È una calda giornata estiva, e mi trovi al centro buddhista Karma Tashi Ling a Oslo, in Norvegia, per incontrare uno dei più grandi esperti della nostra generazione sul potere della meditazione: il dott. Alan Wallace. Circondati da foreste di pini a perdita d’occhio, ci sediamo insieme per parlare del suo percorso dallo studio della scienza al Dharma, e tutto quello che ha imparato lungo la strada.
Autore, praticante, e accademico di fama mondiale. Il dott. Wallace crea continuamente ponti tra il Buddhismo, la neuroscienza, e la ricerca di una comprensione più profonda della coscienza. Attingendo alla sua vasta conoscenza della filosofia e della scienza, in aggiunta a decenni di addestramento meditativo intensivo nella tradizione buddhista tibetana, ha fondato il Santa Barbara Institute for Consciousness Studies con l’aspirazione di portare la saggezza delle scienze buddhiste della mente nella società contemporanea. Come un vero e proprio esploratore moderno della mente, ha dedicato la sua vita alla ricerca di una profonda saggezza interiore e alla sintesi tra antiche tradizioni contemplative e la moderna ricerca scientifica.
In questa intervista, discutiamo in profondità il movimento della mindfulness, i problemi delle persone nel prestare attenzione ed essere concentrati, il potere della meditazione shamatha e i motivi per cui possiamo rivolgerci agli antichi greci per una comprensione della felicità autentica. Buona lettura!
Study Buddhism: Stavi studiando ecologia all’università della California quando hai deciso di partire per l’India per studiare il Dharma dai maestri tibetani. Cosa ti ha attirato ai tibetani e al Buddhismo tibetano?
Dr. Alan Wallace: Per quanto ami la cultura tibetana, e la amo davvero, non è questo che mi ha portato in India o dai tibetani. E non è il motivo per cui ho studiato il tibetano. L’ho fatto per il Dharma.
Provengo da un passato cristiano, e mio padre è un teologo. Nelle tradizioni cristiane ci sono molte virtù e grande significato, molta compassione e altruismo. Ma alcuni elementi della dottrina cristiana francamente non avevano alcun senso per me. Non sto confutando la religione; semplicemente non avevano senso per me.
Sin dall’età di tredici anni, grazie all’ispirazione di un maestro di scienza, era un mio grande desiderio diventare uno scienziato. Sentivo che la scienza era autentica, rigorosa, fattuale. Puntavo a una carriera in studi ambientali. Più approfondivo l'argomento e più acquisivo consapevolezza su come salvare l’ambiente, più cominciavo a comprendere che scoprire la natura della nostra esistenza e della mente — e capire come potessi soddisfare il desiderio interiore di dare un significato alla vita — non fosse qualcosa che la scienza potesse offrirmi.
La scienza ci offre molti fatti, mentre le religioni occidentali come il Cristianesimo, l’Islam, e il Giudaismo hanno significati molto profondi. Molte persone conducono vite significative grazie alla devozione per la loro religione e il loro Dio, ma io avevo bisogno di entrambe. Volevo avere una visione della realtà che, se sottoposta a una rigorosa analisi empirica e razionale, risultasse autentica e valida. Nel Buddhismo ho trovato un sentiero, un modo di vedere la realtà, un modo di vivere, e un modo di stabilire priorità di grande profondità, ma anche molto rigoroso e che regge a un’analisi approfondita.
Per molti, il sentiero buddhista comincia con il prendere rifugio nei Tre Gioielli, il primo dei quali è il Buddha. Chi è il Buddha?
Ti racconterò una storia per rispondere alla tua domanda. Una volta c’era un cercatore errante che vide le impronte del Buddha. Le inseguì come se fosse un cacciatore di cervi, e quando infine si trovò di fronte al Buddha, rimase molto impressionato dalla sua presenza. Il cercatore era così stupito e sorpreso, perché penso che considerasse il Buddha come una statua o qualcosa del genere. Il cercatore chiese al Buddha, “Sei un Dio?”, perché non sembrava un essere umano comune. Il Buddha rispose, “No”. Il cercatore chiese: “Beh, sei un essere celestiale, un angelo o qualcosa di simile?”. E il Buddha nuovamente disse “No”.

