Il fattore mentale dellas discriminazione, l'opponente dell'ignoranza nel Vaibhashika

La definizione del fattore mentale della discriminazione

Nel sistema Vaibhashika, il fattore mentale della discriminazione (shes-rab, sanscr. prajñā) è uno dei dieci grandi fattori mentali radicati in tutte le menti cognitive (sa chen-po-pa, sanscr. mahābhūmika), sia con una coscienza sensoriale che con una mentale. In ogni cognizione sensoriale e mentale tutti e dieci sorgono simultaneamente, congruenti tra loro e con una coscienza, e tutti conoscono lo stesso oggetto, basandosi sullo stesso sensore cognitivo e così via. Come tutti i fattori mentali, sono di natura dinamica.

Vasubandhu ne elenca dieci in Tesoreria di argomenti speciali di conoscenza (Chos mngon-pa’i mdzod, sanscr. Abhidharmakośa) (II.24) (Gretil ed., Derge Tengyur vol. 140, 4B–5A):

Il sentire (un livello di felicità), l'impulso, il distinguere, l'intendere, il contattare, la differenziazione intelligente, il trattenere consapevolmente, il portare alla mente, il considerare con decisione e il fissare mentalmente (fattori mentali) sono presenti in tutte le menti cognitive.
(Sanscr.) vedanā cetanā saṃjñā cchandaḥ sparśo matiḥ smṛtiḥ / manaskāro 'dhimokṣaśca samādhiḥ sarvacetasi //
(Tib.) /tshor dang sems pa ’du shes dang / /’dun dang reg dang blo gros dran/ /yid la byed dang mos pa dang / /ting nge ’dzin sems thams cad la/ 

I dieci, quindi, sono:

  • Sensazione (tshor-ba, sanscr. vedanā) – l’esperienza di un oggetto focale con un certo livello di felicità, infelicità o una sensazione di insensibilità che non è nessuna delle due
  • Impulso (sems-pa, sanscr. cetanā) – la spinta della coscienza e di altri fattori mentali che li spinge a svolgere le loro funzioni; l’impulso karmico che guida le azioni della mente 
  • Distinzione (’du-shes, sanscr. saṃjñā) – l'individuazione dei segni caratteristici che definiscono un oggetto focale e la loro differenziazione da tutto il resto
  • Intenzione (’dun-pa, sanscr. chandas) – il desiderio che l'oggetto individualizzato sia l'oggetto focale previsto che viene attualmente conosciuto; il desiderio o l'intenzione di fare qualcosa con o a questo oggetto
  • Contatto (reg-pa, sanscr. sparśa) – l'esperienza del contatto tra una coscienza e l'aspetto cognitivo di un oggetto focale su un sensore cognitivo come piacevole, spiacevole o nessuno dei due
  • Differenziazione intelligente (blo-gros, sanscr. mati) – la classificazione delle caratteristiche degli elementi in quelle corrette e quelle errate e la decisione su una come modo di conoscere l'oggetto focale che viene attualmente conosciuto; sinonimo di discriminazione
  • Tenere consapevolmente (dran-pa, sanscr. smṛti) – il non dimenticare o non lasciare andare un oggetto focale specifico verbalizzandolo mentalmente
  • Portare alla mente (yid-la byed-pa, sanscr. manaskāra) – prendere cognitivamente un oggetto focale in accordo o meno con la sua realtà 
  • Considerare con decisione (mos-pa, sanscr. adhimokṣa) – riconoscere in modo decisivo un oggetto focale esattamente nel modo deciso
  • Concentrazione (ting-nge-’dzin, sanscr. samādhi) – concentrarsi in modo univoco su un oggetto da valutare (brtag-pa’i dngos-po, sanscr. upaparīkṣya vastu).  

Jinaputra Yashomitra fornisce la definizione di fattore mentale discriminante in Chiaro significato, un commentario esplicativo a Tesoreria di argomenti speciali di conoscenza (di Vasubandhu) (Chos mngon-pa’i mdzod-kyi ’grel-bshad don-gsal-ba, sanscr. Sphuṭārtha Abhidharmakośa-vyākhyā) (Gretil 309, Derge vol. 143, 299A). Lo definisce citando la definizione comune a vaibhashika e a cittamatra che Vasubandhu dà in Discussione sui cinque fattori aggregati (Phung-po lnga’i rab-tu byed-pa, sanscr. Pañcaskandhakaprakaraṇa) (Gretil ed., Derge Tengyur vol. 136, 13A):

Supponiamo di chiederci cos'è un fattore mentale discriminante. "È (un fattore mentale) che differenzia, tra quegli stessi elementi, (quali) sono stati generati da un (modo di conoscere) corretto, da uno (modo di conoscere) scorretto o da qualche altro (modo di conoscere) diverso da questi due". 
(Sanscr.) prajñā katamā. tatraiva pravicayo yogāyogavihito 'nyathā ceti
(Tib.) /shes rab gang zhe na/ de nyid la rab tu rnam par ’byed pa ste/ rigs pa dang ma rigs pas bskyed pa dang / de las gzhan pa’o zhes bya ba

Il termine tradotto qui come “differenziare” (rab-tu rnam-par ’byed-pa, sanscr. pravicaya) sarà tradotto anche come “suddividere” in altri passaggi.  

