L'importanza di identificare l'ignoranza e le questioni coinvolte
L'ignoranza (ma-rig-pa, sanscr. avidyā) è il primo anello dei dodici anelli dell'origine interdipendente. I dodici anelli descrivono il meccanismo attraverso il quale avviene e si perpetua la rinascita incontrollabile e ricorrente (samsara). La rinascita samsarica sorge in dipendenza dalla relazione causa-effetto consecutiva tra ciascuno degli anelli. L'origine interdipendente di causa ed effetto sorge, a sua volta, in dipendenza dalla totale assenza (la vacuità) di un atman che possiede le caratteristiche attribuitegli dai sistemi filosofici indiani non buddhisti. Tale atman è un sé statico e senza parti (una persona che chiamiamo "io") che, quando liberato dalla rinascita samsarica, può esistere indipendentemente da un corpo e una mente ma, quando non è liberato, fa sì che questa relazione causa-effetto tra gli anelli si verifichi o la sperimenta. Non esiste un atman che abbia tali caratteristiche. A un livello più profondo, secondo la scuola Prasanghika, la sequenza causale dei dodici anelli sorge in dipendenza dalla totale assenza (la vacuità) di uno qualsiasi degli anelli che abbia un'esistenza auto stabilita (rang-bzhin-gyis grub-pa, esistenza intrinseca). È solo perché non esiste un'esistenza auto stabilita che i dodici anelli possono funzionare per perpetuare la rinascita samsarica.
Ciascuno dei sistemi buddhisti indiani spiega i dodici anelli in modo leggermente diverso. Ad esempio, quello Vaibhashika afferma che l'ignoranza, come radice della rinascita samsarica, incorpora e rappresenta tutti i dieci fattori mentali disturbanti (nyon-mongs, sanscr. kleśa, emozioni e atteggiamenti disturbanti, afflizioni) – desiderio, rabbia e così via – mentre tutti gli altri sistemi filosofici affermano solo l'ignoranza stessa come radice. In entrambi i casi, il punto principale su cui tutti concordano è il motivo per cui il primo anello, l'ignoranza, è la radice della rinascita samsarica: il suo ruolo causale nel dare origine agli impulsi karmici che costituiscono sia il secondo anello (che influenza gli impulsi karmici durante la vita) sia, al momento della morte, il decimo anello (che proietta impulsi karmici che spingono la coscienza verso un'ulteriore esistenza). L'ignoranza, nel suo ruolo causale, sorge prima del secondo anello e simultaneamente sia con il secondo che con il decimo.
Per ottenere la liberazione dal samsara ponendo fine al funzionamento dei dodici anelli è necessario raggiungere una vera cessazione dell'ignoranza tale che non si ripresenti mai più, così anche la sequenza degli altri anelli giungerà al termine. Ancora una volta, ciò avviene attraverso il sorgere dipendente di causa ed effetto e della vacuità, non per il potere di un atman né per il potere di una mente sentiero auto stabilita.
Applicare efficacemente una vera mente sentiero che porterà al raggiungimento di questa vera cessazione dipende dalla corretta identificazione dell'ignoranza. Non solo, è anche necessario identificare correttamente la consapevolezza discriminante accurata e decisiva (shes-rab, sanscr. prajñā, saggezza) che porterà al raggiungimento della vera cessazione dell'ignoranza e comprendere come e perché tale consapevolezza discriminante possa farlo. Identificare correttamente questi punti dipende dall'ottenere informazioni autorevoli su di essi dai testi dei maestri indiani di Nalanda che trattano questo argomento e poi rifletterci analiticamente. Una volta comprese le loro spiegazioni affidandoci alla ragione e alla logica valida, allora per meditare su di esse e integrarle nel nostro comportamento, dobbiamo identificare ciò di cui parlano nel contesto della nostra esperienza. Per ampliare l'analogia di Shantideva, per scoccare una freccia verso un bersaglio, dobbiamo identificare correttamente il bersaglio, la freccia e come mirare e scoccare.
