Breve revisione
L'attività mentale è il sorgere di un ologramma mentale e l’impegno cognitivo con esso che cambia di momento in momento. Ha sempre un contenuto ed è multiforme.
Il contenuto può essere suddiviso in ologrammi mentali che sorgono: l’aggregato della forma, l'aggregato delle forme di fenomeni fisici con molteplici parti e cambiano continuamente a seconda dei sensi coinvolti e così via. Può anche essere semplicemente mentale, come quando facciamo sogni, o immaginiamo e visualizziamo cose.
D'altra parte, anche la consapevolezza è composta da più elementi. Abbiamo già discusso una sua caratteristica, la coscienza primaria. Esistono sei tipi principali di coscienza primaria, i cinque tipi sensoriali di coscienza e la coscienza mentale. Inoltre, al di sotto di questi, troviamo la coscienza fondamentale e la settima coscienza.
Nell’aggregato della forma abbiamo i sensibilia, o dati sensoriali, le cellule dei sensori cognitivi, il nostro apparato sensoriale come le cellule fotosensibili degli occhi e così via. Abbiamo anche forme di fenomeni fisici che possono essere conosciuti solo dalla coscienza mentale come forme, suoni, sensazioni fisiche e così via nei sogni.
I fattori mentali
Successivamente, dobbiamo esaminare gli altri fattori che costituiscono l'aspetto della consapevolezza della nostra attività mentale. Questi sono noti come fattori mentali e si tratta di consapevolizze sussidiarie, adiacenti alla coscienza primaria. Possiamo usare l'esempio del lampadario menzionato in precedenza: la coscienza primaria è come la grande luce principale al centro e gli altri fattori mentali la circondano, unendosi ad essa come le piccole luci del lampadario.
Esistono molti fattori mentali, ed essi sono consapevoli delle caratteristiche definitorie degli oggetti in modi particolari, senza interpolare o negare nulla. "Interpolare" significa letteralmente "aggiungere una piuma alla punta di una freccia", aggiungendo qualcosa che non c'è. Ciò significa che non inventano e proiettano qualcosa sull'oggetto, né negano qualcosa che lo riguarda. È il nostro afferrarci alla vera esistenza che lo fa. Vari tipi di afferrarsi lo fanno, come quello a un sé realmente esistente; tuttavia, questi fattori mentali sussidiari e la coscienza primaria non lo fanno.
Alcuni fattori sussidiari come l'attenzione, l'interesse o la concentrazione, svolgono funzioni che aiutano la coscienza primaria a interagire cognitivamente con un oggetto. Altri aggiungono una componente emotiva all'interazione con l'oggetto. Questi sono i due tipi di funzioni più generali che svolgono. Aiutano la coscienza primaria a connettersi con un oggetto, a prestargli attenzione o a rimanere concentrata su di esso. Possono essere piuttosto meccanici, mentre altri aggiungono una componente emotiva come amore, compassione, rabbia, odio e simili.
La presentazione di Asanga sui cinquantuno fattori mentali
Ogni momento della nostra coscienza mentale è accompagnato da una rete di fattori mentali. Alcuni sono sempre presenti. Esiste un elenco standard di cinquantuno fattori che troviamo nella presentazione dell'autore indiano Asanga. Ne esistono altre presentazioni: una nel Theravada e un'altra di Vasubandhu. Si sovrappongono in molti modi, sebbene alcuni elementi vengano aggiunti o omessi. Ciò che bisogna comprendere è che questi cinquantuno fattori nell'elenco che esamineremo qui sono solo i principali, non includono tutto.
Un esempio che possiamo usare per capire questo concetto è quello di una torta molto grande che possiamo dividere in cinquantuno fette in due modi. Il primo è dividere l'intera torta in cinquantuno fette, il secondo è dividere solo una parte della torta in cinquantuno fette e poi ne rimane molta. Il secondo esempio è più adatto alla presentazione dei cinquantuno fattori mentali. Questo perché, ad esempio, non include la compassione. Ovviamente, la compassione è un fattore mentale. Perché siano stati scelti proprio quei cinquantuno fattori e ne siano stati esclusi altri, non ne ho idea e non ho mai trovato una spiegazione.
La prima volta che ho visto questo elenco di fattori mentali, mi è stato presentato come un elenco di cento o centouno.
Non ho mai sentito parlare di una lista con quei numeri, ma perché no? Tuttavia, non è presente nei testi standard dell'abhidharma. Tutti studiano i due testi dell'abhidharma: Abhidharmakosha di Vasubandhu e Abhidharmasamuccaya di Asanga. Queste sono le fonti principali, il Theravada potrebbe avere le proprie fonti. Ognuna delle diciotto scuole dell'Hinayana originale ha il proprio abhidharma. Ognuna di esse ha un elenco diverso di questi fattori mentali, così come la tradizione Bon, molti dei quali corrispondono a quelli buddisti e diversi dei quali non sono inclusi in nessuna delle liste buddiste.
Ci sono tutte queste diverse presentazioni, niente di speciale. Certo avremo presentazioni diverse, perché no? Ci sono 84.000 dharma, cose che possono essere conosciute. Dharma è definito come qualcosa che conserva la sua natura essenziale. Una cosa distinta che non è stata trasformata in qualcosa di solido. Ce ne sono 84.000 – il numero solitamente menzionato nei sutra – quindi perché non centouno?
Ho appena ricevuto un'email da qualcuno in Russia che chiedeva la lista degli 84.000 [risate]. Dovrò deluderlo.
Cinque caratteristiche congruenti
Come accennato, una rete di fattori mentali accompagna ogni momento di coscienza primaria e condivide cinque caratteristiche congruenti con la coscienza primaria che accompagna. Come insegnato in geometria alle superiori, esistono triangoli congruenti che condividono la stessa forma e gli stessi angoli e così via. Riprendendo la geometria delle superiori, possiamo usare quel termine perché condividono cinque cose in comune. Ricordate l'analogia del lampadario.
Innanzitutto, condividono lo stesso supporto. Nel caso del lampadario, le lampadine principali e quelle più piccole che lo circondano condividono la stessa energia elettrica, tutte concentrate sullo stesso oggetto. È una cosa simile con la coscienza primaria e i fattori mentali. Di solito ci si riferisce a questo come mente e fattori mentali, ma in realtà si tratta di coscienza e fattori mentali.
Inoltre, tutti questi elementi si basano sullo stesso sensore cognitivo, ad esempio ciò che rileva l'accensione di una luce o l'apertura di una porta. Si tratta delle cellule fotosensibili degli occhi, di quelle sensibili ai suoni delle orecchie, dell'olfatto, del gusto, delle sensazioni fisiche del corpo, ad eccezione di unghie, capelli ed emorroidi. Non vi dirò come l'ho scoperto. È solo una piccola curiosità da condividere. Per la mente, il momento immediatamente precedente è il sensore, o quella che viene definita la condizione dominante per il sorgere. È la condizione dominante che influenza ciò che diventerà una forma, un suono, un odore o un sapore. Per la mente, è il momento precedente che determina che anche il momento successivo sarà mentale. Per quanto riguarda i fattori mentali, che si tratti di percezione sensoriale o semplicemente di pensiero, tutti i fattori mentali della coscienza mentale si basano sullo stesso sensore cognitivo.
