Intervista con la bhikshuni Thubten Chodron

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Study Buddhism ha incontrato la bhikshuni Thubten Chodron al Centro Buddhista Amitabha di Singapore per parlare di quello che significa essere un buddhista del ventunesimo secolo, l’importanza di interagire pienamente con il Dharma, e il vero scopo della preghiera e della recitazione dei mantra nella tradizione buddhista.
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Il caldo tropicale di Singapore perdura nell’aria mentre mi siedo con la bhikshuni Thubten Chodron al Centro Buddhista Amitabha, dove in passato ha svolto il ruolo di insegnante residente. È un giorno di dicembre molto caldo, ma dentro la sala del Dharma pervade un senso di calma – le meravigliose statue del Buddha certamente aiutano, ma in questo momento è l'aria condizionata gelida a fare la differenza! In aggiunta a questa atmosfera, la bhikshuni Thubten Chodron – amica di lunga data del dott. Alexander Berzin – comincia scherzando, e quello che ne segue è una conversazione profonda ma leggera.

Ordinata come novizia nella tradizione buddhista tibetana nel 1977 e avendo ricevuto la piena ordinazione a Taiwan nel 1986, la venerabile Thubten Chodron ha passato l’ultima metà del secolo a rendere il Dharma accessibile a un pubblico moderno. È la fondatrice dell'abbazia di Sravasti, il primo monastero buddhista tibetano per monastici occidentali negli Stati Uniti, e un’autrice prolifica, avendo scritto, assieme al Dalai Lama Che cosa è il buddhismo. Un maestro e molte tradizioni [Mondadori, 2022, N.d.T.] tra le altre opere. È conosciuta per spiegare in modo chiaro e semplice concetti filosofici complessi, sottolineandone la rilevanza per la vita quotidiana. 

Nella nostra discussione, la bhikshuni Thubten Chodron parla candidamente della sfida di praticare il Buddhismo nel mondo di oggi, ed esplora la tendenza degli studenti occidentali di adattare il Dharma alle preferenze personali. Parla anche dell’importanza del ragionamento e del dibattito nello studio buddhista, e il potere trasformativo della pratica delle divinità. Offre anche commenti senza filtri sulla vita monastica, dissipando il fraintendimento comune che sia una semplice fuga dai problemi della vita quotidiana. Nel corso della conversazione, un tema rimane sempre presente: l’importanza di interagire pienamente con il Dharma invece di adattarlo alle proprie preferenze. Buona lettura!

Study Buddhism: molti studenti occidentali cercano di fare una distinzione tra quello che considerano il “vero” Dharma, e gli elementi culturali, tralasciando spesso aspetti che trovano scomodi. Tuttavia, come sottolinei spesso, questo processo rischia di plasmare il Buddhismo per adattarlo a credenze preesistenti, anziché accoglierlo pienamente. In che modo i praticanti possono rapportarsi al Dharma rispettandone l'integrità e, al tempo stesso, orientarsi nei contesti culturali in cui si è evoluto?

Bhikshuni Thubten Chodron: Uno potrebbe dire: “Sono d’accordo con questi aspetti del Dharma, quindi devono essere Dharma. Ma quegli aspetti che non mi piacciono? Devono far parte della cultura”. In questo modo, modifichiamo il Dharma affinché si adatti alle nostre opinioni, invece di abbracciarlo così com'è.

Ho passato molto tempo a riflettere su questo punto, ma non credo di avere tutte le risposte. Non è qualcosa che gli asiatici, e specialmente i tibetani, considerano. I tibetani non hanno mai sperimentato un’occupazione da parte di potenze occidentali, né hanno ricevuto formazioni universitarie simili a quelle dell’occidente. Senza materie come la sociologia, l’antropologia, o l’analisi storica, non separano la cultura dal Buddhismo. Per loro, la cultura tibetana e il Buddhismo sono così intrecciate che non mettono in discussione le differenze.

Io invece, avendo studiato discipline umanistiche all’università, porto un punto di vista molto differente. Mi ci è voluto molto tempo per comprenderlo, e vivere in Asia per un po’ di tempo è stato incredibilmente utile. Altrimenti, in occidente, a volte adottiamo un atteggiamento colonialista: “Prendiamo quello che hanno e lo miglioreremo”. Potremmo dire, “Prendiamo il Buddhismo, rimuoviamo la superstizione, eliminiamo la devozione che non ha senso, e trasformiamolo in qualcosa di veramente scientifico”. Ma è davvero questo l'approccio corretto?

Dobbiamo chiederci: abbiamo interiorizzato il sentiero buddhista così chiaramente nelle nostre menti da poter distinguere cosa sia veramente il Dharma da quello che è solo cultura? Oppure stiamo adattando le cose basandoci sul desiderio di farle combaciare con quello che già crediamo? Come hai detto, molti studenti occidentali cercano di adattare il Buddhismo alle loro credenze, scartando a volte elementi che sono per loro difficili da accettare. È così che è nato il Buddhismo secolare, ma penso che dovremmo essere cauti in quest’area.

