Intervista con Phra Anil Sakya

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Study Buddhism ha incontrato Phra Anil Sakya a Bangkok, nello storico Wat Bowonniwet Vihara, per esplorare l’approccio buddhista alla morte come un’opportunità di riflessione e non di paura, come il nobile ottuplice sentiero offra una guida olistica all’etica e al benessere mentale, e come la saggezza buddhista possa aiutare ad affrontare le sfide ambientali ed economiche del mondo moderno.
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Immerso nel cuore della città vecchia di Bangkok, il Wat Bowonniwet Vihara è un rifugio sereno dal frastuono cittadino. Nonostante la sua importanza storica e il profondo legame con la casa reale, rimane poco noto ai turisti e persino i residenti lo visitano di rado. Da tempo fondamentale centro del Buddhismo thailandese, questo tempio è stato la residenza monastica di diversi patriarchi supremi e del venerato re Rama IV prima della sua ascesa al trono. Mi trovo qui in un assolato pomeriggio d’ottobre, mentre il sole illumina i tetti dorati, per incontrare Phra Anil Sakya: illustre accademico buddhista e da poco nominato vice abate di questo riverito monastero.

Ordinato nella tradizione thailandese ma originario del Nepal, Phra Anil si è laureato all'Università di Cambridge con un Master di ricerca, per poi conseguire un dottorato in Antropologia Sociale alla Brunel University. Da persona con un piede nel Buddhismo e uno nell'accademia occidentale, i suoi approfondimenti sulle questioni urgenti del nostro tempo offrono una visione moderna su antichi principi buddhisti, dimostrando non solo la loro costante attualità in un mondo in rapida evoluzione, ma anche come gli insegnamenti del Buddha avessero colto nel segno fin dall'inizio.

La nostra conversazione spazia su un'ampia gamma di argomenti. Discutiamo di come i cinque precetti non debbano essere visti come divieti, bensì come strumenti di formazione etica, specialmente in un'epoca dominata da distrazioni digitali e disinformazione. Esploriamo anche il tema della sostenibilità, con Phra Anil che spiega come le tradizioni monastiche buddhiste — dal consumo consapevole al riciclo delle tonache — offrano preziose lezioni per affrontare la crisi ambientale odierna. Infine, approfondiamo la storia della vita del Buddha e l’ispirazione che possiamo trarne proprio ora. Buona lettura!

Study Buddhism: molte persone, specialmente nel mondo moderno, potrebbero considerare il primo insegnamento del Buddha – che la vita è dukkha – un po’ pessimistico. Potresti spiegare come questo concetto centrale formi la nostra comprensione della felicità e dell'insoddisfazione nella vita quotidiana?

Phra Anil Sakya: Il più importante insegnamento nel Buddhismo sono le Quattro nobili verità, e sì per i nuovi arrivati potrebbe sembrare pessimistico, siccome inizia con l’idea che “ogni cosa è dukkha". Tuttavia, è importante chiarire che non significa sofferenza. Sebbene “dukkha” sia spesso tradotto con sofferenza, si riferisce in realtà a qualcosa di insoddisfacente o instabile, qualcosa che non rimane in un unico stato. Pensateci: i nostri corpi e le nostre menti sono in continuo cambiamento. Se smettessero di cambiare, vorrebbe dire che siamo morti! La prospettiva del Buddha è che ogni cosa, in ogni istante, è in movimento. Siccome qualcosa si muove in continuazione, è insostenibile. Il problema principale, allora, è che ogni cosa è instabile.

L’instabilità diventa problematica, perché amiamo qualcosa, vogliamo che rimanga così com'è. Vogliamo mantenerla così com'è. Non vogliamo che cambi. Quando sei giovane, vorresti sempre rimanere giovane, ma è impossibile. Compri un nuovo telefono, e vuoi che sia perfetto per sempre. L’anno dopo, esce un nuovo telefono, e ti senti insoddisfatto perché le cose cambiano continuamente. Questa è l'idea.

Statua del Buddha Shakyamuni nella sala principale del Monastero reale Wat Bowonniwet Vihara

Il Buddha insegna che ogni cosa cambia in continuazione. Questa è l'essenza del dukkha. Quando provi dukkha, ti senti insoddisfatto con quello che hai o quello che sta accadendo intorno a te, perché vuoi che le cose rimangano fisse, statiche. Potresti desiderare una particolare persona o situazione, ma potrebbero non ricambiare i tuoi sentimenti, o rimanere nel modo che desideri. Queste situazioni sorgono costantemente.

