Intervista con il dott. Alexander Berzin

19:57
Study Buddhism si è incontrato con il dott. Alexander Berzin a Berlino, Germania, per discutere i suoi sessant’anni di impegno nel Buddhismo tibetano.

È domenica mattina, e sono in macchina che guido per le strade insolitamente quiete di Berlino. Accanto a me è seduto il dott. Alexander Berzin, e ci stiamo dirigendo verso gli uffici MindSpace in centro per un’intervista. Arriviamo e, come previsto, l’ufficio è vuoto. Preparo tutta l’attrezzatura e mi accorgo di essermi dimenticato il treppiede, e quindi poso la videocamera sopra una pila di libri. Inizia così il mio viaggio nel pensiero di uno dei più autorevoli maestri buddhisti occidentali dell'era moderna. Volete indovinare? Stiamo parlando del dott. Berzin.

Il dott. Berzin è un prolifico traduttore, scrittore, maestro, e accademico buddhista, ed è ovviamente il fondatore di questo sito. Parte per l’India all’apice del movimento hippie nel 1969 – non come un hippie, tuttavia! – per condurre delle ricerche con i tibetani per il suo dottorato ad Harvard. Nel 1972 si trasferisce a Dharamsala una volta ottenuto il dottorato per studiare con i più grandi maestri buddhisti tibetani del XX secolo, diventando discepolo e interprete di Tsenshap Serkong Rinpoche, uno dei precettori di Sua Santità il Dalai Lama. Nel corso dei successivi ventinove anni, il dott. Berzin accumula una vasta quantità di materiale: più di 30.000 pagine di manoscritti inediti di libri, articoli, e trascrizioni. In seguito si stabilisce a Berlino decidendo di creare il sito web Berzin Archives per rendere tutto questo materiale disponibile al pubblico. Nel 2015 il sito web si espande in StudyBuddhism, arrivando a pubblicare contenuti in 32 lingue e ad avere una diffusione mondiale.

Il dott. Berzin con Sharpa Rinpoche, Geshe Ngawang Dhargyey e Khamlung Rinpoche, Dalhousie, India, 1970

Con sessant’anni di saggezza buddhista alle spalle, il dott. Berzin è una miniera di sapere, ed è realmente in grado di rendere accessibili gli insegnamenti del Buddha al mondo moderno. Avendo insegnato in più di 70 paesi, è stato un pioniere nella preparazione di testi buddhisti fondamentali nella lingua colloquiale mongola per aiutare la rinascita del Buddhismo in quella regione, e ha dato vita al dialogo musulmano-buddhista nelle università del mondo islamico.

In questa intervista, il dott. Berzin affronta il tema delle differenze tra i maestri spirituali e i terapeuti, come esprimere in maniera salutare le emozioni, e il ruolo della meditazione analitica nella comprensione della mente. Buon divertimento!

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Study Buddhism: Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un’esplosione di centri di meditazione e app di meditazione online. In occidente, la meditazione viene vista spesso come un modo per rilassarsi o per “smettere di pensare”, o al più come uno strumento per coltivare la presenza mentale e per calmare la mente. Tutto ciò mette da parte l’aspetto analitico della meditazione, che è una pratica fondamentale, specialmente nelle tradizioni buddhiste tibetane. Qual è il potenziale della meditazione per i praticanti occidentali?

Dr. Berzin: Sì, molte persone pensano che la meditazione sia principalmente un modo per rilassarsi, per calmare la mente e ottenere un certo livello di pace interiore. Ovviamente questo è fondamentale per iniziare, soprattutto se le nostre menti sono molto agitate da pensieri ed emozioni disturbanti. Ma è solo l’inizio. In generale, la meditazione vuol dire costruire un’abitudine mentale benefica.

Ovviamente abbiamo anche bisogno della concentrazione, ma come dice Sua Santità il Dalai Lama, bisogna focalizzarsi principalmente sulla meditazione analitica, sulla comprensione di ciò che avviene nelle nostre menti, sull’acquisire maggiore familiarità con atteggiamenti positivi, e affrontare i difetti che potremmo individuare in noi stessi.

Pertanto, dobbiamo guardarci in profondità e sviluppare l’abitudine di contemplare domande come: “Cosa sto facendo con la mia vita, che obiettivi ho, qual è la mia motivazione principale? Quello che scopro è utile per me, o mi crea problemi nel modo in cui affronto gli altri?”.

