Mi è stato chiesto di parlare dell'arte di tradurre le lingue e le culture orientali nelle nostre lingue moderne. Si tratta di un argomento estremamente vasto perché quando parliamo di culture orientali, ovviamente, ci riferiamo a molte culture e ci sono anche numerosissime lingue moderne, non solo occidentali ma anche asiatiche. Ogni specifico compito di passare da una lingua di partenza a una di arrivo presenta aspetti e problematiche diverse che devono essere affrontate, quindi è molto importante comprendere non solo la lingua di partenza e la lingua di arrivo, ma anche la cultura di partenza e la cultura di arrivo per poterle rispettare.
Contesto
Per darvi un'idea del mio percorso di studi linguistici all'università, oltre al latino e al tedesco al liceo, ho studiato cinese moderno, cinese classico, giapponese, sanscrito e tibetano. Ho vissuto in India per 29 anni. Ho imparato un po' di hindi, non moltissimo, ma giusto il necessario per cavarmela (per comprare verdura al mercato e cose del genere). Ho tenuto conferenze in tutto il mondo, partecipando a numerosi tour – credo di aver tenuto lezioni in circa 70 paesi diversi – e ho avuto modo di conoscere le diverse lingue e culture con cui ho interagito.
Lavorando al mio sito web ho maturato una forte convinzione, basata sulla mia esperienza, riguardo al fatto che, nonostante la grande quantità di persone che leggono in inglese, la disponibilità di materiale nella propria lingua sia molto apprezzata. Per questo motivo, ho deciso di tradurre il sito in diverse lingue. Ora (nel 2012) abbiamo 12 lingue online. Vediamo se riesco a ricordarle tutte. Per quanto riguarda le lingue europee abbiamo tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco e russo. Stiamo lavorando anche alle lingue islamiche: arabo, urdu, indonesiano, cinese semplificato e cinese tradizionale. Stiamo inoltre preparando le traduzioni in italiano, vietnamita, turco e tibetano. In totale avremo 16 lingue e prevediamo di includere anche il farsi nel nostro progetto islamico. Chissà quali altre lingue aggiungeremo in futuro? [Nel 2023, ne avremo 32.] Ho avuto a che fare con tutte queste lingue. Ho anche imparato a leggere l'alfabeto arabo. Dall'hindi, riesco a decifrare un po' di urdu e così via. Ho studiato un po' di ebraico molto tempo fa, e questo mi aiuta con l'arabo per quanto riguarda la grammatica.
La cosa fondamentale quando si lavora con tutte queste lingue è, prima di tutto, come sappiamo dallo studio di molte lingue, non avere paura di una lingua straniera. Le persone si bloccano quando vedono una lingua o un alfabeto straniero. Una volta imparato il cinese, un alfabeto è semplicemente un alfabeto. Impariamo 20 o 30 simboli, e basta. Non bloccatevi e non scoraggiatevi, siate molto flessibili, cercate di imparare l'alfabeto e di riconoscere le radici simili delle parole, in modo da poter lavorare con una lingua e almeno trovare il nostro posto e così via in un testo, per verificare almeno se hanno tralasciato qualcosa o cose del genere. Non dobbiamo conoscere tutte queste lingue, ma possiamo lavorarci; possiamo controllarle – questo genere di cose.
Per quanto riguarda la traduzione, personalmente traduco principalmente dal sanscrito e dal tibetano. Occasionalmente utilizzo fonti cinesi ma solo per la ricerca, non per la traduzione vera e propria.
Stili di traduzione
La lingua della traduzione
Ci sono molti aspetti da considerare. Innanzitutto, in termini di stile, abbiamo quello che un tempo chiamavamo "lingua della traduzione". Quando studiavo sanscrito, l'enfasi era sulla linguistica e sulla grammatica, e ci veniva chiesto di cercare di trasmettere la struttura grammaticale del sanscrito nel modo più fedele e preciso possibile. Quando la traduciamo in inglese, non si tratta propriamente di stile inglese, ma di traduzione letteraria. Ha uno scopo, una funzione – principalmente per lo studio, per la precisione di tutte le costruzioni grammaticali e così via – ma non è molto facile da comprendere per il lettore. Quello è stato il primo stile che ho utilizzato.
Poetico
Con il secondo stile sono andato all'estremo opposto, ovvero a renderlo quasi poetico. In questo modo, si perde parte della struttura grammaticale, parte della precisione e il testo diventa davvero molto piacevole e scorrevole per il lettore. Ho seguito una delle linee guida che il Dalai Lama mi diede al nostro primo incontro: quando traduciamo e scriviamo qualcosa, scriviamolo per nostra madre in modo che possa leggerlo e comprenderlo – presupponendo che non abbia un'istruzione elevata – e lasciamo tutti i dettagli accademici alle note a piè di pagina; non è necessario inserirli nel testo e renderlo troppo difficile da leggere per il lettore medio. È un'ottima linea guida, davvero molto utile.
Spingersi verso questo estremo più poetico è particolarmente allettante quando si traduce poesia, perché soprattutto con i testi buddhisti e tibetani, spesso sono scritti in versi. Come sappiamo, gli shloka e simili in sanscrito hanno una metrica bellissima. Si tratta di una poesia estremamente elegante, pensata per essere recitata ad alta voce. Quando la traduciamo nella nostra lingua vogliamo che scorra facilmente dalle labbra, che non sia qualcosa di sgradevole da pronunciare e che quindi perda la sua bellezza artistica. Quindi, possiamo spingerci verso questo estremo.
Combinazione di stili letterari e poetici
Alla fine ho optato per una via di mezzo, cercando di essere il più accurato possibile, ma anche di mantenere un buon stile e una buona poetica. La poesia non deve per forza essere "Maria aveva un agnellino, bla bla bla", una filastrocca per bambini, ma dovrebbe avere un bel ritmo (non necessariamente regolare, ma scorrevole). Ho cercato di farlo. Credo che il risultato migliore sia stata la traduzione del Bodhicharyavatara di Shantideva, Impegnarsi nella condotta del bodhisattva.