Iniziamo con l'identificare il bersaglio, l'ignoranza. Sebbene i vari sistemi dottrinali indiani affermino diverse tipologie di ignoranza al di fuori del contesto dei dodici anelli, limitiamo la nostra analisi, per la maggior parte, solo all'ignoranza specificata come primo anello.
Panoramica su cosa è l'ignoranza
Per analizzare i testi dei maestri di Nalanda e spiegare in italiano cosa dicono sull'ignoranza, è necessario risolvere il problema di come tradurre i termini tecnici usati. Per risolverlo va compreso correttamente cosa significhi l'ignoranza nel Buddhismo. La questione è complicata dal fatto che è spiegata in modo diverso nei vari sistemi dottrinali buddhisti indiani.
In generale, tuttavia, l'ignoranza nel Buddhismo è un fattore mentale (sems-byung, sanscr. caitta). Come un continuum mentale individuale, non ha inizio. Un fattore mentale è un modo di conoscere qualcosa che accompagna una coscienza mentale o sensoriale (rnam-shes, sanscr. vijñāna) e influenza, assiste o qualifica la cognizione di un oggetto. Un diverso insieme di coscienza sensoriale o mentale e fattori mentali accompagna ogni momento della cognizione. Quando l'insieme include l'ignoranza, quell'ignoranza influenza tutti i componenti "stupefacendoli" (rmongs-byed, sanscr. muhyati).
Per semplicità di discussione, chiamiamo "mente" l'insieme di una coscienza e dei fattori mentali che la accompagnano. Quando la nostra mente è focalizzata su determinati oggetti, come il nostro corpo, l'ignoranza la stupefà, stordendola e paralizzandola. L'ignoranza impedisce alla mente di riconoscere correttamente questi oggetti, caratterizzati dalle quattro nobili verità e dai suoi sedici aspetti. Non siamo in grado di riconoscere correttamente il nostro corpo, ad esempio:
- In termini delle quattro nobili verità, come vera sofferenza.
- In termini dei sedici aspetti delle quattro nobili verità, come né identico né posseduto dal nostro “sé” esistente come atman.
Come un blocco mentale – e, in un certo senso, emotivo – l'ignoranza ci impedisce di comprendere e accettare quelle verità su di noi. Essere chiusi mentalmente e ciechi a quei fatti ci lascia, metaforicamente, in uno stato di oscurità. Porta all'attaccamento a se stessi, al desiderio bramoso, alla rabbia e al comportamento compulsivo che, a loro volta, perpetuano la rinascita samsarica.
Al contrario, conoscere correttamente il nostro corpo e così via, come caratterizzati dalle quattro nobili verità e dai suoi sedici aspetti, dissipa quell'oscurità. Metaforicamente, "illumina" la mente e conduce alla liberazione. Questa corretta cognizione, tuttavia, conduce alla liberazione solo quando avviene con una mente sovramondana (’jig-rten las ’das-pa, sanscr. lokottara) – vale a dire, con una mente del sentiero della visione (mthong-lam, sanscr. darśanamārga, sentiero della visione) e poi con una mente del sentiero dell'abitudine (sgom-lam, sanscr. bhāvanāmārga, sentiero della meditazione), come verrà spiegato di seguito. L'ignoranza, quindi, non stordisce e non impedisce alla mente di conoscere e accettare qualcos'altro sul nostro corpo – per esempio, quanti anni abbiamo o quanto pesiamo. Non è un blocco mentale che ci impedisce di imparare l'algebra o di ricordare il nome di qualcuno.
Inoltre, ci sono i sedici modi distorti di comprendere i sedici aspetti delle quattro nobili verità (log-zhugs bcu-drug), come credere che il corpo o la mente non cambino mai e durino per sempre e siano il possesso e l'habitat del nostro "sé" come atman o identici ad esso.