Grazie ai vari metodi buddhisti, cerchiamo di familiarizzarci con tali metodi nella meditazione analitica. Non consideriamo solo le azioni negative che abbiamo compiuto, ma ci concentriamo anche su tutto quello che abbiamo fatto di buono, in modo tale da creare ulteriori abitudini costruttive. 

Ad esempio, potremmo apprezzare la vita preziosa che abbiamo e la gentilezza che mostriamo nei nostri riguardi, potremmo essere grati per tutti gli sforzi che facciamo nell’apprendere varie cose, nell’imparare a leggere e a usare le nostre menti, a relazionarci con le persone e fare cose meccaniche come guidare una macchina, lavorare al computer, scrivere su una tastiera e così via. Ricordando tutto ciò, apprezziamo la gentilezza che abbiamo mostrato verso noi stessi. Non siamo delle persone orribili che non hanno mai imparato nulla, non è vero che non abbiamo nessun valore.

L’aspetto cruciale risiede nell'integrare contemplazione e meditazione nella vita quotidiana, coltivando una costante familiarità con le realizzazioni interiori e richiamandole intenzionalmente durante la meditazione silenziosa. Sua Santità il Dalai Lama sottolinea anche questo punto, ovvero lo scopo della meditazione consiste effettivamente nella creazione di queste abitudini benefiche, le quali sono abitudini attive – modi attivi di pensare e agire – non vuol dire solamente calmarsi. Il rilassamento è solo l’inizio.

Se meditiamo così, allora, automaticamente, tali abitudini positive cominceranno a manifestarsi nelle nostre vite quotidiane. Quando iniziamo a nutrire pensieri negativi o a cadere nel vittimismo, ricordare i traguardi raggiunti e le nostre azioni positive ci aiuta a darci la giusta motivazione per andare avanti.

Al di fuori della meditazione, uno dei concetti chiave del Buddhismo – quello della natura di Buddha – ha avuto un’influenza enorme nel movimento occidentale dello sviluppo personale. Ci sono problemi nel considerare il Buddhismo solo come un metodo di crescita personale?

Sì, al giorno d’oggi, molte persone usano il Buddhismo come una sorta di terapia o un metodo di crescita personale. Penso che questo sia un problema.

È vero che possiamo derivare molti benefici dagli insegnamenti buddhisti a tal fine, perché possono offrirci molte intuizioni nel nostro comportamento e nel modo di pensare. Ma usare il Buddhismo semplicemente come un metodo di crescita personale elimina il ruolo del maestro spirituale, e il maestro ha un compito molto, molto importante nel sentiero buddhista. Ovviamente abbiamo bisogno di avere un maestro buddhista qualificato, ed è molto raro trovarne uno. È necessario esaminare a lungo una persona prima di accettarla come maestro spirituale. Un maestro spirituale non si distingue solo per la vasta conoscenza, ma per l'eccellenza delle sue qualità umane. È una guida che, attraverso il lavoro su di sé, incarna equilibrio emotivo, serenità, comprensione e gentilezza.

Con un maestro spirituale qualificato potremo sviluppare, poiché abbiamo rispetto per queste qualità, la fiducia che in effetti possiedono tali qualità, coltivando apprezzamento e gratitudine per la loro gentilezza nell’insegnarci, nel guidarci, e nell’aiutarci. 

Quando sviluppiamo rispetto per le loro buone qualità, e apprezzamento per la loro gentilezza, questo ci permette poi di trasferire tale rispetto e apprezzamento a noi stessi. Se non abbiamo alcun rispetto per noi e per le nostre buone qualità – apprezzare la gentilezza che abbiamo mostrato in passato nei nostri confronti, il fatto che abbiamo imparato a leggere per poter essere in grado di comprendere i libri, che abbiamo imparato a comunicare e a relazionarci con le persone – allora sarà molto difficile sviluppare altre buone qualità, come quelle del nostro maestro. Dunque lavorare e sviluppare le buone qualità della mente e le emozioni di rispetto, apprezzamento, e gratitudine nei confronti del nostro maestro ci consente di svilupparle noi stessi. Poi potremo estendere questo rispetto e apprezzamento verso il maestro e noi stessi a tutte le persone attorno a noi.

Avere un atteggiamento positivo, e riconoscere le buone qualità degli altri è anche la base per un comportamento etico. È allora importante rispettare sia noi stessi che gli altri e apprezzare la gentilezza di entrambi. Questo ci dà anche la sensazione di non essere soli – un altro grande beneficio.