Il Buddha ci consiglia di accettare questa come una verità naturale, ma in generale non ci rendiamo conto che questa è la nostra realtà. Spesso cerchiamo di assegnare delle colpe, come ad esempio “Non sono abbastanza buono per lei”, oppure “Lei non è abbastanza per me". Cerchiamo delle scuse al di fuori di noi: il suo problema, o problemi causati dall’economia, dalla politica, e così via. 

La chiave è accettare la verità. Se lo fai, ti aprirai alla mente del Buddha e ai suoi insegnamenti. Con l’accettazione, sei pronta per qualunque cosa. Invece di accusare, esplora la fonte del problema. Perché genera dukkha? Perché sei insoddisfatta? Una volta compresa la radice del problema, puoi lavorare per risolverlo. Questa è la Terza nobile verità. Dopo aver identificato il problema, il Buddha presenta, come la Quarta nobile verità, l’ottuplice sentiero – non otto sentieri separati, ma otto aspetti di un sentiero. Il sentiero ottuplice è uno strumento che ci aiuta a risolvere i problemi e ad orientarci tra le sfide della vita.

Spesso pensiamo all’ottuplice sentiero come ad otto elementi separati, ma l’hai appena descritto come un sistema integrato. Potresti spiegare come si connettono i vari aspetti per formare un approccio olistico al dukkha?

Il nobile ottuplice sentiero si suddivide in tre categorie: l’aspetto sociale, l’aspetto mentale, e l’aspetto intellettuale. Queste categorie comprendono parti differenti del sentiero. Partendo dalla retta visione, è importante riconoscere che chiamarla “retta” potrebbe sembrare soggettiva. La parola pali “sammā” significa letteralmente estinguere o calmare. Estinguere cosa? Visioni che aumentano l’avidità, l'odio, e l'avversione – contaminazioni mentali che causano sofferenza. Dunque, la retta visione significa avere una prospettiva che calma queste contaminazioni e aiuta a trasformare l’avidità, la rabbia, e l’ignoranza.

La stessa cosa si applica al retto pensiero, la retta azione, la retta parola, il retto sostentamento, la retta presenza mentale, il retto sforzo, e il retto samādhi o retta meditazione. Questi rientrano nell’aspetto sociale, o sīla, spesso tradotto come precetto. Tuttavia, non mi piace personalmente la parola “precetto”, perché può riflettere un punto di vista europeo che implica una serie di regole. Sīla effettivamente significa essere normali, o normalizzarsi. 

Cos’è un essere umano normale? È un essere che cerca di sopravvivere. Alla nascita, non abbiamo odio o avidità. Non odiamo nostro padre o nostra madre. Nasciamo puri, senza conoscere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Siamo così puri alla nascita. Man mano che cresciamo, l’obiettivo è di ridurre l'avidità e l'odio, sviluppare un atteggiamento amichevole e il desiderio di imparare. Ecco perché il retto sostentamento, la retta parola, e la retta azione rientrano nell’aspetto sociale, sīla, come parte dei tre addestramenti nel Buddhismo.

Phra Anil Sakya fotografato nel monastero che è casa sua

La seconda parte è il samādhi, che include il retto sforzo, la retta presenza mentale, e la retta concentrazione. Questo si concentra sullo sviluppo mentale individuale, come coltivi la tua mente e come affronti te stesso. Devi conoscere la società, te stesso, e come integrare questi aspetti.

Il terzo aspetto è la saggezza, o paññā, che comprende la retta visione (sammā-diṭṭhi), e il retto pensiero (sammā-saṅkappa). Questa parte riguarda la saggezza. La retta visione calma le contaminazioni mentali, mentre il retto pensiero si allinea a questa visione. 

Il sentiero ottuplice non vuol dire andare in otto direzioni differenti. Se hai la retta visione – una che pacifica le contaminazioni mentali – hai anche bisogno del retto pensiero, la retta parola, le rette azioni, la retta concentrazione, la retta presenza mentale. Tutti questi aspetti fanno parte del retto sentiero.

Una volta che si è sul sentiero, è più facile comprendere come trovare il tuo posto nella società, come lavorare sullo sviluppo personale, e come integrare questi aspetti. Vuol dire lavorare con la società e te stesso per crescere e coltivare la saggezza. Il nobile ottuplice sentiero è un approccio olistico offerto dal Buddha per risolvere problemi. Puoi applicare il sentiero ottuplice in ogni ambito: nell’economia, nell’educazione, nella vita di coppia, nelle crisi, o nella bioetica.