Prima o poi, tutti noi ne affermiamo una o più perché abbiamo appreso, in questa vita o in una precedente, le affermazioni di uno dei sistemi indiani non buddhisti e le abbiamo accettate come vere. Questo perché, in accordo con l'affermazione buddista della mente senza inizio, non c'è una prima volta in cui queste affermazioni distorte furono formulate e non c'è una prima volta in cui le abbiamo apprese e accettate. Inoltre, poiché la nostra ignoranza senza inizio ha stordito la nostra mente e, senza alcun inizio, le ha impedito di avere una cognizione sovramondana dei sedici aspetti delle quattro nobili verità, non abbiamo mai nemmeno messo in discussione i nostri modi distorti di considerare i sedici.
In gergo tecnico, questi sedici modi distorti sono "basati sulla dottrina" (kun-brtags, sanscr. parikalpita). Secondo tutti i sistemi buddhisti indiani diversi dal Vaibhashika, alcuni dei sedici sorgono automaticamente (lhan-cig skyes-pa, lhan-skyes, sanscr. sahajā). Tutti e sedici, quindi, sono interpolazioni concettuali (sgro-’dogs, sanscr. samāropa): proiettano o sovrappongono a un oggetto o fenomeno una qualità o identità che esso non possiede. Non sono ripudi concettuali (skur-’debs, sanscr. apavāda) che negano una qualità o identità che possiede.
La spiegazione dell'ignoranza come fattore mentale basato sulla dottrina che stordisce la mente, impedendole di conoscere correttamente le quattro nobili verità e i suoi sedici aspetti con una mente sovramondana, deriva da Grande commento su argomenti speciali di conoscenza (sanscr. Abhidharma-mahāvibhāṣa-śāstra, cin. 阿毘達磨大毘婆沙論), la fonte del sistema Vaibhashika. Compilato in sanscrito alla fine del I secolo d.C., è esistente solo nella traduzione cinese. Non ne è mai stata realizzata una versione tibetana. Vasubandhu, che visse circa tre secoli dopo la sua compilazione, si riferì alle sue affermazioni come a quelle dei sarvastivadin e le chiarì nelle sue opere vaibhashika. La spiegazione dell'ignoranza contenuta in questo testo fondamentale fu accettata anche dagli altri sistemi buddhisti come base comune.
Il Grande commentario (Taishō ed., vol. 27, n. 1545, rotolo 25.129B) afferma:
Domanda: Qual è il motivo per cui (l'ignoranza) è chiamata (lo stato mentale) "totalmente privo di illuminazione"? Qual è il significato di "(essere) totalmente privo di illuminazione"? Risposta: Non penetrare, non capire analiticamente e non comprendere (qualcosa) è il significato di "(essere) totalmente privo di illuminazione".
Domanda: Se oltre (lo stato mentale) "totalmente privo di illuminazione", ci sono dharma (stati mentali) diversi da te che non penetrano, non capiscono analiticamente e non comprendono (qualcosa), qual è il motivo per cui non sono chiamati (lo stato mentale) "totalmente privo di illuminazione"? Risposta: Se (gli stati mentali) che non penetrano, non capiscono analiticamente e non comprendono (qualcosa) hanno la stupefacente natura propria, sono (stati mentali) "totalmente privi di illuminazione". Altri dharma (stati mentali) oltre a te non lo sono (così). Per questo motivo, non possono (essere considerati) "totalmente privi di illuminazione".
Domanda: Qual è il motivo per cui lo stato mentale viene chiamato "pienamente illuminato"? Qual è il significato di "pienamente illuminato"? Risposta: Essere in grado di penetrare, essere in grado di capire analiticamente e comprendere (qualcosa) è il significato di "(essere in) pienamente illuminato".
