Domande
Per prima cosa, ancora qualche domanda.
Nella quotidianità quando e come si può meditare sulla vacuità?
Dovremmo cercare di riconoscere come le cose ci appaiono in questo modo ingannevole e, come un mantra, diciamo “È spazzatura ciò che sto proiettando, il modo in cui le cose mi appaiono”. Tendiamo a gonfiare le cose rendendole le più meravigliose del mondo “Devo avere”, o le più orribili “Devo liberarmene”. Cerca di riconoscere tutte queste proiezioni ed esagerazioni e dire semplicemente “Questa è spazzatura”.
Nell’addestramento alla sensibilità che ho sviluppato sul mio sito web, Developing Balanced Sensitivity (Sviluppare una sensibilità equilibrata), uso l’immagine di un palloncino che scoppia. Non c’è un “io” separato dalla realtà, poi noi veniamo e facciamo scoppiare il palloncino; in un certo senso, facciamo solo scoppiare il palloncino di questa fantasia che stiamo proiettando. Ovviamente, tutto questo dipende molto dall’essere in grado di identificare ciò che viene chiamato “oggetto da confutare”. Spesso l’enfasi su ciò che dobbiamo cercare di riconoscere per primo è questa esagerazione dell’“io” - che “io” devo avere questo, che “io” devo fare a modo mio, “io” sono il più importante, devi prestare attenzione a “me”, devi amare “me”, questo genere di cose. “Le cose dovrebbero sempre andare come io voglio che vadano”. Perché? Perché dovrebbero? “Perché sono così importante”. Bene, questo è ridicolo, quindi facciamo scoppiare quel palloncino; è molto semplice, non va così in profondità, ma abbiamo bisogno di qualcosa che sia un po’più facile da applicare nella vita quotidiana.
Come evitiamo di cadere nel nichilismo? È detto che alcune persone, quando meditano sulla vacuità, sentono che niente conta davvero.
Giungendo alla conclusione che il nichilismo è un fraintendimento della vacuità, come è detto nel sutra: “forma – vacuità, vacuità - forma”; non è che non esista alcunché, afferma solo che non esiste ciò che è impossibile. Le cose non esistono isolate, incapsulate nella plastica, a sé stanti, pertanto possono interagire tra di loro e funzionare e per questo causa ed effetto possono funzionare. Se parliamo di “me” e “te”, c’è il “me” convenzionale, esiste. Noi stiamo agendo, stiamo interagendo, ci facciamo male, sentiamo il dolore. Tuttavia, il “me” impossibile – la proiezione che il “me” convenzionale esista come qualcosa di solido, a sé stante, indipendentemente dal fatto che è l’oggetto di riferimento della categoria “me” etichettata su questi aggregati mutevoli. È impossibile questo tipo di “me” solido, non esiste. È necessario delineare una chiara distinzione tra il “me” convenzionale, l’oggetto di riferimento dell’etichetta “me” che non è una cosa solida sottostante ad esso.
Sfortunatamente, ci sembra che ci sia un “io” solido stabilito dal suo stesso potere, che può essere conosciuto da solo. Questo è falso, anche se sembra così. Potremmo dire “Vedo Boris”, o “Conosco Boris”, o “Mi piace Boris”, o “Non mi piace Boris”. Cosa vedo in realtà? Vedo Boris? No. Vedo un corpo, vedo forme colorate, un corpo e, su questa base, c’è il fenomeno di imputazione “Boris”. Cosa mi piace? Voglio dire, deve esserci qualcosa, una base, per “Boris”. Mi piace il modo in cui fa le cose o mi piace la sua personalità. Cos’è?
Oppure potrebbe essere con noi stessi; l’esempio che uso sempre è “Voglio che tu mi ami per me, solo per me, non per il mio bell’aspetto, non per i miei soldi, non per la mia intelligenza, solo per me stesso”. Che diavolo significa? Come può esserci un “io” separato da tutte queste cose? Oppure abbiamo fatto qualcosa di imbarazzante, ma “quello non era il vero me”. Che diavolo è il vero “io”?