Un altro pericolo nell’usare il Buddhismo come un metodo di crescita personale è che non abbiamo alcun modo di ricevere consigli sulla nostra pratica. Non abbiamo nessun riscontro sul modo in cui stiamo applicando gli insegnamenti. Le persone tendono a scegliere dagli insegnamenti quei temi che gli piacciono, ignorando quei punti che invece non gradiscono. In un certo senso, hanno già un’idea di quello che vorrebbero ottenere, mentre nel Buddhismo, quando ti impegni con un maestro, stai lavorando con gli insegnamenti che il tuo maestro sceglie di darti. Il tuo maestro ti spinge oltre la tua zona di comfort, in modo tale da spronarti a lavorare sui tuoi aspetti difficili.

Negli insegnamenti sull’addestramento mentale, uno dei consigli è di lavorare innanzitutto sull’emozione disturbante più grave che avete, per affrontarla seriamente. Se vi limitate a usare il Buddhismo come un metodo di sviluppo personale, potreste trattarvi come un bambino, senza andare realmente in profondità nelle aree su cui dovreste lavorare di più.

Hai appena citato l’importanza di lavorare con un maestro spirituale fidato e qualificato, e il tuo libro, Il rapporto con il maestro spirituale, come costruire una relazione sana [Casa Editrice Astrolabio Ubaldini, N.d.T.], riedito come Maestro Saggio, Studente Saggio [al 2026 ancora non disponibile in italiano, N.d.T.], è stato molto utile a tante persone. In occidente, abbiamo l’abitudine di condividere molti problemi personali con i nostri maestri spirituali, e facilmente li vediamo come una sorta di terapeuta. Questi due ruoli si sovrappongono in una certa misura?

Al di là di essere un modello di riferimento, penso che tutta l’interazione con un maestro spirituale sia molto diversa da quella con un terapeuta.

Quando lavoriamo con un terapeuta, stiamo parlando della nostra storia e dei nostri problemi personali. Condividiamo molti fatti personali con il terapeuta. Con un maestro spirituale, se consideriamo il modo tradizionale dell’interazione, nella relazione lo studente non condivide affatto i suoi problemi personali. 

Il maestro offre istruzioni, spiega gli insegnamenti, e poi dipende dallo studente applicarli nella sua vita quotidiana. Anche se agli occidentali piace riferire al maestro tutte le questioni personali che stanno affrontando e porre domande personali, questa è un’abitudine occidentale. Tradizionalmente non si fa. Il maestro potrebbe porti delle domande – qualcosa che potrebbe fare spesso – testarti e creare situazioni che ti mettono alla prova. Questo non avviene con il terapeuta, e quindi è una dinamica molto, molto diversa.

Il dott. Berzin traduce per Serkong Rinpoche in Olanda, 1980.
Sei stato molto vicino a Tsenshap Serkong Rinpoche, come suo discepolo, nell’ultimo decennio della sua vita. La tua relazione con lui era tradizionale nel modo in cui l’hai descritta? Se è così, non ti è mancato il fatto di non poter condividere con lui i tuoi problemi personali?

Ho avuto un rapporto molto stretto con il mio maestro principale Serkong Rinpoche, ma lui non mi pose mai una domanda sulla mia vita personale, e non parlai mai con lui della mia vita privata. Sembrava totalmente irrilevante.

Quando partii per l’India, andai come ricercatore universitario per la mia tesi di dottorato. A quel tempo, verso la fine degli anni ’60, il Buddhismo, e specificatamente il Buddhismo tibetano, veniva presentato come un’area di studi morta, come gli studi sugli antichi egizi. In India, invece, vidi che era ancora una tradizione viva. Incontrai Sua Santità il Dalai Lama e i suoi maestri – a quel tempo era molto facile conoscere i più grandi lama che si erano interamente formati in Tibet – e compresi che il Buddhismo era molto vivo, e che questi grandi lama tibetani conoscevano il significato degli insegnamenti. Sarebbe stato un grande peccato non poterli condividere con il mondo. 

Volevo formarmi al punto in cui sarei stato in grado di rendere questi insegnamenti accessibili a tutti, e ciò richiedeva, innanzitutto, imparare meglio il tibetano. Avevo già acquisito le basi per poter leggere la lingua dai miei studi ad Harvard, ma non avevo pratica della lingua parlata. Mi impegnai molto in questo durante i primi tempi in India, prima di cominciare a studiare con Serkong Rinpoche ed essere in grado di tradurre per lui.