Domanda: Se oltre a te, ci sono discriminazioni contaminate che penetrano, capiscono e comprendono analiticamente (qualcosa), qual è il motivo per cui non sono chiamate (lo stato mentale) "pienamente illuminato"? Risposta: Se (uno stato mentale che) penetra, capisce e comprende analiticamente le quattro nobili verità penetra (in modo ultraterreno) in ciò che sono realmente, è chiamato (uno stato mentale) "pienamente illuminato". Sebbene ci siano discriminazioni contaminate che possono penetrare, capire e comprendere analiticamente (le quattro nobili verità in modo ultraterreno), ma poiché non possono penetrare (in modo ultraterreno) in ciò che le quattro nobili verità sono realmente, non sono chiamate (stati mentali) "pienamente illuminato". Ad esempio, sebbene le quattro fasi di demolizione (le quattro fasi di una mente che applica il sentiero, il sentiero della preparazione), il calore e così via, siano in grado di analizzare intensamente le quattro nobili verità (in modo mondano), ma non penetrino ancora (in modo sovramondano) in ciò che le quattro nobili verità sono realmente, non sono chiamate (uno stato mentale) "pienamente illuminate".
(Cin.) 問何故名無明。無明是何義。答不達不解不 了是無明義。問若爾除無明諸餘法。亦不達 不解不了。何故不名無明。答若不達不解不了以愚癡為自相者是無明。餘法不爾故非無明。問何故名明。明是何義。答能達能解能了是明義。問若爾有漏慧亦能達能解 能了何故不名明。答若達解了能於四諦真實通達說名為明。諸有漏慧雖達解了而於四諦不能真實通達故不名明。如暖等四順決擇分雖能猛利推求四諦。而未真實通達四諦不名為明。
Vaibhashika non afferma la cognizione concettuale. La distinzione tra la cognizione mondana delle quattro nobili verità con una mente applicativa (sbyor-lam, sanscr. prayogamārga) e la cognizione sovramondana delle stesse con una mente della visione è che la prima sorge basandosi su un ragionamento, mentre la seconda sorge senza tale affidamento. Entrambe, tuttavia, conoscono le quattro nobili verità con un’unione di shamatha (zhi-gnas, sanscr. śamatha, uno stato mentale calmo e stabile) e vipashyana (lhag-mthong, sanscr. vipaśyanā, uno stato mentale eccezionalmente percettivo).
Il termine cinese classico usato qui per ignoranza, wuming (無明), significa letteralmente "totalmente privo di luminosità" – totalmente privo della luminosità di una chiara comprensione di qualcosa. Era stato usato per tradurre il termine sanscrito avidyā, ignoranza, fin dalle prime traduzioni buddiste in cinese, risalenti all'epoca della nascita di Vasubandhu. Il prefisso di negazione 無 è usato anche nelle traduzioni cinesi di termini come anātman (無我, mancanza del sé, totalmente privo di atman) e anitya (無常, non staticità, totalmente privo di staticità).
Secondo questo testo fondamentale, quindi, l'ignoranza è uno stato mentale, probabilmente un fattore mentale, che ha due caratteristiche:
- Ha come sua natura intrinseca lo stupefacente, in altre parole, stordisce la mente al punto che non è più luminosa.
- Non penetra, non capisce analiticamente e non comprende le quattro nobili verità in modo sovramondano con un sentiero mentale della visione.
Qualsiasi termine utilizzato per tradurre avidyā idealmente deve trasmettere entrambe le caratteristiche.
Traduzione dei termini tecnici per ignoranza
Carenze dei termini tradotti in precedenza
"Ignoranza" è la traduzione italiana usuale del termine tibetano ma-rig-pa (sanscr. avidyā), che ho spesso rifiutato come traduzione poiché "ignoranza" può implicare stupidità, e chiamare qualcuno "stupido" è dispregiativo e offensivo. Il mio rifiuto, tuttavia, si basa sul fatto di interpretare erroneamente l'ignoranza come ignoranza in generale. Non si tratta di questo ma, come abbiamo visto, di ignoranza su un argomento specifico con un tipo specifico di mente.