In secondo luogo, condividono lo stesso oggetto e mirano allo stesso oggetto. Diciamo che le forme colorate, i piccoli agglomerati di molecole o le onde elettromagnetiche, danno anch'esse origine agli stessi aspetti mentali, all'ologramma mentale. Tutti insieme danno origine a un unico ologramma mentale.
Inoltre, si verificano simultaneamente, tutti nello stesso momento.
Hanno anche quella che viene definita la stessa fonte natale, interpretata qui come la stessa inclinazione. In altre parole, lavorano armoniosamente insieme. Si integrano perfettamente in questo senso e condividono lo stesso orientamento. Ad esempio, non possiamo provare amore e odio contemporaneamente. Possiamo avere un rapporto di amore-odio, ma non esattamente nello stesso istante.
Questi sono i fattori mentali e hanno in comune queste cinque cose, queste cinque caratteristiche congruenti. Rifletteteci un attimo. Credo che l'analogia del lampadario sia piuttosto utile in questo caso.
Cinque fattori mentali sempre attivi
Esistono cinque fattori mentali sempre attivi che accompagnano ogni momento dell'attività mentale. A seconda del sistema, si potrebbe dire che ce ne siano dieci sempre presenti ma nella presentazione di Asanga il secondo gruppo di cinque è definito in modo molto specifico come focalizzato su oggetti costruttivi, o quando essi stessi sono costruttivi. Questo è un caso particolare. Tuttavia, Vasubandhu li spiega come tutti e dieci sempre presenti. In definitiva, i cinque sono i più basilari.
Provare un livello di felicità e la distinzione
Di questi cinque, due costituiscono aggregati a sé stanti. Tutti gli altri sono inclusi nell'aggregato di altre variabili influenzanti. Questi due sono la distinzione e la percezione di un livello di felicità. Il motivo è che il desiderio di provare sensazioni di felicità causa dispute tra i membri della famiglia: litigano su ciò che piace loro, su ciò che vogliono e così via. Questo deriva direttamente dal testo dell'Abhidharma per spiegare perché questi due sono specificati come un tipo di fattore mentale a sé stante.
Le emozioni sono molto importanti perché i membri della famiglia litigano proprio per questo. Inoltre, come spiegato in precedenza, il nostro desiderio di provare emozioni positive per sentirci sicuri, e il bisogno di liberarci dall'infelicità, attivano potenziali karmici. Le emozioni di felicità e infelicità si fondono quindi in un tutt'uno.
La distinzione è un aggregato a sé stante. La ragione addotta è che distinguere una visione della realtà da un'altra causa dispute tra i monaci. I laici discutono di denaro o di qualsiasi altra cosa possa renderli più felici, mentre i monaci dibattono sulla distinzione tra diverse visioni filosofiche, e questo genera le loro dispute. Pertanto, la distinzione è un aggregato a sé stante. Ciò attiva anche potenziali karmici ed è causa di ulteriori rinascite.
Ecco perché questi due sono stati raggruppati separatamente. Pertanto, il nostro modo di dividere i cinque aggregati non è simmetrico. Come disse una volta un mio amico rinpoce: "La simmetria è stupida". Non c'è motivo per cui le cose debbano essere simmetriche. In questo caso, abbiamo due aggregati che contengono un solo elemento e un aggregato che contiene un numero incredibile di elementi.
La distinzione viene talvolta tradotta come percezione e talvolta come riconoscimento. Se consideriamo la definizione, essa si concentra su un segno distintivo, una caratteristica definitoria di un oggetto che appare, un ologramma mentale, e lo differenzia da ciò che è diverso da esso. Il Karma Kagyu offre una spiegazione specifica su quando e come funziona, limitatamente alla cognizione concettuale. Se pensiamo in termini di cognizione concettuale, quando percepiamo, quando guardiamo, anche se vediamo onde elettromagnetiche, un paio di microsecondi dopo la mente crea l'apparenza di oggetti interi. Ci sono tutti questi corpi, persone e altre cose che rientrano nel nostro campo cognitivo.
La distinzione ci permette di distinguere un oggetto da un altro. Se non potessimo farlo, nel contesto della scuola Ghelugpa, distinguiamo forme colorate da altre forme colorate. Se ci pensiamo a questo livello, come facciamo a distinguere tutte le forme colorate che compongono un volto dalle forme colorate delle persone che si trovano dietro di esso e dal muro? Se limitiamo questo concetto, come nella presentazione del Karma Kagyu, agli oggetti interi, come facciamo a distinguere questo oggetto intero da tutto ciò che lo circonda? Altrimenti, non riusciamo a dare un senso a nulla di ciò di cui siamo consapevoli.
La distinzione è uno dei fattori mentali di base più fondamentali. Senza di essa non potremmo dare un senso a un intero campo visivo, a un campo mentale o a qualsiasi altra cosa. Ci permette di distinguere un oggetto da tutto ciò che lo circonda. Ecco perché la traduzione con "riconoscimento" non funziona in questo caso. Il riconoscimento implica conoscerlo già, e questo non è possibile. Ad esempio, un neonato può distinguere caldo e freddo, fame e non fame, luce e buio ma questo non significa che abbia le parole per descriverlo o che lo riconosca. È una capacità molto basilare; persino i vermi possono farlo. Ecco cos'è la distinzione. Senza di essa, non c'è modo di interagire con il mondo.
[Pausa]
È proprio di questo a cui si riferisce quell'aggregato. Ricordate che nella discussione sui cinque aggregati, il concetto deve applicarsi anche ai vermi, non solo agli esseri umani.
Questa distinzione ha a che fare con cose molto basilari come ha menzionato, luce o buio. Sono categorie che un essere senziente distinguerebbe?
Nella tradizione Karma Kagyu, il termine implica delle categorie. In altre presentazioni, come quella Ghelugpa, non implica necessariamente l'esistenza di categorie, si limita a distinguere una forma colorata da un'altra. Non la colloca in una categoria specifica e non le attribuisce un nome. Anche nella presentazione Kagyu, tuttavia, non si usa necessariamente un termine specifico. Ciononostante, si distingue comunque una categoria da un'altra. Ad esempio, la categoria delle mele rispetto a quella delle arance, dei gatti o dei cani. Il cane è inoltre distinto dal freddo e da qualsiasi altra cosa che non sia un cane.
Due livelli di distinzione
Esistono due livelli di distinzione. C'è la distinzione tra categorie che possiedono quelle che vengono definite caratteristiche composite, ovvero una combinazione di tutti gli elementi che le compongono. Questo sarebbe distinguere la categoria "cane" dalla categoria "gatto". Ma poi, con gli elementi specifici, distinguiamo un elemento da un altro, come la mano destra dalla mano sinistra, questo cane da quell'altro. Funziona su entrambi i livelli. Abbiamo la distinzione con ciò che viene chiamato fenomeno specificamente caratterizzato, ovvero elementi specifici; poi abbiamo la distinzione con fenomeni generalmente caratterizzati, che è un termine tecnico, e cioè le categorie.