Ora, lavorare con questo tipo di stile richiede molta esperienza. Con l'inglese è abbastanza facile perché abbiamo tantissimi sinonimi. Ci sono molte parole diverse che possono essere usate per continuare in uno stile.
Giochi di parole e rime
Il sanscrito, come sappiamo, gioca con le parole. Ho notato questo aspetto in Shantideva, dove prende una certa radice di una parola e poi usa parole diverse all'interno di un verso che hanno la stessa radice. Quindi, cerchiamo di fare lo stesso anche in inglese. Oppure ripete le parole. Ama ripetere le parole. Ora, dal punto di vista della maggior parte degli stili di poesia occidentali, o anche della buona scrittura, ripetere la stessa parola non è considerato un buon stile. Ma penso che si perda tutto il sapore della poesia sanscrita se si scelgono parole diverse quando si usa la stessa parola, quindi ho seguito lo stile sanscrito per cercare di dare un po' di sapore a questo tipo di aspetto.
Se in certe lingue esiste la rima, è ovviamente molto difficile renderla in altre lingue. Inoltre, un aspetto che ho trovato impossibile da riprodurre, almeno non con le mie capacità, è che in sanscrito, tibetano e cinese ogni verso ha un numero fisso di sillabe. Questo è estremamente difficile da rendere in un'altra lingua. Quindi, ci sono alcuni elementi che dobbiamo necessariamente tralasciare, perché semplicemente non è possibile. Per quanto riguarda altri aspetti, credo che potremmo provare a raggiungere una sorta di equivalenza nella nostra lingua, perché se un testo è molto bello nell'originale, dovrebbe esserlo anche nella traduzione.
Questo è dunque un aspetto.
Terminologia
Il prossimo aspetto riguarda la terminologia ed è molto complicato. Possiamo di nuovo optare per due estremi, e anch'io l'ho fatto nel corso della mia carriera: prima uno, poi l'altro, e infine la via di mezzo.
Il primo approccio estremo – e questo veniva incoraggiato ad Harvard – consisteva nell'utilizzare gran parte della terminologia sanscrita, lasciandola in lingua originale. La tesi era che se qualcuno proveniente da un altro paese viene nel nostro per studiare una materia tecnica come biologia, chimica o fisica, deve imparare la terminologia specifica. Se vogliamo studiare filosofia buddhista o qualsiasi altra filosofia indiana non buddhista, ci sono molti termini tecnici che dobbiamo apprendere. Ebbene, quando il testo è infarcito di termini sanscriti, diventa incomprensibile a chiunque non sia uno specialista, e così la nostra povera madre ne rimane esclusa; non riesce proprio a capire. Questo è il metodo che ho ricevuto io.
Poi, l'altro estremo a cui sono arrivato – e questo mi è stato suggerito dal lama tibetano che è stato il mio maestro in India, Serkong Rinpoce, uno dei maestri del Dalai Lama – cercando di fare ciò che facevano i tibetani che, non avendo un sistema filosofico di termini fisso come quello che avevano i cinesi quando entrarono in contatto con il Buddhismo, tradussero tutto, persino i nomi di luoghi e di persone in tibetano. L'unica cosa che non tradussero furono alcuni nomi di fiori e cose simili per cui non esisteva un equivalente in Tibet.
Hanno seguito un sistema di traduzione molto interessante, di cui abbiamo un precedente nel khotanese, una lingua iranica dell'Asia centrale con cui gli antichi tibetani ebbero molti contatti (in realtà, il loro alfabeto deriva dalla versione khotanese, credo, della scrittura Brahmi). Ora, c'è molto disaccordo sul fatto che il tibeto-birmano sia una sottofamiglia delle lingue siniche o se appartenga a una famiglia diversa. Non addentriamoci in questa questione, ma di solito il tibetano forma parole con due sillabe, e ciascuna sillaba ha un significato (sono parole). Quello che hanno fatto è stato derivare i loro termini per i diversi termini tecnici esaminando le tradizioni commentariali delle connotazioni di una parola, come Buddha, e invece di derivarla semplicemente da budh, "risvegliare", l'hanno tradotta come sanggyay (sangs-rgyas). Quindi, sang (sangs) ha un po' la connotazione di "sveglio", ma è più "chiaro", per dissipare non solo la nebbia del sonno ma anche per eliminare tutte le mancanze, e gyay (rgyas) significa "espandersi e ottenere tutte le buone qualità". L'hanno tradotto in questo modo, il che rende un po' meglio la connotazione di ciò che è un Buddha.
Il metodo che Serkong Rinpoce mi insegnò fu questo: "Con tutte queste parole tibetane, puoi spremere (come si munge una mucca) tutto il significato da ogni sillaba. Dovresti provare a farlo in inglese". Io andai all'estremo opposto e tradussi tutto come facevano i tibetani, compresi i nomi. Anche questo, però, risultò incomprensibile per le persone, perché erano abituate ai termini antichi, o almeno ad alcuni di essi, come karma, dharma, buddha, sangha, bodhicitta, bodhisattva. Queste parole erano familiari ma io le tradussi quindi in realtà non funzionò, sebbene sia stata un'esperienza di apprendimento molto utile. In effetti, quando in seguito utilizzai parte di quel materiale, inserivo tra parentesi il termine più comune, e molte persone lo apprezzarono perché offriva loro una comprensione diversa, più profonda, della terminologia.
Quindi, sono tornato alla via di mezzo, e la via di mezzo è usare un po' di sanscrito, ma senza esagerare. Il precedente era il mongolo. Per i mongoli, il primo contatto con il materiale buddhista avvenne tramite l'uiguro, una lingua turca, che a sua volta lo aveva appreso da lingue dell'Asia centrale più antiche. Come molte di queste lingue, anche i mongoli utilizzavano numerosi termini sanscriti. Quindi, termini come bodhisattva"e simili venivano tradotti in una forma turca di pronuncia o rappresentazione. Per i mongoli, questo fu il primo contatto, e fecero lo stesso con gli uiguri. Quando entrarono in contatto con le traduzioni tibetane e iniziarono a tradurre dal tibetano al mongolo, avevano già familiarità con molti di questi termini sanscriti grazie alla loro rappresentazione uigura. Anche se si imbattevano in una versione tibetana di bodhisattva, per esempio, la ritraducevano in una forma "mongolizzata" della parola sanscrita; non la traducevano nello stesso modo dei tibetani.