“Me” è un fenomeno di imputazione in ogni momento di ciò che facciamo e di ciò che sperimentiamo. Tuttavia, abbiamo il dualismo “Voglio trovare me stesso. Mi conosco?”, “Non mi permetterò di sentire questo o di fare quello. Mi tratterrò”. È come se ci fossero due “me” dentro di noi. È pazzesco, ma tutti i tipi di emozioni disturbanti derivano da questo. Ciò non significa che non esistiamo e, quando confutiamo questi modi impossibili in cui esistiamo, non significa che non ci sia nulla. Ovviamente, esistiamo, ci sentiamo infelici, felici, facciamo questo, mangiamo, ecc. È solo che non esistiamo nel modo in cui immaginiamo di esistere. È in questi modi che si cerca di evitare l’estremo del nichilismo.
L’intuizione o la comprensione della vacuità porta automaticamente alla compassione, oppure dobbiamo impegnarci di più per riuscirci?
Questa è una domanda molto interessante. Da un certo punto di vista, quando comprendiamo che non esistiamo isolati, che siamo interconnessi con tutti, in un certo senso, capiamo i problemi e le difficoltà di tutti, li condividiamo, siamo insieme, interconnessi. Non è solo un “mio” problema (l’inquinamento ambientale, per esempio) ma di tutti. Condividiamo tutti questo mondo, siamo interconnessi. È in quel senso di comprensione dell’interrelazione di tutti e di tutto che la comprensione della vacuità è favorevole alla compassione.
Esiste anche un tipo specifico di compassione che si basa sulla comprensione della vacuità. Sappiamo che la sofferenza di tutti è dovuta alla loro incapacità di comprenderla e, quando noi la realizziamo capiamo che, se anche loro potessero comprenderla, sarebbero liberi dai loro problemi. In questo senso, vacuità e compassione sono collegate.
Ci sono alcune forme di Buddhismo che affermano che la compassione e l’amore sono qualità naturali della mente, come affermato da alcune scuole Chan del Buddhismo cinese. Chan è il predecessore cinese dello Zen giapponese che afferma che, se ci calmassimo, potremmo vedere la realtà e allora le qualità della mente di amore e compassione sorgerebbe automaticamente. Tuttavia, non tutte le forme di Buddhismo lo affermano in questo modo; il pericolo di tale visione è che, anche se proviamo amore e compassione quando calmiamo le nostre menti - e molti di noi potrebbero non sperimentarli anche calmando le loro menti - ciò potrebbe non portare affatto alla comprensione della vacuità. Le varie pratiche di meditazione per sviluppare la compassione - e ce ne sono molte, in particolare nelle tradizioni indiana e tibetana che sono enfatizzate - devono essere eseguite insieme a quella sulla vacuità.
Ci sono molti altri livelli, è una grande domanda la tua. Quando si comprende la vacuità della mente allora si comprende che l’illuminazione è possibile in termini di purezza della mente e della sua capacità di essere onnisciente, amorevole e così via. Il rendersi conto che è possibile raggiungere l’illuminazione e di essere di beneficio a tutti gli altri aiuta con la compassione.
Inoltre, con la comprensione della vacuità del sé, vediamo cosa è possibile e cosa è impossibile fare per noi. In altre parole, comprendiamo causa ed effetto con una visione molto più realistica della compassione, che non è solo augurare il meglio a tutti sentendosi però senza speranza, impotenti o che diventeremo un Dio onnipotente e schioccheremo le dita, e la sofferenza di tutti se ne andrà.
Domande
Cosa si intende per causa? È qualcosa che produce qualcosa, è qualcosa che è una forma di qualcos’altro o è che mira a qualcosa? Potrebbe fornire maggiori dettagli?