Un concetto centrale, difficile da comprendere per alcuni praticanti, è la rinascita, che viene a volte tralasciata come se fosse un’idea simbolica o culturale, invece di essere una parte fondamentale dell’insegnamento del Buddha. Come possono gli studenti avvicinarsi a insegnamenti simili, che inizialmente non risuonano dentro di loro?

Alcune persone dicono che il Buddha non aveva realmente insegnato la rinascita. Tuttavia, è molto chiaro nelle scritture che il Buddha aveva insegnato la rinascita, ed è molto chiaro come faccia parte del sistema. Ciò significa che tu hai bisogno di credere nella rinascita per poter beneficiare degli insegnamenti del Buddha? Assolutamente no!

Gli insegnamenti del Buddha possono aiutarti che tu creda nella rinascita o meno. Tuttavia, penso che sarebbe molto difficile, senza una comprensione della rinascita, riuscire a generare il bodhichitta.

Accettare l’idea dell’illuminazione sarebbe difficile se dicessimo semplicemente che la rinascita è un concetto asiatico. Non sto dicendo di doverci credere, ma se qualcosa non vi attira, non tralasciatela immediatamente. Mettetela da parte, rivisitatela, e cercate di capire se ha più senso dopo aver praticato e imparato un po’ di più, man mano che la mente evolve. Non lasciate che sia il vostro ego a decidere cosa sia il Buddhismo e cosa non lo è, è pericoloso.

Nel tuo libro, I primi passi sul sentiero buddhista. Praticare il Dharma nel XXI secolo [Nalanda edizioni, 2021, N.d.T.], sottolinei il ragionamento, la logica, e il dibattito come strumenti essenziali per la pratica buddhista. Perché è così importante coltivare queste abilità, e come possono aiutare i praticanti a interagire più efficacemente con il Dharma?

Il Buddha ha riconosciuto chiaramente come non ci sia un unico approccio alla pratica, poiché le persone hanno inclinazioni e disposizioni differenti. Pertanto, è necessario che ci siano vari modi di praticare il Dharma, che si adattino ai bisogni delle persone.

Personalmente, mi piace il ragionamento e il dibattito, ma riconosco che non funziona per tutti. Credo anche che dipenda fortemente da come sono insegnati gli studi filosofici. Ad esempio, abbiamo sviluppato sillogismi per comprendere come pensano le nostre menti, specialmente quando crediamo alle storie create dalle nostre menti nelle vite quotidiane. Prendiamo l’esempio di assumere che non piacciamo a qualcuno perché ha parlato in maniera rude. È un sillogismo – una conclusione mentale che abbiamo creato sulla base del ragionamento. Ma quando la esaminiamo, troviamo che non è molto logica. Ma cosa intendiamo con “linguaggio volgare”? Siamo sicuri che era maleducato, oppure semplicemente non ci piaceva quello che aveva detto? Forse stavano male o stavano affrontando altro. Come possiamo essere sicuri che fosse maleducato? Anche se fosse proprio così, ciò non significa necessariamente che gli piacciamo. 

La venerabile Thubten Chodron sulle montagne dell'Himalaya da giovane monaca. Immagine per gentile concessione di thubtenchodron.org

Ho trovato che quando colleghiamo i sillogismi alle situazioni della vita reale, le persone tendono a vederne più chiaramente il loro valore. Ci siamo divertiti molto con questo approccio qui. Nella mia esperienza, lo studio filosofico è di grande valore per imparare a pensare in modo chiaro. Per porre una domanda significativa, dobbiamo essere precisi riguardo a quello che vogliamo sapere. Se mai tu partecipassi a un discorso di Dharma, potresti notare come le persone spesso impiegano cinque minuti per parlare di tutto fuorché della domanda effettiva. Anche quando gli viene chiesto di essere chiari, hanno comunque difficoltà a porre la domanda in maniera semplice.

Gli studi filosofici mi aiutano a concentrarmi sulla domanda e su quello che voglio esprimere. Penso siano incredibilmente utili per migliorare la chiarezza del pensiero e della comprensione.

La recitazione dei mantra è una pratica fondamentale del Buddhismo tibetano, eppure sembra molto diversa dal ragionamento e dal dibattito. In che modo la recitazione di un mantra aiuta ad affinare la mente e sostenere la chiarezza nella pratica buddhista?

Un mantra è una serie di sillabe associate ad una manifestazione di un Buddha, utilizzato come strumento di meditazione. Quando un Buddha realizza nel profondo la natura ultima della realtà con compassione, un mantra è l'espressione in sanscrito di quello stato meditativo.

La recitazione di un mantra ci aiuta a connetterci con la realizzazione di un Buddha. È un aiuto, un metodo per gestire il chiacchiericcio mentale. Le nostre menti generano continuamente dialoghi interiori – preoccupazioni, ruminazioni, e pensieri che si ripetono. La recitazione di un mantra indirizza quell’energia mentale verso qualcosa di utile.

Un mantra porta con sé una qualità energetica, sia fisica che mentale. Una recitazione regolare armonizza la nostra energia con il mantra. Tuttavia, a volte notiamo come la nostra energia non sia in armonia con il mantra, portandoci a una riflessione: Qual è il nostro stato mentale? Su cosa ci stiamo concentrando?