Continuando, il cercatore chiese: “Sei una sorta di spirito elementale, o della terra?”. E il Buddha ancora rispose “No”. E infine chiese al Buddha, il Buddha storico: “Sei un uomo?”. E il Buddha disse “No”, il che era scioccante! Il cercatore, sconcertato, allora chiese: “Beh, chi sei e cosa sei?”. E il Buddha rispose: “Sono sveglio”. Questo è il significato di Buddha: uno che è sveglio.
Viviamo in un’epoca di stimoli incessanti e distrazioni digitali, e c’è l'idea prevalente che la durata dell’attenzione - specialmente nei bambini e nei giovani adulti – stia diminuendo. Quali sono i tuoi pensieri su questo?
C’è un senso di irrequietezza, di malessere, di dipendenza - intendo letteralmente una dipendenza – dagli stimoli. Abbiamo questo problema dei bambini che crescono in un mondo creato dalla mia e ora dalla tua generazione. Ho un nipote di undici anni. Non ha creato il mondo in cui vive ora, e dunque non ne è responsabile in nessun modo, ma è immerso in questo mondo. Quando vivi in una città come Los Angeles, Berlino, o altre grandi capitali, chiaramente non è la stessa cosa di vivere quasi in qualunque altra parte del mondo cent’anni fa.
Solo considerando l’immensa quantità di informazioni, di stimoli, il multitasking che è considerato fondamentalmente il modo in cui devi vivere, sono sicuro che tutto questo disintegra, o crea una continua turbolenza, una dipendenza dal fare e fare, un’incapacità di sedersi tranquillamente, ed essere semplicemente presenti.
E penso che ci siano molte prove di questo, perché persino negli ascensori ora c’è musica! Vai nell’ufficio di un dottore, e sanno che possono tirar fuori riviste vecchie di sei mesi e le persone continueranno a leggerle, perché non sanno come sedersi in pace. E se questo è vero per la mia generazione, e ora per la tua e per quella di mio nipote, è un problema.
Una grande percentuale – non ricordo ora – di adolescenti negli Stati Uniti sono stati clinicamente diagnosticati con il disordine ADHD (deficit e iperattività dell'attenzione), e nella nostra civiltà materialista, riduzionista, e a volte idiota, a questi ragazzi vengono prescritti principalmente farmaci, senza alcun approfondimento delle cause sottostanti.
Dunque, i giovani, i bambini, gli adolescenti sono più distratti della gente della mia generazione quando erano bambini? Probabilmente sì, ma poi è anche vero che se mio nipote si siede con il suo cellulare o iPad e gioca con i videogame, entra nel samadhi con quei giochi, e può rimanerci per una o due ore. È la stessa cosa di vedere un film, andare su internet, eccetera.
Possono rimanere concentrati in ciò che gli interessa e che gli dà piacere, ma possono essere ugualmente concentrati quando si tratta di imparare le tavole di moltiplicazione, o imparare l’ortografia, o solo dover ascoltare qualcuno, dover imparare qualcosa che non gli interessa molto?
Poiché l'attenzione non è semplicemente essere in grado di prestare attenzione a ciò che ci diverte. È più come un muscolo, ovvero se alleni l’attenzione dovresti essere in grado di usarla per lo sport, la matematica, per preparare un buon pranzo, per una conversazione, e per sederti in pace osservando la tua mente. Se la tua attenzione è buona solo per quello che ti stimola, perché è divertente ed eccitante, allora è un povero sostituto, e non funzionerà molto quando avrai bisogno di avere un lavoro, e magari quel lavoro non è così interessante.
Sappiamo tutti che la meditazione offre molti benefici, tra i quali un incremento della nostra attenzione e della nostra concentrazione. Eppure, molte persone non riescono ad avere una pratica di meditazione quotidiana. Abbiamo ogni genere di scuse – lavoro, famiglia, vita sociale, palestra. Qual è il tuo consiglio da meditatore esperto?