Ho preso questo come precedente, visto che in Occidente (almeno in inglese, e credo nella maggior parte delle lingue occidentali) le persone avevano già familiarità con alcuni termini – karma, dharma, buddha e bodhicitta – e li ho lasciati in sanscrito. Quindi, è la via di mezzo. Credo che la via di mezzo sia sempre la migliore.
Ora, quando traduciamo effettivamente la terminologia tecnica nella nostra lingua, ho constatato, grazie alla mia esperienza di viaggiatore in giro per il mondo e insegnante di filosofia buddhista, che quando scegliamo termini che hanno già un significato, soprattutto se provenienti da un contesto religioso o filosofico locale, le persone si fanno un'idea completamente sbagliata. Introdurre termini fortemente cristiani – come peccato e simili, ad esempio per tradurre pāpa in sanscrito – trasmette un'idea completamente errata, quindi bisogna davvero cercare di evitarli. Anche se alcune delle prime traduzioni fatte dai missionari potrebbero averli usati, non bisogna perpetuare questa pratica. Bisogna cercare di trovare termini più neutri, soprattutto quando si parla di questioni etiche. In inglese, si tende a usare virtuoso e non virtuoso, che connotano anche un giudizio morale, mentre i termini originali sono piuttosto neutri. Io uso costruttivo e distruttivo, parole che non hanno questa connotazione di giudizio.
Poi ci sono persone che hanno tradotto termini tecnici sanscriti in termini filosofici moderni, di tipo esistenzialista, e anche questo non fa altro che confondere le persone. Ora, naturalmente, abbiamo un precedente. Nella traduzione dal sanscrito al cinese, questo metodo è stato utilizzato. Il primo stile si chiamava geyi, che significa "corrispondenza di significato". Hanno preso termini buddhisti e li hanno tradotti sostanzialmente in terminologia taoista e, anche in questo caso, credo, il significato è stato errato.
Successivamente, lo stile di traduzione cinese più recente ha abbandonato gran parte di questa terminologia, adottandone una più neutra. Anch'io seguo questo precedente. Ciò è particolarmente rilevante non solo quando si ha a che fare con le lingue occidentali, per evitare i termini cristiani e della filosofia occidentale moderna, ma anche con le lingue islamiche. Questo è diventato un problema molto importante. Non possiamo tradurre parole come compassione (karuna) con rahman, come in "Allah, il misericordioso. Allah, il compassionevole". Non possiamo usare i termini specifici di Allah in un testo buddhista o induista, quindi dobbiamo trovare termini più colloquiali che non abbiano questo tipo di connotazione. Bisogna essere sensibili a così tanti aspetti culturali diversi per non offendere o dare un significato completamente errato.
Questi sono alcuni dei problemi che si possono presentare nella traduzione letterale: stile e terminologia.
Aspetti culturali
Ora, c'è un altro aspetto del processo di traduzione, e cioè la traduzione degli aspetti culturali. Possiamo tradurre le parole, ma come traduciamo i concetti quando non abbiamo un equivalente esatto?
Ho una certa esperienza in questo campo, avendo viaggiato in entrambe le direzioni: dall'Occidente al Tibet e dal Tibet o dal Buddhismo all'Occidente. Ho partecipato ai primi incontri tra psicologi e il Dalai Lama, e si discuteva di questioni completamente estranee alla prospettiva tibetana. Ricordo che in uno di questi primi incontri, quando gli psicologi affrontarono il tema della bassa autostima, spiegando come spesso le persone in Occidente non solo soffrano di scarsa autostima, ma provino anche odio verso se stesse e altri sentimenti negativi, il Dalai Lama non ne aveva mai sentito parlare. Non riusciva a immaginarlo. Poi chiese a tutti i presenti: "Avete mai provato questa sensazione ?". Tutti ammisero di sì, e lui ne rimase assolutamente sbalordito.
Dobbiamo spiegare alcune di queste cose e non dare per scontato che siano universali. Non lo sono. Diventa molto difficile cercare di spiegare certi concetti occidentali all'interno di un quadro filosofico tradizionale asiatico, in particolare nei campi della psicologia e della religione. Ho partecipato a incontri tra leader religiosi e il Dalai Lama, e alcune di queste idee sono semplicemente estranee ai tibetani (e viceversa), quindi dobbiamo spiegarle. Non si tratta di tradurre parola per parola ma spiegare, fornire il contesto, comprenderlo a fondo e presentarlo in modo empatico, non critico, ma comprensivo o totalmente neutrale.
Ci sono molti aspetti di cui le persone non sono nemmeno consapevoli che fanno una netta distinzione tra, diciamo, una religione biblica o abramitica e una religione indiana. C'è un libro recente di Rajiv Malhotra intitolato "On Being Different" (Sull'essere diversi). Le sue idee sono brillanti. Per esempio, sottolinea che nelle religioni abramitiche abbiamo una visione incentrata sulla storia: il tempo è lineare, ha un inizio e una fine, e c'è una figura storica che ha ricevuto una rivelazione da Dio o da Allah (che sia Mosè, Gesù o Maometto), e questa è la verità; solo lui può riceverla, ha l'ultima parola. E coloro che lo seguono devono semplicemente credere e accettarlo, senza poter diventare un altro Gesù, un altro Maometto o un altro Mosè. Ora, questo è molto, molto diverso da Buddha, Krishna o chiunque altro, un avatar. La loro biografia effettiva non è così importante.
In realtà, il concetto stesso di biografia è completamente diverso. Se consideriamo la storia di Buddha Shakyamuni o di Krishna, gli indiani le accetteranno senza riserve, arrivando persino a discutere sul luogo di nascita di Krishna e così via. Gli occidentali, invece, la guardano e dicono: "Ma dai, è una favola, è mitologia", mentre per un indiano la storia non ha importanza. Un mio caro amico indiano mi ha detto: "Noi indiani non crediamo nella storia", un'osservazione davvero illuminante. Le storie del passato servono a illustrare un insegnamento, e i fatti reali sono irrilevanti. L'enfasi in quelle che Malhotra chiama "religioni del Dharma" è posta sul fatto che ogni individuo può raggiungere la realizzazione spirituale autonomamente; ogni individuo può ottenere il moksha (la liberazione) o l'illuminazione, a seconda del sistema.