Hai appena espresso i tuoi dubbi riguardo al termine precetti, che a volte potrebbe implicare l’applicazione di regole rigide. Eppure, i Cinque Precetti sono una parte fondamentale della pratica buddhista per i laici. Puoi spiegare quali sono questi cinque precetti? E nel mondo di oggi – in cui i social media, la disinformazione, e le distrazioni digitali influenzano così tanto il nostro comportamento – come possiamo applicare questi insegnamenti in modo significativo nelle nostre vite quotidiane?

Nel Buddhismo, quando insegniamo ai laici le basi fondamentali degli insegnamenti, li chiamiamo i cinque precetti, ma non è proprio la traduzione migliore. In effetti, si chiamano i cinque sīla. Sīla nella lingua pali significa normale, naturale, bello, e si riferisce al Dhamma. I cinque precetti sono essenzialmente cinque forme di educazione. 

Il primo è pānātipātā veramaṇī sikkhāpadaṃ samādiyāmi, generalmente tradotto con “non uccidere”, ma in queste parole pali “non uccidere” non compare. In realtà sta dicendo: "Mi dedico allo studio di evitare di uccidere esseri viventi”. Questa è la prima formazione. "Mi dedico allo studio”, questo è il significato di sikkhāpadaṃ samādiyāmi. Veramaṇī significa evitare, pānā significa tagliare o troncare, e pāta significa respiro. Dunque, significa semplicemente che educherò me stesso se sia giusto o meno uccidere o far del male a un essere, qualunque creatura o essere vivente. È tutto. Devi capire da solo se dovresti o non dovresti uccidere.

Ad esempio, se sei nell’esercito e devi proteggere il tuo confine, e sei buddhista, e arriva un invasore, cosa faresti? “Oh, ho appena preso i precetti dal mio maestro stamattina, quindi non dovrei uccidere, e quindi entra pure, invadici”. Questo non può accadere. La responsabilità dell'esercito è di proteggere il paese e la popolazione, e quindi se necessario, possono uccidere, ma devono prendersi la responsabilità di farlo.

A volte, nelle case in Tailandia, abbiamo problemi con le termiti. Cosa fare se le termiti entrano nel mio kuti, nella mia dimora, dove tengo molti libri? Dovrei semplicemente espandere la mia gentilezza amorevole? Non puoi. Devi chiedere aiuto a qualcuno per eradicare le termiti. Non significa in termini assoluti che non bisogna mai uccidere. Anche quando respiriamo, non sappiamo quanti batteri vengono uccisi per questo. La morte è sempre presente. Ma dovremmo evitare di fare del male e di uccidere intenzionalmente gli altri. Questa è la prima formazione che il Buddha chiede nel primo precetto. 

I bellissimi tetti dei templi del Monastero reale Wat Bowonniwet Vihara

La seconda formazione è adinnādānā. Mi dedico allo studio della lezione di non prendere quello che non appartiene a me. Questo significa rispettare la proprietà. Generalmente, quando nasciamo, abbiamo l'idea di rubare i beni degli altri? No, questa è la normale umanità.

La terza formazione è evitare la violazione dei diritti umani, kāmesumicchācāra. Generalmente, questo precetto viene tradotto con condotta sessuale inappropriata, ma non penso che questo sia totalmente accurato, perché kāme può significare sessuale o sensuale. Nella lingua pali, questo si riferisce a tutti cinque sensi: gli occhi, il naso, le orecchie, la bocca, e il corpo. Non dovremmo violare i diritti di qualcuno attraverso i cinque sensi, che in termini moderni vuol dire rispettare i diritti umani. 

La quarta formazione, musāvāda, significa dedicarsi a non dire bugie, a non diffondere notizie false, o utilizzare parole dannose, ingiuriose, o cattive. Di nuovo, quando nasciamo, non sappiamo mentire.

La quinta formazione riguarda il non assumere prodotti intossicanti, ovvero consumare beni o sostanze che alterano la mente. Di questi tempi, la chiamiamo intossicazione, prevalentemente da droghe. Sura viene spesso tradotto con alcohol, ma si riferisce effettivamente a qualunque cosa renda il tuo comportamento o il tuo pensiero anormale o distorto, che si tratti di alcol, droghe, o qualunque sostanza che altera la mente.

Queste sono cinque lezioni per la vita, chiamati i Cinque precetti o sīla. Se vuoi praticare il Buddhismo, queste sono cinque lezioni che i monaci buddhisti insegneranno all’inizio.