Tutti sono occupati, quindi dacci un taglio! Siamo tutti molto occupati, e gli esseri umani sono sempre stati ugualmente occupati, perché tutti fanno qualcosa per circa sedici ore al giorno. E questo significa che siamo tutti occupati. Siamo occupati prevalentemente con quello che ci piace, e non abbiamo tempo per quello a cui non diamo valore. Se le persone hanno difficoltà ad esistere – e circa la metà della popolazione umana è povera o quasi - ciò che occuperà le loro menti è semplicemente come guadagnarsi da vivere.

Ma molti di noi, io stesso incluso, non devono passare ogni momento della giornata a racimolare cibo, a trovare vestiti, o a capire come avere un tetto sopra la testa. Come riempiamo il nostro tempo libero? Lo riempiamo con quello che scegliamo, quello a cui diamo priorità. Alcune persone vogliono tanti soldi, vogliono essere famose e influenti, vogliono avere prestigio, una posizione sociale più elevata. Ci vuole molto tempo per tutto ciò. Sono queste le loro priorità, e quindi se dicono "Sono troppo impegnato per meditare”, tutto ciò che dico è "Stai semplicemente dando priorità a qualcosa di diverso dalla meditazione".
Dunque, è una questione di porci questa domanda. Perché dare priorità alla meditazione? Perché prendersi cinque minuti, o un'ora? Quando siete impegnati, avete fatto una scelta, e siete presi dalle vostre priorità. E se non siete felici della vostra scelta, cambiate! Se avete solo cinque minuti per coltivare la mente, devo solo dire che non la state prendendo molto sul serio. State prendendo sul serio tutto il resto – prendete sul serio i denti perché passate cinque minuti a lavarveli, e prendete sul serio la vostra igiene perché vi fate la doccia per venti minuti!
Lo facciamo senza pensarci veramente, perché valorizziamo la nostra salute fisica, la nostra pulizia, e l’essere socialmente rispettabili. Se l’igiene fisica è importante, che dire dell'igiene psicologica? Se tutto quello che potete fare è cinque minuti di meditazione, controllate le vostre priorità. Volete realmente essere felici? State trovando la contentezza che cercate nello stile di vita che state già seguendo? Se è così ne sono felice, ma in caso contrario, considerate di meditare per più di cinque minuti.
Comunque, che abbiate cinque, venti minuti, o dodici ore al giorno, una pratica utile è imparare a calmare la vostra mente. Per uscire dall’abitudine standard della ruminazione, della distrazione, dell’irrequietezza, del sentirsi a disagio, imparando a rilassare la mente. Un modo per farlo è prestare attenzione consapevolmente all’inspirazione e all’espirazione, rilasciando e rilassando. Calmatevi per raggiungere un silenzio interiore, un tipo di compostezza. Siate presenti, e potreste scoprirne l’utilità. Potrebbe anche creare dipendenza, e non sarebbe una cosa cattiva!
Su questo argomento, hai insegnato la pratica di shamatha per oltre quarant’anni nei tuoi libri e nei tuoi seminari, e ci ricordi sempre che è una parte indispensabile del sentiero buddhista. Cos’è effettivamente lo shamatha?
Shamatha è un termine sanscrito – samatha in Pali – e la parola significa letteralmente quiescenza, tranquillità, serenità, calma, presenza serena o pacifica. Lo shamatha si riferisce a una serie di metodi progettati per sviluppare la nostra attenzione e le capacità metacognitive, e dunque qualunque cosa a cui vuoi prestare attenzione, qualunque essa sia, puoi farlo senza irrigidirti, senza diventare irrequieto, stressato, e mantenendo un senso di agio e rilassamento. Puoi mantenere la continuità, e la vividezza dell'attenzione. Per sviluppare le capacità dell'attenzione con i metodi dello shamatha, bisogna anche affinare le capacità metacognitive o introspettive, in modo tale da poter riconoscere se la mente è distratta o intorpidita.