Sthiramati glossa la definizione in Dettagliata spiegazione di Discussione sui cinque fattori aggregati  (di Vasubandhu)(Phung-po lnga’i rab-tu byed-pa bye-brag-tu bshad-pa) (Derge Tengyur vol. 135, 211A–B):

Supponiamo di chiederci cos'è un fattore mentale discriminante. "È (un fattore mentale) che differenzia, tra quegli stessi elementi, (quali di essi) sono stati generati da un (modo di conoscere) corretto, da un (modo di conoscere) scorretto o da qualche altro (modo di conoscere diverso da questi due)". 
"Tra quegli stessi elementi" (significa) che riguarda gli elementi valutati in base alla loro esistenza come fenomeni validi. In altre parole, tra questi, proprio come la concentrazione (sul suo oggetto), la discriminazione è (un fattore mentale) che indica anche una certezza individualizzata sui suoi oggetti. Li differenzia ordinandoli. Individualizza come corretto o distorto un (gruppo di) fenomeni, come una miscela di fenomeni caratterizzati individualmente e generalmente. 
Per quanto riguarda la spiegazione di "corretto", tutto ciò che è stato generato per mezzo di questi tre tipi (di cognizione valida) – autorità testuale, cognizione inferenziale e cognizione nuda valide– è stato generato da modi di conoscere corretti. Inoltre, (sono corrette anche) quelle che hanno avuto origine dall'ascolto, dalla contemplazione e dalla meditazione. Tra queste, le comprensioni discorsive che hanno avuto origine dall'ascolto sono quelle che sono sorte da testi scritturali validi; quelle che hanno avuto origine dalla contemplazione decisa con logica sono quelle che sono sorte dalla contemplazione, e quelle che hanno avuto origine dalla concentrazione assorbita sono quelle che sono sorte dalla meditazione. 
Quanto alla spiegazione di "scorretto", tutto ciò che è stato generato da (modi di conoscenza) errati – autorità testuali non valide, parvenze di cognizione inferenziale e concentrazioni assorbite su ciò che è stato contemplato in modo distorto – è stato generato da (modi di conoscenza) errati. Riguardo a questi, poiché quelli che sono sorti dall'ascolto e che sono sorti dalla contemplazione di samkhya, nyaya e così via (insegnamenti) sono stati generati da autorità scritturale non valida e da corruzioni di comprensioni discorsive, sono stati generati da (modi di conoscenza) errati. (Inoltre) poiché sono sorti da concentrazioni assorbite su ciò che è stato contemplato in modo distorto da coloro che affermano le visioni assolutiste o nichiliste di (asceti che) si sono separati dai desideri bramosi, e anche da alcuni (altri) assolutisti, sono stati generati da (modi di conoscenza) errati.
Quelle acquisite dalla nascita e quelle che derivano dalla conoscenza delle convenzioni mondane non sono né generate da modi di conoscere corretti né scorretti.
Questo (fattore mentale discriminante) ha la funzione di allontanare i dubbi perché si acquisisce la certezza differenziando i fenomeni con un fattore mentale discriminante che allontana i dubbi. 
(Tib.) /shes rab gang zhe na/ de dag nyid la rab tu rnam par ’byed pa ste/ rigs pa dang / rigs pa ma yin pas bskyed pa dang / gzhan pa’o zhes bya ba la/ de dag nyid la zhes bya ba ni brtag pa’i dngos po nyid la ste/ de ltar na ting nge ’dzin bzhin du shes rab kyang yul so sor nges pa nyid du bstan pa yin no/ /rab tu rnam par ’byed pas kyang rab tu rnam par ’byed pa ste/ rang dang spyi’i mtshan nyid ’dres pa lta bu’i chos rnams la yang dag pa’am/ log par so sor rtog pa’o/ /rigs pa ni bshad ba ste/ yid ches pa’i lung dang/ rjes su dpag pa dang / mngon sum mo/ /rnam pa de gsum gyis bskyed pa gang yin pa de ni rigs pas bskyed pa’o/ /de yang thos pa las byung ba dang / bsams pa las byung ba dang / bsgoms pa las byung ba ste/ de la yid ches pa’i gsung rab las skyes pa’i rtog pa ni thos pa las byung ba’o/ /rigs pa nges par bsam pa las skyes pa ni bsams pa las byung ba’o/ /ting nge ’dzin las skyes pa ni bsgoms pa las byung ba’o/ /rigs ba ma yin pa ni yid ches pa ma yin pa’i lung dang / rjes su dpag ba ltar snang ba dang / log par bsam pa’i ting nge ’dzin te/ rigs pa ma yin pa des bskyed pa ni rigs pa ma yin pas bskyed pa’o/ /de la grangs can dang bye brag pa la sogs pa’i thos pa las byung ba dang / bsams pa las byung ba ni yid ches pa ma yin pa’i lung gis bskyed pa dang / rtog gi ngan pas bskyed pa’i phyir rigs pa ma yin pas bskyed pa’o/ /’dod chags dang bral ba rnams kyi rtag pa dang chad par smra ba rnams kyi dang / kha cig rtag pa rnams kyi yang log bar bsam pa’i ting nge ’dzin las skyes pa’i phyir rigs pa ma yin pas bskyed pa’o/ /skye bas thob pa dang / ’jig rten pa’i tha snyad shes pa ni rigs pas bskyed ba yang ma yin/ mi rigs pas bskyed pa yang ma yin pa’o/ /’di ni som nyi bzlog pa’i las can te/ som nyi bzlog pa ni shes rab kyis chos rab tu rnam par phye nas nges par thob pa’i phyir ro// 

I segni caratteristici (mtshan-nyid, sanscr. lakṣaṇa) che definiscono un oggetto, come una mela, e che lo differenziano da tutto il resto, includono sia quelli individuali che quelli generali. Un segno caratteristico generale è quello condiviso con tutti gli altri oggetti nella sua classe omogenea di oggetti (ris-mthun, sanscr. sajāti), come tutte le mele, mentre quello individuale è specifico dell'oggetto in esame, come una mela specifica.

