Interazione tra la filosofia buddhista e le altre filosofie

Introduzione 

Vorrei parlare questo pomeriggio dell'interazione tra la filosofia buddhista e le altre filosofie. Quando parliamo di filosofia buddhista, non ne esiste un solo tipo: se consideriamo lo sviluppo storico del buddhismo in India, scopriamo che si sono sviluppate molte scuole diverse e, sebbene trattino le stesse questioni, ognuna ha la propria interpretazione. La situazione si complica ulteriormente se consideriamo il buddhismo tibetano, perché all'interno di ciascuna delle quattro tradizioni tibetane, ognuna ha la propria interpretazione di ciascuno dei sistemi buddhisti indiani. Anche all'interno delle scuole indiane e tibetane, ci sono molti autori diversi, e ognuno di questi ha la propria interpretazione. Quando ci si trova di fronte alla questione dell'interazione tra la filosofia buddhista e le altre filosofie non buddhiste, la situazione diventa molto complessa perché bisogna chiedersi di quale tipo di filosofia buddhista si stia parlando. Tuttavia, un elemento che semplifica un po' il compito è la grande enfasi posta sulle definizioni. 

L'importanza delle definizioni nella filosofia comparata 

Lo studio della filosofia nei monasteri buddhisti viene in realtà indicato con il termine tibetano "definizioni", tsen-nyi in tibetano. Questo, a mio avviso, è l'aspetto più cruciale nell'analizzare l'interazione tra la filosofia buddhista e le altre teorie non buddhiste. Si tratta di esaminare le definizioni dei termini, perché la semplice traduzione del termine filosofico non è sufficiente. Molto spesso, dal solo nome del termine, si ha un'idea molto vaga del suo significato effettivo. Se non abbiamo una definizione chiara del termine originale, quando lo traduciamo in un'altra lingua spesso gli attribuiamo un significato completamente diverso. 

Inoltre, lo studio della filosofia comparata diventa un argomento molto vasto, che richiede una conoscenza approfondita dei due sistemi che stiamo confrontando. Uno dei miei insegnanti in India, ghesce Nauang Dhargye, criticava spesso gli studenti occidentali su diversi punti. Uno di questi era che ci chiedevamo sempre: "Come si confronta questo con quello?". Diceva che possiamo confrontare due sistemi solo dopo averli studiati a fondo singolarmente. Se proviamo a confrontare due sistemi di cui non comprendiamo appieno nessuno, non faremo altro che confonderci. E questo è certamente vero. 

Inoltre, quando consideriamo una particolare scuola di filosofia buddhista, essa non esiste isolatamente dagli altri aspetti degli insegnamenti di quella specifica scuola. Dobbiamo studiare tutti i vari aspetti di una scuola per comprenderne anche solo uno, perché quando consideriamo, ad esempio, le affermazioni sulla realtà, queste devono essere comprese in termini della spiegazione della percezione fornita da quella scuola. La percezione non riguarda solo la nostra percezione visiva, la percezione sensoriale, ma anche la percezione mentale. Ciò significa che dobbiamo comprendere sia la cognizione concettuale che quella non concettuale, e questo è strettamente connesso al metodo di meditazione insegnato in quella scuola. Influisce anche sul metodo logico che viene insegnato in quella scuola. Tutti questi elementi si incastrano tra loro e, se consideriamo solo un elemento senza guardare il tutto, otteniamo solo un quadro molto parziale. È necessario vedere l'intero contesto, il quadro completo, per comprendere ciascuno di questi elementi. 

Tradurre attraverso culture: una strada a doppio senso 

Quando ci addentriamo in una cultura diversa entrano in gioco due aspetti fondamentali. Il primo è tradurre la filosofia buddhista in una lingua con un background culturale e filosofico differente. Il secondo è comprendere tale filosofia in relazione alla tradizione culturale e filosofica della lingua di destinazione. Queste due questioni sono strettamente correlate, poiché influenzano la scelta della terminologia per la traduzione dei termini filosofici tecnici dalle lingue buddhiste originali alle nuove lingue. Non intendo addentrarmi, in questa sede, nell'intera discussione sulle possibilità di traduzione, ma il principio fondamentale è cercare di trovare nella nuova lingua un termine che corrisponda effettivamente al significato della definizione. 

Nel passaggio dal sanscrito al tibetano, non esistevano termini filosofici consolidati nella tradizione tibetana del bon. Non fu quindi difficile inventare nuove parole che non avessero già una connotazione specifica all'interno del loro sistema filosofico. Nelle prime traduzioni cinesi, vennero utilizzati termini filosofici provenienti dai sistemi filosofici cinesi, il che probabilmente causò molta confusione e incomprensione. Pertanto, nelle traduzioni successive, questi termini vennero sostituiti con altri. Esiste anche, naturalmente, la possibilità – e questa è stata utilizzata in molte lingue diverse – di mantenere i termini sanscriti originali, conservandoli in traslitterazione e non traducendoli in un'altra lingua, in modo che le persone dovessero semplicemente imparare queste nuove parole. 