Oggigiorno, il termine vipassana è molto conosciuto grazie ad esempio a S.N. Goenka, mentre la parola samatha potrebbe incontrare sguardi di sorpresa. Puoi parlarci di queste due tipologie di meditazione buddhista, e come siano complementari?

Samatha è a volte chiamata concentrazione o tranquillità. Si riferisce alla pacificazione della mente. Pacificare la mente significa calmarla con l’aiuto di strumenti, come ad esempio essere consapevoli del respiro oppure osservare un oggetto o un colore. La mente è come una scimmia, non si siede mai calma e immobile, ma passa continuamente da un pensiero all’altro. Questo movimento costante diminuisce il potere e l’abilità della mente, perché non c'è concentrazione. 

La concentrazione è una normale pratica umana. Per ottenere successo in qualunque cosa, abbiamo bisogno di unire corpo, mente, e cuore. Ad esempio, quando studiamo per gli esami, con la concentrazione possiamo evitare di distrarci e memorizzare con maggiore efficacia. In maniera simile, nel mondo degli affari, possiamo lavorare meglio con i dati se siamo concentrati. Senza concentrazione, il compito diventa difficile. Il primo passo da fare è coltivare lo samatha.

Tuttavia, il Buddha credeva che lo samatha da solo non fosse sufficiente. Semplicemente pacificare la mente ed essere concentrati in maniera esclusiva non è sufficiente. Quindi il Buddha introdusse un secondo passo nella pratica della consapevolezza buddhista, chiamata vipassana. Per questo motivo, molte persone considerano lo samatha una pratica inferiore, e la vipassana una pratica superiore. Tuttavia, secondo i testi, questa non è una struttura gerarchica, ma al contrario si tratta di due sentieri differenti di sviluppo. Concentrare la mente può bloccare certi pensieri, e aiutare a focalizzarci su qualcosa di buono o neutrale. Non si tratta di bene o male, ma di neutralità: solo inspirare ed espirare.

Phra Anil Sakya al Wat Bowonniwet Vihara

Quando consegui lo samatha, il Buddha consiglia di sviluppare la mente affinché diventi più ampia e contemplativa. Questa è la vipassana, che viene generalmente tradotta in inglese [e in italiano, N.d.T.] come “visione”, sebbene questo termine possa non coglierne pienamente il significato. Personalmente, preferisco tradurre “vi-” con “straordinario”, siccome “vi-” in pali significa speciale, e “passana” significa vedere. Pertanto, vipassana vuol dire “visione straordinaria”: un modo di vedere le cose a raggi X.

Se sviluppi la vipassana, non vedi una tazza solo come una tazza. Con la visione a raggi X, vedi le varie componenti, la ceramica, l’argilla. Comprendi come sia fatta da elementi come la terra, l’energia, e l’acqua. Quando comprendi cosa crea una tazza, inizi a vedere che la tazza non esiste. Questa indagine fa parte della vipassana, che porta alla visione straordinaria.

Normalmente, vediamo una tazza e pensiamo: “Questa è una bella tazza, di buona qualità, cara, ed è un regalo di un caro amico, quindi la amo”. E così cominciamo a sviluppare attaccamento. L'attaccamento pianta il seme della sofferenza. Se pratichi la vipassana, vedi che la tazza è soltanto un insieme di parti e non esiste in maniera indipendente. Ad esempio, se vedi un pezzo di carta con la vipassana, potresti riconoscere come faccia parte di un processo più ampio che comprende le nuvole, la pioggia, e gli alberi. Questo modo di vedere tramite la vipassana rivela come gli oggetti siano interconnessi e non statici. Grazie a questa comprensione, ti liberi dall’attaccamento e dalla sofferenza.

Accettare la realtà così com'è, e adattarsi ad essa, porta a quello che si chiama sukha o felicità nel Buddhismo. A differenza della parola “felicità", spesso associata alla fortuna, “sukha” nel Buddhismo significa agio e tolleranza. La parola pali “sukha” proviene da “su” che vuol dire agio e “kha” che significa tolleranza o adattamento. Riflette la comprensione che uno non dovrebbe aspettarsi di più di quello che è naturalmente possibile. Adeguandoti all’ambiente circostante e prendendoti la responsabilità di te stesso e della società, ti allinei alla vera essenza della pratica buddhista.

