Domande e risposte
Ora abbiamo tempo per le domande, auspicabilmente in merito alla nostra discussione finora in termini di aggregato della coscienza e aggregato delle forme dei fenomeni fisici.
Categorie di oggetti e categorie audio
Grazie per l'ottima lezione e per gli esempi, soprattutto quelli sui computer, gli zeri e gli uno. Quando si parla di concetti è difficile, capisco che non appena mi viene in mente l'immagine di un fiore, quando dico "fiore", allora si tratta già di qualcosa di concreto. È possibile afferrare qualcosa senza concetti? Penso ai bambini piccoli e agli animali. Passo molto tempo con i cavalli, e loro sanno cosa vogliono e cosa non vogliono, ma immagino che non abbiano concetti. Potrebbe spiegarmi questo?
Gli animali hanno sicuramente dei concetti, ma non hanno parole associate a questi. Dobbiamo essere un po' più precisi quando parliamo di concetti, perché si tratta di un termine prettamente occidentale. Ciò a cui ci riferiamo è l'attività mentale che utilizza le categorie. Esistono due tipi di categorie, ed entrambe sono essenziali per il funzionamento delle nostre facoltà mentali e per la capacità di comprendere le cose. Un tipo riguarda gli oggetti e l'altro, fondamentalmente, i suoni.
Nel caso degli oggetti, la categoria è, ad esempio, "mela". Quando andiamo al supermercato, ci sono tanti articoli diversi. Se non abbiamo una categoria "mela", non sappiamo che tutti questi articoli rientrano nella categoria "mela" e che le arance non vi rientrano. Le categorie sono il modo in cui riusciamo a dare un senso a ciò che sperimentiamo; altrimenti, se avessimo davanti a noi tutte queste creature, senza la categoria "essere umano", come faremmo a sapere che sono esseri umani? Non possiamo dare un senso alle informazioni se non vengono categorizzate.
Il problema delle categorie è che danno l'impressione di essere come delle scatole e che le cose esistano al loro interno. Le categorie hanno delle definizioni, ma queste sono fondamentalmente frutto di convenzioni. Lo stesso vale per le scatole, o per le categorie in generale, soprattutto se pensiamo alle emozioni. Prendiamo la categoria dell'amore. Tutti proviamo amore, ma come facciamo a sapere che si tratta della stessa emozione? Ad esempio, ciò che proviamo per i nostri genitori, per un fidanzato o una fidanzata, per il nostro cane, per la città in cui viviamo. Chiamiamo tutto questo amore, ma ciò che io o tu proviamo è anche molto diverso.
L'esempio che uso spesso è quello delle categorie "amare" o "piacere". Come facciamo a sapere se si è oltrepassato il confine per rientrare nell'altra categoria? In una relazione, entrambe le persone avranno confini molto diversi per quanto riguarda questa categoria e il modo in cui la definiamo. Eppure, usiamo queste categorie per dare un senso a ciò che proviamo.
L'altro tipo di categoria è quello audio, senza il quale il linguaggio e la comunicazione non sarebbero possibili. Quando due persone diverse emettono un suono, come facciamo a sapere che stanno pronunciando la stessa parola e ad associarle un significato? Ad esempio, se diciamo la parola "frigorifero" – mi piace il cibo, quindi uso spesso esempi culinari – come facciamo a sapere, quando ogni persona la pronuncia con voce, volume e pronuncia diversi, che si tratta comunque della stessa parola? Perché esiste una categoria audio. Concettualmente, con quell'ologramma mentale del suono che vi è associato, lo inseriamo in questa categoria, in modo da capire che si tratta di una parola e che, per convenzione, ha un significato. Altrimenti, sarebbe solo un suono, come quello che potremmo sentire emettere da una balena o da un cavallo. Forse gli altri cavalli o le altre balene capiscono il suono, ma noi no.
Visione occidentale dei concetti
Le categorie sono molto importanti. Quando parliamo di un concetto in italiano, ci riferiamo a molto più di una semplice categoria, anche di quelle che potremmo definire qualità soggettive. La categoria dei cavalli include, ad esempio, la loro bellezza, intelligenza, intuizione e così via. Ma qualcun altro potrebbe aggiungere ad essa la paura dei cavalli, il timore che un cavallo possa morderlo o cose simili.