Sthiramati spiega questa citazione in breve in Significato dei fatti, un sottocommento annotato a Autocommento a Tesoreria di argomenti speciali di conoscenza (di Vasubandhu) (Chos mngon-pa mdzod-kyi bshad-pa’i rgya-cher ’grel-pa don-gyi de-kho-na-nyid, sanscr. Abhidharmakośa-bhāṣyā-ṭīkā-tattvārtha) (Derge vol. 209, 182A):

Per quanto riguarda "Un fattore mentale discriminante è un (fattore mentale) che differenzia gli elementi", li differenzia ordinandoli. È ciò che differenzia un gruppo misto di elementi in elementi corretti e distorti, e in elementi caratterizzati individualmente e in generale, e (quando in una prospettiva, implica) una valutazione, come "questi sono contaminati, questi sono incontaminati, questi sono fenomeni con una forma, questi sono fenomeni senza forma".
(Tib.) shes rab ni chos rab tu rnam par ’byed pa’o zhes bya ba la, rab tu rnam par ’byed par byed pas na rab tu rnam par ’byed pa ste, gang gis yang dag pa dang log pa nyid dang rang dang spyi’i mtshan nyid ìdres pa’i chos rnams la rnam par ’byed bar byed cing rtog pa ste ’di dag ni zag pa dang bcas pa rnams so, ’di dag ni zag pa med pa rnams so, ’di dag ni gzugs can rnams so, ’di dag ni gzugs can ma yin pa rnams so zhes bya ba lta bu’o.

In generale, un fattore mentale discriminante può differenziare le proprietà evidenti di un oggetto come l'essere alto o basso, grasso o magro, bianco o bruno, e così via. Quando si verifica in congiunzione con una visione indiana buddista o non buddista (lta-ba, sanscr. dṛṣṭi), la discriminazione può anche differenziare le identità di un oggetto che non sono evidenti – in particolare, le identità in termini di argomenti delle quattro nobili verità. Pertanto, differenzia il suo oggetto come un tipo di sofferenza o meno, un'origine della sofferenza o meno, una cessazione della sofferenza o meno, o un sentiero di pratica che conduce a una cessazione o meno. 

Come funziona? La visione con cui la discriminazione conosce il suo oggetto, effettua una valutazione (rtog-pa, sanscr. tīraṇā) dell'oggetto in base alla sua identità – ad esempio, se il nostro corpo sia un esempio di sofferenza o meno – e aggiunge tale identità alla cognizione del corpo. Di conseguenza, grazie alla forza della discriminazione con una visione, il modo di afferrare cognitivamente (’dzin-stangs, sanscr. muṣṭibandha) il corpo che la coscienza e gli altri fattori mentali hanno nella cognizione è in accordo con questa identità. La valutazione può essere accurata o inaccurata a seconda che sia o meno in accordo con le quattro nobili verità. Una visione corretta (yang-dag-pa’i lta-ba, sanscr. samyagdṛṣṭi) valuta in accordo con ciò che il Buddha ha insegnato ed è quindi accurata; una visione disturbata (lta-ba nyon-mongs-can, sanscr. kliṣṭadṛṣṭi) valuta in accordo con quanto insegnato da un sistema filosofico indiano non buddhista ed è quindi inaccurata. Quando l'identità che la visione aggiunge è falsa, i fattori mentali congruenti con la discriminazione includono l'anti-conoscenza, e tutti prendono cognitivamente il loro oggetto condiviso in modo invertito.  

Nella citazione precedente, quindi, è chiaro che gli esempi forniti da Sthiramati servono per discriminare con una visione, poiché trattano delle identità come le nobili verità. Secondo la definizione vaibhashika, i fenomeni contaminati (zag-bcas, sanscr. sāsrava) sono quegli elementi che, se focalizzati, causano l'incremento ulteriore dei fattori mentali disturbanti. Pertanto, includono le vere sofferenze e le vere origini della sofferenza. I fenomeni incontaminati, se focalizzati, non causano l'incremento dei fattori mentali disturbanti. Includono le vere cessazioni e le vere menti sentiero. Inoltre, l'inclusione da parte di Sthiramati dei fenomeni con forma e di quelli senza forma si riferisce agli impulsi karmici come vere origini della sofferenza: quelli del corpo e della parola hanno una forma, mentre quelli della mente ne sono privi. 