Questa è una domanda molto profonda. Ci sono diverse versioni negli insegnamenti abhidharma, gli argomenti di conoscenza speciale. In una versione ci sono sei diversi tipi di cause, in un’altra venti diversi tipi. Se pensiamo in termini di un classico esempio di un seme che dà origine a un germoglio, allora c’è il seme coinvolto nel processo causale, ma anche la terra, l’acqua e la luce del sole, questo genere di cose. Abbiamo tutti questi vari fattori e alcuni di loro non esisteranno più al momento del risultato, come, ad esempio, il seme non esiste al momento del germoglio. Tuttavia, altri continueranno a esistere, come gli elementi che compongono il seme (le sostanze chimiche, gli atomi) saranno ancora nel germoglio in una forma leggermente diversa, e la terra sarà ancora lì. Ci sono molti diversi tipi di cause coinvolte.
Penso che dovremmo capire di più causa ed effetto, da cosa dipendono certe cose, ma non è nemmeno una questione di creazione, la quale implica la trasformazione di un vero nulla in un vero qualcosa. Perché, se qualcosa è veramente nulla, veramente inesistente, allora come può cambiare ed essere veramente qualcosa? Quando succede? Qual è la connessione tra un momento in cui non esiste e un momento in cui esiste? Le cose non sorgono e basta, eccolo! Tuttavia, ci sono certi fattori per cui una cosa che accade - non stiamo parlando di una cosa solida che sale sul palco - dipende da tutte queste altre cose che accadono. Questo è un tipo di sequenza causale.
C’è ovviamente anche una sequenza causale di qualcosa che si trasforma, come un seme che cresce gradualmente e si trasforma in un germoglio. Non è qualcosa di lineare, quella causa produrrà sempre un risultato, come se ciò operasse in modo isolato da tutto il resto. Tutto è interconnesso, quindi ci sono tutte le diverse condizioni che influenzeranno ciò che sorge. Inoltre, non sorge solo una cosa perché, se questo accade qui, allora non solo accadrà lì, ma molte altre cose accadranno in conseguenza di ciò. L’intero processo di causa ed effetto deve essere compreso nel contesto più ampio di tutto. Se ti spiego qualcosa e di conseguenza capisci, quella comprensione è di per sé una causa per qualcos’altro che accadrà. Tutto ciò che faccio come causa dello spiegarti è un risultato di ciò che ho imparato e di tutte le circostanze del venire qui e dell’essere stato invitato. Ci sono così tanti fattori coinvolti in tutti gli aspetti di causa ed effetto, e poiché tutte queste cose sono interdipendenti e in relazione tra loro, allora le cose accadono, la vita continua. Se esistessero tutte incapsulate nella plastica da sole, come “cose”, allora non interagirebbero, e quindi non accadrebbe nulla.
La nostra visione delle cose, il modo in cui le sperimentiamo, è come in un libro da colorare in cui le cose sono con una linea continua attorno a loro. C’è questa causa e questo risultato, come se ogni cosa fosse con una linea attorno. È così che ci sentiamo, è così che ci appare, ma è sbagliato. Non si riferisce a qualcosa di reale. Per niente.
Ad esempio, paghiamo i soldi all’ingresso di un cinema, prendiamo il biglietto, entriamo e vediamo il film. Bene, è causa ed effetto? Come ha funzionato? Bene, ognuna di queste cose è sorta in dipendenza di chi ha stampato il biglietto, e da dove è venuto? Chi ha inventato l’idea dei biglietti? È un’idea strana, non è vero? Diamo un pezzo di carta a qualcuno, loro ci danno un altro pezzo di carta, e poi andiamo lì e diamo quel pezzo di carta a qualcun altro, e poi possiamo entrare. È molto strano.
Quindi è grazie a questo scambio di pezzi di carta che siamo in grado di vedere il film o ascoltare la lezione; ma comprendere quella lezione e ascoltarla deriva anche da molti altri fattori; quindi, la causalità ha a che fare con la dipendenza.
Come si inserisce la questione della responsabilità in questo quadro di origine interdipendente? Se le cose nascono in modo dipendente da così tanti fattori diversi nella società, e io non sono l’unico agente colpevole dell’inquinamento dell’ambiente, per esempio, allora come è possibile che io sia responsabile, e c’è una qualche responsabilità?