Il Buddha ha insegnato ai monaci di vivere in armonia con la natura, di coltivare l’autosufficienza, e persino di praticare il riciclo, principi che sembrano molto allineati all’ambientalismo moderno. Che lezioni possiamo trarre dalle tradizioni monastiche buddhiste per affrontare le crisi ecologiche e il cambiamento climatico?

Di questi tempi, la sostenibilità è diventata il nostro mantra. L'ONU parla di sviluppo sostenibile, ma non sono sicuro se comprenda pienamente il termine, perché per molte persone, 'sviluppo sostenibile’ non ha alcun senso. Sembra contraddittorio, perché lo sviluppo implica un cambiamento costante verso l’alto, mentre sostenibilità suggerisce qualcosa che non cambia, che dura per molto tempo. Se qualcosa dura per molto tempo, non sta cambiando; se non sta cambiando, non si sta sviluppando. Dunque, da un punto di vista pratico, che cosa vuol dire effettivamente sviluppo sostenibile?

Qui possiamo rivolgerci agli insegnamenti del Buddha, ad esempio il Dhammacakkappavattana (scr. Dharmacakrapravartana), il primo discorso del Buddha, solitamente tradotto come “girare la ruota del Dharma”. Ma questo è soltanto il significato letterale. Dal punto di vista etimologico, Dhammacakkappavattana sostanzialmente significa sviluppo sostenibile in azione. Il Dharma rappresenta l’idea del sostenere – la sostenibilità è il Dharma stesso. Chakra viene spesso considerato come una ruota, ma la sua etimologia vuol dire andare avanti con delle basi solide. Dunque, implica progresso fondato nella stabilità.

Statua di elefante che adorna la base del chedi (stupa) al Wat Bowonniwet Vihara

Nel suo primo messaggio, il Buddha aveva già parlato di sviluppo sostenibile ma, vorrei aggiungere, in maniera piu profonda del modo in cui il concetto moderno sia stato utilizzato dall’ONU. Ha sottolineato come lo sviluppo sostenibile non dovrebbe solo essere un’ideologia; dovrebbe essere pavattana, ovvero un’azione o una pratica.

Il cuore del Buddhismo, o Buddhadharma, ruota attorno alla pratica di sostenere sé stessi. Quando parliamo di sostenere noi stessi, ci stiamo riferendo alla nostra esistenza fisica e mentale, e persino alla nostra esistenza spirituale. La domanda è: come bilanciamo e sosteniamo tutti questi aspetti – fisici, mentali, e spirituali? La ricerca di questo equilibrio è il fondamento degli insegnamenti del Buddha.

Quali sono allora i principi fondamentali per vivere una vita equilibrata e sostenibile secondo il Buddha?

Il Buddha chiede: “Allora come pratichi?”. La prima cosa che insegna è essere sostenibili nel modo in cui ti nutri. Come consumi nel corso della tua vita? Quando mangi, come mangi? Come cucini? Come conservi il tuo cibo? Ogni cosa connessa al tuo sostentamento deve essere compresa e moderata. Non dovrebbe essere estrema.

Come disse il Mahatma Gandhi: “Nel mondo c’è abbondanza per i bisogni umani, ma non c’è abbastanza per l'avidità umana". Lo stesso principio si applica qui: la chiave è la moderazione. Questa è la prima lezione che offre il Buddha quando diventi monaco. 

La seconda pratica per i monaci è vivere nella natura. La natura è la nostra casa. Dovremmo prendercene cura. Dalla natura riceviamo ossigeno, frutta, e cibo. Sii grato alla natura per quello che offre, e prenditi cura di lei in cambio. Questa è un'altra forma di moderazione, vivere in armonia con la natura ed avere una vita sostenibile.

La terza lezione è che invece di fiondarsi nei piaceri sensuali, la tua nuova vita dovrebbe essere sostenibile attraverso il riciclo. Qualunque cosa tu usi, riciclala, o fanne un prodotto migliore. Il Buddha disse che se hai bisogno di una veste monastica, di non chiederne una nuova. Vai al cimitero o nella foresta, dove sono stati usati vestiti per i corpi dei morti. Questi corpi non hanno più bisogno di abiti, e quindi con rispetto possiamo prenderli, lavarli, e utilizzarli come vesti monastiche. Persino oggi, le nostre vesti monastiche sono spesse fatte di materiali riciclati. Ad esempio, la veste che indosso proviene da scarti di plastica, da circa quattordici bottiglie. Questo vuol dire riciclare – vivere una vita in modo sostenibile.