Discriminare con una visione o senza

Sebbene tutte le cognizioni includano un fattore mentale discriminante, non tutte conoscono in termini di visione. Secondo Vasubandhu in Autocommento a Tesoreria di argomenti speciali di conoscenza (Chos mngon-pa’i mdzod-kyi bshad-pa, sanscr. Abhidharmakośa-bhāṣyā) (Gretil 029.17–18, Derge vol. 140, 47B), ci sono otto tipi di fattori mentali che conoscono in termini di visione:

Le cinque visioni, come una visione disturbata verso una rete transitoria e così via, le visioni mondane corrette, una visione (corretta) di coloro che necessitano di ulteriore addestramento e una visione (corretta) di coloro che non necessitano di ulteriore addestramento, costituiscono le visioni che sono (incluse) nella componente costitutiva di tutti i fenomeni conoscibili. Non esiste (altra) visione che rimanente (al di fuori di queste otto). 
(Sanscr.) /pañca satkāyadṛṣṭyādikā dṛṣṭayaḥ laukikī samyag dṛṣṭiḥ śaiṅkṣī dṛṣṭiraśaikṣī dṛṣṭirityayamaṣṭaprakāro dharmadhāturdṛṣṭiravaśiṣṭo na dṛṣstiḥ /
(Tib.) rnam pa brgyad, ’jig tshogs la lta ba la sogs pa la lta ba lnga dag dang, ’jig rten pa’i yang dag pa’i lta ba dang, slob pa’i lta ba dang, mi slob pa’i lta ba ste, chos kyi khams rnam pa brgyad po ’di dag ni lta ba yin no, lhag ma ni lta ba ma yin no

Un componente costituente (khams, sanscr. dhātu) è una classe di fenomeni, e quello che comprende tutti i fenomeni conoscibili (chos-kyi khams, sanscr. dharmadhātu) è la classe di fenomeni che possono essere validamente conosciuti da una coscienza mentale.

Le otto visioni riguardanti gli argomenti delle quattro nobili verità sono:

  • Le cinque visioni disturbate (lta-ba nyon-mongs-can, sanscr. kliṣṭadṛṣṭi) – visioni errate che si verificano solo su base dottrinale.
  • Visioni rette mondane (’jig-rten-pa’i, sanscr. laukikī) – visioni corrette che si manifestano nelle menti costruttive degli esseri ordinari che non hanno ancora raggiunto un sentiero mentale della visione.
  • Visioni corrette di coloro che necessitano di ulteriore addestramento (slob-pa’i, sanscr. śaikṣī) – visioni corrette che si verificano nelle menti degli arya con un sentiero mentale della visione o un sentiero mentale dell’abitudine (sentiero della meditazione).
  • Visioni corrette di coloro che non necessitano di ulteriore addestramento (mi-slob-pa’i, sanscr. aśaikṣī) – visioni corrette che si manifestano nelle menti degli arhat e dei Buddha. 

Le cinque visioni disturbate, come definite da Vasubandhu, sono quelle sostenute dai cinque fattori mentali disturbanti che conoscono i loro oggetti con una visione, definita nel capitolo precedente. Si verificano solo nelle cognizioni mentali. Riguardo a loro, limiteremo la nostra discussione alla loro comparsa solo sul piano degli oggetti sensoriali del desiderio (regno del desiderio). 

  • Una visione disturbata verso una rete transitoria 
  • Considerare (una rete transitoria) come uno dei due estremi 
  • Assumere una visione disturbata come suprema
  • Una visione distorta 
  • Considerare suprema la moralità o la condotta disturbata.

L'apprendimento di un oggetto (rtogs-pa, sanscr. adhigama) è quello che ne riconosce l'oggetto in modo accurato e deciso. 

  • Le cognizioni che conoscono con una delle cinque visioni disturbate non apprendono i loro oggetti perché, sebbene siano decisive (altrimenti, sarebbero indecise e oscillanti, tendenti verso ciò che è falso), sono inaccurate. L'anti-conoscenza che è congruente con tali cognizioni stordisce la coscienza mentale e i fattori mentali con cui è congruente, impedendo loro di conoscere accuratamente gli argomenti delle quattro nobili verità.
  • Le cognizioni che conoscono con visioni mondane corrette apprendono i loro oggetti, ma non portano all'acquisizione (thob-pa, sanscr. prapti) di una vera cessazione dell'anti-conoscenza.
  • Le cognizioni che conoscono con le visioni corrette di coloro che necessitano di ulteriore addestramento portano all'acquisizione di una vera cessazione di alcune, ma non di tutte le occorrenze di anti-conoscenza. Con un sentiero mentale della visione giungono all'acquisizione di una vera cessazione dell'anti-conoscenza che si verifica con una delle cinque visioni disturbate. Con una mente dell’abitudine (un sentiero della meditazione), giungono all'acquisizione di una vera cessazione di una parte dell'anti-conoscenza che si verifica spontaneamente o in congruenza con un fattore mentale disturbante senza una visione.
  • Le cognizioni che conoscono la visione corretta di uno shravaka o pratyekabuddha arhat, senza bisogno di ulteriore addestramento, giungono all’acquisizione di una vera cessazione di ogni anti-conoscenza. 

La conoscenza di un oggetto attraverso una di queste otto visioni avviene solo con la coscienza mentale e mai con quella sensoriale. Vasubandhu afferma in Tesoreria (I.41cd) (Gretil ed., Derge Tengyur vol. 140, 3B): 

Una cognizione che sorge insieme a (uno dei) cinque (tipi di coscienza sensoriale) non è dotata di una visione perché è priva di valutazione. 
(Sanscr.) pañcavijñānasahajā dhīrna dṛṣstiratīraṇāt //
(Tib.) rnam shes lnga dang mtshungs skyes blo, nges rtog med phyir lta ma yin

Nel sistema Vaibhashika, il termine sanscrito dhī (tib. blo) è usato come termine generale per cognizione, sia sensoriale che mentale. Una cognizione include un tipo di coscienza e un insieme di fattori mentali concomitanti, tra cui la discriminazione. Il termine dhī ha anche un significato più ristretto, come termine per le cognizioni sensoriali e tutte le cognizioni mentali prive di visione. 