La recitazione del mantra sostanzialmente è uno strumento per la presenza mentale e la trasformazione interiore; reindirizza l’energia mentale dispersa verso la chiarezza e la crescita spirituale.

Allora qual è il ruolo della preghiera nel Buddhismo?

Nel Buddhismo, utilizziamo il termine “preghiera” in modi differenti dalla comprensione convenzionale. Ad esempio, dico spesso di fare le mie preghiere quando in realtà sto adempiendo ai miei impegni giornalieri, che includono le recitazioni e la coltivazione di certi modi di pensare. Quello che faccio non è la stessa cosa di quello che tipicamente s’intende per “preghiera” in inglese.

Nell’uso comune del termine “preghiera”, tendiamo a pensare di chiedere a qualcuno che ha potere di concederci una grazia – come pregare per un buon raccolto, per avere successo nella vita, per essere prosperi. Alcune preghiere buddhiste potrebbero assomigliare a questo per quanto riguarda degli obiettivi mondani, ma spesso le preghiere buddhiste assomigliano maggiormente a delle aspirazioni. Non si tratta di richiedere qualcosa a una divinità esterna a noi, ma di esprimere il desiderio di coltivare certe qualità in noi stessi. 

Invece di chiedere qualcosa del tipo “per favore, benedicimi”, che è un termine più allineato a idee cristiane, le nostre preghiere sono in sostanza delle aspirazioni. Ad esempio, potremmo dire: “Aiutami a realizzare la preziosità della mia vita”, oppure “Ispirami a comprendere la morte e l’impermanenza in modo tale da non sprecare il tempo che ho”. Queste non sono richieste di un intervento esterno, ma aspirazioni per la crescita personale – lo sviluppo di pazienza, compassione, e una comprensione più profonda della vita. 

Queste “preghiere” sono rivolte più a chiarire i nostri desideri e intenzioni più profonde, aiutandoci a entrare in contatto con i nostri obiettivi spirituali. In questo modo, la preghiera diventa uno strumento psicologico; un metodo per riflettere e per chiarire le nostre aspirazioni interiori. È un modo per ricordare a noi stessi le qualità che vogliamo coltivare.

Lo yoga della divinità, una pratica centrale nel Buddhismo tibetano, è spesso fraintesa, perché le divinità a volte vengono viste come esseri esterni che concedono benedizioni. In che modo i praticanti possono impegnarsi nella pratica delle divinità in un modo che porti a una trasformazione genuina?

La pratica della divinità è qualcosa che scopri gradualmente man mano che pratichi. Non è qualcosa totalmente spiegato dall’inizio. Alcune parti vengono spiegate, ma buona parte della pratica è qualcosa che cominci a comprendere man mano che mediti. Potrebbe essere che ascolti una spiegazione ma non la comprendi pienamente se non in seguito – solo attraverso la pratica comincia ad avere senso.

Per spiegare la pratica della divinità, dobbiamo innanzitutto comprendere cos’è una divinità. Una divinità è una manifestazione della mente onnisciente del Buddha. Spesso pensiamo alle divinità come se fossero esseri intrinsecamente esistenti. Per esempio, consideriamo Chenrezig, il bodhisattva della compassione – è dipinto con undici teste e mille braccia. Alcune persone potrebbero dire: “Gli parlo ogni giorno chiedendogli cose, e tutto quello che dice è Om Mani Padme Hum”. Ma pensare alle divinità come figure esterne che concedono le grazie non è la pratica della divinità.

Una fotografia della statua di Chenrezig dalle mille braccia presso l'Amitabha Buddhist Centre, Singapore

Molte persone considerano le divinità come degli dèi – esseri esterni, separati, in grado di fare miracoli, solitamente per benefici terreni. Ad esempio, qualcuno potrebbe pensare: “Se chiedo a Chenrezig di essere in buona salute e di prendersi cura del benessere della mia famiglia, e lui lo concede, allora farò offerte per lui". Questo approccio assomiglia ad una transazione: tu chiedi qualcosa, e se lo ricevi, dai qualcosa in cambio. Ma non è questa la vera pratica della divinità.

Al contrario, abbiamo bisogno di cambiare il nostro punto di vista e smettere di considerare le divinità come esseri indipendenti, e comprendere invece che sorgono in modo dipendente. Le divinità sono manifestazioni delle qualità illuminate che dipendono da cause come il karma e il merito che hanno creato per ottenere i loro Corpi di Forma e Corpi di Verità come Buddha. Sono rappresentazioni simboliche di queste qualità, che possono guidarci per coltivare tali qualità in noi stessi.

La pratica della divinità ci aiuta inoltre a connetterci con varie energie dentro noi stessi. Ad esempio, ci sono divinità feroci come Yamantaka, la cui apparenza è terrificante. La sua immagine, con una bocca aperta, capelli ardenti, e armi, vuole insegnarci ad affrontare e trasformare la nostra rabbia. La forma feroce di Yamantaka non è indirizzata ad altri esseri, ma alle nostre afflizioni e ignoranza. Connettendoci a queste energie feroci, possiamo imparare a lavorare e a trasformare emozioni negative come la rabbia in saggezza e compassione. 