Dobbiamo essere sensibili. Perché se non siamo consapevoli di queste differenze, un occidentale che si avvicina alla vita del Buddha, o al Buddha Shakyamuni in generale, lo considererà come Mosè, Gesù o Maometto – come se avessero l'ultima parola, e che questa sia la verità assoluta, e che ciò che hanno detto sia come la Bibbia, parole di Dio – e con questo ci portiamo dietro tutto il bagaglio culturale. È molto importante comprendere questa distinzione, soprattutto quando spieghiamo una religione o un sistema filosofico indiano agli occidentali, perché dobbiamo stare molto attenti a non proiettare concetti abramitici sulle tradizioni dharmiche. Ciò richiede una profonda comprensione di entrambi i pubblici, di entrambe le culture e, naturalmente, l'apertura ad altri studiosi, alle intuizioni di altre persone, perché ci sono molte persone molto perspicaci e sensibili che possono aiutarci a comprendere queste differenze più a fondo.
In termini di armonia interreligiosa (uno dei punti cardine del Dalai Lama), di solito si cerca di trovare un terreno comune. Anch'io mi sono impegnato in questo senso – la ricerca di un terreno comune tra Buddhismo e Islam – per contribuire all'inclusione dei musulmani nella comunità mondiale evitando di escluderli, ostracizzarli e poi demonizzarli, come purtroppo accade oggi. Questo è molto importante. Bisogna cercare di trovare un terreno comune.
Vi faccio un esempio: la discussione su Dio. Andate in un paese islamico, come ho fatto io, tenete delle lezioni nelle università, incontrate persone colte, non solo gente comune, e avviate una discussione su Dio. Se dicessimo: "Beh, il Buddhismo non crede in Dio. Noi non abbiamo Dio", saremmo già sul primo aereo per andarcene. Quindi, non possiamo farlo.
D'altra parte, non possiamo spingerci agli estremi come fanno in Indonesia. Per essere accettata come religione nazionale, uno dei precetti è l'affermazione di Dio. Quindi i buddhisti dicono: "Noi abbiamo Adibuddha". Questo deriva dal sistema Kalachakra. Quando ho chiesto loro in Indonesia: "Sapete cos'è Adibuddha?", in realtà non ne avevano idea, ma hanno detto: "Beh, noi abbiamo Adibuddha. Letteralmente significa 'primo Buddha', quindi questo dev'essere il nostro Dio creatore". Allora possiamo spiegare loro: "Beh, in un certo senso, si può dire così. Adibuddha, secondo alcuni commentari, si riferisce alla mente di luce chiara, la mente più sottile, che è la fonte di tutte le apparenze che sperimentiamo". Quindi va bene, possiamo parlarne, ma non mi spingerei agli estremi a cui arrivano loro, ovvero ad affermare che noi accettiamo Dio.
Ecco cosa facciamo (questo è il dialogo che ho avuto con gli studiosi islamici). Analizziamo tutte le caratteristiche di Dio. Se le scomponiamo, nel Buddhismo crediamo nell'importanza della compassione? Sì. Esiste un essere compassionevole, più evoluto di noi, che si relaziona con il mondo in modo compassionevole? Sì, lo accettiamo. Accettiamo che ci sia un ordine nell'universo? Sì. Il Buddhismo lo accetta in termini di leggi karmiche di causa ed effetto. Esiste un creatore? Beh, possiamo parlare di Buddhismo in termini di una spiegazione leggermente diversa, ovvero che tutte le apparenze sono create dalla mente. Alcune filosofie sufi affermano: "Sebbene non sia Allah, c'è un certo aspetto divino in ogni essere", e questo va bene. Poi, abbiamo tutti i diversi nomi di Allah, ma se parliamo di Allah che è al di là delle parole e dei concetti, cose del genere, beh, anche questo è presente nel Buddhismo in termini di una delle manifestazioni della vacuità.
In definitiva, ciò che diciamo è che entrambi i sistemi presentano molte caratteristiche analoghe, ma il Buddhismo non le raggruppa tutte in un unico pacchetto chiamandolo Dio o Allah. Quindi, sono contenti e riescono a capire. Ecco. L'aspetto principale che si sottolinea nel dialogo è l'importanza dell'amore, della compassione, del perdono, del rapporto causa-effetto, dell'etica, di questo genere di cose. Poi, si apre una discussione, un dialogo. Tuttavia, come Malhotra sottolinea molto chiaramente, non bisogna minimizzare il fatto che siano esattamente uguali. Non lo sono. Il Dalai Lama lo spiega molto bene: "Se preghi per andare nel paradiso cristiano, vai nel paradiso cristiano. Se preghi per andare nel paradiso buddhista, vai nel paradiso buddhista. Non è che preghi per andare in paradiso buddhista e finisci nel paradiso cristiano". È simile, ma non esattamente uguale, ed è un ottimo esempio.
Nel percorso inverso, da un retaggio culturale tibetano o indiano a uno occidentale, e su come integrarlo, ho affrontato questo tema nella mia opera più ampia, Sviluppare una sensibilità equilibrata. È un libro scaricabile sul mio sito web e tradotto in diverse lingue, tra cui il russo. In quest'opera, mi sono concentrato in particolare sui praticanti buddhisti che raggiungono un certo livello nella loro pratica e non riescono ad andare oltre. Il problema principale è che non sanno come applicare efficacemente la pratica nella vita personale per affrontare i propri problemi emotivi.