Un approccio si concentra su una caratteristica individuale definitoria, le categorie invece si concentrano su ciò che io definisco una caratteristica composita, in quanto si tratta di un insieme di tutti gli elementi che rientrano nella categoria, ad esempio, dei cani. Quando pensiamo a un cane, ci formiamo un'immagine mentale di ciò che rappresenta per noi. Ognuno avrà un'immagine mentale diversa di ciò che rappresenta.
Trovo la cosa un po' confusa perché la categorizzazione di caldo e freddo o buio e luce è basilare. Non sembrano essere concetti, ma il cane è un concetto.
Questo è il punto cruciale. Nel Karma Kagyu, la distinzione non si manifesta nella cognizione sensoriale non concettuale. Nel Gelugpa, invece, si manifesta. Il Kagyu afferma che in quel momento non si manifesta. Si manifesta solo in termini di distinzione tra oggetti interi. La distinzione non avviene, è non manifesta e ovviamente c'è continuità durante quel microsecondo di cognizione sensoriale nuda e cognizione mentale nuda. Si tratta semplicemente di un ologramma mentale di piccole macchie di forme colorate.
Successivamente, quando abbiamo una cognizione concettuale e una sintesi mentale di un oggetto intero, come una mano, allora c'è qualcosa che lo rappresenta. Si basa sulla cognizione sensoriale e su un'immagine simile al senso visivo. Se lo pensiamo e basta, è probabilmente visivo, anche se possiamo anche immaginare come ci si sente, ad esempio, se siamo ciechi, qual è la sensazione fisica di una stretta di mano. C'è la rappresentazione mentale e c'è una categoria.
Stiamo distinguendo questa rappresentazione mentale di una mano da quella che potremmo avere di chiunque altro o del muro sullo sfondo. Altrimenti, non potremmo concentrarci sulla mano. Inoltre, stiamo distinguendo la categoria di "che tipo di cosa è questa?". Una categoria risponde alla domanda "che tipo di cosa è questa?". Appartiene alla categoria "mano". Non è necessario usare una parola. Non dobbiamo pensare alla mano per visualizzare una rappresentazione mentale di un oggetto intero. Non abbiamo bisogno di parole.
La distinzione non le attribuisce una parola. Secondo la spiegazione del Karma Kagyu, è solo nel momento successivo che comprendiamo la vera esistenza e che la cosa esiste realmente in questa categoria. C'è anche l'apparenza dualistica dell'"io" che la osserva; l'"io" realmente esistente da una parte che guarda dualisticamente l'oggetto realmente esistente dall'altra. Questo avviene nel momento successivo ma già solo con la distinzione stessa, ci permette di interagire con la mano. Se abbiamo una scheggia nella mano, dobbiamo vederla. La vediamo mescolata al costrutto concettuale di un oggetto intero.
Questa è una qualità speciale del Karma Kagyu, che la distinzione non si manifesta nella nostra percezione sensoriale, ma che il piccolo aspetto mentale aiuta a trasferirla dal sensoriale al mentale.
Sembra che tu stia descrivendo una sequenza temporale, sempre vera. A me sembra invece che si tratti di qualcosa che accade tutto in una volta.
Sembra che tutto accada contemporaneamente perché stiamo parlando di microsecondi. È così che viene spiegato nei testi. Quando si parla di un istante, si intende 1/64 del tempo di uno schiocco di dita. Questa è la definizione testuale; è davvero velocissimo. È un punto cruciale per quanto riguarda altri aspetti di questa presentazione. Ci sono certe cose che con la nostra percezione sensoriale sono troppo rapide per poterle accertare o conoscere con certezza. Esiste un modo di conoscere che io traduco come cognizione non determinante. Qualcosa appare e si manifesta, ma non possiamo determinarlo con certezza. A volte questo viene tradotto come attenzione disattenta, ma non è corretto in termini di caratteristica definitoria. Non è che non prestiamo attenzione, è solo che è troppo veloce e non c'è certezza.
Quando distinguiamo una mano dal muro e non le diamo un nome ma la inseriamo semplicemente in una categoria, non è forse la categoria ad avere un nome? Non è forse vero che non la distinguiamo come una mano, ma semplicemente come qualcosa di diverso dal muro?
In quel primo istante della cognizione concettuale, per quanto ne so, c'è l'oggetto intero concettualmente costruito e insieme a questo c'è la sintesi della collezione. Non è solo qualcosa che sembra includere tutti i dati sensoriali, ma che si estende anche nel tempo perché accade un solo istante alla volta. C'è una sintesi di questo tipo; ma c'è anche la sintesi che è un tipo di cosa. Queste due si uniscono. È solo nell'istante successivo che quella specie di cosa, quella categoria, viene racchiusa in una scatola, e questo oggetto vi si inserisce. Per noi è una mano; per la tigre è cibo. Anche se possiamo inserirlo in categorie diverse, prima di tutto è una specie di cosa. Ogni cosa è una specie di cosa. Questa è quella che viene chiamata sintesi di tipo.
È come se ci trovassimo in una cultura diversa e vedessimo un oggetto, lo distinguessimo dal muro ma non avessimo un concetto per identificarlo?
Giusto. Questo è un punto molto interessante. Per esempio, vediamo un mango per la prima volta. Non abbiamo idea di cosa sia, ma possiamo certamente distinguerlo dal tavolo o dalla mano di qualcuno. Sappiamo che è qualcosa, ma non sappiamo cosa. Potremmo avere una categoria generale di frutta o qualcosa di commestibile. La cosa diventa molto interessante quando la colleghiamo ai neonati. Come impara un neonato la categoria di ciò che è commestibile e di ciò che non lo è? Un neonato mette tutto in bocca, quindi deve imparare per esclusione che qualcosa non è commestibile. Tutto ciò che rimane è commestibile. Le categorie si basano in realtà sull'esclusione di tutto ciò che non rientra in una categoria specifica. È tutto ciò che rimane perché non possiamo effettivamente indicare la categoria. Dov'è? È metafisica; è così che traduco la parola perché non è effettivamente fisica.
Vediamo questa cosa. Non sappiamo cosa sia e certamente non ne conosciamo il nome, "mango", ma sappiamo che è una specie di cosa e forse la inseriamo nella categoria di oggetto commestibile o di frutto. Non la inseriamo in una categoria specifica. Quando vediamo una mangusta per la prima volta sappiamo che è un animale, ma non abbiamo idea di cosa sia. Non l'abbiamo mai vista prima. L'intero argomento di come i bambini imparano è affascinante se lo consideriamo da un punto di vista analitico buddista.
Questo si applica perfettamente al modo in cui le persone migrano oggigiorno, a come si suddividono in diverse categorie e a perché è così difficile per loro comprendersi a vicenda.