Per evitare questa connotazione dispregiativa, in passato mi sono rivolto alla definizione di ma-rig-pa (sanscr. avidyā) del Cittamatra di Asanga come mi-shes-pa (sanscr. ajñāna). Ho tradotto la forma affermativa shes-pa (sanscr. jñāna) come "modi di essere consapevoli di qualcosa" e quindi come "consapevolezza". "Consapevolezza" funzionava bene in altri termini che includono la radice verbale sanscrita jñā e la sua traduzione tibetana, shes. I principali sono "consapevolezza discriminante" (shes-rab, sanscr. prajñā) e "consapevolezza profonda" (ye-shes, sanscr. jñāna). Basandomi sulla traduzione della forma affermativa come "consapevolezza", ho tradotto le forme negative mi-shes-pa e ajñāna come "inconsapevolezza". Sulla base di ciò, ho anche tradotto ma-rig-pa e avidyā come "inconsapevolezza". Ciò diventa un problema quando entrambi i termini compaiono in un passaggio delle fonti primarie.
Vorrei semplificare la discussione facendo riferimento alla terminologia, ora disponibile solo in sanscrito. Approfondendo i commentari dei maestri di Nalanda, ho imparato che ajñāna è come un velo, in quanto copre e oscura la mente, gettandola in un'oscurità mentale come se la accecasse. "Inconsapevolezza" potrebbe trasmettere questo significato, ma non è il termine migliore. Ad esempio, si può essere inconsapevoli degli effetti di una cattiva alimentazione a causa di una mancanza di istruzione o inconsapevoli delle ultime scoperte scientifiche a causa di una mancanza di informazioni. In alcuni contesti, il termine italiano "inconsapevolezza" può persino implicare una mancanza di attenzione, come in "Ero inconsapevole che fosse diventato così tardi". Nessuno di questi sono i significati di ajñāna.
Inoltre, tradurre avidyā con "inconsapevolezza" significa confondere avidyā con ajñāna. Sebbene i due termini siano usati come sinonimi, descrivono lo stesso fenomeno in termini di due funzioni diverse che svolge. Avidyā stordisce la mente e ajñāna la getta nell'oscurità mentale. Tradurre i due termini con la stessa parola priva il lettore della ricchezza descrittiva del linguaggio originale.
Sey Ngawang Tashi (Sras Ngag-dbang bkra-shis), un maestro ghelug della fine del XVII e inizio del XVIII secolo, indica questa ricchezza con una spiegazione etimologica in Analisi degli estremi riguardanti (i dodici anelli di) origine interdipendente (rTen-’bral mtha’-dpyod chen-mo) (edizione della Biblioteca Drepung Gomang, 260):
Per quanto riguarda la spiegazione etimologica (della parola tibetana ma-rig-pa), la spiegazione è che è chiamata "ignoranza" perché, come un'oscurità, rende (la mente) inadatta, avendo oscurato il modo di dimorare del suo oggetto, (vale a dire) il suo modo di esistere e l'estensione (di alcune delle sue caratteristiche).
(Tib.) sgra bshad ni mun pa bzhin du yul ji lta ji snyed kyi gnas tshul bsgribs nas rigs par mi byed pas na ma rig pa zhes bshad do
Sey Ngawang Tashi spiega che il termine tibetano ma-rig-pa ("conoscere" con prefisso negativo) è un gioco di parole. Deriva dal suo omofono ma-rigs-pa ("adattarsi" con prefisso negativo). Rig (conoscere) e rigs (adattarsi) sono scritti in modo diverso, ma pronunciati allo stesso modo, come "to", "two" e "too" in inglese. Oscurando la mente come fa ajñāna, ma-rig-pa rende la mente inadatta a conoscere come il corpo, ad esempio, esiste (come non possesso di un atman) e alcune delle sue caratteristiche (come il fatto che non sia immutabile o che non duri per sempre). Pur rendendo la coscienza mentale inadatta a conoscere tali fatti, non rende allo stesso tempo la coscienza visiva inadatta a vedere validamente il corpo.
Tradurre come gerundi transitivi
Nonostante avidyā e ajñāna siano sinonimi, sono comunque termini sanscriti distinti. Pertanto, sarebbe meglio usare termini distinti per tradurli in altre lingue. Dopotutto, le loro forme affermative, vidyā e jñāna, come sostantivi, sono termini distinti. Di solito sono tradotti, rispettivamente, come "conoscenza" e "consapevolezza".