La difficoltà deriva dal fatto che non esistono equivalenti esatti per molti di questi termini psicologici che utilizziamo nel nostro sistema concettuale occidentale. Non solo la bassa autostima ma anche concetti come insicurezza, insensibilità, ipersensibilità, alienazione – l'essere alienati dai propri sentimenti, alienati dal proprio corpo – e molti altri ancora. Non esistono parole tibetane o sanscrite equivalenti a questi concetti. Anzi, non esiste nemmeno una parola per "emozione"; hanno termini distinti per le emozioni positive e per quelle negative, ma non un unico termine che le raggruppi nello stesso schema concettuale occidentale.
Non esiste una parola per indicare il senso di colpa, ma questo non significa che i tibetani o gli indiani non provino esperienze simili. Si tratta semplicemente di cercare di analizzare il concetto occidentale di alienazione dai propri sentimenti, per capire come potremmo spiegarlo, come potremmo inserirlo nelle categorie concettuali, ad esempio, dell'analisi buddhista del klesha, delle emozioni disturbanti, e qual è effettivamente il problema? Se riusciamo a decostruire, in un certo senso, e ad analizzare tutte le diverse caratteristiche coinvolte da un punto di vista buddhista in questa sindrome emotiva, allora si apre una strada per applicare i metodi buddhisti per poterla superare.
Ho approfondito questo argomento con il libro Sviluppare una sensibilità equilibrata, in cui ho affrontato le problematiche legate all'insensibilità o all'ipersensibilità nei confronti dell'effetto del nostro comportamento sugli altri o su noi stessi: pensiamo che non abbia alcun effetto, oppure ne esageriamo l'impatto ("Posso lavorare troppo e non avrà alcun effetto sulla mia salute", questo genere di cose) e all'insensibilità o all'ipersensibilità nei confronti dei sentimenti altrui, della realtà di qualcun altro, pensando: "Loro non hanno sentimenti, quindi posso dire qualsiasi cosa ed essere in ritardo, e non importa", questo genere di cose. Non prendiamo sul serio la loro realtà, oppure ci preoccupiamo eccessivamente per loro: la sindrome della madre iperprotettiva, per esempio. Quando iniziamo ad analizzare questi problemi utilizzando il quadro concettuale buddhista, troviamo approcci molto utili per affrontarli.
Questo è un modo di tradurre, e non stiamo parlando di tradurre un testo, ma idee e concetti, e non solo tradurli, ma anche mostrare come applicarli. Credo che questo sia molto importante perché potremmo semplicemente cercare di tradurli e scrivere un saggio astratto, che potrebbe essere molto perspicace, molto valido, ma noi vogliamo comunque cercare di renderlo utile. Come lo applichiamo concretamente? È solo una bella teoria o è qualcosa di pratico? Credo che si debbano considerare questi due scopi. Qual è il nostro obiettivo? Questo, ovviamente, vale per qualsiasi tipo di traduzione. Qual è il nostro scopo?
Il pubblico e il mezzo
Chi è il pubblico di riferimento? Qual è il pubblico che vogliamo raggiungere? Qual è il loro livello? Stiamo scrivendo per degli accademici? Per nostra madre? Per il grande pubblico, una sorta di "Buddhismo per star bene", qualcosa che leggiamo dicendo "Sii gentile. Sii una brava persona", qualcosa che, perdonate l'espressione, potremmo leggere in bagno? Questo è un tipo di traduzione, di letteratura e di spiegazione. Va bene, ha il suo scopo. Oppure stiamo scrivendo qualcosa per il praticante serio che vuole davvero approfondire questo argomento? Si tratta di due pubblici diversi, e il praticante serio non è necessariamente un 'accademico. Un accademico potrebbe avere molti altri interessi, ad esempio, un interesse linguistico, un interesse storico e così via. Quindi, si scrive per un pubblico specifico.
L'apparato critico è ovviamente molto importante per gli accademici. Nostra madre, invece, non se ne cura minimamente e di certo non lo consulterà nemmeno. Quindi, qual è il nostro pubblico? È anche possibile preparare un'opera in diverse versioni, una per un pubblico più accademico e una per un pubblico più ampio. Questa è la scelta che ho fatto sul mio sito web: non inserire note a piè di pagina e simili, ma fornire alcune informazioni – ad esempio, le fonti che utilizzo – senza tutto l'apparato critico, principalmente per pigrizia, perché richiede troppo tempo per essere preparato.
Poi, dobbiamo anche considerare il mezzo. Come pubblicheremo il nostro lavoro? Ho lavorato con diverse case editrici, una in India e una negli Stati Uniti, e ho scoperto che non scrivo libri popolari, non scrivo libri sul "Buddhismo che fa stare bene", e questi non vendono. Ci vogliono due o tre anni perché un libro completi il processo editoriale e di stampa. Negli Stati Uniti, dove ci sono grandi catene di librerie, prima di tutto è molto difficile riuscire a trovare un libro sugli scaffali. C'è un solo scaffale dedicato, diciamo, alla filosofia indiana, alle religioni asiatiche o al buddhismo, qualunque sia il nostro campo, e pochissimi libri ci stanno rispetto al numero di libri scritti. Quindi:
- Dobbiamo metterlo sullo scaffale.
- Anche se riuscissimo a far arrivare il nostro libro sugli scaffali, se non vendessimo un certo numero di copie nel primo mese – o forse due mesi, se ce lo concedono – verremmo rimossi e non ci verrebbe più rimesso. L'unico modo in cui le persone potrebbero trovarlo e acquistarlo è tramite internet, su Amazon o altre librerie online.
Quindi, qual è il vantaggio di scrivere libri? Beh, conferisce una certa legittimità, e a molte persone piace avere un libro tra le mani, e così via, ma raggiungiamo un pubblico molto limitato a meno che non scriviamo un bestseller. Con il mio editore negli Stati Uniti, ho pubblicato cinque libri. Ognuno di essi vende forse al massimo 200 copie all'anno, e spesso anche molte meno, quindi il pubblico che raggiunge è molto ristretto. Inoltre, comprare il libro costa. Molte persone ci guadagnano, quindi queste sono le considerazioni economiche da tenere in conto.