Quando in Occidente pensiamo ai concetti, lo facciamo in termini di ciò che viene aggiunto alle categorie, e questo è in realtà facoltativo. Le qualità, soprattutto quelle di giudizio, sono relative. Grande, piccolo, bello, brutto: questi concetti sono relativi al senso personale di ciò che è bello e di ciò che è brutto.
Non dovremmo pensare che la cognizione concettuale sia di per sé inutile. L'aspetto problematico sta nel pensare che le cose esistano concretamente all'interno di questi schemi. Ad esempio, "amore" o "piacere" dovrebbero essere entità solide e fisse, racchiuse in uno schema.
Chiedevi degli animali, che sicuramente hanno un concetto di "la mia stalla", "il mio box, dove vivo", "il mio padrone", "il mio amico" o "il mio figlio", se hanno un puledro. Hanno sicuramente queste categorie ma se a ognuna sia associata una parola è un altro discorso. Tuttavia, c'è un significato intrinseco, come in "il mio box dove dormo" o "il mio padrone che mi nutre". C'è un significato e, dal punto di vista buddista, lo ritroviamo in tutte le forme di vita dotate di mente. Non stiamo parlando di vita biologica come le piante e il fungo tra le dita dei piedi, sebbene biologicamente siano vivi. Quando si pone la questione se le piante abbiano una mente, allora dobbiamo citare anche questo fungo.
Come accennato stamattina, ogni coscienza è una coscienza primaria. Ciò implica che esista una coscienza secondaria; potrebbe approfondire la distinzione tra coscienza primaria e secondaria? È forse un deposito di karma?
Hai ragione, se parliamo di coscienza primaria, allora esistono anche quelle secondarie, sebbene il termine più comunemente usato per le altre sia fattori mentali o consapevolezze sussidiarie. Questo è ciò che si trova nei prossimi tre aggregati che tratteremo. Esse qualificano o supportano la coscienza primaria. Seguirà una spiegazione più dettagliata. In breve, la coscienza primaria è come un lampadario con una grande luce al centro e tante piccole luci intorno: la primaria è la luce principale, e le altre piccole luci sono come i fattori mentali che la supportano. Esempi sono la concentrazione, l'interesse, le varie emozioni e così via. La primaria è semplicemente quella principale che è consapevole della natura essenziale più basilare di ciò che si sta conoscendo, come una forma, un suono, un odore, un sapore, una sensazione fisica o un fenomeno mentale.
Gli altri due aspetti sono spiegati nella scuola della Solo mente in cui la coscienza di base non è chiara e non possiede una cognizione decisiva. È sottostante e costituisce semplicemente la base su cui vengono imputate tendenze e abitudini. Ma forse qualcun altro può rispondere: nel sistema Kagyu Madhyamaka, quando si utilizza questa coscienza di base, essa è anche consapevole di ogni oggetto nella cognizione ed è chiara?
È neutrale.
È neutrale nel senso che non è né costruttivo né distruttivo, il che significa che assume qualsiasi valore etico abbia il resto della cognizione. Immagino che sia ancora focalizzato sull'oggetto, ma è incerto sull'oggetto come nella scuola della Sola mente o Cittamatra, oppure è valido?
Questo non lo so. Devo pensarci.
Non lo so neanche io. Tendo a pensare che sia qualcosa di più sottile. Quando parliamo di mente di chiara luce nel sistema Ghelugpa, che conosco meglio, essa sottende ogni momento di coscienza ma non si manifesta. È presente, ma non opera attivamente. La settima coscienza è rivolta alla coscienza fondamentale, quindi immagino che sia mirata alla sua natura essenziale, ma non ne ho la certezza. Immagino che sia così, perché influenza o stimola in ogni istante a dare origine a un'apparenza mentale o a un ologramma.
Quei due, ma ripeto sto solo ipotizzando, dovrebbero essere alla base di ogni momento della cognizione, e sono operativi, ma non so se abbiano o meno cinque fattori congruenti con la coscienza. Sono anche loro a dare origine all'ologramma? Si concentrano anche sullo stesso oggetto? Non credo. Ma questi sono dettagli molto interessanti, anche se tecnici. Mi dispiace, non possiedo queste conoscenze e non le ho trovate spiegate in nessuno dei testi tibetani che ho letto o su cui ho ricevuto insegnamenti.