- Vidyā, in quanto conoscenza, è qualcosa che è necessario acquisire attraverso l'apprendimento, come i cinque principali campi della conoscenza (rig-gnas lnga, pañca-vidyāsthāna) – medicina, logica e così via – per conseguire il grado di mahapandit. L'acquisizione di tale conoscenza implica l'uso delle capacità analitiche dell'intelligenza.
- Jñāna, in quanto consapevolezza, è qualcosa che possiedi naturalmente, come la consapevolezza dei fenomeni, o qualcosa che acquisisci attraverso l'esperienza, come la consapevolezza discriminante della vacuità.
Nel contesto della nostra discussione, vidyā e jñāna non possono essere trattati semplicemente come i sostantivi astratti "conoscenza" e "consapevolezza". Devono essere intesi come sostantivi dinamici, poiché entrambi svolgono un'azione. Questo è chiaro da un'analisi grammaticale:
- “Vidyā” è un derivato primario della radice verbale sanscrita "vid " più il suffisso "yā", il che lo rende un gerundio. Ad esempio, nel caso del verbo "parlare", la forma gerundia sarebbe come in "un pappagallo parlante", mentre la forma gerundia sarebbe come in "parlare è utile".
- “Jñāna” è un sostantivo derivato secondario dalla radice verbale sanscrita “jñā ” più il suffisso “ana”, il che lo rende un sostantivo d’azione, come in “mi piace parlare”. I gerundi sono sostantivi d’azione.
Inoltre, vidyā e jñāna si verificano sempre con un oggetto e sono definiti in termini di ciò che fanno mentre conoscono quell'oggetto, piuttosto che in termini di ciò che sono. Per questo motivo, devono essere tradotti in modo transitivo, come in "Sto dicendo sciocchezze", e non intransitivamente, come in "Stai zitto, sto parlando al telefono".
Traducendo, quindi, come fattori mentali che sono gerundi transitivi e gerundivi:
- Vidyā diventa “il fattore mentale della conoscenza di qualcosa” e “un fattore mentale conoscitivo”.
- Jñāna diventa “il fattore mentale che fa sì che qualcosa diventi oggetto di consapevolezza”.
Questa traduzione di jñāna è troppo complicata da usare. Per trasmettere il significato, usiamo "un fattore mentale illuminante", suggerito dal cinese "ming", uno stato mentale che illumina.
Questo metodo di traduzione funziona anche con le forme negative? Per essere simili ai termini sanscriti, tibetani e cinesi, anche questi devono iniziare con un prefisso negativo.
Traduzione delle forme negative
Per ajñāna, "un fattore mentale deluminante" [spegnente] funziona bene. Con l'aggiunta del prefisso negativo "de", "luminante" diventa la forma negativa di "illuminante".
Avidyā, tuttavia, non è così semplice. Avidyā ha due distinte interpretazioni, a seconda del sistema in cui viene utilizzata. Entrambe derivano dal fatto che ci sono due modi in cui l'ignoranza può ostacolare e impedire la cognizione sovramondana delle quattro nobili verità.
- Uno consiste semplicemente nello stordire la mente senza, per sua stessa forza, prendere cognitivamente il suo oggetto in modo inverso (un modo che è l'inverso del modo accurato).
- L'altro è, per sua stessa forza, prendere cognitivamente il suo oggetto in modo invertito con la sua stessa forza.
Per esprimere la differenza tra questi due tipi di avidyā è necessario tradurli con due diversi prefissi negativi:
- Avidyā, in quanto fattore mentale disturbante che semplicemente stordisce la mente, può essere tradotto come “anti-conoscenza”.
- Avidyā, in quanto fattore mentale disturbante che, per sua stessa forza, cognitivamente assume il suo oggetto in modo inverso, può essere tradotto come “conoscenza errata”.
In una discussione generale, tuttavia, avidyā deve essere tradotto in modo tale da comprendere entrambi i significati. Useremo "ignoranza" in questo caso, poiché è il termine più familiare. Inoltre, la sua etimologia deriva dal greco, con il prefisso negativo "ig" e "gnosis" che significano conoscenza. "Ig" appare anche come prefisso negativo nelle parole italiane "ignorare" e "ignobile". In alcuni casi, quando si fa un contrasto con la conoscenza corretta, useremo "conoscenza debilitata" in contrapposizione a "conoscenza abilitata".