Hai appena parlato della rabbia. Oltre alla pratica di Yamantaka, quali sono altri metodi pratici ed efficaci per trasformare la rabbia ed affrontare la rabbia degli altri? 

Il Buddhismo offre molti modi per lavorare con la rabbia, particolarmente nel sesto capitolo del testo Impegnarsi nel comportamento dei bodhisattva di Shantideva. Se praticati con costanza, questi metodi sono efficaci, ma aspettarsi una soluzione immediata non è realistico.

Il primo passo è voler veramente lavorare con la rabbia. Se qualcuno crede che la rabbia sia una sorta di potere, o sia giustificata, non cercheranno degli antidoti. Persone del genere hanno bisogno di riflettere sull’impatto reale della rabbia – come danneggia le relazioni, crea sofferenza, e spesso lascia indietro un senso di colpa. Non è solo una teoria; se esaminiamo le nostre esperienze passate, vedremo come la rabbia porta al dolore, per noi stessi e per gli altri.

Molte persone pensano che la rabbia dia loro energia, ma sebbene possa creare una scarica di adrenalina, annebbia il giudizio e raramente porta a decisioni sagge. Agire in base alla rabbia solitamente peggiora le cose. Shantideva smonta sistematicamente ogni scusa per la rabbia, mostrando come intrappoli le persone in cicli di risentimento e amarezza.

Un antidoto fondamentale è riconoscere come la rabbia spesso sorga dalle nostre percezioni. Quando la rabbia s’accende, è solitamente alimentata da pensieri come: “Questo non va bene, oppure “Ho bisogno di contrattaccare”. Ma fare un passo indietro, mettere in discussione questi pensieri, e vedere il quadro più ampio aiuta a ridurne la potenza. La vera forza proviene dalla saggezza e dalla compassione, non dalla capacità di essere violenti o controllare gli altri tramite la paura.

Un altro metodo è riflettere sulle conseguenze di lungo termine della rabbia. Potrebbe sembrare giustificata nel momento, ma aggrapparsi alla rabbia porta solo maggiore infelicità. Molte persone che si attaccano alla rabbia nel tempo sviluppano un senso di amarezza, convinti della loro rettitudine, ma profondamente miserabili. Riconoscere questa dinamica comportamentale aiuta a lasciar andare questo modo di essere.

Spesso le persone si mettono sulla difensiva, reagendo alle critiche con rabbia, mentre altre si scoraggiano, rendendo quasi impossibile una risposta costruttiva. Come possiamo imparare a gestire le critiche in modo abile?

Una reazione comune alla critica è rifiutarla del tutto: “No, no, non ho fatto questo!”. Ma spesso, abbiamo proprio fatto quell’errore per cui veniamo criticati. In casi del genere, invece di essere sulla difensiva, un approccio più saggio sarebbe di riconoscere l’errore con calma. Una semplice risposta come, “Grazie per aver indicato il mio errore”, aiuta a cambiare la nostra prospettiva. Se vogliamo sinceramente migliorare, allora anche un commento difficile ha valore. Invece di pensare, “Non voglio sentirlo”, possiamo riformularlo come “Grazie per avermi mostrato come migliorare”.

Tuttavia, se qualcuno ci critica per qualcosa che non abbiamo fatto, non c’è alcun bisogno di agitarsi perché l'affermazione è semplicemente errata. Ad esempio, se qualcuno dovesse dire, “Hai un naso grande”, potremmo rispondere con calma, “Sì, ho un naso”. Non c’è alcun motivo di essere sulla difensiva per qualcosa che è vero. Se la critica è valida, possiamo accettarla, assumerci le nostre responsabilità, e cercare di migliorare. Ma se non è vera, perché lasciare che disturbi la nostra pace?

La venerabile Thubten Chodron a colloquio con Sua Santità il Dalai Lama. Immagine per gentile concessione di thubtenchodron.org

In maniera simile, se qualcuno fa un’affermazione assurda – ad esempio, “Hai corna che crescono dalla tua testa” – non c’è alcun motivo di sentirsi insultati. Puoi verificare di non avere corna, e andare avanti. Se la situazione lo permette, puoi anche provare a chiarire pazientemente la situazione: “Forse mostravo di avere delle corna perché ero seduto di fronte a un lampione, e la luce creava un’illusione”. Rispondere a un malinteso con calma invece che con rabbia elimina l’inutile frustrazione.

Queste due tecniche – riconoscere i veri difetti con umiltà e rispondere alle false critiche con equanimità – sono modi potenti per ridurre la rabbia e l’agitazione emotiva. Invece di reagire difendendoci o scoraggiandoci, possiamo sviluppare pazienza, consapevolezza di sé, e pace interiore. Esistono, ovviamente, molti altri modi per gestire le critiche, ma questi semplici approcci possono essere molto efficaci nel cambiare il nostro atteggiamento e la nostra risposta emotiva.

