La fama del prof. Robert Thurman come pioniere nell'introdurre il Buddhismo tibetano in occidente lo precede. Studente di Sua Santità il Dalai Lama e un accademico con decenni d’insegnamento alla Columbia University, il suo sentiero nel Buddhismo iniziò con la sua ordinazione, il primo occidentale nella storia, da monaco buddhista tibetano, ordinato personalmente dal Dalai Lama nel 1965. Sebbene in seguito sia tornato alla vita laica, questa esperienza formò la sua prospettiva su come il Buddhismo possa fare da ponte tra la vita spirituale e secolare, l’antico e il moderno.
Sessant’anni dopo, la sua passione nel rendere gli insegnamenti buddhisti accessibili senza diluirne l’essenza è stata un capisaldo del suo lavoro. Dall’etica e dalla compassione fino alla consapevolezza e la meditazione, il prof. Thurman spiega come questi principi possano integrarsi nella vita contemporanea senza richiedere una scelta monastica.
Nella nostra conversazione, Thurman esplora l’approccio unico del Buddhismo riguardo la comprensione della realtà, sottolineandone la natura empirica e razionale. Attingendo alla storia buddhista, Thurman spiega l’approccio flessibile e pragmatico della tradizione, dalla sua prospettiva scientifica fino all’esplorazione della mente, e la sua adattabilità in contesti culturali differenti. Riflette anche sulla rilevanza della via di mezzo come rimedio all’estremismo e alla divisione della società moderna. Buona lettura!
Study Buddhism: Sei un professore molto conosciuto, quindi cominciamo con l’educazione, qualcosa a cui il Buddha ha dato molta importanza. Qual è la visione del Buddhismo sull’educazione, e il suo scopo nelle nostre vite? Qual è il valore di studiare la filosofia buddhista?
Professore Robert Thurman: Tutto è spiegato nel nobile ottuplice sentiero del Buddha, ovvero la quarta delle quattro nobili verità. L’ottuplice sentiero possiede otto rami che rientrano nei tre addestramenti superiori. Śikṣā significa educazione o imparare qualcosa. Atiśikṣā significa educazione intensa o educazione superiore. I tre addestramenti superiori sono l’educazione nell’etica, l’educazione della mente (il controllo e la comprensione della mente), e l’educazione nella saggezza, che implica l’indagine e l’esplorazione della natura della realtà.
L’addestramento superiore nell’etica corrisponde alla politica, la sociologia, la società, e così via. L’addestramento superiore nella mente riguarda la psicologia, ma copre anche qualcosa su cui non ci concentriamo molto in occidente, ovvero l’addestramento su come utilizzare la mente. Infine, il più importante è l'addestramento della saggezza, che comprende l’esplorazione della realtà per raggiungere la liberazione dalla sofferenza. Questo è, in un certo senso, un procedimento scientifico.
Si studia un modo antico di esaminare la natura della realtà, utilizzando la mente come strumento primario. Non è una ricerca spiritualistica o irrazionale basata sulla fede cieca, come spesso pensano le persone riguardo le religioni. È un’indagine critica, razionale, logica, ma è anche un addestramento empirico, esperienziale, e percettivo per la comprensione della realtà. Imparare ad utilizzare la mente è essenziale per migliorare lo strumento investigativo più importante – la vostra coscienza. L'etica, nel frattempo, suggerisce modi di comportarsi che evitano stili di vita turbolenti e conflittuali con gli altri, accrescendo la propria sensibilità nei confronti degli altri, il che significa essere etici e prendere in considerazione i punti di vista degli altri.

Lo studio del Buddhismo migliora la tua capacità di usare la mente per investigare la realtà, per vedere come gli altri l'hanno esplorata, e per comprendere le teorie che hanno sviluppato. Scienziati, filosofi, yogi buddhisti, e grandi maestri come il Buddha non hanno sviluppato teorie dogmatiche sulla natura della realtà. Hanno compreso come la realtà vada oltre ogni teoria. Le teorie sono utili come orientamento che può portarti a indagare e fare esperienza della realtà, ma non possono catturare pienamente la sua natura. La realtà va oltre la teoria, ma non va oltre l’esperienza.