La quarta lezione è l'autosufficienza. Prenditi cura di te stesso, prenditi cura della tua salute, usa medicine quando necessario, ma non affidarti troppo a fonti esterne. Sii autosufficiente.

Phra Anil Sakya al Wat Bowonniwet Vihara, dove veste il ruolo di Vice Abate

Questi sono quattro principi per vivere in modo adeguato che sono stati insegnati dal Buddha per allontanarsi dai piaceri sensuali e dalla vita del capofamiglia. Questi principi – avere un sostentamento appropriato, vivere nella natura e rispettarla, riciclare, e l’autosufficienza – sono esempi di quello che ora chiamiamo una vita moderna sostenibile. Il Buddha li condivise 2500 anni fa, e sono rilevanti oggi così come lo erano allora. Questa è la vita di un monaco, ed è la vera essenza di vivere una vita moderna e sostenibile seguendo gli insegnamenti del Buddha.

È incredibile come gli insegnamenti offerti dal Buddha oltre 2500 anni fa, siano non solo rilevanti oggi, ma forse più essenziali che mai. Considerando i problemi urgenti del nostro tempo, particolarmente le sfide del capitalismo moderno, come pensi che le intuizioni del Buddha sull’equilibrio e il benessere umano possano applicarsi ai sistemi economici di oggi?

Il problema del capitalismo è una delle sfide più importanti del XXI secolo. Le persone spesso reagiscono al capitalismo considerando alternative come il socialismo, chiedendosi se potesse essere un approccio migliore. Tuttavia, non si tratta solo di un “ismo”, ma di comprendere i problemi fondamentali e capire come affrontarli.

Il capitalismo è spesso associato a Adam Smith, che ha coniato il termine e definito i suoi principi. L’idea fondamentale del capitalismo è il profitto rispetto alle persone, in cui il profitto ha la precedenza su altri fattori, specialmente il benessere umano. Tuttavia, sarebbe spiacevole attribuire tutta la colpa a Adam Smith, perché questa visione deriva principalmente dalla lettura del suo libro La ricchezza delle nazioni. Smith era anche un grande moralista, secondo sui il capitalismo non poteva funzionare senza la moralità. I suoi insegnamenti sottolineavano il fatto che il mondo poteva prosperare solo seguendo dei principi morali.

Il capitalismo, per come è praticato oggi, sembra essere estremo. Sebbene il capitale, con la "c” piccola, sia necessario per molti aspetti della vita, inclusa la creazione di interviste come questa o per condurre un’azienda, non dovrebbe concentrarsi soltanto sul profitto prima delle persone. Il Buddhismo offre una prospettiva differente: le persone prima del profitto. Questo approccio dà la priorità al benessere umano e a quello di tutti gli esseri senzienti.

L’economia dovrebbe servire le persone, e non il contrario. Il socialismo, che sottolinea la comunità e il benessere umano, si allinea maggiormente ai principi buddhisti. Tuttavia, il Buddhismo riconosce anche la realtà del mondo, inclusa la presenza di elementi negativi che richiedono sistemi come prigioni e leggi. Un mondo utopico è irrealistico, poiché persino i regni divini non sono liberi dalle imperfezioni.

È fondamentale trovare un equilibrio tra sistemi e principi. Il punto non dovrebbe essere di aderire strettamente al capitalismo, al socialismo, o a qualunque altro “ismo”, ma utilizzare questi sistemi in maniera equilibrata per vivere in modo felice e sostenibile. Il Buddhismo sottolinea questo equilibrio, suggerendo che il Dharma o la legge naturale dovrebbe guidare l’uso di questi sistemi e teorie per migliorare le nostre vite e il mondo. 

Che si tratti di economia dharmica o socialismo dharmico, la chiave è mantenere l’equilibrio e seguire le leggi naturali. Un approccio equilibrato è ciò che il Buddhismo insegna e promuove.

Si può dire che la paura della morte sia universale, soprattutto a causa dell’incertezza che l’avvolge. In occidente, tuttavia, la morte è spesso sanitizzata o nascosta – molte persone non vedono mai un cadavere, e i funerali spesso ne nascondono la realtà. Ciò ha creato una grande disconnessione da uno degli aspetti più naturali della vita. In che modo il Buddhismo ci aiuta ad affrontare e fare pace con la morte, invece di evitarla o averne paura?