La generosità s'intende solitamente in termini di offrire beni materiali, ma nel Buddhismo assume molte forme. In che modo la pratica della generosità va oltre la donazione materiale, e perché è così essenziale sul sentiero?

La generosità è la prima delle dieci paramita, note anche come le sei paramita. È una pratica fondamentale in ogni religione, perché la generosità è universalmente riconosciuta come una virtù. Il Buddha ha enfatizzato la generosità nei suoi insegnamenti sia per laici che per monastici. Per questi ultimi, spesso la generosità significa condividere il Dharma – insegnare, guidare, e aiutare gli altri nella pratica. Per i laici, la generosità tende ad essere più materiale: offrono ciò che possono per aiutare gli altri. I monastici potrebbero non avere molta ricchezza materiale da offrire, ma i laici solitamente hanno più possibilità di condividere.

La generosità è un aspetto fondamentale della comunicazione umana, non solo tra le persone, ma anche tra gli animali. Ad esempio, nutrire i tuoi animali di compagnia è un atto di generosità. Vuol dire essere un membro responsabile della società, e contribuire al benessere degli altri. Tale contributo non deve essere sempre materiale, potrebbe voler dire anche offrire abilità, tempo, o anche condividere delle idee. Tutti noi abbiamo un bisogno interiore di contribuire al benessere degli altri, e la generosità è un modo potente per soddisfare tale bisogno. 

Il Buddha ha parlato di varie forme di generosità. La generosità materiale è, ovviamente, una di queste. Tuttavia, la generosità del Dharma è considerata la forma più elevata di generosità perché beneficia lo sviluppo spirituale delle persone. C’è anche la generosità della protezione – proteggere gli esseri, come ad esempio salvare gli insetti che stanno annegando in una piscina, o salvare gli animali dal macello. Questi atti di protezione sono una forma di generosità, perché aiutano a preservare la vita e alleviare la sofferenza.

Un’altra forma di generosità è la generosità dell'amore – offrire sostegno emotivo, cura, e supporto alle persone che ne hanno bisogno, che siano confuse, addolorate, o arrabbiate. Questo tipo di generosità vuol dire offrire compassione, mostrare amore, e contribuire alla felicità e il benessere degli altri.

Vorrei ora tornare a parlare delle divinità. Prendiamo Chenrezig o Avalokiteshvara, il Buddha della Compassione, che è spesso dipinto con mille braccia e occhi. Qual è il significato più profondo di queste caratteristiche, e come possono aiutare i praticanti a coltivare qualità come la compassione?

Il significato delle mille braccia di Chenrezig è profondo. Perché mille braccia? Non è un numero a caso. Quando allarghi le braccia, ti senti diversa. Crea un senso di apertura, una disponibilità a servire e beneficiare il mondo. Quando apri le braccia, ti senti accogliente, disposta a dare e a ricevere, pronta ad aiutare.

Al contrario, quando ti siedi con le braccia conserte, sei più chiuso e sulla difensiva. È qualcosa che facciamo spesso quando ci sentiamo insicuri o vogliamo proteggerci. Fingiamo di essere potenti chiudendoci agli altri, ma in realtà ci stiamo proteggendo dalla vulnerabilità. La posizione del corpo cambia il modo in cui ci sentiamo e come ci relazioniamo con gli altri.

Chenrezig, d’altro canto, ha le braccia aperte, e mostra una completa apertura e disponibilità ad aiutare. Non ha paura, non protegge sé stessa, e non è aggressiva. Le sue mille braccia riflettono una vasta compassione, che raggiunge costantemente gli esseri senzienti. Visualizzando questo, impariamo a incarnare la compassione senza paura e senza essere sulla difensiva, per servire gli altri con apertura invece di proteggerci. 

Questo gesto simbolico influenza profondamente le nostre menti. Vediamo la forma attiva, ma pacifica, di Chenrezig, e ci viene ricordato che la compassione non vuol dire essere deboli. Essere calmi e compassionevoli non significa lasciare che gli altri ci camminino di sopra. La compassione, come Chenrezig, è radicata nella forza e nella chiarezza interiore. Vuol dire sapere cosa è di beneficio e agire in un modo che rifletta tale saggezza. Grazie alla pratica della divinità, cominciamo a sviluppare e a incarnare queste qualità.

Conduci spesso delle meditazioni sulla Tara Verde e hai anche scritto un libro Come liberare la mente, Tara la liberatrice [Astrolabio Ubaldini, 2006, N.d.T.]. Chi è Tara nel Buddhismo, e in che modo la sua pratica sostiene lo sviluppo spirituale?

Tara, come Chenrezig, è una manifestazione della mente illuminata. Appare in forma femminile. Ci sono molte Tara, almeno 108, ma la Tara Verde è particolarmente conosciuta.

Lama Yeshe era solito chiamarla “Mamma Tara”, perché incarna una compassione immediata, ricettiva – come quando un bimbo piange gridando, “Mamma!”, e lei arriva correndo. Il suo colore verde rappresenta energia, crescita, e movimento. Non se ne sta lì a bere del tè, sperando che gli esseri trovino la felicità; la sua gamba destra è estesa, pronta all’azione. Allo stesso tempo, la gamba sinistra e ritratta, e ciò simboleggia la stabilità interiore. Questo equilibrio tra saggezza interiore e impegno esterno la rende un modello d’ispirazione per i praticanti. 