Potrebbe per favore elencare questi cinque aggregati?
I cinque aggregati sono:
- Coscienza, che possiamo definire coscienza primaria
- Forme di fenomeni fisici
- Distinzione, a volte detto riconoscimento
- Sensazione, riferito a un livello di felicità, infelicità o neutralità
- Altre variabili influenzanti, altri elementi che cambiano e che possono influenzare.
A volte questo quinto aggregato che io traduco con impulso viene chiamato volizione. Volizione in italiano non è sinonimo di impulso e non si adatta alla definizione di quel fattore mentale. L'impulso è l'elemento principale che muove l'intero insieme della coscienza e gli altri fattori mentali verso un oggetto specifico. Quando è sotto l'influenza dell'ignoranza, è sotto l'influenza del karma e quindi diventa compulsivo. La settima coscienza si limita a stimolare la nascita di qualcosa, e questo impulso irresistibile attira l'intero insieme verso un oggetto specifico. Volizione implica volontà e altri aspetti non inclusi in questo contesto. Questo è considerato il fattore principale nell'insieme delle altre variabili influenzanti. Pertanto, quando lo sentiamo chiamare volizione, si attribuisce all'intero insieme il nome del suo elemento principale. Non è una traduzione molto accurata.
Conosco altre traduzioni e non sono sicuro di come si adattino. Ce n'è una che elenca forme, sensazioni, percezioni, formazioni e coscienza. Un'altra include i samskara.
Samskara è una parola sanscrita che traduco come variabile influenzante, si tratta di qualcosa che influenza le cose. Quando sentiamo parlare di aggregato di percezione in contrapposizione ad aggregato di coscienza, probabilmente è questo che intendo per distinzione. A meno che non si conosca la definizione di aggregato, ovvero di cosa si tratta, basarsi sulle parole inglesi o sulle loro traduzioni norvegesi e poi sui loro significati in lingue diverse è estremamente fuorviante. Formazioni, se si usa questo termine in contrapposizione a samskara, dovrebbero essere forme, suppongo; altrimenti, se si parla di "formazioni karmiche", si tratterebbe di volontà. Questa è una spinta che, quando è sotto l'influenza dell'ignoranza, è karma. Quindi la chiamano formazioni karmiche.
Forma, sensazioni, percezione, formazione e coscienza: sono quasi certo che queste categorie provengano da Chogyam Trungpa, uno dei primi libri da lui pubblicati.
In quella serie di traduzioni, le formazioni sarebbero queste altre variabili influenzanti e sarebbero in termini di pensiero di formazioni karmiche. Ancora una volta, altri traducono questo come "volizione", e io come "impulso". Viene descritto come il principale fattore mentale perché attrae tutto il resto con sé verso l'oggetto. È così che nascono i nomi; i nomi sono molto difficili perché ognuno traduce le cose in modo diverso. Ecco perché dobbiamo sempre fare riferimento alle definizioni. Senza conoscere la definizione, non sappiamo di cosa si sta parlando. Quindi, dobbiamo trovare qualcosa nelle nostre lingue che significhi effettivamente ciò che la definizione è.
Quando lessi quella spiegazione molto tempo fa, mi sembrò estremamente confusa e difficile da comprendere. Ora comincio a capirla, ma quella fu la mia prima introduzione agli skandha.
Discuteremo nel dettaglio gli altri aggregati e poi capirete perché lo traduco come distintivo.
Due verità: la verità convenzionale e la verità profonda
Nel buddismo si sente spesso parlare delle due verità, quella relativa e quella assoluta. Mi chiedevo se potesse parlarci dei suoi insegnamenti. A me sembra che si collochino decisamente sul piano relativo, o non è d'accordo?