Allora ho detto: "Non ne vale la pena. Creerò un sito web". Ho una quantità enorme di materiale. Sono tornato dall'India, dove ho vissuto per 29 anni, con circa 30.000 pagine di manoscritti inediti. Questo perché di tutto ciò che ho studiato, di tutto ciò che ho letto con i miei insegnanti o in seguito per conto mio, ho fatto una traduzione approssimativa. Avevo tutto questo materiale, oltre alle trascrizioni delle traduzioni orali che avevo fatto, ecc. (Le traduzioni orali sono un altro argomento che possiamo menzionare brevemente in seguito).
Quando mi sono trasferito in Occidente, una delle idee era quella di creare un sito web. Pubblicare libri, infatti, raggiunge un pubblico troppo ristretto. Ci vorrebbe troppo tempo per rendere disponibile tutto questo materiale e inserirlo in un libro perché i libri, ovviamente, richiedono bibliografia, note a piè di pagina e cose del genere; richiederebbe troppo tempo. Inoltre, non volevo che tutto questo materiale finisse nella spazzatura dopo la mia morte, cosa che inevitabilmente accadrebbe. Così ho detto: "Creerò un sito web e metterò tutto lì gratuitamente". L'anno scorso abbiamo avuto oltre un milione di visitatori sul sito. Quest'anno ne avremo tra 1,3 e 1,4 milioni, quindi guardate la grande differenza in termini di pubblico raggiunto.
Credo sinceramente che la direzione in cui si sta muovendo il mondo sia quella di Internet. Questo è abbastanza chiaro. Ci saranno sempre persone che preferiranno un libro e a cui piace la sensazione di tenerlo tra le mani. Per molti aspetti, il libro ha un grande vantaggio, perché con Internet la tecnologia cambia ogni pochi anni. Il sistema che usiamo ora – lo so per esperienza del mio sviluppatore web – prevede che con ogni nuova versione dei programmi che viene rilasciata, e ne vengono rilasciate una all'anno, lui debba adattare tutto affinché venga visualizzato correttamente su ogni browser e sui nostri dispositivi mobili, e questo richiede un'enorme quantità di lavoro. Deve essere costantemente aggiornato. Questo è un grande svantaggio di Internet, di una produzione di tipo digitale. Mentre un libro impiega molto tempo a decomporsi anche se finisce in una discarica, quindi durerà molto, molto più a lungo. Ci sono indubbi vantaggi.
Inoltre, il nostro sito web è in continua evoluzione perché aggiungiamo nuovo materiale quasi ogni giorno. Il bello di un sito web è che se qualcuno trova un errore di battitura o un'inesattezza, oppure se cambiamo idea su un termine, possiamo correggerlo facilmente. Non possiamo farlo con un libro. Dobbiamo aspettare la prossima edizione, che potrebbe non arrivare mai. Ci sono vantaggi e svantaggi. Quello che mi piacerebbe fare, prima o poi, è stampare una versione cartacea dell'intero sito web, in modo da poterlo conservare nel tempo. Comunque, è un sogno per il futuro, e ovviamente costerebbe parecchio.
Questo è l'aspetto relativo al pubblico che vogliamo raggiungere, alla sua ampiezza, e alla differenza tra libro cartaceo e online, tra pubblicazione commerciale e gratuita. Sono questioni diverse. Ho convinto il mio editore americano a permettermi di pubblicare online gratuitamente tutti i libri che avevo pubblicato con loro, in modo che le persone potessero scaricarli. La mia argomentazione era che chiunque volesse stampare un libro di 300 pagine non è il tipo di persona che lo comprerebbe mai, mentre chi lo comprerebbe lo vedrebbe online, penserebbe: "Oh, sarebbe bello averlo in formato cartaceo", e lo comprerebbe, quindi sarebbe un'ottima pubblicità per loro. Con questa argomentazione, mi hanno dato il permesso di pubblicare tutto online gratuitamente. Sono stato molto fortunato.
La traduzione orale
La memoria
La traduzione orale è un altro aspetto del processo di traduzione e richiede un'arte traduttiva completamente diversa. Sono stato addestrato alla traduzione orale dal mio maestro, Serkong Rinpoce, e la prima cosa su cui ha insistito e lavorato è stata la mia memoria. Dobbiamo essere in grado di ricordare ciò che dice l'interlocutore. A volte chi parla si dilunga molto e noi dobbiamo essere in grado di memorizzare. Possiamo prendere appunti che ci aiutino a ricordare i punti principali, in modo da averne almeno l'ordine, ma in realtà dobbiamo conoscere a fondo l'argomento, soprattutto se si tratta di questioni filosofiche. Dobbiamo conoscere la materia se traduciamo testi scientifici, medici o di qualsiasi altro genere; dobbiamo conoscere il materiale.
Il modo in cui mi ha formato è stato quello di trascorrere moltissimo tempo con lui ogni giorno, per ben nove anni, come un apprendista, un apprendista medievale, e avevamo questo accordo: in qualsiasi momento del giorno o della notte, mentre parlavamo, poteva interrompermi e dire: "Cosa ho appena detto?" e io avrei dovuto ripeterglielo. Oppure lui mi diceva: "Cosa hai appena detto?". Perché quando facciamo una traduzione orale, spesso qualcuno tra il pubblico chiede: "Potrebbe ripetere, per favore?". Quindi, dobbiamo ricordare ciò che abbiamo appena detto. Lui mi addestrava in questo modo, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione: "Cosa ho appena detto?" e "Cosa hai appena detto?". Poi, teneva un'intera lezione e alla fine diceva: "Ora tocca a te. Riassumi la lezione". Perché anche in una situazione orale, a volte capita.
Ricordo che una volta mi trovavo con il Dalai Lama a una conferenza stampa. Qualcuno portò un registratore e chiese: "Potrebbe rivolgere un messaggio ai tibetani in Nepal?". Il Dalai Lama parlò in tibetano, senza traduzione né altro. La conferenza stampa proseguì e, alla fine, la persona che aveva richiesto l'intervista chiese al Dalai Lama: "Cosa ha detto in tibetano?". Il Dalai Lama si rivolse a me e disse: "Berzin, di' loro cosa ho detto dopo la conferenza stampa".