Quando cominciai a studiare con lui, spiegai a Serkong Rinpoche che “Sono come un asino!”, nel senso di non riuscire ad essere socievole con le persone, di non essere diplomatico. Ero sostanzialmente uno sfigato universitario che chiese a Serkong Rinpoche: “Per favore addestrami affinché sia in grado di essere di beneficio per gli altri, per essere in grado di trasmettere i tuoi insegnamenti”. Dal mio punto di vista, lo scopo principale della relazione con lui era di lavorare su me stesso al punto di poter offrire i suoi insegnamenti al mondo. Questo era lo stesso atteggiamento, o lo stesso approccio, che ho avuto con Sua Santità il Dalai Lama.

Ero molto concentrato su questo, e quindi la mia relazione con Serkong Rinpoche non aveva nulla a che fare con il mio passato personale, ad esempio quando si parla con il proprio terapeuta di come si sono comportati con noi i genitori o i compagni di classe. Per me tutto ciò era totalmente irrilevante. Il compito era di aiutare gli altri, e questo punto era molto chiaro. Penso che questa sia una delle ragioni per cui Serkong Rinpoche si sia sforzato così tanto per la mia formazione.

Hai lavorato molto nel rendere gli insegnamenti buddhisti accessibili agli occidentali, specialmente in termini di igiene emotiva, e hai sviluppato un corso, Sviluppare una sensibilità equilibrata, che offre tecniche incredibilmente utili per coltivare l’equilibrio emotivo. Come possiamo esprimere le nostre emozioni in maniera salutare, e affrontare, quando sorgono, emozioni negative come la rabbia?

Se sentiamo molta aggressione e rabbia, potrebbe essere utile impegnarsi in qualche sport o altro che utilizzi questa energia aggressiva. Se tale energia si calma grazie a questo processo, allora se c’è qualcosa che ci irrita, oppure se qualcuno ci ha detto qualcosa che ci ha ferito, allora possiamo pensare con maggiore chiarezza come affrontare la questione perché la nostra mente sarà più rilassata e in pace. Quando siamo sotto l’influenza della rabbia e ci sentiamo molto feriti, non siamo in grado di usare il nostro discernimento, e potremmo dire o fare cose di cui potremmo pentirci in seguito. È fondamentale, innanzitutto, calmarsi.

Come ho detto, se per calmarci abbiamo bisogno di rilasciare questa energia aggressiva, dovremmo farlo in modo salutare, ad esempio attraverso qualche sport, o la corsa, e solo successivamente cercheremo di affrontare il problema. Se qualcuno ci irrita, abbiamo bisogno di usare la nostra intelligenza e sensibilità per sapere quale potrebbe essere la cosa migliore da dire; e ovviamente dobbiamo scegliere il tempo giusto. Sapete, la mossa giusta nel momento sbagliato non funziona. Dobbiamo anche scegliere il momento giusto, quando la persona è ricettiva, e non quando è molto turbata e arrabbiata con noi.

Per quanto riguarda l’espressione di affetto, nuovamente dobbiamo essere sensibili e comprendere che tipo di affetto l’altra persona è in grado di accettare. Ad alcune persone piace essere abbracciate, altre invece non vogliono essere toccate. Ci sono molti modi di mostrare affetto – in termini di fare cose per gli altri – e di aiutare. Tutto dipende dalla nostra capacità di comprendere i modi più appropriati. Non è quello che ci fa sentire meglio, ma ciò che fa sentire meglio l’altra persona.

Il dott. Berzin cammina con Sua Santità il Dalai Lama a Sofia, in Bulgaria, nel 1991, prima di un incontro con il presidente bulgaro Zhelyu Zhelev.
Dunque, abbiamo bisogno di comprendere ciò di cui abbiamo voglia di fare nel momento e cosa sarebbe meglio fare, e questo può mitigare i nostri impulsi ad agire in modo distruttivo. Ciò ci porta al tuo punto di vista sul karma, in cui lo descrivi in termini di una sorta di compulsione e non “un’azione”, come viene spesso tradotto. Come si manifesta questa compulsività, e cosa possiamo fare al riguardo?

Il “karma” viene solitamente tradotto in occidente come “azione”. La ragione principale per cui viene solitamente spiegato così è che la parola tibetana classica per il karma è la parola colloquiale per “azione”. Tuttavia, se il karma fosse solo questo, allora di conseguenza se smettessimo di compiere qualunque azione saremmo liberi dai problemi. Non è assolutamente questo il significato del karma.