Noi sperimentiamo la realtà, ma tendiamo a fraintendere le nostre esperienze. Questa è stata l’intuizione del Buddha, che aveva chiamato ignoranza o fraintendimento. L’obiettivo è di correggere questo fraintendimento e di conoscere accuratamente la natura della realtà – un processo che, secondo una teoria buddhista, è assolutamente raggiungibile.
Il miglior modo di studiare il Buddhismo non è come una religione, ma come una serie di teorie scientifiche, pratiche, testi, e tradizioni da utilizzare per esplorare da soli la realtà.
È un modo affascinate di vedere il Buddhismo, ma per molte persone, il Buddhismo assomiglia ancora ad una religione, non ad una scienza. Come vedi questo aspetto? Il Buddhismo può essere entrambi?
Non direi che il Buddhismo sia una scienza. La parte dell’“ismo” si riferisce all’essere una religione, come l’Induismo, il Confucianesimo, o il Taoismo. Quindi “ismo” si riferisce automaticamente a una religione. Sono d’accordo che il Buddhismo sia una religione per coloro che non usano appieno il suo sistema educativo.
Nella storia dell’Asia, la gran parte delle società per un lungo periodo di tempo erano semi-analfabete o totalmente analfabete. In seguito, il Buddhismo si stabilì in queste società, e i monaci e le monache buddhiste sapevano leggere e scrivere. Un contadino analfabeta, dopo aver ascoltato il sermone di un monaco o appreso i precetti etici fondamentali, poteva trovare un modello concreto nei monaci buddhisti, capaci di controllare le proprie emozioni e di non cedere alla rabbia. Per loro, è una religione. Credono che il Buddha debba essere stato una brava persona, forse illuminata – qualunque cosa pensano che sia l’illuminazione. Hanno divinità. Il Buddhismo non ha mai tolto le divinità dalle persone, ma le ha relativizzate, rendendole forse meno fanatiche.
Dunque, per loro, è certamente una religione. Ma lo scopo principale del Buddha era di fondare una religione? Non lo credo affatto. Si stava ribellando a quello che io chiamo “Vedismo”, secondo il quale i Veda erano la parola di Dio. Seguivano preti e ingiunzioni senza l’idea di doverle comprendere razionalmente. Il Buddha si ribellò a questo, credeva che un essere umano potesse comprendere il suo mondo e la sua realtà, e lui stava certamente cercando di farlo.
Sfortunatamente, la realtà va oltre qualunque teoria. Le teorie sono utili tuttavia, perché ci orientano verso un’esperienza valida. Ma fondamentalmente, l’esperienza regna sovrana.

Nel mondo moderno, le religioni s’incontrano nelle stesse città, le stesse comunità, gli stessi paesi. Il pluralismo religioso sembra essere l’unica pratica sociale che porta all’armonia. I leader del Buddhismo che rispetto di più – quelli più ragionevoli riguardo la realtà delle società moderne – sono come il Dalai Lama, che afferma di non voler convertire le persone al Buddhismo. Non c’è bisogno di convertirsi.
Dovremmo implorare i materialisti a non cercare di convertire le persone alle loro teorie materialiste, ma al contrario di far vedere le buone cose che hanno raggiunto grazie alle loro prospettive. Condividere i risultati, e lasciare che gli altri li adottino se lo desiderano. In maniera simile, offriamo i servizi delle scienze buddhiste che possono essere di aiuto in una prospettiva scientifica riguardo la natura della realtà. Ovvero, la nostra attività si concentra nel cercare di capire cosa sia reale, differenziarlo dall’irreale, e coltivare saggezza. Questa saggezza è fondamentalmente scientifica nel senso che è orientata verso una comprensione della realtà.
La via di mezzo è un insegnamento così fondamentale per il Buddhismo, ma sembra particolarmente rilevante ora, in questo mondo sempre più diviso. Puoi spiegarci cos’è la via di mezzo e come si applica?
Ci sono almeno due tipologie di via di mezzo. Una è quella citata dal Buddha dopo la sua illuminazione. Disse, "Quando ero un principe, vivevo nel lusso. Il mondo era molto accondiscendente con me. Ho provato qualunque tipo di piacere; tutti si prendevano cura del mio ego e di quello che volevo. E quindi ho esagerato con i piaceri sensoriali. Poi, quando sono diventato un asceta, un ricercatore, andai all’estremo opposto, decidendo che il mio corpo era il problema. Stavo mortificando il mio corpo, infliggendo dolore e danni a me stesso, pensando che avrei scoperto l’illuminazione tramite il dolore. Ero troppo ascetico”.
