qualunque altra religione. Tutti i profeti e i maestri offrivano consigli saggi agli esseri umani per garantire una convivenza pacifica, e per comprendere lo scopo di essere umani nel mondo.

Al giorno d’oggi, quello che vediamo in Sri Lanka o in Myanmar, è ad esempio un problema di razza, non di religione, e i perpetratori sono molto chiari al riguardo. Questa è la malattia del nazionalismo moderno, in cui le religioni si identificano con l'etnia o la razza. E quindi identifichiamo le persone utilizzando categorie razziali, e questo non è lo scopo degli insegnamenti del Buddha o di Maometto, che sono molto umanistici nei loro obiettivi e orientamento, e promuovono una convivenza pacifica tra i popoli.

Pensi che uno dei problemi principali sia che i musulmani e i buddhisti semplicemente non sanno abbastanza sulla religione dell’altro? La situazione qui nel Sudest asiatico è differente, dato che le due religioni vivono una a fianco dell’altra?

Proprio qui, il Sudest asiatico, è l’unica regione al mondo dove i musulmani e i buddhisti convivono insieme, poiché le due religioni principali del Sudest asiatico sono l’Islam e il Buddhismo. I musulmani costituiscono circa il 42% della popolazione del Sudest asiatico, e i buddhisti circa il 40% - se ci fosse un conflitto tra i due, significherebbe la distruzione del Sudest asiatico.

Sfortunatamente, i musulmani hanno abbandonato lo studio del Buddhismo, e non hanno molte informazioni al riguardo. Quando vedono i buddhisti onorare il Buddha, pensano lo stiano adorando. In realtà, il Buddha ha negato di essere Dio, proprio come Maometto ha negato di essere Dio.

Non ci sono molti incontri organizzati dai leader politici e religiosi per stare insieme e comprendersi. Per me, Buddha e Maometto sono liberatori dell’umanità. Entrambi lavorarono per l'uguaglianza, la giustizia, e la rimozione dello sfruttamento di esseri umani da parte di altri esseri umani.

Entrambi sono esempi di liberatori ed esseri umani perfetti che possono essere emulati e imitati nelle nostre vite. Sfortunatamente, a causa delle situazioni politiche, le condizioni del mondo, e il ritmo di vita frenetico che conduciamo, non ci sono molti dialoghi tra le due religioni.

Direi che il dialogo è in realtà molto lontano – non ci sono tentativi per comprendersi a vicenda. La storia dell’Islam e del Buddhismo non viene insegnata nelle scuole o all’università.

Penso di essere una delle rare persone che si impegna in studi sull’Islam e sul Buddhismo per comprenderli, e non lo chiamerei un dialogo ancora, perché sono solo una persona. Incoraggio i miei studenti a studiare il Buddhismo e a leggere libri di accademici buddhisti, in modo tale che possano acquisire una conoscenza del Buddhismo.

Credo che i musulmani abbiano passato molto tempo ad apprendere e a dialogare con cristiani ed ebrei. Questo tipo di dialogo è necessario in Medioriente e in Europa, ma è totalmente irrilevante qui in Asia. È importante, come musulmani, imparare a studiare il Buddhismo, perché il 38% dei buddhisti vive in questa parte del mondo e per me, il Sudest asiatico è la casa del Buddhismo. Ecco perché gli asiatici, invece di perder tempo a discutere di questioni del Medioriente e dell’Europa, dovrebbero interagire con i loro vicini buddhisti, senza discriminazioni razziali.

Sfortunatamente, nel Sudest asiatico, il Buddhismo è identificato con i cinesi, e i cinesi sono economicamente più benestanti. Associare il Buddhismo ai cinesi è un modo ignorante di assimilare una religione a un gruppo specifico. Il Buddha non era cinese, il Buddha era un essere umano che ha insegnato valori universali.