In questo passaggio, i traduttori tibetani hanno reso il termine sanscrito per valutazione, tīraṇa (tib. rtog) con uno dei suoi sinonimi nges-rtog (sanscr. nitīraṇa, valutazione conclusiva).

Vasubandhu, nel suo Autocommento (Gretil 029.22–030.01, Derge 47B), spiega cos'è un fattore mentale che conosce con una visione e perché può esistere solo con la cognizione mentale. Indica inoltre che la conoscenza con una visione non si verifica in tutte le cognizioni con coscienza mentale, ma solo in alcune:

Una visione, quindi, è un valutatore decisivo perché è qualcosa che è stato introdotto da un'analisi attenta (del suo oggetto). E per questo motivo, il fattore mentale discriminante che sorge simultaneamente con (una delle) cinque coscienze (sensoriali) non è (una discriminazione con visione). Per questa stessa ragione, anche altre discriminazioni, disturbate o meno, non sono con visione.
(Sanscr.) //  santīrikā hi dṛṣṭirupadhyānapravṛttattvāt / na caivaṃ pañcavijñānasahājā prajñā / tasmādsau na dṛṣṭiḥ / ata eva cānyā 'pi kliṣṭā 'kliṣṭā vā prājñā na dṛṣṭiḥ /
(Tib.) rtog par byed pa ni lta ba yin te, nges par sems pa la zhugs pa dag lta ba yin na rnam par shes pa lnga dang lhan cig skyes pa’i shes rab ni de lta ma yin te, de lta bas na ’di ni lta ba ma yin no, de nyid kyi phyir shes rab nyon mongs pa can nam nyon mongs pa can ma yin pa gzhan yang lta ba ma yin no

Qui, Vasubandhu usa santīrika (valutatore decisivo), un derivato sanscrito di saṃtīraṇa (valutazione decisiva), come ulteriore sinonimo di tīraṇa (valutazione). Il traduttore tibetano rende santīrika come rtog-par byed-pa (valutatore), omettendo di tradurre il prefisso sanscrito sam

Jinaputra Yashomitra, in Chiaro significato (Gretil 79, Derge 74A), commenta questo passaggio: 

"Perché manca una valutazione" (significa) perché manca una valutazione decisiva. Inoltre, una valutazione decisiva è quella preceduta da un'analisi approfondita di un oggetto, che porta a una certezza (su di esso). 
Per quanto riguarda l'elaborazione di "per questa stessa ragione, anche altre (discriminazioni)" (significa) per questa stessa ragione, poiché mancano di una valutazione decisiva, altre discriminazioni con la mente (coscienza), siano esse disturbate - (quelle che sono) congruenti con il desiderio e così via - o non disturbate - (quelle che sono congruenti con) la conoscenza di uno stato di esaurimento o di uno stato di non-insorgenza - o (quelle che sono congruenti con) una conoscenza non oscurata e non specificata di qualcosa non sono con una visione.   
(Sanscr.) atīraṇād iti asaṃtīraṇāt. saṃtīraṇaṃ punar viṣayopanidhyānapūrvakaṃ niścayākarṣaṇaṃ. ata eva cānyāpīti vistaraḥ. ata evāsaṃtīraṇād anyāpi mānasī kliṣṭā rāgādisaṃprayuktā akliṣṭā vā kṣayānutpādajñānānivṛtāvyākṛtā prajñā na dṛṣṭiḥ
(Tib.) nges rtog med pa’i zhes bya ba ni rtog pa med pa’i phyir te/ rtog pa ni yul la nges par dpyod pa sngon du ’gro ba’i nges par ’dren pa yin no/ / de nyid kyi phyir shes rab nyon mongs pa can nam zhes bya ba rgyas par ’byung ba ni rtog pa med pa de nyid kyi phyir yid kyi shes rab ’dod chags la sogs pa dang mtshungs par ldan pa nyon mongs pa can nam nyon mongs pa can ma yin pa zad pa dang mi skye ba shes pa dang [ma] bsgribs la lung du ma bstan pa gzhan yang lta ba ma yin no/ 

La consapevolezza di uno stato di esaurimento (zad-pa’i shes-pa, sanscr. kṣayajñāna) riconosce lo stato di esaurimento di tutti i fattori mentali disturbanti. La consapevolezza di uno stato di non-insorgenza (mi-skye-pa’i shes-pa, sanscr. anutpādajñāna) riconosce lo stato di non-insorgenza perenne dei fattori mentali disturbanti. Entrambe si acquisiscono con il raggiungimento della liberazione e, sebbene gli arhat abbiano una visione corretta che non necessita di ulteriore addestramento, non hanno bisogno di un'analisi approfondita per determinare se hanno esaurito tutti i loro fattori mentali disturbanti al punto che non sorgeranno mai più. 