Se ci riflettete sopra, il karma si riferisce alla compulsività del nostro comportamento. A causa dei nostri comportamenti precedenti e dei nostri condizionamenti, agiamo, parliamo, e pensiamo in maniera compulsiva. Se non usiamo il nostro discernimento per vedere se quello che stiamo per fare o dire è utile o dannoso, allora creeremo molti problemi.

È da qui che sorgono i problemi, che si tratti di comportamento compulsivo distruttivo, o persino di un comportamento compulsivo costruttivo, come l’essere un perfezionista o voler correggere tutti. Anche questo può causare problemi. È ciò di cui parla il karma: la compulsività delle nostre azioni, del nostro comportamento. È qualcosa che dobbiamo superare per evitare di creare problemi a noi stessi e agli altri.

L’importanza di comprendere il karma risiede nel fatto che spesso tendiamo ad agire senza riflettere, e quindi abbiamo bisogno di esaminare il nostro comportamento. Quando agiamo compulsivamente in certi modi – costruttivi o distruttivi, come un perfezionista o come qualcuno che è molto negativo e critica gli altri tutto il tempo – abbiamo bisogno di esaminare e valutare le conseguenze del nostro comportamento sugli altri e su noi stessi.

Abbiamo bisogno di comprendere se quello che ci sentiamo di dire o fare sia dannoso o di beneficio. Gli insegnamenti sul karma affermano che per prima cosa sorge il pensiero di dire o fare qualcosa. A questo segue indistintamente la sensazione o il desiderio di dirlo o farlo. A volte, quando sorge una sensazione simile, prima ci riflettiamo e poi decidiamo se dire o fare qualcosa, mentre a volte parliamo o agiamo senza riflettere. Ma è solo dopo l’insorgenza del desiderio che emerge l’impulso mentale, il quale ci spinge compulsivamente a compiere una determinata azione. Questo impulso, o spinta, mentale si chiama “karma”. Lo chiamo “impulso karmico” – un impulso irresistibile che genera un comportamento compulsivo. Ma c’è uno spazio tra questi due – tra il pensiero e il desiderio di dire o fare qualcosa, e tra il desiderio e l’insorgenza dell’impulso karmico che ci spinge a compiere una certa azione. Grazie alla meditazione, impariamo a rallentare, e con l’introspezione diventiamo più consapevoli di ciò che accade nella nostra mente. Gradualmente saremo in grado di riconoscere tali spazi, e utilizzarli come opportunità per comprendere se sia il caso di agire in base a quel pensiero o quella sensazione. Grazie ad una graduale familiarità con questo processo nell’ambiente controllato della meditazione, saremo in grado, a poco a poco, di riconoscere tale spazio nella nostra vita quotidiana.

Quando valutiamo quello che pensiamo o sentiamo di dire o fare, e ci rendiamo conto che sarebbe dannoso dirlo o farlo, allora come dice il grande maestro indiano Shantideva, “Agisci come se fossi un pezzo di legno”. Non fate nulla. Non è una questione di reprimere o sopprimere le nostre azioni. Non siamo dei poliziotti, stiamo solo cercando di usare la nostra intelligenza. In quanto esseri umani, è il nostro più grande regalo: abbiamo l’intelligenza per comprendere ciò che è utile e ciò che è dannoso. Abbiamo bisogno di coltivare questa consapevolezza, e il Buddhismo ci insegna come fare.

Dopo un tour d’insegnamenti in tutta l’Asia centrale nel 1994, hai approfondito il dialogo islamico-buddhista. Ti sei reso conto di come un dialogo simile abbia il potenziale di creare maggiore comprensione tra i praticanti religiosi, e anche maggiore stabilità politica in quelle aree in cui vivono a stretto contatto due o più gruppi diversi. Cosa ti ha ispirato a perseguire questo compito innovativo?

Originariamente, negli anni ’90, riflettei sulla situazione in Asia centrale, e notai la prevalenza della civiltà islamica, buddhista, e cristiano ortodossa. C’erano già stati molti incontri tra cristiani e buddhisti, ma quasi nessun confronto tra il Buddhismo e l’Islam. Pensai, in termini di considerazioni geopolitiche, che i buddhisti e i musulmani avrebbero dovuto lavorare insieme per vivere in armonia in quelle zone.