Statue di Tara che adornano la parete dell'Amitabha Buddhist Centre, Singapore

I suoi gesti rinforzano questo aspetto: da un lato il gesto di donare, dall’altro il gesto di unione di metodo e saggezza. È in pace, ma anche attiva, e mostra come impegnarsi nel mondo senza esserne sopraffatti. 

Siccome Tara si manifesta in una forma femminile, alcuni potrebbero assumere che la sua pratica sia rivolta principalmente alle donne. Non è così. Tara non è "solo per le donne". Chenrezig è una forma maschile, e tutti la praticano. Tara non è diversa. In realtà, è utile per gli uomini praticare l'autogenerazione come una divinità femminile, proprio come le donne visualizzano divinità maschili. Questa pratica ci aiuta ad allentare le rigidità e l'attaccamento alle identità di genere, e ci apre a nuovi modi di vedere noi stessi che vanno oltre le etichette convenzionali.

Tara è conosciuta come la Madre della Liberazione, e la sua pratica è profondamente connessa alla rimozione di ostacoli, al superamento di paure, e allo sviluppo di saggezza e compassione. Molti praticanti si rivolgono a Tara per un aiuto veloce in momenti difficili, in quanto rappresenta una forza immediata e attiva di azione compassionevole.

Come in ogni pratica delle divinità, Tara non è un essere esterno “là fuori", che risolve problemi. In realtà, è una pratica che ci permette di risvegliare queste qualità illuminate dentro noi stessi. Grazie alla visualizzazione di Tara, al canto del suo mantra Om Tare Tuttare Ture Svaha, e alla meditazione sulle sue qualità, i praticanti coltivano una connessione con la loro saggezza interiore e con la loro natura compassionevole. Riconoscere e sviluppare la compassione, la saggezza, e l’azione abile sblocca il nostro vero potenziale.

Hai sottolineato l’importanza di conoscere altre tradizioni buddhiste, un tema chiave in Che cosa è il buddhismo. Un maestro e molte tradizioni [Mondadori, 2022, N.d.T.] che hai scritto assieme a Sua Santità il Dalai Lama. Perché è così importante per i buddhisti studiare altre tradizioni, e come questo può approfondire la nostra pratica?

Credo sia essenziale per i praticanti del Buddhismo tibetano imparare da altre tradizioni buddhiste. Sua Santità il Dalai Lama voleva un libro che esplorasse la dottrina buddhista, ed esaminando la dottrina e la pratica, si cominciano a vedere profonde somiglianze tra le varie tradizioni buddhiste. Questa è una delle chiavi di lettura del libro. Possiamo apprezzare come tutte le tradizioni convergano sulle quattro verità, i Tre Gioielli del rifugio, la condotta etica, la concentrazione, e la saggezza, nonché l'amore, la compassione, la gioia, e l'equanimità.

Ciascuna tradizione buddhista offre una prospettiva unica, e trovo molto utile imparare da questi approcci differenti. Fare questo espande la mente, e ci aiuta a vedere le cose da angolature diverse. Imparare da altre tradizioni buddhiste mi ha fatto apprezzare ancora di più le grandi abilità del Buddha come maestro – la sua capacità di guidare persone con interessi e disposizioni molto diverse.

La venerabile Thubten Chodron con Sua Santità il Dalai Lama. Immagine per gentile concessione di thubtenchodron.org

Sua Santità sottolinea che ha più contatti con leader spirituali non buddhisti rispetto ai buddhisti, e pensa che non dovrebbe essere così. In quanto buddhisti, dovremmo metterci insieme e parlare con una voce sola. Per farlo, dobbiamo imparare le varie tradizioni buddhiste, perché grazie a questa comprensione, possiamo dissipare i malintesi e gli stereotipi che si tramandano da generazioni – fraintendimenti che hanno portato a una mancanza di rispetto per altre tradizioni buddhiste.

In quanto monaca, stai mantenendo un lignaggio di 2500 anni che risale direttamente al Buddha. Nel mondo di oggi, frenetico e ossessionato dalla tecnologia, cosa vuol dire essere una buddhista del ventunesimo secolo?

Sua Santità il Dalai Lama spesso ci incoraggia ad essere buddhisti del ventunesimo secolo. Per lui, questo significa imparare da altre tradizioni buddhiste, dialogare con gli scienziati, comunicare con altre religioni, favorire le discussioni tra varie fedi, partecipare in servizi sociali, e beneficiare direttamente la società.

Anche se non l’ha incluso direttamente, credo che l’uguaglianza di genere sia anche essenziale affinché il Buddhismo del ventunesimo secolo prenda piede e cresca in occidente. Questo si allinea anche ai valori occidentali contemporanei, i diritti delle donne, i diritti umani, e il rispetto per tutti gli esseri senzienti – non solo per alcuni. Il Buddha chiaramente affermava di lavorare per l’illuminazione di tutti gli esseri senzienti, non solo i maschi. Non disse mai: “Sto lavorando per la metà degli esseri senzienti"; la sua aspirazione includeva chiunque. Per attenersi realmente alla visione del Buddha, l’uguaglianza di genere deve essere un aspetto fondamentale della pratica buddhista.