Vasubandhu lo afferma in Tesoreria (VII.1b) (Gretil ed. Derge 21B): 

Una mente che (conosce) uno stato di esaurimento o uno stato di non-insorgenza non è (una mente con) una visione.
(Sanscr.) kṣayānutpādadhīrna dak
(Tib). zad dang mi skye’i blo lta min  

Una cognizione non oscurata e non specificata (ma-bsgribs lung-ma-bstan, sanscr. anivṛtāvyākṛta) è una cognizione che non è oscurata dall'anti-conoscenza e che il Buddha non ha specificato come distruttiva o costruttiva. Un esempio è la cognizione di una sedia quando ci sediamo. Tale cognizione non richiede un'analisi attenta e una valutazione decisiva della sedia.

Rilevazione grossolana e discernimento sottile

Si noti che nel brano dell'Autocommento di Vasubandhu citato sopra, i traduttori tibetani hanno reso il termine sanscrito upadhyāna (analisi approfondita) come nges-par sems-pa (pensiero decisivo). Qui, tuttavia, i traduttori tibetani lo hanno reso come nges-par dpyod-pa (esame decisivo). 

Le traduzioni tibetane dei termini tecnici sanscriti presenti in questi passaggi che contengono le parole tibetane rtog-pa in relazione a una valutazione e dpyod-pa in relazione a un'analisi, possono creare confusione poiché questi due termini tibetani sono usati anche per tradurre i termini sanscriti per i fattori mentali della rilevazione grossolana (vitarka) e del discernimento sottile (vicāra), rispettivamente. Essi si verificano in tutte le cognizioni, non solo in quelle che conoscono con una visione. Per evitare confusione, diamo un'occhiata alle loro definizioni.

Jinaputra Yashomitra definisce la conoscenza di qualcosa con un'individuazione grossolana e con un discernimento sottile in Chiaro significato (Gretil 64, Derge 59A):

Supponiamo di chiederci cosa sia la conoscenza di qualcosa con una rilevazione grossolana. Come attributo della conoscenza di qualcosa con un impulso e una conoscenza discriminante, è la conoscenza di qualcosa con un'indagine mentale investigativa, che è uno stato mentale grossolano. Supponiamo di chiederci cosa sia la conoscenza di qualcosa con un discernimento sottile. [Tib. aggiunge: Come attributo della conoscenza di qualcosa con un impulso e una conoscenza discriminante,] è, analogamente, la conoscenza di qualcosa con un'indagine mentale analitica che è uno stato mentale sottile. 
(Sanscr.) vitarkaḥ katamaḥ. paryeṣako manojalpaḥ cetanāprajñāviśeṣaḥ yā cittasyaudārikatā. vicāraḥ katamaḥ. pratyavekṣako manojalpas tathaiva yā cittasya sūkṣmatā. 
(Tib.) rtog pa gang zhe na/ kun tu rtsol ba yid kyi brjod pa de sems pa dang shes rab kyi khyad par gang sems rting ba’o/ /dpyod pa gang zhe na/ so sor rtog pa yid kyi brjod pa ste sems pa dang shes rab kyi khyad par de bzhin du gang sems zhi ba ba’o 

Il termine yid-kyi brjod-pa (sanscr. manojalpa) significa letteralmente "chiacchiericcio mentale" e nei sistemi non-Vaibhashika suggerisce la cognizione concettuale verbale, che si realizza solo con la coscienza mentale e le parole. Il Vaibhashika, tuttavia, non afferma la cognizione concettuale. Qui, yid/manas si riferisce sia alla coscienza sensoriale che a quella mentale, e brjod-pa/jalpa si riferisce alla caratteristica non verbale di sondare qualcosa per poterlo conoscere in un modo specifico. 

Un impulso (sems-pa, sanscr. cetanā), come un discernimento, è uno dei dieci grandi fattori mentali radicati in tutte le menti cognitive. È il fattore mentale dinamico in una cognizione che stimola la coscienza e gli altri fattori mentali a concentrarsi su un oggetto e che li guida mentre pensano, fanno o dicono qualcosa riguardo o all'oggetto. La rilevazione grossolana che è congruente con l'impulso sonda l'oggetto, indagando in generale (kun-tu rtsol-ba, sanscr. paryeṣa) se l'impulso sta compiendo uno sforzo concertato per dirigere la coscienza e i fattori mentali verso questo oggetto specifico. Il discernimento sottile che è congruente con l'impulso sonda l'oggetto, prestando attenzione individualmente (so-sor rtogs-pa, sanscr. pratyavekṣa) a ogni momento per assicurarsi che continui a dirigere la coscienza e i fattori mentali verso questo oggetto specifico. La rilevazione grossolana e il discernimento sottile, congruenti con la conoscenza discriminante di un oggetto, svolgono le stesse funzioni. La conoscenza discriminante di un oggetto, come abbiamo imparato, lo differenzia dagli altri oggetti. 

Tutte le conoscenze discriminanti di qualcosa sono congruenti con la rilevazione grossolana e il discernimento sottile, tuttavia, solo le conoscenze discriminanti che sono conoscenze con una visione sono congruenti con una valutazione decisiva del suo oggetto, preceduta da un'analisi attenta dello stesso. 