Lo shamatha è una pratica universale. Le tradizioni contemplative del mondo, senza usare il termine, riconoscono di aver bisogno di imparare a concentrarsi e a rimanere concentrati in ogni tipo di pratica contemplativa. Il Buddhismo è eccezionalmente ricco a tal proposito. Lo considero come una tecnologia contemplativa. Non richiede nessun sistema di credenze, nessun impegno in qualche ideologia, istituzione, o gruppo. È semplicemente un modo per affinare la mente in modi specifici che la rendono utilizzabile, flessibile, malleabile, e utile per ogni tipo di attività. Con lo shamatha, sarai in grado di fare ogni cosa che fai in modo migliore, che tu sia un atleta, un uomo d'affari, un artista, uno scienziato, una madre, un partner.
All’infuori dei suoi benefici per concentrarsi come base per la meditazione di vipashyana, possiamo aspettarci degli effetti fisici nel corpo? Ci sono segni che la pratica di shamatha sta diventando più profonda?
Finché siamo in vita, le nostre menti abitano in un corpo. Sono profondamente intrecciate non solo con il cervello, ma con tutto il sistema nervoso, tutto il corpo. A sua volta il corpo è connesso all’ambiente. Pertanto, se alleniamo la mente, se coltiviamo o affiniamo la mente, ci saranno dei cambiamenti correlati nel corpo in termini del proprio sistema nervoso se usiamo la terminologia occidentale, o un cambiamento nel “prana” se usiamo la terminologia asiatica.
Nel corso della pratica di shamatha, man mano che la mente diventa più leggera e malleabile, piena di un maggiore senso di benessere, in effetti scopri che anche il corpo cambia – lo stress diminuisce, e un senso di malleabilità, flessibilità, e leggerezza emerge con la pratica.
La insegno da molto tempo, e spesso sento dire dalle persone che praticano intensamente per sei, sette, otto ore al giorno: “Oh, avevo questo mal di schiena”, oppure “Avevo questa spalla congelata” e “Non ho fatto yoga, ma ho praticato molto lo shamatha e ora la spalla congelata va molto meglio e mi sento bene”. Oppure in generale si sentono molto meglio nel loro corpo, si sentono più agili.
In breve, lo shamatha è di grande utilità. E in termini di guarigione ed equilibrio, ha effetti meravigliosi a livello psicologico e fisiologico.
Hai studiato il Buddhismo con maestri tibetani in India e hai vissuto da monaco buddhista tibetano per un decennio. Sin dal tuo rientro negli Stati Uniti, hai insegnato il Buddhismo in occidente. Ti poni mai la domanda se gli insegnamenti buddhisti tibetani possano essere autenticamente trasmessi nelle culture occidentali? Questi insegnamenti del Tibet, trasferiti in altri paesi, continuano ad essere l’autentico “Buddhismo tibetano”?
Non penso che dovremmo preoccuparci se, in quanto occidentali, possiamo essere “veri praticanti buddhisti tibetani”. Abbiamo questi termini, che vanno assolutamente bene: Buddhismo tibetano, Buddhismo mongolo, Zen, Chan, eccetera. In un certo senso, solo un tibetano può praticare il Buddhismo tibetano, proprio come solo un americano può praticare il Buddhismo americano!
Spesso dico che sono nato a vent’anni, perché è quando ho cominciato a immergermi nella cultura buddhista, a vivere in monasteri buddhisti, eccetera. Ma ovviamente non è vero. I miei primi vent'anni in occidente, prima di vivere in oriente, non sono svaniti. Certamente hanno avuto un’influenza molto forte su di me per il resto della mia vita. Conosco persone come Matthieu Ricard e Tenzin Palmo, che hanno vissuto per decenni in India e in Nepal, e sono grandi praticanti. Ma Tenzin Palmo non è indiana e non è tibetana, e Matthieu Ricard é ancora molto francese. Anche quando parla tibetano, ha un accento francese! Non puoi sfuggirne. E perché no? È un buon praticante, un ottimo praticante? Certamente. Ho grandissima stima di Tenzin Palmo. Ma non stanno solo praticando il Buddhismo tibetano. Nel suo caso, è il Buddhismo tibetano inglese. Nel caso di Matthieu, è Buddhismo tibetano francese, e nel mio caso è certamente americano. Ma ho vissuto molti anni in Europa, e quindi forse è una sorta di Buddhismo tibetano euro-americano.