Quindi è il momento che paesi come l'Indonesia, la Malaysia, e il Brunei si impegnino nello studio del Buddhismo, perché vivono con i buddhisti in questa parte del mondo: in Tailandia, in Myanmar, in Cambogia, in Vietnam, nel Laos. È una dimensione mancante nella coesistenza dei due gruppi in questa parte del mondo. In effetti, Borobodur, il più grande monumento buddhista, si trova in Indonesia, il più grande paese musulmano del mondo.

È rimasto lì per 1400 anni, con 900 anni di Islam. E non è stato attaccato; sebbene alcune persone abbiano atteggiamenti negativi riguardo la presenza di Borobodur, è ben protetto dal governo indonesiano.

E ho grande approvazione per lo sforzo del governo indonesiano nel conservare questo monumento buddhista molto importante nel nostro paese, che è il più grande paese musulmano del mondo.

Hai detto che un vero dialogo è ancora molto lontano. Quali sono le opportunità e i limiti di tale dialogo interreligioso?

Non penso che gli incontri e i dialoghi interreligiosi possano essere di grande aiuto. Non sono efficaci perché sono eventi singoli, o un’opportunità per una foto, o quello che chiamo dialogo del "bene bene", in cui si parla solo degli aspetti positivi della propria religione e degli aspetti positivi di altre religioni. Ma raramente ci sono incontri successivi dopo eventi del genere, e non arrivano all’uomo comune. L’impegno e l’azione sociale sarebbero di maggiore aiuto nel creare una compassione naturale nei giovani e nei leader religiosi. Sfortunatamente, ciò non accade.

Apprezzo il Dalai Lama che visita luoghi di culto musulmani e partecipa in attività religiose con loro. Apprezzo davvero le sue attività in quest'area. Recentemente ho ricevuto vari inviti per dialoghi tra l’Islam e il Buddhismo in Giappone, con i buddhisti della Terra Pura e Risshō Kōsei Kai.

Questa era la prima volta che invitavano un musulmano. Ho svolto delle ricerche in questo campo: ho un articolo sul dialogo tra l’Islam e il Buddhismo tramite il Majjhimā-Patipadā e l’Ummatan Wasaṭan. Ho un altro articolo in cui parlo della luce di Maometto e la luce di Amida (Amitābha, il Buddha principale del Buddhismo della Terra Pura), e ho un altro articolo in cui parlo degli esempi di Maometto e del Buddha come esseri umani perfetti che possiamo emulare e da cui possiamo imparare nelle nostre vite.

Per concludere, ci sono dei riferimenti al Buddha o al Buddhismo nel Corano?

I musulmani credono che ci siano 124.000 profeti nella storia dell’umanità, e molti accademici sono giunti alla conclusione che il Buddha è uno di questi. Ci sono tre casi nel Corano in cui si cita Zul-Kifl (scritto anche come Dhu al-Kifl, ovvero “l’uomo di Kifl”). Secondo i commentatori musulmani del Corano, Kifl potrebbe essere un riferimento a Kapilavastu, la città dove il Buddha passò trent'anni della sua vita. Ci sono due capitoli del Corano dove Zul-Kifl viene menzionato come un profeta stabile e paziente, e penso che queste siano alcune delle più grandi qualità del Buddha. C’è un terzo riferimento al Buddha, secondo gli accademici musulmani, credo nel capitolo 95. Il capitolo si intitola “Fico”, e i primi quattro versi parlano di quattro simboli: il primo è un fico, il secondo un ulivo, il terzo il Monte Sinai, e il quarto la città della Mecca.

Sappiamo che l’ulivo si riferisce a Gesù, il Monte Sinai a Mosé, e la città della Mecca alla missione di Maometto. Ma se esamini i profeti del Medioriente, nessuno di loro si identifica con un albero di fico. Tuttavia, il Buddha raggiunse l’illuminazione sotto un albero di fico, e quindi alcuni accademici musulmani credono che sia un riferimento coranico all’illuminazione del Buddha, e al suo status come profeta. 

Dott. Yusuf, grazie mille per aver condiviso la tua saggezza sul complesso mondo delle relazioni tra l’Islam e il Buddhismo, e anche per il tuo lavoro nel creare ponti tra queste due grandi religioni.
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