Perché l'anti-conoscenza non è una discriminazione disturbata 

Vaibhashika, quindi, afferma che il fattore mentale dell'anti-conoscenza non è ciò che Vasubandhu chiama una "cattiva discriminazione" (shes-rab ngan-pa, sanscr. kuprajñā). Per sua stessa forza, non discrimina con una visione disturbata. Vasubandhu spiega perché in Tesoreria (III.29b–d) (Gretil ed., Derge vol. 140, 8A): 

Se dici che (l'anti-conoscenza) è una cattiva discriminazione, non lo è, [1] perché (una cattiva discriminazione) è una visione, [2] perché (discriminare con una visione disturbata) è congruente con essa (con l'anti-conoscenza, e) [3] per via dell'insegnamento sulla discriminazione e sui fattori mentali sussidiari disturbanti.
(Sanscr.) kuprajñā cenna darśanāt / dṛṣṭestatsaṃprayuktatvāt prajñopakleśadeśanāt  /
(Tib.) gal te shes rab ngan pa’o min lta phyir, lta ba de dang mtshungs ldan phyir, shes rab nyon mongs bstan phyir ro //

Vasubandhu spiega in Autocommentario (Gretil 141.08–20, Derge 132A):

Proprio come una cattiva moglie è chiamata "mala moglie" e un cattivo figlio "malo figlio", non dovrebbe essere così anche un’ "anti-conoscenza"? (Non dovrebbe essere una "mala conoscenza"?) (No). "Se dici che (un’anti-conoscenza) è una cattiva discriminazione, non lo è, [1] perché (una cattiva discriminazione) è una visione". Ciò significa: "Poiché una discriminazione vituperata (è) una afflitta, ha la natura stessa di (essere) un conoscere con una visione", quindi non è appropriato (che sia) un’anti-conoscenza. (Se fosse appropriato), allora qualcosa che non è un (conoscere con una visione afflitta) (vale a dire, un’anti-conoscenza) diventerebbe (un conoscere con una visione afflitta). Ma quell'(anti-conoscenza) non è adatta a diventarlo. Qual è la ragione? 
[2] “A causa della congruenza di una visione (di una conoscenza con una visione afflitta) con essa (con l'anti-conoscenza).” Se l'anti-conoscenza fosse una discriminazione, non avrebbe potuto verificarsi (nella stessa cognizione di una conoscenza con una visione afflitta). Una visione (di una conoscenza con una visione afflitta) non sarebbe adatta a essere resa congruente con essa (con un'anti-conoscenza) a causa della non congruenza di due entità sostanziali (essendo entrambe) discriminanti. 
[3] Come è detto in un sutra, "Una mente che è disturbata dal desiderio non è ancora liberata, una discriminazione che è disturbata dall'anti-conoscenza non è ancora purificata". Ciò significa: "E quella discriminazione non è in effetti adatta a essere una (variante) disturbante di quella discriminazione". Proprio come il fattore mentale disturbante del desiderio appartiene a una classe separata (di fenomeni) che è diversa (dalle classi del resto dei componenti) della mente, così anche un’anti-conoscenza (una classe separata di fenomeni che è diversa dalla classe dei fenomeni) della discriminazione. Perché, allora, non dovrebbe essere accettata allo stesso modo? 
(Sanscr.) yathā tarhi kubhāryā abhāryetyucyate kuputraścāputraḥ / evamavidyā 'pyastu / kuprajñā cenna darśanāt / kutsitā hi prajñā kliṣṭā / sā ca dṛṣṭisvabhāvā iti nāvidyā yujyate / yā tarhi na dṛṣṭiḥ sā bhaviṣyati / sā 'pi bhavituṃ nārhati / kiṃ kāraṇam / dṛṣṭestatsaṃprayuktatvāt avidyā cet prajñā 'bhaviṣyanna dṛṣṭistayā yujyate saṃprāyokṣyata / dvayoḥ prajñādravyayorasaṃprayogāt / itaśca prajñopakleśadeśanāt // "rāgopakliṣṭaṃ cittaṃ navamucyate avidyopakliṣṭā prajñā na viśudhyatī"tyuktam sūtre / na ca saiva prajñā tasyāḥ prajñāyā upakleśo yukta iti / yathā cittasyānyo bhinnajātīya upakleśo rāga evaṃ prajñāyā avidyā / kiṃ punarevaṃ neṣyate /
(Tib.) ’o na ni dper na chung ma ngan pa la chung ma ma yin zhes bya ba dang, bu ngan pa la bu ma yin pa zhes bya ba ltar ma rig pa yang de dang ’dra’o, gal te, shes rab ngan pa’o min lta phyir, smad pa'i shes rab ni nyon mongs pa can yin na de yang  lta ba’i rang bzhin yin pas ma rig pa yin par mi rung ngo, ’o na ni gang lta ba’i rang bzhin ma yin pa de yin par ’gyur ro, de yang yin par mi ’os so, de ci’i phyir zhe na, lta ba de dang mtsungs ldan phyir, gal te ma rig pa shes rab yin par gyur na shes rab kyi rdzas nyid mtshungs par mi ldan pa’i phyir lta ba de dang mtshungs par ldan par mi ’gyur ro, zhes bya ba ’di las kyang ’grub ste, mdo las, ’dod chags kyis nye bar nyon mongs pa can du gyur pa’i sems ni rnam par mi ’grol lo, ma rig pas nye bar nyon mongs pa can du gyur pa’i shes rab ni rnam par mi ’dag go zhes gsungs te, shes rab de nyid shes rab de’i nyon mongs pa ’dod chags rigs pa ma yin pas ji ltar sems kyis nye bar nyon mongs pa ’dod chags rigs tha dad pa gzhan yin pa ltar è rab kyi ma rig pa yang de dang ’dra’o