È difficile quando abbiamo categorie diverse per le cose e anche definizioni diverse di categorie. Ad esempio, la cortesia. Ciò che consideriamo cortese in Europa e ciò che qualcuno di un paese asiatico o mediorientale considera cortese è molto diverso. In molte culture asiatiche e mediorientali non è considerato cortese mangiare con la mano sinistra o dare qualcosa a qualcuno con la mano sinistra. Nella cultura occidentale, questo non rientra nella categoria della maleducazione. Anche le categorie possono avere definizioni diverse, con caratteristiche composite differenti, ed è proprio questo il problema. Stabilire cosa sia un comportamento appropriato tra uomini e donne è una questione complessa, in termini di ciò che rientra in quella categoria. Culture e popoli diversi la definiranno in modo diverso, e questo crea non pochi problemi.
Nella nostra cultura, quando salutiamo qualcuno, ci stringiamo la mano. In passato, era considerato un gesto borghese, e ci si limitava a un semplice "ciao". Oggi, quando salutiamo un musulmano, portiamo la mano al cuore e non ci stringiamo la mano.
I saluti sono categorie terribilmente ambigue in termini di ciò che è appropriato e ciò che non lo è, soprattutto il bacio sulla guancia. Quante volte ci baciamo? In alcune culture, una volta; in altre, due, una su ciascuna guancia; in alcune tre e in altre addirittura quattro. Se lo facciamo un numero di volte sbagliato, assume un significato diverso. Anche il fatto che le labbra debbano toccare le guance dell'altra persona o meno è una variabile. Dobbiamo emettere un suono "mwah" o no?
Ho avuto problemi viaggiando in molti paesi diversi non sapendo cosa fosse appropriato. Ora chiedo, questo è il modo migliore. Certo, in alcune culture mediorientali una stretta di mano non è appropriata. Molte persone si abbracciano, ma a che punto della conoscenza è opportuno abbracciare qualcuno quando lo incontriamo?
Questo è il problema con queste categorie. Esistono categorie generali, una lista di ben ottanta, che sono universali. Hanno a che fare con certi istinti, diversi per specie diverse. Ad esempio, la categoria per cui quando siamo felici sorridiamo. Questa è una categoria del tipo di azione che compiamo. Per un cane, sarebbe scodinzolare. Noi umani non abbiamo questa capacità. Un altro esempio è piangere quando siamo tristi. L'istinto di succhiare da neonati. Queste sono categorie generali, ma poi abbiamo le nostre personali.
Esistono diversi livelli di queste categorie e concetti. Ci sono categorie individuali e personali, come quella di nostra madre e l'immagine mentale che ognuno di noi ha di lei. I ricordi rientrano in questo ambito. Poi ci sono categorie più universali e istintive. È un argomento molto interessante e complesso. Continuiamo.
Questo è l'aggregato della distinzione, non è "riconoscimento". Non applica una parola o un nome, ma ci permette semplicemente di concentrarci su un oggetto in un campo cognitivo. Si tratta di distinguere un oggetto da un altro; in un certo senso, è una specificazione. È associato alla specificazione della consapevolezza profonda, o talvolta viene chiamata individualizzazione della consapevolezza profonda, distinguendola da tutto ciò che non è essa.
Sentire un livello di felicità
Il prossimo fattore da considerare è la sensazione di felicità, infelicità o neutralità. Nella nostra normale esperienza quotidiana, in ogni momento proviamo un certo livello di emozione, che si colloca tra felicità e infelicità. Quando parliamo di neutralità, non ci riferiamo esattamente al punto intermedio. Il termine "neutro" non si riferisce a questo.
Sensazione neutra
Neutro si riferisce allo stato che si raggiunge dopo aver conseguito shamatha, la concentrazione perfetta, una mente calma e serena, e poi addentrandosi sempre più nei cosiddetti dhyana. Man mano che si procede in profondità, certi fattori mentali diventano non manifesti. Quando si raggiunge il quarto dhyana, a quel punto, la sensazione che si prova è ciò che viene definito neutro. Non si tratta più di felicità o infelicità fisica o mentale. Questo è ciò che si intende per neutro. Ancora più in profondità, ci sono i quattro assorbimenti che sono accompagnati da una sensazione neutra.
Per noi persone comuni è qualcosa che non percepiamo. Se pensiamo a uno spettro che va dalla felicità all'infelicità, non deve essere necessariamente estremo o drammatico, ma è presente a un livello molto sottile in ogni momento.
È molto utile dedicare del tempo a cercare di identificare ciascuno di questi aggregati. Distinguerli è piuttosto semplice. Possiamo notare la differenza tra un gruppo di persone, un corpo e un altro. Non si fondono in un unico oggetto, vero? È abbastanza facile.
Percepire un certo livello di felicità o infelicità è un concetto un po' più sottile, perché molti di noi dicono di non sentire nulla. Non è del tutto vero. Significa semplicemente che non prestiamo attenzione a ciò che proviamo. Non significa che non proviamo nulla. Il fatto di muovere la testa indica che smettiamo di guardare una cosa e passiamo a guardare qualcos'altro. Questo è un segno di infelicità, una forma di infelicità molto lieve. Se continuiamo a guardare qualcosa, significa che siamo contenti di continuare a guardarla. Vogliamo rimanere lì e non vogliamo cambiare.
Definire la felicità e l'infelicità
La felicità e l'infelicità, nella maggior parte dei casi, sono concetti molto sottili. La felicità è definita come quella sensazione che, quando si presenta, desideriamo che continui e da cui non vogliamo separarci. Non significa che la trasformiamo in qualcosa di speciale e di fondamentale importanza. Quella è la brama. È una sensazione piacevole, normale, che ci rende felici. Ad esempio, guardare qualcosa su YouTube e non cambiare canale. Se però distogliamo lo sguardo, ci sentiamo infelici, non ci piace, non la vogliamo più. Questa è l'infelicità, la sensazione da cui desideriamo separarci quando si presenta. Ripeto, non stiamo esagerando, stiamo parlando solo della cosa fondamentale..
Se riusciamo a raggiungere queste profonde meditazioni con un sentimento neutro, non desideriamo né che continuino né che cessino. Siamo troppo assorbiti. È solo quando le trasformiamo in qualcosa di concreto che allora si parla di non volerle far degenerare o scomparire.
Definire la sensazione
Possiamo identificarla e sapere cosa proviamo. Ciò richiede una grande sensibilità. Sentire è definito come il modo in cui sperimentiamo la maturazione del nostro karma. È una definizione molto interessante. Come sperimentiamo la maturazione del nostro karma? Senza provare un certo livello di felicità, non sperimentiamo nulla.
Questa è la principale differenza tra una mente e un computer. Un computer possiede quasi tutte le caratteristiche di una mente, ma non prova alcuna esperienza. Un computer si blocca e non ne è infelice. Non impreca quando si blocca e non è felice quando funziona. Questa è la differenza. Un computer non accumula karma negativo bloccandosi continuamente. Non funziona in questo modo.
Cosa stiamo vivendo? Come viviamo i fattori aggregati con cui nasciamo? Parliamo di ciò che matura dal karma, dai nostri potenziali karmici, ovvero dalle conseguenze di potenziali e tendenze. Questo include il nostro corpo, l'intelligenza, i talenti, la personalità e gli aggregati in ogni istante. Come lo viviamo?