E non c’è alcun problema in questo, e dovremmo sentirci a nostro agio, perché 1200 anni fa, quando il Buddhismo arrivò in Tibet, ci volle del tempo prima che le persone cominciarono a dire, “Sto praticando il Buddhismo tibetano”.
Stavano praticando un’importazione straniera che gradualmente, nel corso del tempo, ha assunto maggiori caratteristiche tibetane, proprio come qui il Buddhismo sta assumendo delle caratteristiche occidentali. Alcune di queste caratteristiche stanno creando un Buddhismo davvero diluito, commerciale, inquinato e contaminato da ogni genere di spazzatura. D’altro canto, il Buddhismo si sta anche evolvendo in un modo autenticamente buddhista, ma anche autenticamente nel XXI secolo – non stiamo cercando di emulare i tibetani che vivevano nel XIX secolo.
Come vedi il movimento attuale sulla meditazione mindfulness in occidente?
C’è questo grande movimento sulla mindfulness al momento, e penso sia un buon modo per parlarne. Alcune persone la chiamano la “mania” della mindfulness, ma non voglio essere così crudele, perché chiaramente molte persone ne stanno traendo dei benefici. È diventato molto popolare, si trova nei media, si studia scientificamente, e le sue applicazioni pratiche nel mondo degli affari sono molto enfatizzate.
Tuttavia, sembra un po’ una moda, e stanno arrivando alcune severe critiche da parte di persone che non sono stupide. Ho letto un articolo dopo l’altro dove si scrive, “Non è tutto oro, ci sono degli svantaggi seri”. E quindi la domanda che possiamo porci è: "Beh, cosa viene dopo la mindfulness?”. La mia risposta è: "La mindfulness buddhista!".
Perché al momento abbiamo una definizione di mindfulness che non è mai stata buddhista, non è buddhista ora, e non lo sarà domani. Soltanto chiamare qualcosa “buddhista” non la rende tale, e se inventi la tua definizione di mindfulness che non si trova da nessuna parte in nessuna tradizione buddhista, o in nessun insegnamento del Buddha stesso, allora non è legittimo chiamarla buddhista solo perché vorresti che lo fosse, o solo perché è buon marketing.
Al momento abbiamo questa definizione secondo cui la mindfulness è presenza mentale momento per momento, un’attenzione a qualunque cosa stia sorgendo nel campo della tua esperienza, prestando attenzione ad essa da vicino, ma senza giudizio. Vuol dire essere presenti con qualunque cosa stia avvenendo qui, e qualunque essa sia, siate solo presenti. Questa è una bella definizione! Ma mostrami qualunque fonte più vecchia di 50 anni nella tradizione buddhista che dice che questa è la definizione della mindfulness, e ti posso dire che non la troverai perché non è una definizione buddhista. È una definizione ispirata da alcune persone a cui piace il Buddhismo, o è ispirata da versioni molto diluite della vipassana, ma posso dirti che la definizione buddhista della mindfulness è totalmente diversa.
La definizione buddhista non è settaria. Può essere trovata dovunque da accademici che sanno studiare bene. La versione buddhista della mindfulness è: sto acquisendo familiarità con te. Ad esempio, ogni volta che ti guardo, non sono scioccato, nel senso di “Chi sei?!”. Mantengo un flusso di consapevolezza di te, e mantenendo questo flusso volontario di attenzione, mi sto concentrando su di te, sulle tue domande, il tuo linguaggio del corpo, le tue espressioni facciali.
Ti tengo in mente, ti considero, sto sostenendo questo flusso di attenzione volontaria senza distrazione e senza dimenticanza. Questa è la mindfulness. Sono consapevole di te.

Ora, la presenza mentale può essere rivolta al passato: mi ricordo il mio indirizzo. Questa è una consapevolezza del passato, perché il significato buddhista centrale della mindfulness è il ricordo, il "tenere a mente". Ricordo il mio indirizzo? Se pratico la consapevolezza del respiro, tengo a mente l’inspirazione e l’espirazione, momento per momento, ma posso anche tenere a mente che devo andarmene alle sei per dare una lezione. Devo essere pronto alle sei per uscire dalla porta, e me lo ricorderò. Questa è una memoria retrospettiva.