Il Buddha continuò: "La mia prima via di mezzo fu evitare di immergermi eccessivamente nei piaceri sensoriali, e anche di limitare la mia tendenza all’automortificazione”. Questa è la prima via di mezzo.
La seconda via di mezzo è stata spiegata nei Sutra sulla saggezza trascendente (i prajnaparamita), e anche nei sutta in lingua pali. Questa è la via di mezzo tra l'assolutismo, o ciò che a volte chiamo eternalismo (quando ci si concentra sulla dualità impermanenza-permanenza), e il nichilismo, in cui si crede che nulla esiste. Questi sono i due punti di vista estremi. Il teismo assoluto, e l’egocentrismo assoluto – ci sono molti modi di vedere le cose in termini assoluti. L’opposto è il nichilismo, dove pensi che ogni cosa si dissolva nel nulla, senza nessuna conseguenza per qualunque azione.
La via di mezzo tra assolutismo e nichilismo è un buon tipo di relativismo, in cui le cose sono relazionali. Ci sono forti regole, e assoluti relativi in tale relatività, ma non sono assolutamente assoluti. E non c’è qualcosa che sia “nulla”; ogni cosa è relativa. Il nulla è l'unica cosa che non esiste – il nulla non c’è, se non come un concetto.
Vorrei proprio sentire la tua opinione sulla rabbia. Spesso viene vista come una delle emozioni più distruttive, ma può mai essere utile? Ad esempio, la rabbia può innescare cambiamenti positivi?
La rabbia ha un livello in cui perdi l’autocontrollo e scoppi. Sfortunatamente, quando ti arrabbi, sbatti contro una situazione senza aver alcun controllo. La rabbia spazza via il tuo normale autocontrollo razionale, e ne sei soggiogato. Alcuni studi di oggi suggeriscono che quando sei arrabbiato, perdi l’85% del tuo buon senso. Shantideva è anche d'accordo che il corpo, la parola, e la mente diventano strumenti della tua rabbia, e la rabbia ti domina.
La tua rabbia diventa come un demone, spingendoti a dire cose che non intendi dire, ferendo profondamente le persone, e facendoti provare rammarico in seguito. Potresti compiere delle azioni e ferire delle persone, anche se non intendevi farlo. Perdi il controllo – colpisci le persone, le ferisci, o addirittura le uccidi. Oppure fai del male a te stesso. Potresti sbattere la testa contro il muro, oppure guidare violentemente verso qualcosa, morendo. Potresti rompere cose che hanno valore per te e sentirti in colpa in seguito.
Al livello mentale, la rabbia genera una mente ostile, distruggendo qualcosa o qualcuno nella tua immaginazione. Tutte queste conseguenze hanno risultati molto negativi per te e per la situazione. Non portano a risultati buoni. Secondo la prospettiva buddhista, la rabbia non aiuta mai. È sempre distruttiva.

Tuttavia, se definisci la rabbia come una sorta di vigore o calore, una forte energia che sorge quando vedi qualcosa di sbagliato che vuoi aggiustare, allora può esserci un lato positivo. Questa forte sensazione legittima riguardo l’etica o l’aiutare gli altri, in cui si pensa che “Questo non va bene”, ti consente di avere buon senso.
Può esserci forza di volontà, in cui riesci a controllare le tue emozioni. Shantideva dice: “Intervieni nella situazione quando sei ancora allegra”. La tua allegria è una fonte di azioni positive, quindi non lasciare che venga corrosa dalla frustrazione.
Quando cominci a sentirti frustrato, agisci. Se non c’è nulla che puoi fare riguardo la situazione, Shantideva consiglia di allontanarsi. Scoppiare, arrabbiarsi, o andare fuori di testa perché ti senti impotente non aiuta. Semplicemente abbandona la situazione.