Ad esempio, quando parliamo di ciò che scaturisce dal potenziale karmico, se veniamo investiti da un'auto, il nostro potenziale karmico non è la causa dell'incidente. Questa è una visione errata e terribile della colpa. È il potenziale karmico dell'altra persona che la porta a investirci. Il nostro potenziale karmico ci fa vivere l'esperienza di essere investiti. Quando analizziamo ciò che scaturisce dal karma, la parola "esperienza" è sempre presente. Stiamo vivendo quell'esperienza. Con una certa predisposizione a essere investiti, emerge quell'impulso e poi, per distrazione o qualcosa del genere, attraversiamo la strada senza guardare. Bam! Veniamo investiti da un'auto.
Felicità e infelicità sono diverse da piacere e dolore.
Come lo viviamo? Con infelicità. Non proviamo felicità quando veniamo investiti da un'auto. Non è che ne siamo così felici. Felicità e infelicità non sono la stessa cosa di piacere e dolore. Queste sono sensazioni fisiche e forme di fenomeni fisici. Questo è un punto molto importante perché molte persone le confondono ma sono diverse. Felicità e infelicità sono il modo in cui viviamo le cose fisiche, come immagini, suoni o sensazioni come piacere o dolore.
Se ci alleniamo intensamente, dopo sentiamo dolore e ne siamo contenti perché significa che abbiamo fatto un buon allenamento. Stiamo davvero sviluppando i nostri muscoli e quindi possiamo essere felici di quel dolore. Possiamo anche provare felicità o infelicità quando pensiamo a qualcosa.
Si trattava dell'esperienza di essere investiti da un'auto. Cosa dovremmo imparare da questo?
Questo concetto si ritrova nella Teosofia, e forse in alcune altre visioni filosofiche occidentali, e si basa sull'idea che Dio ci abbia dato delle lezioni da imparare e che non possiamo passare alla fase successiva del nostro sviluppo finché non le abbiamo apprese. Il Buddismo non la pensa così. Possiamo imparare qualcosa? Sì. Possiamo imparare a guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada, per esempio; ma non è che Dio ci fa investire da un'auto per imparare a guardare da entrambe le parti. È come dire che imparare una lezione significa meritarsi quell'incidente, che si tratti di un bambino cattivo o di una bambina cattiva. Non è così.
Questo è un breve commento sul dolore e sul piacere. C'è uno scrittore giapponese, che è anche un maratoneta, il quale afferma che il dolore è inevitabile, ma la sofferenza è facoltativa.
Esatto. La sofferenza è infelicità. Possiamo provare piacere ed essere molto infelici per questo, perché potremmo pensare di non meritarlo. È uno stato mentale molto spiacevole pensare in questo modo. Piacere e felicità, dolore e infelicità non vanno necessariamente di pari passo.
Felicità e infelicità, il modo in cui viviamo ciò che ci accade, costituiscono i nostri aggregati. È il modo in cui percepiamo ciò con cui nasciamo, come una deformità, una grande intelligenza o una forza straordinaria. Possiamo sentirci fortissimi o debolissimi, ammalandoci di continuo. È anche il modo in cui percepiamo l'ambiente in cui viviamo. Per ambiente non si intende solo l'ecologia, ma tutto ciò che ci circonda.
È così che viviamo l'impulso irrefrenabile di ripetere i nostri schemi comportamentali passati, come ad esempio un mangiatore compulsivo di cioccolato. Magari ne siamo molto felici o infelici, ma ripetiamo compulsivamente certi schemi di comportamento. Ci ritroviamo in situazioni in cui ci accadono cose simili a quelle che abbiamo fatto agli altri. È anche così che viviamo questa esperienza, con felicità o infelicità. Anche questo aspetto matura. Se creiamo sempre divisioni calunniando e dicendo cose cattive sugli altri, facciamo sì che gli amici se ne vadano e così via, e di conseguenza le nostre relazioni finiscono. Le persone ci abbandonano. In effetti, questo ha un senso. Se parliamo male di una persona, i nostri amici potrebbero chiedersi cosa diciamo di loro alle loro spalle. Ha senso se consideriamo che le cose che ci accadono sono simili a quelle che facciamo agli altri.
È così che viviamo tutto questo. Tutte queste cose accadono, e le sensazioni sono il modo in cui le viviamo. È la sensazione che proviamo, l'aggregato delle sensazioni.
Per ripetere, abbiamo la distinzione, le forme dei fenomeni fisici e la coscienza. C'è la coscienza, la forma dell'oggetto fisico, l'ologramma mentale. La coscienza è la coscienza primaria; è una forma, un suono e così via. Quando la coscienza concettuale la costruisce in un oggetto di senso comune intero, allora la distinzione è il modo in cui distinguiamo una cosa dall'altra, e c'è una sensazione di un certo livello di felicità o infelicità.
Le categorie sono statiche e non fanno parte degli aggregati.
Quando vediamo una persona, non pensiamo in quali categorie inserirla. Questo è molto interessante. È qui che entra in gioco la nostra idea occidentale di concetti. La categoria più generale è un oggetto conoscibile. Che tipo? Può essere un essere umano, ma possiamo anche aggiungere la categoria di amico, di persona che non ci piace, di persona buona o cattiva, di persona fastidiosa, e così via. Queste sono le categorie con cui elaboriamo ulteriormente la cognizione concettuale che non fanno parte degli aggregati, perché sono statiche e non svolgono alcuna funzione.
Tuttavia, l'afferrarsi a un'esistenza realmente stabilita fa sì che le cose sembrino esistere davvero all'interno di quella particolare scatola. Sono davvero stabilite dalla loro parte come persone fastidiose, per esempio. Oppure pensiamo di essere davvero stabiliti come dei perdenti; forse ci sentiamo di rientrare nella categoria di "qualcuno che non piace a nessuno" o cose del genere. Da ciò derivano tutta una serie di emozioni disturbanti. Questo è più o meno ciò di cui parliamo in Occidente quando discutiamo di concetti.
Una categoria è solo la scatola in cui mettiamo le cose. Idealmente, o non le mettiamo in una scatola, oppure cambiamo la scatola. Questa persona che ci infastidisce ora è nella scatola di "insegnante di pazienza" - questo è l'allenamento lojong. Oppure può essere la scatola di "bambino capriccioso". Questo è allenamento dell'atteggiamento o allenamento mentale. Se capiamo come funzionano la mente e l'attività mentale, conosciamo tutte queste strategie che possiamo usare per cambiare la nostra esperienza. Capiamo anche che nessuno esiste veramente in una scatola. Solo perché qualcuno potrebbe pensare che "sei un fallito", non significa che lo siamo. Non dobbiamo essere in quella scatola o pensare di esserlo, come "il dono di Dio al mondo" o qualsiasi altra cosa.