Hai fondato il primo monastero buddhista tibetano per monache e monaci occidentali negli Stati Uniti, creando uno spazio per la formazione monastica al di fuori delle tradizionali culture buddhiste. Qual è il ruolo dei monasteri nel preservare e trasmettere il Dharma, particolarmente in un contesto occidentale?

Storicamente, i monasteri sono i depositari del Dharma – e preservano non solo le scritture, le statue, e gli insegnamenti, ma offrono anche uno spazio per la pratica comune. Il ruolo dei monasteri e dei monaci consiste nell’incarnare il Dharma attraverso lo studio, la pratica, e l’insegnamento, assicurandone la continuità per le future generazioni – qualcosa che nessun individuo singolo potrebbe fare da solo.

Immaginatevi se alcune persone che stanno affrontando un periodo difficile o stanno cercando degli insegnamenti speciali venissero a casa mia, suonassero il campanello, e chiedessero aiuto. Se fossi un’insegnante laica, potrei avere un bimbo in braccio, un altro bambino potrebbe piangere, e mio marito potrebbe essere in giro; a quel punto non avrei altro da fare se non dire: “Mi spiace!”. Invece, un monastero offre uno spazio fisico dedicato dove le persone possono andare per ricevere consigli, per insegnamenti, ritiri, o semplicemente per esserne ispirati spiritualmente.

Riceviamo moltissime e-mail da persone che non sono mai state qui, che esprimono gratitudine per la nostra esistenza. È di grande ispirazione per loro sapere che ci sono persone che stanno coltivando consapevolmente l'amore, la compassione, e la saggezza nel mondo di oggi. Solo sapere che esiste un posto del genere è per loro fonte di speranza e d’incoraggiamento. 

La venerabile Thubten Chodron mentre offre insegnamenti. Immagine per gentile concessione di thubtenchodron.org

In molti sensi, i monasteri svolgono anche la funzione di essere la coscienza della società. In un mondo in cui le persone inseguono la felicità facendo carriera in azienda, accumulando beni, o cercando infinite relazioni romantiche, i monaci e le monache vivono in modo differente, ma sono comunque contenti. Com’è possibile?

Ecco un gruppo di persone che hanno una vita semplice, distaccata dagli affari, dal consumerismo, e dagli obiettivi materiali. La nostra economia è quella della generosità: diamo liberamente, e gli altri ci sostengono tramite donazioni, che riceviamo liberamente. I monastici indossano le stesse vesti ogni giorno, si astengono dal sesso, e non sono incollati a Netflix – eppure irradiano felicità. La loro esistenza sfida i pregiudizi della società riguardo a cosa voglia dire essere soddisfatti, e ci spinge a porci una domanda più profonda: È la ricerca infinita di ricchezza e status davvero significativa? Cos’è la vera felicità, e quali sono le sue vere cause?

Comunque, a volte sento l’opinione cinica secondo cui la vita monastica è solo una fuga dalla realtà e dalle difficoltà di ogni giorno che tutti noi affrontiamo. Come rispondi a questo?

A volte le persone assumono che i monaci stiano fuggendo dalla realtà, evitando il trambusto della vita ordinaria ritirandosi in un monastero.

Ma se superare l’ignoranza, la rabbia, l’attaccamento, e il disagio interiore fosse semplice come cambiare vestiti e raderci i capelli, tutti lo farebbero! Sfortunatamente, le nostre afflizioni non scompaiono, ci seguono fino al monastero. 

Nella vita laica, se hai problemi al lavoro, puoi tornare a casa per ricevere amore, sostegno, e comprensione. In maniera simile, se hai problemi in famiglia, puoi trovare rifugio al lavoro, dove i colleghi potrebbero sostenerti emotivamente.

In un monastero, tuttavia, tu vivi, mangi, condividi una stanza, preghi, mediti, studi, e anche lavi i piatti con le stesse persone ogni giorno. Non c’è via di fuga! Le nostre afflizioni sorgono nelle relazioni con gli altri, e in un monastero, non c’è l'opzione di ritirarti in una famiglia che ti incoraggia e ti ama. Al contrario, i tuoi difetti vengono costantemente alla luce, e devi lavorarci sopra.

Dunque, quando le persone commentano che la vita monastica è una fuga, non posso fare a meno di sorridere, perché in realtà è proprio l’opposto.

Praticamente sei sempre in contatto con gli altri! Non sono sicuro quante persone potrebbero farcela! Eppure, quando visito monasteri e conventi tibetani, rimango spesso colpito dalla gioia che vedo nei volti dei monaci e delle monache. Da dove proviene questa gioia?