Ovviamente, il modo fondamentale per superare la rabbia è non sentirsi più arrabbiati perché comprendi le persone che ti hanno fatto del male o che hanno innescato la tua rabbia. Potrai ancora cercare di fermarli, anche con la forza, ma non proverai rabbia perché non stai cercando di cancellarli dall'universo. Stai semplicemente cercando di fare in modo che smettano di fare qualcosa di dannoso. Ti rendi conto che sono molto di più delle loro azioni, o della loro rabbia.
Shantideva dice che l’unica cosa a cui puoi arrabbiarti è la rabbia stessa. Stai distruggendo la furia che ti fa agire in maniera irrazionale. Le persone più violente e distruttive sono quelle che mantengono un forte senso di identità assoluta. La loro voce interiore gli dice: “Devi fare del male a quella persona. Non c’è posto nel mondo per tutt’e due. Questa città non è abbastanza grande per entrambi”.
Individui del genere sono invischiati in una dinamica abituale, ciò che chiamo “l’abitudine all’identità".
Sei stato ordinato personalmente da Sua Santità il Dalai Lama nel 1965, diventando il primo monaco buddhista tibetano dell’occidente. In seguito, incontrando la tua futura moglie, hai restituito i voti e sei tornato negli Stati Uniti. Quanto è fondamentale la vita monastica per qualcuno impegnato nel sentiero buddhista?
Ovviamente, devi essere in una società dove le persone sostengono la tua vita, ti danno da mangiare, ti offrono un tetto, e ti consentono di essere libero dai doveri sociali per poter vivere in quel modo. Devi avere determinate priorità, anche se non sei un monaco o una monaca, ed essere convinto di: “Coltiverò la mia compassione. Non cederò alla rabbia, al desiderio, all’invidia, all’avarizia, all’orgoglio”. Fai queste promesse dando priorità allo smantellare le cose che provocano sofferenza e ci impediscono di essere illuminati, che significa essere consapevoli della realtà.

Ma è possibile farlo nell'economia moderna, specialmente in paesi dove i monaci e le monache non sono veramente rispettati? Nelle società in cui si crede che le uniche cose che valgono sono i beni materiali che acquisisci durante la vita, non ci sarà il sostegno sociale per le persone che danno priorità al loro sviluppo spirituale. Pertanto, in società del genere, penso sia possibile per una persona guadagnarsi da vivere, avere abbastanza ricchezza da poter andare in ritiro anno dopo anno, vivendo come monaci o monache part-time, oppure solo per qualche anno.
In tali casi, non è necessario essere formalmente un monaco o una monaca. In un certo senso, per un po’ di tempo, si potrebbe vivere in modo simile a come vive un monaco o una monaca.
Quando le persone mi chiedono, “Il Buddhismo è arrivato in occidente?", io rispondo che il Buddhismo sarà veramente arrivato in occidente quando il monachesimo buddhista sarà pienamente rispettato e sostenuto almeno dai buddhisti occidentali. Se nemmeno i buddhisti lo sostengono, allora direi che il Buddhismo non ha davvero preso piede. Potrebbero esserci idee e pratiche buddhiste, ma il Buddhismo vero e proprio non sarà presente finché non c'è rispetto genuino per la vocazione da monaco o monaca.
Il monachesimo buddhista ha una ricca storia, ma immagino che la sua relazione con la sensualità e la sessualità può essere complessa. In che modo i monaci e le monache buddhiste affrontano questo aspetto della vita? Il monachesimo può lavorare o adattarsi a questo aspetto?
Nella storia buddhista, specialmente nell’ultima fase del Buddhismo indiano e successivamente nelle tradizioni tibetana e mongola, certe pratiche a volte potevano diventare un ostacolo per alcuni monaci e monache, ad esempio le pratiche connesse alla sensualità. Pertanto, c'è una tradizione, come nel caso di Naropa e molti altri famosi saggi indiani, in cui le persone restituivano i voti monastici perché stavano infrangendo alcune regole fondamentali, spesso legate alla sensualità.
In tali casi, la vocazione di una monaca o un monaco non è necessariamente per sempre. Tuttavia, la tradizione sottolinea con molta cautela come questi siano casi eccezionali. Altrimenti i giovani – specialmente quando sono sessualmente molto attivi – potrebbero pensare: “Posso avere un partner e concentrarmi comunque nella mia pratica spirituale”. Se questo fosse ampiamente accettato, molti lascerebbero le vesti monastiche.