Alcune di queste categorie sono convenzioni, come "essere umano". È piuttosto basilare. È la categoria in cui, ad esempio, Sua Santità il Dalai Lama incasella tutti quando li incontra. Si tratta di esseri umani; ogni essere umano desidera essere felice e nessuno desidera essere infelice. Non c'è differenza; sotto questo aspetto siamo tutti uguali, senza etichettarci in base a nazionalità, religione, età, genere o altro. Questa è una lezione molto importante: queste categorie sono facoltative. Possiamo cambiarle con l'allenamento mentale, il lojong, un insegnamento molto basilare. Questo è fondamentale per il nostro atteggiamento verso noi stessi e gli altri.
Altre variabili influenzanti
Per riassumere, abbiamo presentato la distinzione, la percezione di un livello di felicità, la consapevolezza e le forme dei fenomeni fisici, sebbene non nell'ordine standard. Ora abbiamo l'ultimo elemento, l'insieme di tutto il resto, le altre variabili influenzanti.
Innanzitutto, esaminiamo i tre fattori mentali rimanenti dei cinque sempre attivi. Ricordiamo che tra questi cinque rientrano la distinzione e il percepire un livello di felicità.
Impulso
Il primo è un impulso. Ne abbiamo già parlato un po'. Viene definito come il principale fattore mentale che influenza ovvero muove l'attività mentale e la mette in moto, spingendola verso qualcosa di specifico. Nel suo autocommento a riguardo, Asanga afferma che è come il movimento di un pezzo di ferro causato da una calamita. È un impulso irresistibile che attrae l'intero insieme della coscienza primaria e degli altri fattori mentali verso l'oggetto, come un pezzo di ferro attratto da una calamita. A seconda della forza della nostra abitudine e così via, può essere molto forte o più debole.
Tutti questi fattori mentali sono variabili. Possono avere un'intensità variabile e ci sono diverse cose che possiamo fare per rafforzarli o indebolirli. Questo è un impulso, e spinge la mente a dirigersi verso qualcosa di specifico. Può dirigersi verso le piccole forme colorate nella cognizione sensoriale non concettuale oppure può dirigersi verso l'oggetto intero di senso comune, sintetizzato mentalmente a livello concettuale. In questo modo l'attività mentale può interagire in qualche modo con l'oggetto. Questo è un impulso, ed è molto basilare.
Può indurci a concentrarci su un oggetto e poi a fare qualcosa con esso: agire nei suoi confronti, pensarci, parlargli, o qualcosa del genere. Ci spinge all'azione, ci porta anche a concentrarci semplicemente su un oggetto.
Tutto è karma?
C'è una lista e mi dispiace non ricordarla tutta. La gravità, per esempio, non è karma. C'è una lista di cinque esempi che troviamo in un sutra theravada. Potrebbe trattarsi dell'attività dei sensori per poter rilevare dati, ma uno di questi riguarda solo oggetti fisici. Lanciare una palla in aria quando c'è la gravità terrestre e non nello spazio, e vederla ricadere, non è karma. Non è che abbiamo allenato la palla a ricadere, mentre il movimento e l'azione karmica si basano su abitudini precedenti e quindi diventano compulsivi.
La parola chiave per comprendere il karma è "compulsivo". È irresistibile e non abbiamo alcun controllo su di esso. Almeno, è così che lo percepiamo. L'unico modo per gestirlo è intervenire quando si presenta il pensiero, in modo compulsivo, di urlare contro qualcuno o di abbracciarlo, di dire qualcosa di cattivo o di gentile. Quel pensiero sorge e poi si innesca l'azione mentale di considerarlo. C'è l'impulso di pensare a qualcosa in modo quasi ossessivo. È innescato da qualcosa, come vedere una persona. Poi, quell'azione mentale raggiunge il suo culmine quando prendiamo la decisione di dire qualcosa a quella persona, magari di salutarla.
È lì che si crea questo divario tra il momento in cui prendiamo la decisione e quello in cui l'impulso ci spinge a dire o fare qualcosa. È lì che possiamo fermarlo. Altrimenti, nella fase di riflessione, nell'azione mentale di decidere se dire qualcosa o meno, possiamo decidere di non farlo. È qui che possiamo spezzare questo circolo vizioso.
Esistono altri tipi di comportamenti che possiamo mettere in atto senza averci pensato prima. Ad esempio, potremmo ballare con qualcuno e calpestargli un piede. Non avevamo intenzione di farlo, ma un impulso ci ha spinto a compiere quell'azione. È molto difficile interrompere questo comportamento a meno che non si presti molta attenzione a non ripeterlo. C'è una distinzione tra le azioni che vengono pianificate in anticipo e quelle che non lo sono.
Sono karmiche solo le azioni pianificate in anticipo?
No, entrambe sono karmiche. La differenza sta nel lasso di tempo in cui matureranno. Se l'azione è premeditata, avrà un momento preciso in cui maturerà. Questo significa che avverrà in questa vita, nella vita successiva o in una vita ancora successiva. Se si tratta di un'azione non deliberata, non c'è certezza. Matura prima o poi, ma senza una data precisa. Ci sono azioni molto gravi che matureranno in questa vita. Esiste una serie specifica di azioni, come uccidere nostra madre o nostro padre, che ci condurranno immediatamente in un orribile regno infernale nella vita successiva. Poi ci sono azioni che matureranno sicuramente in una vita successiva.
Ad esempio, abbiamo ucciso nostra madre o nostro padre e siamo destinati a una rinascita infernale. Ma abbiamo anche accumulato del karma che sicuramente maturerà in un momento successivo della nostra vita, magari portandoci a rinascere come esseri umani. Questa sarebbe una sequenza karmica, ad esempio, e tutto dipenderebbe dalla forza della motivazione e da molti altri fattori. Tuttavia, l'influenza principale è data dalla forza della nostra motivazione quando compiamo un'azione e verso chi la stiamo compiendo. C'è una bella differenza tra uccidere nostra madre e schiacciare una formica.
Per quanto riguarda le azioni non intenzionali, non esiste un momento preciso in cui il karma si manifesta. Potrebbero volerci milioni di vite, a seconda che continuiamo o meno a rinforzarlo. Se continuiamo a calpestare il piede della stessa persona più e più volte, il peso del karma si farà sentire più che se accadesse una sola volta e ce ne pentissimo, dicendo ad esempio: "Scusa se ti ho calpestato il piede. Cercherò di stare più attento". Il karma è un concetto molto complesso, ma è possibile districare tutti i diversi pezzi che lo compongono.
Okay, questo è un impulso. C'è un impulso mentale, un fattore mentale. Ci può essere un impulso per un'azione mentale, un'azione fisica e un impulso per un'azione verbale. L'impulso ci porterà a concentrarci su un oggetto e a fare qualcosa con esso.
Prestare attenzione
Poi c'è il prestare attenzione o, letteralmente, il tenerlo a mente. Questo è il fattore mentale che differenzia un oggetto come oggetto di focalizzazione e ciò permette all'attività mentale di riconoscerlo o di concentrarsi su di esso. Questo significa prestare attenzione a qualcosa. L'impulso ci porta lì e il prestare attenzione lo differenzia. Distinguere differenzia questo oggetto da un altro, e ora l'attenzione ci permetterà di determinare che è su questo che ci concentreremo. Il tenerlo a mente, letteralmente, può assumere molte forme.