È vero che tutto ciò che accade è il risultato di una combinazione incredibile di cause e condizioni. Se prendiamo l’esempio dell’inquinamento ambientale, sarebbe assurdo dire che siamo responsabili di tutto l’inquinamento del mondo, tuttavia, ogni piccolo fattore causale contribuisce all’effetto che tutti noi sperimentiamo.
Cosa significa responsabilità? Ha a che fare con il fattore dello sperimentare i risultati di ciò che facciamo. Non stiamo parlando di colpa ma, piuttosto, semplicemente di causa ed effetto. Se nasciamo e viviamo in un tempo inquinato, allora da un punto di vista buddhista, in passato abbiamo accumulato le cause per sperimentarlo. Ora, naturalmente, l’inquinamento stesso è creato da molti, molti altri fattori, ma noi abbiamo costruito le cause per sperimentare di vivere in quel tipo di ambiente. Se aggiungiamo a quell’inquinamento ciò che facciamo ora, allora stiamo contribuendo a causare non solo ad altre persone, ad altri esseri, ma anche a noi stessi, in futuro, di sperimentare di essere in quell’ambiente.
Non arriviamo all’estremo di dire che siamo gli unici responsabili e nemmeno all’estremo opposto che non c’entriamo niente. Se agiamo in un certo modo ne sperimentiamo i risultati, ma non è che il nostro agire in questo modo sia una palla e il risultato di ciò che abbiamo sperimentato sia un’altra palla collegata a un bastone. Tuttavia, agiamo in questo modo a causa di così tanti fattori causali diversi, e così tanti risultati e cose diverse accadranno, e così tanti altri fattori causali sono coinvolti in questo. È molto, molto complesso, ma non è come se non fossimo parte di quel processo, e ciò che facciamo è al di fuori di quel processo. È parte di quel processo. Questa è una domanda molto difficile.
Se io ti preparo un pasto, per esempio, e tu ti soffochi e muori, sono responsabile della tua morte? Be’, non era mia intenzione ucciderti; se non ti avessi invitato, se non avessi cucinato, allora non saresti morto soffocato. Allora saresti sopravvissuto o cosa? Saresti morto per qualcos’altro? Ci sarebbe stata un’altra condizione o circostanza per cui saresti morto? Dov’è la responsabilità qui?
Sono domande molto difficili, soprattutto se le consideriamo da un punto di vista emotivo. Ovviamente, ci sentiamo terribilmente male, l’altra persona si è strozzata con quello che le abbiamo dato ed è morta. Sto usando un esempio estremo, ovviamente. È la stessa cosa. Abbiamo investito qualcuno per sbaglio con la nostra auto, non avevamo intenzione di investirlo; non abbiamo visto quel pedone laggiù e l’abbiamo investito, ma sperimentiamo qualche risultato karmico da questo? Beh, in una certa misura, sì, anche se non così fortemente come se ne avessimo avuto l’intenzione. Tutta questa idea di responsabilità è un concetto difficile; tuttavia, ci sono, come dovremmo dire, “conseguenze” di certe azioni anche se non sono intenzionali.
Questo rientra nella discussione su quella che viene chiamata la “sofferenza onnipervasiva” del samsara. Solo per il fatto che abbiamo questo tipo di corpo, che camminiamo sulla terra, significa che calpesteremo qualcosa e la uccideremo. Solo perché noi e gli altri abbiamo questo tipo di corpo, anche con le intenzioni più meravigliose, veniamo feriti. Questa è solo una parte dell’intero problema. Anche senza volerlo, accumuliamo più karma che perpetua l’intero samsara.
Il punto è come uscirne, non è solo morire di fame e suicidarsi. Questo non risolve nulla ma peggiora solo le cose. Dobbiamo, in un certo senso, assumerci la responsabilità delle nostre azioni e cercare di renderle il più possibile libere da emozioni e intenzioni disturbanti, o almeno con la minima quantità possibile. Tuttavia, inevitabilmente, creeremo più difficoltà e sofferenza per gli altri e noi stessi. Ne siamo responsabili? Beh, nel senso che ne sperimenteremo i risultati, sì. Siamo colpevoli? No. Non c’è un pesante “Oh, sei colpevole”, come in una situazione di giudizio.