No, sto parlando a livello convenzionale, non al livello profondo. Come possiamo comprendere le due verità in termini di ciò di cui sto parlando? Senza dilungarmi troppo e con un po' di autocontrollo, le due verità sono definite in molti modi diversi in ciascuno dei diversi sistemi filosofici indiani e nelle diverse interpretazioni di ciascuno di questi sistemi da parte di diversi autori e scuole indiane e tibetane. Persino all'interno di una singola scuola, come la Karma Kagyu, le due verità possono essere definite in un modo a livello di sutra e in un altro a livello di tantra, in un altro ancora nella mahamudra e così via.
In termini di ciò di cui stiamo discutendo, di solito la distinzione avviene in base all'attività mentale. Da un lato – anche se non dovremmo usare il termine "lato" perché sono inseparabili e non duali – abbiamo la coppia, se vogliamo usare questa parola, e un aspetto è la creazione di un ologramma mentale. Questa è una verità convenzionale sull'attività mentale, ovvero che esiste ciò che viene chiamato "chiarezza e apparenza". La chiarezza è la creazione di un ologramma mentale, e l'apparenza è l'ologramma mentale, o ciò che appare. Questi due aspetti sono ovviamente non duali. Non possiamo avere l'uno senza l'altro. Con la creazione di un'apparenza, deve esserci ovviamente un'apparenza.
Questo è ciò che in questo sistema viene definito verità convenzionale.
La verità profonda
La verità profonda è la consapevolezza, e anche in questo caso si tratta di un'inscindibile coppia di vacuità e consapevolezza. Parliamo di vacuità o di vuoto, e io preferisco il termine "vacuità". Il vuoto implica l'esistenza di un contenitore, come nell'esempio "il bicchiere è vuoto". Non è proprio così, non c'è un contenitore solido da qualche parte e qualcosa che manca al suo interno. Con la vacuità "non esiste una cosa del genere".
La vacuità trascende le parole e i concetti. È un altro modo per indicare qualcosa di non concettuale. Esiste una vacuità, l'assenza di un modo impossibile di esistere che rientra in una categoria o in una scatola a cui è associata una parola. Queste sono una categoria e una vacuità espresse a parole o in categorie.
Se vogliamo descrivere la vacuità intesa in senso non concettuale, dobbiamo dire che è al di là delle parole e dei concetti. Quando ne leggiamo, dobbiamo capire che non stiamo descrivendo qualcosa di trascendentale lassù in cielo. Non è niente del genere. È solo un altro modo per dire "non concettuale", "vacuità intesa in senso non concettuale".
Quella vacuità non esiste di per sé, c'è anche l'aspetto della consapevolezza. Questa è la verità profonda su ciò che accade: esiste una consapevolezza che per sua natura non proietta apparenze dualistiche e modi di esistere impossibili. Essa stessa non esiste come una sorta di cosa racchiusa in una scatola. Questa è la verità profonda dell'attività mentale. L'attività mentale è impegno cognitivo, l'aspetto della consapevolezza, e questo aspetto della consapevolezza non ha come caratteristica innata o intrinseca l'afferrarsi alla vera esistenza. Ricorda, questo significa dare origine a un'apparenza di vera esistenza e crederci, considerandola corrispondente alla realtà.
Questa è la verità profonda di ciò che sta accadendo. Abbiamo l'emergere dell'apparenza e l'apparenza sul lato convenzionale di ciò che sta accadendo. Il termine "convenzionale" viene tradotto in molti modi diversi. È "superficie" che nasconde qualcosa al di sotto e così via. Può essere puro o impuro. Quando è impuro, non solo assomiglia ai nostri oggetti e cose ordinarie, ma sembra esistere realmente. Quando è puro, non sembra esistere realmente e di solito si presenta sotto forma di mandala, divinità e cose simili. All'interno della verità convenzionale c'è il puro e l'impuro.
Ciò che abbiamo in questo sistema è una consapevolezza fondamentale profonda e una consapevolezza fondamentale divisiva, namshe-yeshe. Sono mescolate insieme come latte e acqua e sono molto difficili da separare per noi esseri ordinari. L'analogia usata è come quella di testare l'oro. Se l'oro è puro, non si ossida. Si consiglia sempre di testare gli insegnamenti come si testa l'oro, graffiarlo per osservarne la superficie e bruciarlo per verificarne la qualità. Quando lo graffiamo scopriamo se è una lega, una miscela di oro con qualche altro metallo. Allora ci sarà una linea nera che non proviene dall'esterno e non è l'oro stesso perché l'oro è puro. È un'indicazione della lega, delle altre sostanze mescolate con esso; ma con quella lega, non si può davvero separare l'oro dagli altri metalli mescolati con esso, come non si può separare il latte dall'acqua.