Può essere momentaneo, come in ogni istante delle istruzioni per shamatha. Ogni volta che la nostra attenzione si distoglie, la riportiamo. Ripetiamo questo processo, riportando l'attenzione più e più volte. Esiste un'attenzione meticolosa, in cui ci sforziamo davvero di concentrarci su qualcosa. Esiste anche un'attenzione spontanea. Ci sono questi diversi tipi di attenzione. Possiamo prestare molta attenzione a qualcosa o pochissima. Questa è una variabile.
In questo contesto è coinvolto anche il modo in cui consideriamo le cose, l'attenzione che prestiamo a qualcosa. Esiste una considerazione corretta e una scorretta. Considerare qualcosa che per sua natura è fonte di sofferenza come felicità, qualcosa che per sua natura è puro come impuro o qualcosa di impermanente come permanente.
Esiste anche un modo di prestare attenzione a qualcosa, e tutto ciò è legato a questo fattore mentale. È sempre presente. Se non prestiamo attenzione a qualcosa, non lo considereremo un oggetto di focalizzazione. Diremmo che non è giunta alla nostra attenzione mentre, secondo la prospettiva buddista, è la nostra attenzione che si dirige verso qualcosa, piuttosto che essere quella a giungere alla nostra attenzione.
La consapevolezza del contatto
A volte questo viene tradotto semplicemente come "contatto", ma è molto fuorviante perché il contatto è qualcosa di fisico e noi stiamo parlando di un fattore mentale. La consapevolezza del contatto differenzia l'oggetto della cognizione o il concetto in piacevole, spiacevole o neutro. Ad esempio, la nostra mente ha costruito come un oggetto intero un pezzo di formaggio francese dall'odore forte e la consapevolezza di contatto con esso è spiacevole. È la base per sentirsi infelici. Non ci piacciono i formaggi dall'odore forte. Poi vediamo un pezzo di formaggio di capra norvegese e la consapevolezza di contatto è piacevole. Questo ha a che fare con ciò che ci piace e non ci piace, in sostanza. È questo il punto. Amiamo il formaggio di capra norvegese, quindi lo consumiamo con piacere.
Questa è la consapevolezza di contatto e, come sua funzione, serve da base per sperimentare quell'oggetto con una sensazione di felicità, infelicità o neutralità. Piacevole significa letteralmente che ci viene in mente facilmente. Spiacevole significa che non ci viene in mente facilmente. "Ugh", è questo il tipo di sensazione che proviamo quando vediamo qualcosa che non ci piace. Ovviamente, questo dipende da molti fattori, no?
Potremmo notare che dalle vite precedenti nasciamo con delle caratteristiche diverse, come ad esempio il fatto che alcune persone non amano essere toccate e altre amano toccare tutto. Perché a qualcuno piace la vaniglia o il cioccolato? Potrebbe dipendere dai nostri genitori. Nostra madre potrebbe averci fatto mangiare cose che a lei non piacevano, dicendoci cose tipo "Mangia le verdure, i broccoli", o qualsiasi altra cosa. Potremmo essere stati educati a pensare che non si tratti di qualcosa di buono da mangiare.
Possiamo essere influenzati dalla società. In Thailandia, mangiare insetti è considerato un'esperienza piacevole e di tendenza; mangiare cavallette o coleotteri fritti in Occidente, invece, sarebbe un'esperienza decisamente sgradevole. È molto interessante analizzare cosa ci piace e cosa non ci piace, e perché. Tuttavia, è proprio per questo che queste tendenze vengono percepite come piacevoli o spiacevoli. Il karma matura, e noi proviamo infelicità e avversione, non volendo più mangiare quel cibo; oppure lo proviamo con avidità, desiderandone sempre di più.
Breve revisione
Questi sono i nostri cinque fattori mentali sempre attivi, presenti in ogni singolo istante. Sebbene esista un'affermazione specifica del Karma Kagyu di cui non sono sicuro, riguardante la questione se la distinzione sia non manifesta durante la cognizione non concettuale, potrebbe semplicemente essere definita in termini di distinzione tra oggetti convenzionali interi e potrebbe esserci la distinzione tra una forma colorata e un'altra forma colorata. Non ho visto un'analisi molto dettagliata al riguardo. Potrebbe funzionare in entrambi i modi.
Indubbiamente, ci sono maestri che l'hanno descritta in un modo e altri che l'hanno descritta in un altro. Inevitabilmente, quando ci sono due spiegazioni plausibili, qualcuno l'ha sostenuta in un modo e qualcun altro in un altro. Questo è il Buddismo tibetano e benvenuti nel mondo del dibattito.
In ogni istante, se abbiamo a che fare con oggetti interi, abbiamo una distinzione tra questo oggetto e tutto il resto sullo sfondo. C'è un impulso che sposta la coscienza verso quell'oggetto, basato sul prestargli attenzione, che specifica che c'è qualcosa verso cui tendere. L'impulso ci conduce verso di esso e la consapevolezza del contatto con l'insieme può essere piacevole, spiacevole o neutra. Quindi, la viviamo con felicità o infelicità, a un certo livello. Questo ci porta a continuare a prestargli attenzione o a rivolgere la nostra attenzione a qualcos'altro. Se rivolgiamo la nostra attenzione a qualcos'altro significa che non ci piace più. A causa della spiacevole consapevolezza di contatto, come se iniziassimo a guardare un video noioso, non ci piace più e ci rivolgiamo a qualcos'altro.
Questi sono i cinque fattori mentali sempre attivi e, come già accennato, sentire e distinguere sono due aggregati separati mentre impulso, attenzione e consapevolezza si trovano nella grande rete di altre variabili influenzanti. Ce ne saranno molti altri, ma ne parleremo nella prossima lezione.
Ho questa idea riguardo al piacere e al dispiacere: quando camminiamo per strada, è quasi come se ci fossero troppe informazioni da elaborare. Siamo costantemente bombardati da cose che ci piacciono, che non ci piacciono o verso cui siamo indifferenti, come un'onda che ci travolge. È possibile che a un certo livello non ne siamo sempre consapevoli perché è al di fuori della nostra capacità di percepirlo?
Esatto. Si dice che una persona con autismo non riesce a filtrare le informazioni. Sono troppo numerose. Questa è una delle descrizioni che ho sentito più spesso, anche se non sono uno psicologo. Ma è per questo che i fattori mentali sono così importanti. In mezzo a tutte queste informazioni percepiamo, ad esempio, le onde elettromagnetiche provenienti da questa stanza. Poi c'è il primo ologramma, composto da semplici forme colorate, che si trasforma in una sorta di ologramma mentale o di visualizzazione. Infine, a livello concettuale, costruiamo mentalmente degli oggetti. Abbiamo questi oggetti e queste cose. A cosa presteremo attenzione?
Potremmo prestare attenzione a come sono vestiti gli altri ma, ad esempio, io non lo faccio, non faccio distinzioni e non ci presto attenzione, e di certo non ricordo cosa indossava qualcuno ieri proprio perché non ci ho fatto caso. Questo ha a che fare con la considerazione, un altro fattore mentale di cui parleremo. Consideriamo qualcosa importante o no? A me non importa affatto cosa indossa qualcuno ma per chi è appassionato di moda, è una cosa molto importante.