La gioia proviene dalla pratica del Dharma, dall’avere un obiettivo di lungo termine nella vita, e dal sapere che stai andando nella direzione giusta. Con l’obiettivo ultimo dell’illuminazione piena, c’è una profonda sensazione di stabilità nel cuore, che riduce gli sbalzi emotivi della vita quotidiana. Non importa quanto sia lungo il viaggio o quali siano le sfide lungo la strada – quello che importa è l'immensa fortuna di camminare lungo questo sentiero incredibile, presentato da un essere illuminato e seguito da un numero infinito di praticanti che hanno raggiunto lo stesso obiettivo.

Avendo questa direzione, non c’è bisogno di preoccuparsi della reputazione, di quello che pensano gli altri, o se i colori dei miei vestiti si accoppiano bene – o se le persone mi vedono con gli stessi vestiti – perché è proprio così!

Quali sono gli altri benefici dell’ordinazione, e qual è il vantaggio di vivere con altri monaci o monache?

Ci sono tanti benefici nel diventare un monaco o una monaca buddhista. Si comincia con l’avere una motivazione chiara. La tua mente deve essere nel giusto stato per fare questo passo, e bisogna generare la motivazione per cui si riconosce il Dharma come la cosa più importante della tua vita, e considerare la necessità di creare lo spazio e lo stile di vita per sostenere tale aspirazione.

La venerabile Thubten Chodron ride dopo la nostra intervista all'Amitabha Buddhist Centre

I precetti offrono una struttura per la tua vita. Io considero l’ordinazione come un impegno verso il Dharma. Il primo beneficio di prendere i precetti consiste nello stile di vita che adotti. Mantenendo i precetti, in ogni momento in cui non li stai trasgredendo stai creando karma virtuoso. Il karma virtuoso è essenziale, perché è la causa di tutta la felicità, ora e in futuro, che ti porta alla liberazione e al risveglio. Ogni momento in cui mantieni ciascun precetto, generi virtù e accumuli merito.

I precetti aiutano anche nella purificazione. Grazie a una riflessione profonda, diventi molto consapevole delle tue cattive abitudini e come la mente può andare fuori controllo. Prendere i precetti è una scelta consapevole e volontaria – prendi una decisione ferma su come vuoi stare nel mondo e come non vuoi comportarti. Questa decisione proviene dalla tua saggezza ed esperienza personale, e accetti i precetti di tua volontà.

Il potere dei precetti è enorme. Quando ti trovi in situazioni dove le tue vecchie dinamiche abituali ritornano facilmente, attirandoti verso il solito terreno scivoloso, ti ricordi “Ho i precetti!”. Hai già preso la decisione di non comportarti in un certo modo, e quindi semplicemente non ti comporti così. E il tuo cuore è totalmente in pace al riguardo.

La vita monastica non è per tutti, ma per coloro i quali è adatta, è davvero uno stile di vita meraviglioso.

Qual è il tuo consiglio per qualcuno che legge questa intervista e che sta pensando all’ordinazione? Quali sono le cose essenziali che dovrebbe considerare o su cui dovrebbe aver chiarezza?

Bisogna davvero lavorare innanzitutto sulla motivazione. È proprio la prima cosa. Mediti sui difetti dell’esistenza ciclica, mediti sui difetti delle otto preoccupazioni mondane, e chiarisci dentro di te su quello che ha valore per te nella vita, e quale direzione vuoi prendere. Un altro elemento importante prima di prendere l’ordinazione è conoscere la tradizione buddhista che seguirai.

Non è che puoi dire, “Oh, voglio solo diventare monaco o monaca!”. No, devi seguire una tradizione, devi sapere chi è il tuo maestro, perché diventare un monaco non vuol dire solo tagliarti i capelli e cambiarti d’abito. Vuol dire cambiare tutta la tua vita. Vivrai in una comunità, e quindi devi sapere in che tipo di comunità vivrai, in quale monastero vuoi andare. Devi conoscere il tuo maestro, chi ti formerà, perché certamente hai bisogno di un maestro. Non è che semplicemente ricevi le vesti monastiche e poi vai in giro per la tua strada.

La venerabile Thubten Chodron e la venerabile Thubten Damcho parlano con il dott. Joona Repo dell’FPMT presso l'Amitabha Buddhist Centre, Singapore

Bisogna anche considerare gli aspetti pratici. In occidente molto spesso le finanze sono un problema, perché non ci sono molti monasteri, e le persone non aiutano molto i monaci o le monache occidentali. Pertanto, è meglio avere qualche idea di come esisterai da monaco, perché altrimenti se devi farti crescere i capelli, indossare abiti laici e avere un lavoro solo per mangiare, allora sarà molto difficile mantenere i precetti. 

Quando le tue cause interiori sono chiare, sei motivata, e le circostanze esterne sono anche chiare, allora vai dal tuo maestro e richiedi l’ordinazione. Il tuo maestro potrebbe avere un processo specifico per ordinare le persone, oppure ti offrirà altre istruzioni su cosa fare.

Grazie, Bhikshuni Thubten Chodron, per il tempo che ci hai offerto e per le tue risposte approfondite alle nostre domande!

Certamente! E ora Alex [il dott. Berzin] dirà: "Ti ho detto di avere risposte brevi e guarda cosa hai combinato!”.

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