In realtà, uno dei temi che viene maggiormente chiesto ai monaci buddhisti è quello della morte. Penso che la morte venga affrontata diversamente in occidente e in oriente. Secondo la prospettiva occidentale, la morte è più intima e privata. Invece dal punto di vista buddhista la morte è più comunitaria, e si concentra sulla comprensione della realtà della vita. Ecco perché, nei paesi buddhisti come la Tailandia, la morte non evoca tipicamente [emozioni forti] come il pianto. Durante i funerali qui, è raro vedere persone piangere, perché è visto come un evento comunitario.

Il chedi al Wat Bowonniwet Vihara

Le persone onorano i deceduti, decorano il corpo nella bara e invitano i monaci a cantare e a offrire discorsi. I funerali diventano un tempo per riunire gli amici, la famiglia, le persone care; per parlare, per ascoltare i canti (che si concentrano sull’impermanenza), come consolare la mente dopo la morte, eccetera. 

Non vediamo la morte come qualcosa di pericoloso o sfavorevole. L’accettiamo come un bonus – quando nasci, è già con te. Dipende solo da quando la usiamo. Chiedo sempre ai funerali, perché siamo così tristi quando qualcuno muore? È la morte intimamente legata alla tristezza? Per me non lo è assolutamente.

Se la morte fosse legata alla tristezza, piangeremmo ogni volta che abbiamo la notizia di qualcuno che muore, ogni minuto, ogni giorno. Ma quando nasciamo siamo freschi, senza conoscenze o preferenze. La nostra identità dipende da quanto contribuiscono i nostri genitori e le nostre esperienze. La nostra identità è plasmata dal contributo dei nostri genitori e dalle nostre esperienze. Ad esempio, per diventare ciò che sono, direi che i miei genitori hanno inciso per il 10%, mentre il mio maestro – con cui ho condiviso oltre quarant’anni – ha contribuito per circa il 40%. Amici, professori, libri ed esperienze hanno fatto il resto.

Quando muore una persona cara, come un genitore, ciò significa che una piccola parte di me – il 10% di chi è Anil – svanisce. Questo crea incertezza e insicurezza, come se una parte di te fosse stata tagliata via. Quanto profondamente questo possa avere un effetto su di te dipende dal significato della relazione. Se è stata una connessione molto forte, potrebbe volerci molto tempo per guarire e riempire questo vuoto. Se era meno significativa, potremmo provare tristezza o porgere le nostre condoglianze, ma l’impatto non sarebbe così profondo.

Questo è il modo buddhista di vedere la morte, sia come esempio che come lezione. La morte è inevitabile, a prescindere dal tuo status, che tu sia un re o un mendicante, che tu viva in cima all’Everest o nelle profondità dell’oceano. Non puoi sfuggire alla morte. Cantiamo che la morte arriverà sempre.

Quando accettiamo che la morte è inevitabile, cominciamo a vederla come una sfida, un limite alla tua capacità di fare del bene. La morte diventa un modo per avere cura del tempo che abbiamo: “Quanto tempo mi rimane per adempiere ai miei doveri di padre, monaco, studente, o politico?” Cominci a valorizzare e usare al meglio il tempo che ti rimane. 

Phra Anil Sakya nella biblioteca del Wat Bowonniwet Vihara

La morte è inevitabile, ma può motivare le tue azioni, e stimolarti a fare del bene quando hai ancora la capacità per farlo. Questo è l’approccio buddhista alla morte. Quando muori, tutte le tue opportunità finiscono. Nel Buddhismo, la morte e il tempo sono sinonimi. Quando muore qualcuno, vuol dire che il suo tempo è terminato. Il tempo, in sostanza, è ciò che governa le nostre vite, e ne siamo schiavi – viviamo sempre nel passato o nel futuro.

La prospettiva buddhista incoraggia tutti, che siano buddhisti o meno, a vedere la morte come una lezione. Ti invita a chiederti: Quanto tempo mi rimane per fare del bene e per svolgere il mio ruolo nella vita?

Hai appena accennato all’idea di fare del bene e di aiutare il mondo; questo ci porta perfettamente alla mia prossima domanda sul merito. C’è spesso un’incomprensione secondo cui il merito è una sorta di transazione, come un conto corrente spirituale in cui le buone azioni accumulano ricompense. Puoi chiarire il significato del merito nel Buddhismo, e come funziona oltre a questa visione semplicistica?

Nelle comunità buddhiste, una delle pratiche più comuni che osserverai è quella di “accumulare merito”. Per molti, questo concetto può creare confusione, specialmente se visto da una prospettiva economica o materialistica. La gente spesso pensa al merito come a qualcosa che si guadagna dando cibo ai monaci o donando ai templi. Sebbene questi atti possano far parte della creazione del merito, non catturano pienamente il significato più profondo del merito nel Buddhismo. 