La scelta di "ig-", "de-", "anti-" e "mal-" come prefissi negativi in italiano è in accordo con la connotazione voluta del prefisso sanscrito di negazione "a" in avidyā. Sey Ngawang Tashi, in Analisi degli estremi, (253-254), spiega la connotazione voluta in termini del prefisso negativo "ma" nel termine tibetano ma-rig-pa, dove rig-pa, conoscere qualcosa, è equivalente a un fattore mentale accurato, sovramondano e discriminante:
Il “ma-” in “ma-rig-pa” è un prefisso negativo, ma non è adatto per essere un prefisso negativo che indica (1) una mera negazione (non implicativa) (un'assenza) di un fattore mentale discriminante come “senza un fattore mentale discriminante (come guardare un documentario storico senza un fattore mentale discriminante riconoscendo se è in accordo con gli eventi reali), o (una negazione affermativa) come (2) “non un fattore mentale discriminante” come l'occhio e così via, che è qualcosa di diverso da un fattore mentale discriminante, o come (3) “simile a un fattore mentale discriminante” come le parole scritte che sono la sostanza materiale (che spiega) il “fattore mentale discriminante” (non oscurato) non specificato (parole) o testi di linguaggio poetico, o la conoscenza di arti, malattie, le basi per le malattie, medicine e così via, o come (4) “un cattivo fattore mentale discriminante” come una delle diverse cattive visioni che sono fattori mentali discriminanti disturbati (ad esempio, il fattore mentale di considerare suprema la moralità o la condotta disturbata), o come (5) "un lieve fattore mentale discriminante", lieve o esiguo come i fattori mentali discriminanti che sono i sentieri di costruzione e adattamento della mente (i sentieri di accumulazione e preparazione) degli esseri ordinari e di coloro che entrano nella corrente, o come (6) "separati da un fattore mentale discriminante" come menti e sensori cognitivi che non danno origine a un fattore mentale discriminante. ("Ma") è un prefisso negativo con il significato di "opposto". Crea parole che indicano "l'opposto" (di qualcosa, come in) anti-attaccamento, anti-rabbia e anti-violenza.
"Ma-rig-pa" è definito un fattore mentale allo scopo di dissipare il dubbio di chiedersi se si tratti di una mente distinta. Poiché ma-rig-pa non è una variante di alcuno degli altri fattori mentali, viene definito un fattore mentale stupefacente allo scopo di indicare che ha una sua natura essenziale.
(Tib.) ma rig pa zhes pa’i ma dgag tshig yin zhing/ de yang shes rab med pa lta bu shes rab bkag tsam dang/ shes rab ma yin pa lta bu shes rab las gzhan pa’i mig sogs dang/ shes rab dang ’dra ba lta bu lung ma bstan gyi shes rab kyi rdzas yi ge ’bri ba dang/ sgra snyan ngag sogs kyi bstan bcos dang/ bzo dang/ nad dang/ nad kyi gzhi dang dman sogs shes pa’i rig pa dang/ shes rab ngan pa lta bu shes rab nyon mongs can kyi lta ngan gzhan rnams dang/ shes rab nyung ba lta bu’i so skye tshogs sbyor ba dang/ rgyun zhugs zhugs pa’i shes rab lta bu nyung ba ste chung ba dang/ shes rab dang bral ba lta bu shes rab ma skyes ba’i sems dang dbang po sogs ston pa’i dgag tshig la mi rung bas na/ gnyen po’i don can gyi dgag tshig chags med dang/ sdang med dang/ rnam par mi ’tshe ba’i ’gal zla ston pa’i tshig la byed/ ma rig pa la sems gcig yod dam snyam pa ’gog ched du sems byung smras/ sems byung gzhan rnams ma rig pa ma yin pas rang gi ngo bo ston ched du rmongs pa smras pa’i phyir//