Quando svolgiamo la nostra normale attività mentale, alla base di essa si cela la coscienza divisiva che emerge dopo quel momento di cognizione sensoriale non concettuale, il momento successivo di cognizione mentale non concettuale e poi il primo momento di cognizione concettuale, quando ci appare l'immagine di un oggetto convenzionale nella sua interezza. In seguito, dà anche origine all'apparenza di un'esistenza dualistica. L'afferrarsi a questa viene dopo. È la macchia sull'oro. In sostanza, è un'indicazione che l'ignoranza si mescola all'attività mentale.
Potremmo anche parlare di verità convenzionale in termini di ciò che appare dalla coscienza fondamentale divisiva e la verità profonda è ciò che può apparire dalla consapevolezza fondamentale profonda. Può anche essere divisa in questo modo. Le due verità sono a livello dell'operazione della consapevolezza fondamentale divisiva. In questo caso, la settima consapevolezza causa l’origine, attraverso una serie di momenti, di un'apparenza dualistica - l'ossidazione. L'ologramma mentale che sorge e la sua origine, questo è il lato della verità convenzionale – semplicemente l'aspetto della consapevolezza vera e propria per sua natura essenziale. Ed è privo di esistenza in qualche modo impossibile; compreso non concettualmente, ha anche la natura profonda all'interno della sfera della coscienza divisiva. In questo modo abbiamo le due verità inseparabili.
Ma anche, se guardiamo al lato puro dalla consapevolezza fondamentale profonda, anche lì le due verità sono inseparabilmente presenti. C'è anche l'emergere dell'ologramma puro che è il lato convenzionale, e c'è anche il lato della consapevolezza/vacuità. Su ognuno di questi lati, la consapevolezza fondamentale profonda e la consapevolezza fondamentale divisiva, ci sono le due verità e le due insieme costituiscono due verità. Questo è il sistema, ed è per questo che non ho voluto introdurre anche le spiegazioni del mahamudra e del namshe-yeshe, ma eccole qui. Anche questo viene introdotto nella discussione.
Tutto torna. La presentazione del sutra di "mera chiarezza e consapevolezza" è la base di tutto questo. Senza comprenderlo, non possiamo davvero passare immediatamente a questa spiegazione di mahamudra e namshe-yeshe. Tuttavia, per quanto mi è stato insegnato, sembra proprio così. Ha senso. Anche se ciò che proviene dal dharmakaya sono queste apparenze. Queste sono le onde dell'oceano, con il dharmakaya che è come l'oceano. Che si tratti di un'onda, di un ologramma mentale di semplici dati o di un oggetto sintetizzato mentalmente, è pur sempre un ologramma mentale, è mente ed energia sottilissima. Questo potrebbe portarci a un'altra analisi completa di cosa siano fatti questi ologrammi. Ma di solito, dopo l'analisi, concludiamo che sono fatti di questa energia sottilissima o qualcosa del genere.
I dati come forme colorate e suoni istante per istante, e poi l'oggetto intero sintetizzato che perdura nel tempo e che possiede anche altre informazioni sensoriali, entrambi sono onde di dharmakaya. Questo non è un problema. Un Buddha, per interagire con gli altri, ha ovviamente bisogno di conoscere gli oggetti convenzionali; quindi le due verità. Ma per il Buddha, esiste solo la consapevolezza fondamentale profonda, il lato puro. Pertanto, c'è questa distinzione tra ciò che è per il proprio scopo e ciò che è per lo scopo degli altri. Per lo scopo degli altri, un Buddha può apparire in varie forme, non è obbligato a farlo ma per adempiere agli scopi degli altri un Buddha appare in varie forme.
Ovviamente, per poter comunicare abbiamo bisogno del linguaggio. Questo diventa molto interessante; scusatemi se mi dilungo, ma non mi sembrano esserci molte altre domande. Vi siete mai chiesti in che lingua parla il Buddha? Ognuno può comprendere le parole del Buddha nella propria lingua. Se è così, in che lingua parla il Buddha?