Dobbiamo prestare attenzione e non solo ricordare, ma dobbiamo essere attenti e vigili in ogni momento per poterlo fare. Questo è ciò che mi è stato insegnato. Serkong Rinpoce non mi permetteva di prendere appunti durante le lezioni o cose del genere, e mi teneva occupato tutto il giorno – perché ero anche il suo segretario – e solo di notte potevo prendere appunti e scrivere. Ricordo che una volta gli chiesi: "Cosa significa questa parola?". Mi guardò severamente e disse: "Te l'ho spiegata sette anni fa. Ricordo di avertela spiegata. Perché non te la ricordi?". Quindi, per essere un interprete è necessaria una memoria molto, molto allenata.
Abbinare lo stile e il tono dell'oratore
Il mio insegnante era fantastico in questo, perché mi ha praticamente addestrato a fare da interprete per il Dalai Lama, cosa che ho fatto occasionalmente. Diceva: "Prima di tutto, tieni le mani basse. Non sei una ballerina di hula con tutti i tuoi gesti e cose del genere. Non vuoi attirare l'attenzione su di te, giusto? Tieni le mani basse". Poi, è importante tradurre lo stile e il tono di chi parla. Se chi parla usa un linguaggio molto accademico, noi usiamo un linguaggio accademico. Se l'insegnante dice (scusate il linguaggio) merda, noi diciamo merda nella nostra lingua. Non cerchiamo di addolcire il tono e di imitarlo a modo nostro. Ora, questa è la cosa più difficile: se raccontano una barzelletta, dobbiamo in qualche modo tradurla in modo che risulti divertente anche nella nostra lingua. Inoltre, dobbiamo parlare a una velocità adeguata, né troppo veloce né troppo lenta, e con un volume appropriato. Si tratta di una formazione specifica, quindi non è solo questione di conoscere la lingua.
Naturalmente, esistono due stili diversi di interpretazione orale: quello consecutivo e quello simultaneo. Ho sempre trovato quello simultaneo molto più semplice perché, in realtà, non dobbiamo capire ogni singola parola ma solo trasmettere il flusso generale di ciò che viene detto. Ovviamente, non possiamo ripetere mentalmente ciò che è stato detto e poi ripeterlo; deve semplicemente fluire. D'altra parte, se si tratta di interpretazione consecutiva, allora siamo davvero responsabili della traduzione di tutto. Come mi ripeteva continuamente il mio insegnante, non bisogna aggiungere nulla e non bisogna omettere nulla. Alcuni oratori potrebbero dire: "Beh, potete aggiungere qualche informazione di contesto", ma dobbiamo ottenere il permesso per farlo.
Non è uno spettacolo per l'interprete. L'oratore è il protagonista. Noi interpreti non mettiamo in scena la nostra personalità. Siamo, in un certo senso, come una macchina per l'interpretazione ma parliamo con sentimento, non con una voce meccanica da computer. Questo è anche uno dei difetti che spesso riscontriamo negli interpreti: la noia. Parlano in modo monotono, mentre l'oratore è molto vivace. Quindi, dobbiamo trasmettere anche questo.
Questi sono alcuni degli aspetti dell'arte della traduzione che richiede molta esperienza, in realtà. Nessuno sarà in grado di farla bene fin dall'inizio, che si tratti di traduzione scritta o orale, ma con la formazione e l'esperienza si impara e si migliora. Non scoraggiatevi.
Inoltre, dipende dalla situazione e dall'interlocutore se – e mi riferisco in particolare alla traduzione orale – possiamo o meno fare domande se non abbiamo capito qualcosa, o chiedere di ripetere. In una situazione informale con certi interlocutori, possiamo farlo. Ma se stiamo interpretando per un alto funzionario governativo o per il Dalai Lama in televisione, non diciamo "Mi dispiace, non ho capito" e poi chiediamo di ripetere, perché darebbe una pessima impressione dell'interlocutore, che sembrerebbe non aver saputo scegliere un interprete competente. Quindi, è difficile. Dobbiamo conoscere bene l'interlocutore. Quello che ho cercato di evitare nella traduzione orale è stato tradurre per persone che non conoscevo, di cui non avevo familiarità con le espressioni colloquiali, il modo di esprimersi e così via. Ho sempre preferito tradurre solo per poche persone che conoscevo. Poi, ovviamente, ci sono i problemi dialettali e tutte queste altre questioni.
Lavoro di squadra
Un altro punto che dovrei menzionare è il lavoro di squadra. Nella tradizione dei lotsawa – che deriva da locana, la parola sanscrita per occhio, il "traduttore che apre gli occhi" – era previsto che una persona madrelingua della lingua di partenza e una madrelingua della lingua di arrivo lavorassero insieme. Poiché la persona madrelingua della lingua di partenza, diciamo il sanscrito, conosceva il sanscrito molto meglio di qualsiasi tibetano, e la persona tibetana conosceva il tibetano molto meglio di qualsiasi persona indiana, allora lavoravano insieme. Penso che soprattutto nelle prime fasi della formazione – parlando magari di qualche decennio di esperienza – sia molto importante lavorare con qualcuno che provenga da entrambi i lati della questione di traduzione in cui siamo coinvolti.
Non significa che debba esserci una collaborazione al 100%, ma è importante avere qualcuno che verifichi e a cui poter rivolgere domande. È fondamentale poter fare domande. Ovviamente, dobbiamo avere fiducia nell'affidabilità della persona a cui le poniamo. Non sempre sono affidabili quindi, se abbiamo dei dubbi, chiediamo anche a qualcun altro. Anche affidandoci ai commentari tradizionali – e questo è un altro punto molto, molto importante – i commentari differiscono nelle loro spiegazioni, quindi dobbiamo specificare quale commentario stiamo seguendo.
Inoltre, trovo molto utile, in termini di lavoro di squadra, far leggere la nostra traduzione a qualcuno che appartiene alla nostra stessa cultura e non conosce la lingua di partenza, per verificare se il testo è efficace o se abbiamo usato troppi termini tecnici che in realtà non funzionano. Questo tipo di lavoro di squadra è davvero prezioso.