Il buddhismo stesso, se consideriamo la sua storia antica, non si è evoluto o sviluppato in isolamento, ma in dialogo con altre filosofie indiane dell'epoca. Troviamo molte caratteristiche comuni tra giainismo e buddhismo, e molti dei temi trattati nelle varie Upanishad si ritrovano anche nei testi buddhisti. Un aspetto degno di nota è che, pur utilizzando gli stessi termini sanscriti, ognuno di essi ha una propria definizione e un proprio sistema di riferimento. 

Successivamente, nella storia indiana, assistiamo a un intenso dialogo e dibattito tra i vari sistemi filosofici indiani. I partecipanti a questi dibattiti furono i buddhisti, i giainisti e molte correnti di pensiero che potremmo definire, in senso lato, induiste. Anche in questo caso, condividevano una terminologia comune, seppur con definizioni diverse, e sebbene vi fossero lievi differenze nella presentazione della logica e del dibattito tra le varie scuole, avevano molto in comune. Ciò rese possibile il dialogo. Un grande pandit buddhista indiano, Shantideva, insegnava che per poter dialogare o dibattere, le due parti devono concordare su un tipo di logica e su una terminologia comune; altrimenti, il dialogo è pressoché impossibile. 

I problemi che sorgono con altre filosofie asiatiche 

Questo era possibile nel contesto indiano, ma quando il buddhismo giunse in Cina, incontrò enormi difficoltà. Ciò era dovuto al fatto che, sebbene esistesse una piccola scuola di logica nella filosofia classica cinese tradizionale, la discussione e il dibattito logico non erano, per la maggior parte, un elemento di rilievo nel pensiero cinese, nonostante un testo sanscrito sulla logica buddhista fosse stato tradotto in cinese. Quando, verso la fine dell'VIII secolo, si svolse in Tibet un famoso dibattito tra un grande maestro indiano di logica e dibattito buddhista e un maestro cinese per decidere quale forma di Buddhismo dovesse essere adottata in Tibet, non c'è da stupirsi che la parte indiana abbia vinto. Naturalmente, considerazioni politiche influenzarono la decisione finale, ma credo che questo dibattito illustri la difficoltà di instaurare un dialogo tra i sistemi filosofici di due culture così diverse. 

C'è una storia molto famosa che narra di un recente dibattito o discussione tra un maestro buddhista tibetano e un maestro zen giapponese. Il maestro giapponese solleva un'arancia e dice: "Cos'è questo?", cercando di iniziare una presentazione in stile koan giapponese. Il maestro tibetano si rivolge al suo interprete e dice: "Ma che c'è, non hanno le arance da dove viene lui?". Sebbene sia raccontato come uno scherzo, si dice che sia realmente accaduto. Ancora una volta, questo esempio illustra come due modi di pensare e di presentare il buddhismo totalmente diversi, persino all'interno del buddhismo stesso, abbiano tanta difficoltà a dialogare. 

La storia occidentale 

Se ci poniamo la domanda sul dialogo tra la filosofia buddhista e quella occidentale, incontriamo molti degli stessi problemi perché, proprio come nel buddhismo, anche nella filosofia occidentale non esiste un'unica filosofia. Moltissimi filosofi, nel corso di un lunghissimo arco storico, hanno scritto ampiamente nelle nostre civiltà occidentali, dagli antichi greci fino ai giorni nostri. Sebbene molti di questi filosofi occidentali abbiano discusso tra loro le stesse questioni, ciò è avvenuto in una grande varietà di lingue, e si sono presentate difficoltà nella traduzione di questi temi chiave da una lingua occidentale all'altra. Ancora una volta, credo che dobbiamo tornare al principio di cui ho parlato prima, ovvero che possiamo parlare di un solo sistema alla volta. Dobbiamo esaminarne le definizioni, la terminologia e il contesto più ampio di altri aspetti del pensiero che potrebbero far parte dello stesso sistema, e solo allora possiamo confrontare un sistema occidentale con un sistema buddhista. Altrimenti, se cerchiamo di generalizzare, spesso non è molto produttivo. Può dare un'idea approssimativa, ma di solito è piuttosto imprecisa. 

Certamente, un approccio storico ha il suo valore. Per ricostruire lo sviluppo di certi termini e di specifiche questioni filosofiche all'interno, ad esempio, del buddhismo indiano o di quello tibetano, si ricorre a una metodologia che non rientra nei canoni tradizionali del buddhismo; si tratta di una metodologia occidentale. È un approccio che possiamo certamente applicare al nostro studio della filosofia buddhista e che, in quanto occidentali, ci aiuta a comprenderla meglio.