Potremmo dire le antiche lingue indiane del Buddha storico ma se pensiamo in termini di questa presentazione mahayana, dovremmo dire che indica la distinzione tra il lato della consapevolezza profonda e il lato della coscienza divisa. Dal punto di vista del Buddha, non possiamo dire che egli parli in una lingua qualsiasi. Il linguaggio, dopotutto, è una sintesi concettuale; ma ogni persona decodifica ciò che ascolta nella propria lingua. Questo si ricollega alla fisica quantistica; ma non è che una persona lo decodifica e improvvisamente diventa solido. Ogni persona lo decodifica nella propria lingua e lo comprende.
Allora tutto acquista senso. Altrimenti, rimane un mistero, e il buddismo non dovrebbe essere un mistero in cui ci limitiamo ad accettare una mente onnisciente. L'attività mentale è capace di comprendere qualsiasi cosa. Non è tutto così semplice, ma forse questo è un piccolo indizio su come affrontare tutto questo materiale. Tutto si incastra alla perfezione.
Chiarimento di statico e non statico, permanente e impermanente
Ho un dubbio su ciò che pensavo fosse stato detto riguardo alla compassione. Pensavo che fosse una qualità statica, sempre presente ma in continuo cambiamento.
Qualcosa che è sempre presente ma cambia non è statico. Se cambia, significa che non è statico. Statico significa che non cambia. Questo è un punto molto importante. Ci sono due variabili che si mescolano in una sola parola. Sono presenti se qualcosa dura per sempre, è eterno o è temporaneo. L'altra variabile è se cambia o non cambia. Le nostre parole "permanente" e "impermanente" hanno entrambi i significati. Questa è fonte di grande confusione. In un contesto, queste parole vengono usate per parlare di eterno contro temporaneo, e in un altro contesto, si riferiscono a statico contro mutevole. Se applichiamo il significato sbagliato a un contesto inappropriato, possiamo essere molto confusi.
L'attività mentale, un flusso individuale di attività mentale, è eterna, e tutti i fondamenti dei cinque aggregati non hanno inizio, che si tratti di quelli costruttivi o positivi come la compassione o di quelli distruttivi come l'ignoranza o la rabbia. Questo vale anche per quelli meccanici come la concentrazione e l'attenzione. Non hanno inizio. Anche quelli meccanici non hanno fine; i Buddha li possiedono. Il modo in cui li possiedono, ecc., è complicato ma non possiamo dire che un Buddha non abbia concentrazione. Lo stesso vale per quelli positivi come la compassione: non possiamo dire che un Buddha non abbia compassione. Pertanto, queste cose non hanno fine.
Ma quelli distruttivi possono avere una fine, e questa è una grande differenza. Non hanno un inizio, ma è possibile una fine. Non avranno fine se non facciamo nulla, ma potrebbero averne una se applichiamo le forze opponenti. In altre parole, si basano sul non sapere: l'ignoranza è non sapere o sapere in modo errato. Se viene sostituito dal sapere correttamente e questo è sempre presente, non possiamo avere sapere e non sapere allo stesso tempo. Pertanto, non possiamo avere tutti i fattori mentali disturbanti o negativi come rabbia, avidità, ecc.: avranno una fine.
Tuttavia, c'è una differenza tra il corpo che ha una fine, che significa che degenera e si disgrega momento per momento fino a scadere, come una bottiglia di latte. Questa è un'ottima analogia per il corpo: siamo come una bottiglia di latte che ha una data di scadenza ma non la conosciamo, anche se prima o poi scadrà e si sta deteriorando momento per momento. Per quanto riguarda l'ignoranza o la rabbia, non si indeboliranno e non si dissolveranno gradualmente, ma possono essere fermate. Esistono delle tendenze a queste cose, nel senso che non le abbiamo sempre. Queste tendenze possono essere rafforzate o indebolite da vari tipi di avversari.