La presenza mentale buddhista è una consapevolezza discernente in cui riconosciamo quali modi di parlare, di comportarsi, e di usare la mente siano costruttivi, quali accrescano il benessere mio e degli altri, e al contrario quali siano afflittivi, tossici, e dannosi per me e per gli altri. La presenza mentale buddhista implica il riconoscere che “Questo fa bene, questo fa male”, e poi compiere una scelta oculata: seguire quello che ci nutre, e lasciar andare il più possibile ciò che è dannoso.
Questo non vuol dire essere giudicanti, ma saggi e discernenti. Spesso la saggezza e il discernimento non vengono considerati nel moderno movimento della mindfulness. Pertanto, il movimento moderno della mindfulness, che tralascia l’etica, la visione e il modo di vivere buddhista non è, in realtà, buddhista.
Il tuo libro, Le cinque meditazioni tibetane per l'autentica felicità [edizioni Amrita, 2007], esplora ciò che la meditazione buddhista e la scienza possono offrirci nella ricerca della felicità. In quel libro usi termini come “hedonia” e “eudaimonia” che provengono dalla filosofia greca classica, per esplorare il significato della felicità. Potresti spiegare la loro connessione con l'idea buddhista della felicità?
Per connetterla alla nostra cultura, per affrontare la questione di cosa sia la felicità, possiamo tornare a Socrate, Platone, e Aristotele. Questi grandi saggi greci fecero una distinzione tra “hedonia” e “eudaimonia”. L’hedonia non è qualcosa di volgare o grossolano, ma un tipo di felicità che otteniamo in risposta a qualche stimolo piacevole. Potrebbe essere vedere i tuoi figli che crescono felici, potrebbe essere avere un gelato, godersi il bel tempo, affrontare un problema affascinante di matematica, ogni genere di cosa. Proviamo piacere perché c'è qualcosa che ci dà piacere.
Questo è un tipo di felicità, e non è affatto banale. È quel tipo di felicità che proviamo nell’avere abbastanza da mangiare, nell’avere vestiti a sufficienza, un tetto, cure mediche quando sono necessarie, e un’istruzione: queste sono tutte felicità edoniche, e non c'è nulla di banale in questo.
Ma poi possiamo porci la domanda: “La felicità è solo questo?" E i greci antichi e molti altri grandi saggi del passato, incluso il Buddha, e molti altri in oriente e in occidente, hanno sottolineato come ci sia tutta un’altra dimensione della felicità, che i greci chiamarono “eudaimonia”.
L’eudaimonia è un benessere sincero, qualcosa che proviene da dentro. È qualcosa che diamo alla vita, e che non riceviamo da essa, e lavora su dimensioni differenti. Possiamo averla se conduciamo una vita etica, una vita orientata attorno i principi di non violenza e benevolenza. Questa è essenzialmente l’etica buddhista, e molte persone possono condividerla. Se ci fermiamo qui, va bene. Se orientiamo le nostre vite attorno a questi principi, allora certamente c’è una sensazione di benessere.

Il Buddha la chiamava la gioia di avere una coscienza pulita. È una gioia. È un senso di agio, di contentezza che la mia presenza sulla terra non ha causato danni; in realtà penso di aver fatto del bene. E anche se non medito neanche per un momento, va già bene. Questa è una dimensione. Poi c'è l'altra dimensione dell'eudaimonia che proviene dal coltivare la mente e il cuore, dal coltivare i poteri dell’attenzione, del samadhi, della saggezza, della compassione, e così via.
Anche quando vivi da solo, magari per anni in solitudine, la tua stessa mente potrebbe diventare una fonte di felicità, di eudaimonia. E poi infine c’è una sensazione di gioia, anche di piacere intenso, che proviene dal conoscere la natura della realtà: chi sei veramente, qual è la natura della consapevolezza, qual è la natura della realtà. I grandi saggi della storia dicono che la forma più profonda di felicità è conoscere la realtà così com'è.