La consapevolezza profonda 

Nel buddhismo si parla di diversi tipi di ciò che io chiamo "consapevolezza profonda". Per chi conosce il sanscrito, questo termine è jnana. Sebbene abbia moltissimi significati diversi in contesti differenti, uno di questi si riferisce a un sistema di cinque modalità fondamentali di funzionamento della mente, comuni a tutti, compreso un lombrico. 

Uno di questi tipi di profonda consapevolezza è l'individualizzazione, la capacità di riconoscere l'individualità delle cose. Possiamo distinguere una cosa da un'altra e conoscerne le caratteristiche individuali. Se osserviamo i buddhisti tibetani, notiamo che questo modo in cui la mente conosce le cose è particolarmente evidente nel loro modo di pensare. Sono molto, molto abili nel descrivere le cose all'interno di uno specifico sistema. 

Un altro di questi cinque tipi di consapevolezza profonda è chiamato consapevolezza profonda equalizzante. Con questo tipo di modo di conoscere, raggruppiamo le cose in modo uguale all'interno di una categoria. Vediamo ciò che è comune a diverse cose, quindi possiamo, in un certo senso, equipararle. Ad esempio, esistono tantissimi tipi diversi di cani, ma siamo in grado di vederli tutti come cani. Tuttavia, con l'individualizzazione, sapremmo riconoscere "questo cane". Il nostro modo di pensare occidentale è molto efficace in questa consapevolezza profonda equalizzante. Riusciamo a individuare schemi con grande facilità, e il nostro sistema educativo ce lo insegna. 

In sintesi 

Se ci chiediamo quale tipo di metodologia occidentale possa essere utile per studiare la filosofia buddhista, non consiglierei di cercare termini metafisici equivalenti in Occidente per i termini buddhisti, perché questi hanno già le proprie definizioni nei nostri sistemi. Piuttosto, ci concentriamo su ciò in cui siamo particolarmente bravi, ovvero individuare gli schemi per comprendere lo sviluppo dei vari pensieri, il che ci aiuta, come occidentali, a raggiungere una comprensione più completa e profonda. 

Che dire degli altri tre tipi di consapevolezza profonda? 

Gli altri tre tipi di consapevolezza profonda sono, prima di tutto, quello che è come uno specchio, con cui assorbiamo informazioni. Non significa riflettere come uno specchio. Penso che la nostra immagine occidentale sarebbe molto migliore con una macchina fotografica o un registratore audio. Poi c'è la consapevolezza realizzante. "Realizzare" significa fare qualcosa, come relazionarsi con le cose, cosa farne, e poi, quella che viene chiamata "dharmadhatu". Questa è una parola sanscrita, che significa la consapevolezza della realtà delle cose, di cosa sono le cose e, a un livello più profondo, di come esistono. 

Se prendiamo come esempio il nostro lombrico, esso si avvicina a qualcosa e ne assimila le informazioni, ad esempio, un pezzo di cibo; è in grado di combinare queste informazioni con altre in modo da sapere che si tratta di cibo e non di una pietra. Individua questo piccolo pezzo di cibo come qualcosa da mangiare, e non come un altro; sa cosa farne, ovvero mangiarlo, e sa cos'è. Non ha una parola per cibo, ma ha una sorta di concetto che indica che è commestibile. Questo è il modo in cui la mente in generale funziona, secondo questa analisi, per tutti gli esseri viventi. 

Se per comprendere un particolare termine filosofico dobbiamo conoscere un intero sistema, ciò significa conoscere le definizioni di vari termini e, poiché all'interno di queste definizioni ve ne sono altri, dobbiamo conoscerne anche le definizioni. Questo processo si ripete all'infinito, quindi come possiamo affrontare questa situazione? 

Credo che, in qualsiasi definizione, ogni parola abbia una sua definizione; non si tratta solo di termini tecnici. Questo, ovviamente, pone un problema alla comunicazione in generale. È possibile comunicare tra due persone se ognuno ha le proprie definizioni personali, oltre a quelle del dizionario? Tuttavia, ciò a cui mi riferivo sono le definizioni dei termini principali e la necessità di studiare in modo approfondito per comprendere il sistema. 

Non credo che la traduzione sia impossibile; anzi, sono un grande sostenitore dell'idea che tutto possa essere tradotto, ma molti dei termini scelti dai missionari del XIX secolo per tradurre i termini buddhisti non sono realmente appropriati. Non si adattano ai termini, quindi dobbiamo esaminare la definizione e trovare qualcosa che li rappresenti effettivamente. 

Grazie. 

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