Esistono opponenti profondi come la comprensione della vacuità ed esistono anche opponenti temporanei, come l'amore che contrasta la rabbia. Funzionano fino a un certo punto, ma non eliminano completamente la rabbia. Se qualcuno ci infastidisce davvero, invece di arrabbiarci, l'amore e il desiderio che sia felice rappresentano un ostacolo, insieme alla consapevolezza che la sua infelicità lo rende fastidioso. Se sarà felice, smetterà di disturbarci. È logico che l'amore contrasti la rabbia in questo modo. È un punto utile.
Karma: un impulso, non l'azione
Fanno parte del karma?
La questione si complica. Alcune emozioni negative attiveranno le tendenze karmiche, e altre le accompagneranno. Esistono due interpretazioni del karma, ma quella utilizzata nel sistema Karma Kagyu Madhyamaka, per quanto ne so, è quella in cui il karma è puramente un impulso mentale, si riferisce al fattore mentale e non all'azione. Quando viene tradotto come azione, è perché la parola tibetana per karma è la stessa parola colloquiale per azione.
Ma l'azione è un'imputazione su tutte le diverse parti che la compongono, inclusi il fondamento, lo scopo, la motivazione e l'attuazione di un metodo per compiere effettivamente l'azione pianificata, e c'è il finale, quando, ad esempio, la persona che si intende uccidere muore davvero. L'azione è un'imputazione che si aggiunge a tutto questo. C'è un bersaglio specifico, una persona, c'è l'intenzione, c'è un'emozione motivante, c'è l'attuazione di un metodo per uccidere, ad esempio, e il finale quando la persona muore davvero. Tutto questo è l'azione. Il karma non è questo.
Il karma è l'impulso compulsivo. Questo è il punto fondamentale. È l'impulso che trascina una persona in un'azione e la alimenta, oppure ci fa fermare. Questo è il karma, la compulsività che ci spinge all'azione. Ciò che attiva questo processo, facendolo emergere dal seme karmico, è fondamentalmente la nostra esperienza di felicità o infelicità.
Ad esempio, ci troviamo in una situazione e ci sentiamo infelici. Qualcuno ci sta urlando contro o sta facendo qualcosa che non ci piace. La nostra esperienza di questa situazione coinvolge un altro fattore mentale. Non ci piace perché è spiacevole e proviamo un senso di infelicità per il fatto di essere stati sgridati. Ora, vogliamo liberarcene. Quell'emozione disturbante che proviamo trasforma quell'infelicità in qualcosa di orribile di cui dobbiamo sbarazzarci, invece di avere semplicemente l'atteggiamento di "E allora? Perché dovremmo essere felici tutto il tempo?". Non ci piace qualcosa. E allora?
“Non è niente di speciale”, questa frase viene dal mio maestro Serkong Rinpoce. Non c'è niente di speciale, ma se la trasformiamo in qualcosa di orribile, allora questo innesca o attiva la tendenza karmica e sorgerà l'impulso di urlare a nostra volta contro la persona. Inoltre, sarà accompagnato dalla rabbia. Funziona così.
Si dice che la fonte del samsara al livello più profondo sia l'ignoranza o la mancanza di consapevolezza, ma al livello successivo sono il karma e le afflizioni. È questa compulsività, questo comportamento compulsivo sotto l'influenza di emozioni disturbanti, e in fondo, proviene dall'ignoranza. Riguarda "io, io, io", quel solido "io" e ciò che "io" sto sperimentando laggiù, in modo dualistico, e "io" non mi piace. Questo non è piacevole, questo non è bello e "farò qualcosa per liberarmene". Bam! Questo innesca il karma, l'impulso compulsivo di urlare contro qualcuno o fare qualcosa di terribile, ed è accompagnato da ulteriore rabbia.
Il karma funziona così. È un concetto molto profondo, ma va compreso correttamente. Altrimenti, se pensassimo che karma significhi semplicemente azioni, potremmo dire che basterebbe smettere di fare qualsiasi cosa per liberarci dal karma. Sarebbe assurdo; quindi, karma non può significare solo azioni. Ma, come già detto, poiché si tratta della stessa parola tibetana usata colloquialmente per indicare le azioni, viene tradotta in questo modo. Se la cerchiamo sul dizionario, è proprio così. Ecco la confusione. Dobbiamo tornare alla definizione.