La distinzione tra una persona e un'altra, ma non necessariamente la distinzione tra ciò che una persona indossa e altri indumenti che potrebbe indossare. Non ci facciamo caso; la nostra attenzione non si concentra su questo aspetto e non c'è alcuna spinta, derivante da precedenti abitudini di preoccupazione per la moda, a focalizzare l'attenzione su ciò che qualcuno indossa.
Questi fattori ci aiutano a filtrare le informazioni in modo da non essere sopraffatti dal tentativo di essere consapevoli di tutto. Un Buddha è consapevole di tutto e non ne è sopraffatto come una persona autistica. L'attività mentale, la mente, è in grado di essere consapevole di tutto. Questa si chiama onniscienza. Abbiamo un hardware limitato. I nostri corpi sono limitati e quindi anche l'attività mentale è limitata. Sarebbe ancora peggio se fossimo una mosca, nati in un corpo di mosca con un cervello di mosca.
L'arte dell’acchiappare le mosche
A proposito di mosche, visto che ci rimane un po' di tempo, sapevate che la velocità di elaborazione delle informazioni nel cervello e negli occhi di una mosca è molto diversa dalla velocità cognitiva dell'apparato umano? Un secondo è scandito da un certo numero di fotogrammi. Noi schiocchiamo le dita 64 volte al secondo, per una mosca molte di più, circa 200. Se proviamo a catturare una mosca con la mano, cosa che molti dei miei amici tibetani in India riescono a fare con grande abilità e trovano piuttosto divertente, per noi la mosca si muove incredibilmente velocemente. Come ci riesce? Perché dal punto di vista di una mosca ci sono, diciamo, 200 fotogrammi, mentre per noi ce ne sono 64. Alla mosca sembra che il nostro movimento sia al rallentatore, quindi è in grado di reagire molto più rapidamente di un essere umano. Questo è indicativo delle capacità cognitive dell'apparato. L'apparato cognitivo della mosca è di gran lunga superiore a quello umano sotto questo aspetto, ma non altrettanto sotto altri punti di vista.
È possibile sfruttare la differenza tra una mosca e un essere umano. Se ci si muove molto lentamente, la mosca lo percepirà come se si stesse fermi. Se si vuole catturare una mosca, basta muoversi molto lentamente per tutto il tragitto e poi, puff, la mosca è catturata.
Ah, l'arte di catturare una mosca sta nel muoversi molto lentamente. Gli occhi delle mosche hanno anche una visione panoramica. Possono vedere un campo visivo molto più ampio rispetto agli occhi umani perché sono multiprismatici. Se ci avviciniamo a una mosca da dietro e la mano si muove nella direzione in cui la mosca volerà via, abbiamo molte più probabilità di prenderla rispetto a un approccio frontale. Sì, ci sono molte strategie per catturare una mosca con le mani; ma ciò a cui dobbiamo fare attenzione è non stringere troppo forte. In tal caso, sarebbe piuttosto spiacevole per la mosca.
Il fatto stesso che desideriamo catturarla, è una sorta di impulso o tendenza?
Sì, è un impulso e poi l'emozione che accompagna l'azione, come parte della motivazione, è cruciale. Cosa abbiamo intenzione di fare con la mosca? Se vogliamo prenderla perché ha invaso il nostro spazio, una forma di vita inaccettabile nel mio spazio, e abbiamo intenzione di buttarla fuori dalla finestra anche se fuori ci sono meno dieci gradi, buona fortuna. Questa è un'intenzione. Ci può essere anche l'intenzione di prenderla e schiacciarla nella mano. Sono sporche; le mettiamo nella scatola "sporche".
D'altra parte, i miei amici tibetani pensano che sia molto divertente. Le scuotono, fanno girare loro la testa e poi, quando volano via, ridono a crepapelle. Pensano che sia molto divertente giocare con le mosche. È un'intenzione molto diversa. Ma è un impulso e dobbiamo distinguere l'impulso dall'intenzione e dall'emozione che lo accompagna.
Pensando agli impulsi, mi è venuto in mente una persona con la sindrome di Tourette che potrebbe alzarsi e imprecare ripetutamente, soprattutto quando è eccitata. Mi chiedevo se ci fosse una correlazione tra questo e questo fenomeno.
Sì, questo è l'impulso che emerge. Un impulso, da un punto di vista karmico, è irresistibile. Non abbiamo alcun controllo su di esso. Pertanto, il tipo di impulsi che si manifestano si basa su comportamenti precedenti, sia in questa vita che in vite passate. Chi soffre di sindrome di Tourette ha impulsi molto forti. L'intensità dell'impulso irresistibile può essere lieve o molto forte. Possiamo comprenderlo con il semplice esempio del prurito. Quanto è forte l'impulso di grattarsi? Potrebbe essere solo un piccolo impulso, ad esempio durante la meditazione. Ma potrebbe diventare così forte da non poterlo controllare, e quindi ci grattiamo. Gli impulsi hanno intensità diverse. Ma con la sindrome di Tourette, è assolutamente così forte da non poter essere controllato. Ciò che si ripete è indubbiamente accumulato nelle vite precedenti. Più siamo eccitati, se consideriamo il sistema energetico sottile, più l'energia si muove con forza. C'è anche una certa energia legata all'impulso karmico. È un altro modo di vedere la questione, da un punto di vista fisico. In questo modo diventa più forte e convincente.
Tornando all'esempio della mosca, è possibile che un impulso cambi nel corso di una vita? Vent'anni fa, uccidevo una mosca perché mi dava fastidio. Ora mi dà fastidio vedere le persone che uccidono le mosche. È questo un impulso, lo stesso impulso di provare fastidio? La prospettiva sull'atto di uccidere, però, è cambiata.
Sì, possiamo cambiare notevolmente le tendenze karmiche che matureranno in base alle categorie con cui percepiamo la mosca. Possiamo percepirla come un parassita o in un'altra categoria. Ad esempio, ricordo che quando mio zio morì, c'era questa mosca che continuava a posarsi sul mio viso, per quanto cercassi di scacciarla. Iniziai a chiedermi se non fosse mio zio reincarnato in una mosca, che mi riconosceva istintivamente e voleva entrare in contatto con me. Considerandola come la reincarnazione di mio zio, di certo non volevo ucciderla.
Quando percepiamo qualcosa in una categoria diversa, cambia il tipo di impulso o spinta che emergerà nel modo in cui la affrontiamo. Questo fa parte dell'allenamento mentale ed è ciò di cui si occupa il lojong: cambiare i propri atteggiamenti e le categorie con cui concettualizziamo le cose.
Dedica
Concludiamo con una dedica. Speriamo che qualsiasi comprensione, qualsiasi forza positiva sia sorta da questo, possa approfondirsi sempre di più e agire come causa affinché tutti gli esseri raggiungano lo stato illuminato di un Buddha, a beneficio di tutti.