Questa è stata la mia considerazione iniziale, e riflettendo su come la storia tra il Buddhismo e l’Islam sia stata tradizionalmente presentata, notai che l’enfasi era su come i conquistatori musulmani in India avessero distrutto i monasteri buddhisti, e pensai che questo fosse un modo molto parziale di considerare l’interazione tra le due civiltà.

Feci molte ricerche, discutendo con professori e leader religiosi durante i miei tour d’insegnamento in Medioriente e in Asia centrale, cercando di comprendere le considerazioni politiche ed economiche dell’interazione. Come avviene in ogni analisi storica, scoprii come la motivazione principale che sta dietro ad ogni sorta di conquista sia politica ed economica. Ciò stimolò ulteriormente il mio interesse. Con il passare del tempo, cominciarono vari attacchi terroristici, e i musulmani vennero sempre più demonizzati. Riflettei sulla portata di questa disgrazia, continuando la mia ricerca e le discussioni con accademici e leader del mondo islamico, e cominciando a dare lezioni sul Buddhismo in quei paesi.

Ad esempio, offrii un’introduzione al Buddhismo all’Università del Cairo, a cui parteciparono trecento studenti, i quali continuavano a dirmi quanto fossero isolati – nel senso di avere scarse informazioni – e quanto volessero sapere quello che accadeva nel mondo. Ciò mi portò all’idea di rendere disponibili al mondo islamico le informazioni sul Buddhismo, e anche di introdurre informazioni sull’Islam nelle cerchie buddhiste, perché la fonte dei conflitti è solitamente il fraintendimento e la mancanza di informazioni.

Ne discussi con Sua Santità il Dalai Lama, che mostrò molto interesse. Quando mi trasferii a Berlino e fondai il mio sito web – chiamato Archivi Berzin a quel tempo – Sua Santità mi incoraggiò a rendere disponibili nelle lingue islamiche gli insegnamenti buddhisti fondamentali. L’intenzione non era di convertire nessuno al Buddhismo – questo è qualcosa assolutamente da evitare nella comunità islamica – ma di offrire gli insegnamenti buddhisti nelle loro lingue perché spesso la causa dei fraintendimenti proviene dalla mancanza di informazioni. Nei miei viaggi tra i vari paesi islamici, questa era la riflessione principale che feci.

Sin da allora sono molto coinvolto in questo lavoro, che ho trovato molto gratificante. C’è tanto in comune tra questi due sistemi di pensiero in termini dell’enfasi sullo sviluppo dell’amore, e del servizio agli altri. I fondamenti filosofici sono molto diversi, ma i loro effetti sono identici.

Il dott. Berzin in un incontro tra Sua Santità il Dalai Lama e il dott. Tirmiziou Diallo, il leader sufi ereditario della Guinea, Dharamsala, India.
Hai insegnato il Buddhismo in tutto il mondo, e mi chiedo se hai notato se paesi differenti si focalizzano su aspetti diversi del Buddhismo? Quali sono le differenze principali che hai notato nel modo in cui culture differenti si avvicinano alla pratica buddhista?

Le differenze culturali emergono nel modo in cui alcune popolazioni danno maggiore enfasi alle pratiche devozionali, mentre altre si concentrano maggiormente su pratiche analitiche e razionali. In alcuni posti, la gente desidera dei corsi strutturati come all’università, in quanto ciò genera un senso di ordine e disciplina. In altri posti le persone vogliono avere esperienze più emotive. È difficile generalizzare quando vai in giro ad insegnare, ma quello che ho sempre cercato di fare in posti differenti è di chiedere alle persone stesse a cosa fossero interessate.

Così ho scoperto che alcune persone sono molto interessate ad affrontare i loro problemi individuali, mentre altre considerano il Buddhismo come una sorta di fuga dalla realtà. Per tali persone il Buddhismo è più come un hobby. Questo è ovviamente molto facile da capire, perché sono molto impegnate con la famiglia e il lavoro, e non hanno molto tempo per lo studio o la pratica buddhista. Quindi per loro andare agli insegnamenti o provare un po’ di meditazione è come prendersi una pausa.

Tuttavia, penso sia importante cercare di presentare gli insegnamenti buddhisti in un modo che mostri la loro applicazione nella vita quotidiana, enfatizzando il fatto che la pratica si esprime proprio nella vita di tutti i giorni. Gli insegnamenti sulla pazienza, il perdono, e l’essere calmi sono appropriati per ogni situazione della nostra vita, e questo è un punto che cerco sempre di sottolineare.

Grazie dott. Berzin per aver condiviso i tuoi pensieri e le tue esperienze!
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