Proprio come il fattore mentale del conoscere con anti-attaccamento non è solo l'opposto del fattore mentale del conoscere con attaccamento, ma è anche ciò che gli si oppone e gli impedisce di sorgere, allo stesso modo ma-rig-pa non è solo l'opposto di rig-pa, ma è anche ciò che gli si oppone e gli impedisce di sorgere. Trasferendo i termini, "anti-conoscere" e "misconoscere" sono, allo stesso modo, non solo gli opposti di "conoscere", ma anche ciò che gli si oppone e gli impedisce di sorgere. Come ma-rig-pa e avidyā, tuttavia, non sono fenomeni di negazione né implicativi né non implicativi (dgag-pa, sanscr. pratiṣedha, fenomeni conosciuti in modo negativo) nonostante abbiano prefissi negativi. Questo perché avere anti-conoscere o misconoscere non richiede prima di conoscere accuratamente le quattro nobili verità e poi, escludendole, sapere che qualcos'altro non è le quattro nobili verità. Non è come dover sapere cos'è una mela prima di poter sapere che qualcosa non è una mela. L'anti-conoscenza e la misconoscenza sono, in effetti, fenomeni di affermazione espressi in modo negativo (sgrub-pa, sanscr. siddha).
Il maestro ghelug del XVIII secolo Purciog (Phur-cog Ngag-dbang byams-pa rgya-mtsho), autore di alcuni dei libri di testo monastici utilizzati nei monasteri di Ganden Jangtse e Sera Je, definì un fenomeno di affermazione come "un fenomeno (validamente conoscibile) che viene appreso in un modo in cui un oggetto da negare (dgag-bya) non è esplicitamente precluso (dngos-su ma-bcad-pa, esplicitamente tagliato fuori, respinto, rifiutato) dai suoni che esprimono il fenomeno". Nel caso delle parole "anti-conoscenza" e "misconoscimento", il suono dei prefissi di negazione "anti" e "mis" preclude semplicemente la parola "conoscenza". Non precludono il significato della parola “conoscere”, poiché ciò richiederebbe di comprendere in precedenza (conoscere in modo accurato e deciso) cosa significa la parola “conoscere” e cosa essa conosce, e poi riconoscere che il nostro stato mentale non è tale o ne è privo.
Supponiamo, ad esempio, di non riuscire a trovare le chiavi di casa. La nostra mente potrebbe essere confusa e non avere idea di dove siano. In effetti, l’essere storditi ci impedisce di sapere dove si trovino. Oppure potremmo essere convinti di averle lasciate in casa, ma non è corretto. Essere convinti di questo ci impedisce anche di cercare altrove e trovarle. Entrambi gli stati mentali sono semplicemente ciò di cui ci informa il suono delle parole "non sapere dove sia la chiave". Entrambi affermano che si tratta di stati di non sapere. Supponiamo che in seguito troviamo la chiave: l'abbiamo lasciata in macchina. Ora sappiamo che quando eravamo storditi e pensavamo che la chiave fosse in casa, non sapevamo dove fosse effettivamente: era in macchina. Questo "non sapere" è un fenomeno di negazione. Nega il sapere che la chiave è in macchina. In precedenza, il nostro "non sapere" affermava semplicemente che non sapevamo dove fosse.
La conoscenza debilitata (ignoranza), in quanto fattore mentale anti-conoscenza o misconoscimento, è specificata come un fattore mentale individuale con una sua natura essenziale distinta, poiché è la radice del samsara. È il principale ostacolo che deve essere eliminato per sempre per raggiungere la liberazione. La natura essenziale (ngo-bo) di qualcosa si riferisce alla sottoclasse unica di fenomeni a cui qualcosa appartiene all'interno di una specifica classe di fenomeni – ad esempio, la sottoclasse dei cani all'interno della classe dei mammiferi, la sottoclasse dei suoni all'interno della classe delle forme dei fenomeni fisici e, in questo caso, la sottoclasse dei fattori mentali anti-conoscenza o misconoscimento all'interno della classe dei fattori mentali.