Il prefisso sanscrito per la negazione "a-" può negare ciò a cui è prefisso in diversi modi. Quando applicato alle parole sanscrite per moglie (bhāryā) e figlio (putra), produce le parole "abhāryā" e "aputra", che significano "cattiva moglie" e "cattivo figlio". È come il prefisso "mal-" in italiano che, quando applicato a parole come "gestione", produce "malgestione", che significa "cattiva gestione". Pertanto, nel contesto della presentazione dell'ignoranza di Dharmakirti, abbiamo tradotto "avidyā" come "non conoscere qualcosa", poiché egli identifica "non conoscere qualcosa" con una cattiva conoscenza discriminante di qualcosa. Vasubandhu, tuttavia, sostiene che l'analogia con "cattiva moglie" non regge per avidyā. Questo perché non si tratta di una cattiva conoscenza discriminante di qualcosa. Egli fornisce tre ragioni per questo.

[1] Una cattiva discriminazione si riferisce a una discriminazione con una delle cinque visioni disturbate. La visione disturbata aggiunge un'identità all'oggetto della cognizione – per esempio, il corpo come avente la natura della felicità. Questa visione che valuta in modo decisivo il corpo come avente questa natura si basa sull'aver effettuato un'analisi attenta delle sensazioni corporee che si provano. Quando un fattore mentale discriminante conosce il corpo con questa visione disturbata, distingue tra il corpo che è nella natura della sofferenza o della felicità e, con certezza, lo considera nella natura della felicità. Pertanto, la cattiva discriminazione ha la natura stessa di essere una visione (lta-ba, sanscr. darśana). Vede gli oggetti in termini di una visione disturbata.

Se l'anti-conoscenza fosse una discriminazione disturbata, anch'essa avrebbe la natura propria di una visione, quindi anch'essa dovrebbe valutare con decisione il suo oggetto, sulla base di una precedente analisi approfondita. Ma poiché l'anti-conoscenza ha la natura propria di stordire la mente, non può in alcun modo valutare con decisione il suo oggetto sulla base di una precedente analisi approfondita. 

[2] Vaibhashika non afferma la cognizione di oggetti focali esterni (dmigs-pa, sanscr. ālaṃbana) tramite un aspetto (rnam-pa, sanscr. ākāra) di essi riflesso nella mente, un po' come un ologramma mentale. Né afferma la cognizione concettuale. Invece, afferma che sia la cognizione sensoriale che quella mentale conoscono il loro oggetto direttamente tramite un aspetto di un oggetto focale esterno riflesso su un sensore cognitivo fisico (dbang-po, sanscr. indriya) come le cellule fotosensibili degli occhi. In tali cognizioni, l'anti-conoscenza condivide cinque caratteristiche congruenti (mtshungs-ldan, sanscr. saṃprayukta) con la coscienza e altri fattori mentali che accompagna in una cognizione in cui si verifica. Sono tutte congruenti nel senso che condividono un comune:

  • Oggetto focale
  • Sensore cognitivo 
  • Aspetto conoscibile
  • Tempo (dus, sanscr. kāla)
  • Entità sostanziale (rdzas, sanscr.  dravya). 

Come spiegato in un capitolo precedente di questa serie, l'identità dell'entità sostanziale significa che ciascuna è l'unica entità sostanziale nella cognizione della sua classe omogenea (ris-mthun, sanscr. sajāti). Una classe omogenea è la classe di tutti gli elementi che condividono la stessa natura propria. Ad esempio, dalla classe omogenea di tutte le cognizioni discriminanti può esserci solo una discriminante in una cognizione. 

Se un'anti-conoscenza fosse anche una cattiva discriminazione, non potrebbe essere nella stessa cognizione del grande fattore mentale della discriminazione. Questo perché, se lo fosse, ci sarebbero due discriminazioni in una sola cognizione, il che non è possibile. 

[3] Qui, Vasubandhu usa upakleśa (tib. nye-bar nyon-mongs, fattore mentale disturbante sussidiario) come termine generale che include sia i dieci fattori mentali disturbanti che i venti fattori mentali sussidiari. 

L'affermazione di un sutra "Una discriminazione disturbata dall'anti-conoscenza non è ancora purificata", non avrebbe senso se l'anti-conoscenza fosse una cattiva discriminazione. Se lo fosse, l'affermazione sarebbe: "Una discriminazione disturbata da una cattiva discriminazione non è ancora purificata". Una cattiva varietà di qualcosa non può essere congruente con un'altra varietà di se stessa, perché ogni componente di una cognizione deve appartenere alla propria classe omogenea di fenomeni, separata e distinta dalle classi di fenomeni delle altre componenti della cognizione. 

Conclusione

Pertanto, per queste tre ragioni, l'anti-conoscenza non è un tipo di discriminazione errata tuttavia accompagna sempre la discriminazione errata quando questa è quella di una visione afflitta verso una rete transitoria. Accompagnandola, l'anti-conoscenza stordisce la mente e quindi impedisce la discriminazione con una visione corretta. Ma una volta che la discriminazione con una visione corretta è generata – e specificamente quando è generata con un sentiero mentale della visione – questa anti-conoscenza dottrinalmente fondata cessa; non può coesistere con una tale mente.

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