Merito, o puñña in pali, si traduce come purificare o pulire. Questo concetto esisteva già molto prima dei tempi del Buddha, quando i brahmini conducevano vari rituali come il bagno nei fiumi per purificarsi dai peccati. Il Buddha, tuttavia, sfidò queste pratiche, domandandosi se gli animali che vivevano nell’acqua tutto il tempo fossero puri, e se un semplice bagno potesse lavare via le azioni negative. Ha sottolineato come il vero puñña non sia la pulizia fisica, ma la purificazione mentale.

Il Buddha ha insegnato come le vere contaminazioni della mente siano l’avidità, l’odio, e l’ignoranza. Sono queste le afflizioni da purificare per creare merito. Non si tratta di farsi un bagno o di fare atti superficiali, ma di lavorare con le impurità mentali che offuscano la mente. Il merito, allora, è il processo di ridurre o eliminare queste contaminazioni. 

Nelle moderne società buddhiste, le persone a volte considerano il merito come uno scambio transazionale o economico. Ad esempio, in Tailandia e altri paesi buddhisti, le persone offrono cibo ai monaci descrivendolo come “creare merito”. Alcuni credono che donando riceveranno buona fortuna o buone azioni. Questa comprensione popolare del merito lo riduce a un investimento e non a una pratica spirituale.

Vista frontale della statua del Buddha Shakyamuni al Wat Bowonniwet

I monaci spesso spiegano che donare per ridurre il proprio attaccamento o avidità fa parte della creazione di merito – non di aspettarsi qualcosa in cambio. Che tu condivida cibo con un monaco o chiunque altro, l’atto dovrebbe provenire da un sentimento di generosità e distacco, non dal desiderio di beneficio personale. L’insegnamento del Buddha sul puñña riguarda pulire la mente dall’ego, dall’egocentrismo, e dall’attaccamento attraverso atti altruistici.

Il vero puñña non vuol dire accumulare ricompense materiali, ma purificare la mente. Quando fai donazioni, ti impegni nel volontariato, o fai azioni gentili, il vero merito proviene dalla riduzione della tua avidità, odio, e ignoranza. È questo ciò che il Buddha ha definito come il vero merito: una purificazione mentale che si allinea con gli insegnamenti più profondi del Buddhismo. 

Infine, in un mondo così diverso da quello in cui visse il Buddha, che lezioni possiamo trarre dalla sua vita? In che modo questo viaggio incredibile – radicato in un’era antica – può ancora ispirarci e guidarci nelle complessità della vita moderna?

Quando parliamo della vita del Buddha, dico sempre ai miei studenti di non considerarla troppo alla lettera. Il focus dovrebbe essere non sulla storia, ma sulla sua essenza. La vita del Buddha non è solo storia, è la sua storia. Ma, quando studiano la vita del Buddha, incoraggio i miei studenti a immaginarsi nei suoi panni, facendo propria la sua storia.

Molti aspetti della vita del Buddha comportano miracoli, ma suggerisco di lasciarli da parte, in quanto simboleggiano i suoi insegnamenti. Ad esempio, il Buddha che fa sette passi dopo la sua nascita è spesso visto come un atto divino, ma io spiego che probabilmente simboleggia che i suoi insegnamenti si diffondono in sette stati alla volta. È importante vedere queste storie attraverso una lente dharmica, concentrandoci sul loro significato più profondo e non sugli elementi miracolosi.

La vita del Buddha è una lotta: un’esperienza umana universale. Che sia una lotta per comprendere il mondo o per prendere decisioni nella vita quotidiana, tutti noi affrontiamo le stesse sfide che Siddharta ha incontrato 2500 anni fa. Se interpreti l'esistenza del Buddha come fosse la tua, riconoscerai le analogie con le difficoltà che affronti oggi.

Alla fine, la vita del Buddha ci insegna come affrontare la società, la natura, e anche persone difficili, come uomini d’affari o politici senza morale. La cosa più importante è che ci mostra come affrontare noi stessi e come crescere per vivere in armonia con il mondo attorno a noi. Questa è l’essenza della vita e dell’insegnamento del Buddha.

Meraviglioso. Grazie di cuore, Phra Anil Sakya, per aver dedicato un po' del tuo tempo prezioso a condividere con noi questa saggezza così stimolante.
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