Coloro che abbandonano le vesti monastiche a quel punto spesso non sono al livello necessario per mantenere una pratica del genere. C’è una chiara definizione di quale sia questa fase. Hanno bisogno di aver già sviluppato una comprensione viscerale dell’assenza di sé, assenza di identità o realtà – la vacuità. Questi sono concetti centrali della filosofia buddhista. Devono almeno avere un assaggio di questa comprensione, se non la piena realizzazione, che viene solo dell’illuminazione piena. Inoltre, devono avere un atteggiamento positivo, che incarni lo spirito del bodhisattva: voler offrire amore come priorità assoluta, con gentilezza e tolleranza verso tutti gli esseri, evitando di fare del male o violare qualcuno in nessun modo.
Nella tradizione buddhista, anche se una persona adotta comportamenti sessualmente attivi, che tipicamente un monaco o una monaca non farebbe, lo fa con lo scopo di ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri. Vuol dire diventare un Buddha perfetto per il bene di tutti gli esseri accelerando tale sviluppo evolutivo – che sia in questa vita, in quelle future, o nel corso di molte vite.
Se una persona ha praticato con molta dedizione da monaco o monaca raggiungendo una fase in cui ha bisogno di interagire con gli altri in modi meno regolati, è accettabile che abbandoni le vesti monastiche.
Geshe Wangyal, spesso conosciuto come “il primo lama americano” fondò un centro buddhista nel New Jersey nel 1958. Tu, ed Alex Berzin, fondatore di Study Buddhism, avete studiato con lui negli anni ‘60 e ‘70. Sembra abbia avuto un impatto profondo sulla tua vita. Puoi dirci qualcosa su come ti ha influenzato?
Geshe Wangyal è stato un mentore meraviglioso e un esempio per me. Incontrarlo negli anni ‘60 fu come un terremoto per me.
Aveva una laurea di geshe, ed era un grande studioso. Prima di incontrarlo, aveva insegnato lingue alla Columbia University. Non stava cercando di creare un impero di centri di Dharma. Era davvero presente per aiutare le persone che cercavano il suo sostegno. Non pensava neanche che tutti dovessero essere buddhisti. Diceva alle persone di andare a trovare i loro rabbini o di aiutare la madre. Non cercava di reclutare persone affinché diventassero monaci o monache, ma non era contrario se pensava che sarebbe stato utile per loro.
Nel mio caso, sapeva quanto fossi sincero nel voler diventare monaco, ma sapeva anche che non avrei avuto abbastanza sostegno, e che non sarebbe stato il mio destino. Era chiaroveggente – lo so per certo. Potevo capirlo dai modi in cui è intervenuto in varie situazioni della mia vita. Sapeva sempre esattamente cosa stava succedendo nella mia testa. Era davvero un grande.

Ho incontrato guru sacri che a volte erano luminosi, ma spesso ti sentivi un nulla accanto a a loro – guru totalmente assorbiti in loro stessi che cercavano di capire come ti potessi adattare alle loro priorità. Sono sempre stato sospettoso di questa dinamica. Non volevo adottare il ruolo di un seguace o un devoto, e non volevo essere “religioso” nel modo in cui molte persone pensano alla religione – seguire ciecamente qualcuno, aspettandosi che risolva i tuoi problemi.
Geshe Wangyal non era così. Non aveva altri scopi nei miei riguardi se non quello di cercare un maestro d’inglese per i suoi giovani lama che erano stati inviati da lui nel New Jersey per imparare la lingua. L’obiettivo era che diventassero interpreti per il Dalai Lama.
Era una sorta di centrifuga come maestro. Le persone si avvicinavano a lui, le serviva al meglio delle sue possibilità, e poi li incoraggiava a tornare a ciò che avevano bisogno di fare: i loro mestieri, le loro famiglie, o le loro comunità. Voleva che si integrassero nei loro ambienti, che fossero cristiani, ebrei, musulmani, o altro.
In tal senso era come Sua Santità il Dalai Lama. Il suo significato è immenso; è una sorta di emanazione del grande Avalokiteshvara, proprio come Sua Santità.
Grazie di cuore, prof. Thurman, per il tuo tempo e per aver condiviso con noi le tue intuizioni ed esperienze!