Commentari
Ora, per quanto riguarda i commentari, si riferiscono a quello che viene chiamato un "testo radice". Perché si chiama così? Perché è scritto in uno stile con molti pronomi dimostrativi, questo e quello, in modo tale che diversi commentari possano spiegare i loro riferimenti con interpretazioni molto diverse; questo è intenzionale.
Ricordo che, sempre con il mio maestro, mi lamentavo del fatto che ci fossero così tanti "questo" e "quello" in questi versi – diciamo di Nagarjuna – e che fosse davvero terribile da comprendere. Lui mi disse: "Non essere così arrogante. Credi forse che Nagarjuna non fosse in grado di scrivere bene in sanscrito, che non sapesse scrivere bene? Lo faceva apposta. Sei davvero arrogante". Nagarjuna scriveva in quel modo di proposito perché, come praticanti buddhisti che studiano questo testo, dovremmo conoscere tutti i diversi commentari, tutti i diversi modi di interpretarlo e, mentre lo leggiamo, dobbiamo essere in grado di comprendere tutti i versi in tutti questi modi diversi contemporaneamente. Perché questa è una delle caratteristiche del Buddha vacana, della parola del Buddha: con una sola parola, con un solo modo di spiegare, ognuno può comprenderlo in modo diverso a seconda del proprio livello.
Nella traduzione, questo diventa un grosso problema, perché la tendenza è quella di voler riempire il testo, dato che lasciarlo vago nelle nostre lingue risulta scomodo. Inoltre, spiegare alle persone che esistono molti modi diversi di interpretarlo e che sono tutti corretti non piace agli occidentali. Provenendo da una tradizione biblica – un solo Dio, un'unica verità – si chiedono sempre, o anche se non lo chiedono esplicitamente, "Ma cosa significa veramente?", come se esistesse una sola vera interpretazione del testo.
Nella traduzione, la tendenza è quella di prendere un commentario – e potremmo non essere nemmeno a conoscenza dell'intera letteratura commentariale – e di riempirlo con tutti i "questo" e "quello" basandoci su di esso. Inizialmente, spesso si inseriscono i riferimenti tra parentesi. Ma anche in questo caso, si limita il testo a una sola interpretazione. Spesso, soprattutto lavorando con un editore indiano, le parentesi vengono omesse. Ci ritroviamo quindi con un testo completamente diverso, che potrebbe anche risultare piacevole alla lettura, ma che ha perso l'originalità. Bisogna fare molta attenzione a questo aspetto. Se si inseriscono delle parentesi per cercare di rendere il testo più comprensibile secondo un determinato commentario, è fondamentale specificare quale commentario si sta seguendo. Non bisogna dare l'impressione che questo sia il vero significato, perché esistono altri modi di tradurre e di comprendere il testo.
Ora, molto più difficile è tradurlo come testo radice in modo che possa essere interpretato da diversi commentari e lasciarlo con tutti i "questo", "quello", "esso" e così via. Questo è molto difficile. In inglese, possiamo permettercelo fino a un certo punto. In tedesco e russo, sembrano allergici a questo, e tutto deve essere specificato in modo assoluto. Non possiamo lasciare la parola semplicemente come esso, anche se si riferisce a ciò che è venuto immediatamente nella frase precedente, perché "questo", "quello" e "esso" devono avere la desinenza di genere corretta corrispondente alla parola a cui si riferiscono; dobbiamo ripeterla. Come facciamo? Possiamo farlo? Questo diventa molto difficile quando anche la grammatica verrà interpretata in modo diverso da diversi commentari.
Prendiamo ad esempio il modo in cui le parole si combinano in uno shloka. Alcuni commentari mettono insieme un certo numero di parole, mentre altri ne usano combinazioni diverse. Questo diventa davvero molto, molto difficile, e devo dire che non sono ancora riuscito a creare un testo di riferimento in una lingua occidentale che funzioni davvero come tale, qualcosa che potremmo utilizzare a scopo didattico, come una sorta di mnemotecnica, qualcosa che potremmo memorizzare e, con la nostra interpretazione, arricchire con i diversi significati. Anche se è molto difficile, non credo sia assolutamente impossibile. Ci ho provato un po' con alcuni testi. Questa è quindi un'altra sfida che incontriamo, soprattutto lavorando con fonti indiane.
Queste sono alcune delle esperienze che ho vissuto.
Traslitterazione
Un altro punto che possiamo sollevare è la traslitterazione. Faccio sempre confusione tra trascrizione e traslitterazione, mi riferisco a come scriviamo i nomi cinesi, tibetani e indiani nelle traduzioni in arabo e urdu. Questa è stata la sfida che ho dovuto affrontare, poiché non esisteva un sistema coerente, quindi ho dovuto inventarne uno e poi cercare di far sì che le traduzioni lo seguissero in modo uniforme. Quello che ho scoperto, soprattutto lavorando con l'urdu, è che i traduttori e i revisori non avevano alcun concetto di coerenza.
Ho chiesto ai miei amici indiani, di lingua urdu e occidentalizzati, e mi hanno risposto: "Non abbiamo questo concetto di coerenza. Non è importante. Non ha importanza". Beh, rende assolutamente impossibile l'utilizzo di un motore di ricerca se dobbiamo scrivere Buddha in tre modi diversi all'interno di un paragrafo; abbiamo bisogno di un qualche tipo di sistema di coerenza. A volte, lavorando con lingue diverse, in particolare con le lingue con scrittura araba, dobbiamo inventarcene uno, ma usiamo la nostra formazione filologica per cercare di renderlo intelligibile senza forzarlo.
Nelle lingue indiane, abbiamo le consonanti aspirate e non aspirate, d e dh in caratteri latini. In urdu, questo non rappresenta un problema perché si tratta di un insieme di molte parole prese in prestito da lingue basate sul sanscrito. In arabo, invece, non è così. Se volessimo includere la h dopo la d in arabo, non sarebbe possibile, quindi dovremmo accontentarci di ometterla. Dobbiamo essere flessibili in questo senso e non pretendere che la lingua di destinazione sia in grado di ricostruire esattamente l'ortografia dei termini indiani originali. Lo stesso vale per le vocali lunghe e brevi. C'è sempre la questione di come rappresentarle in altre lingue. Usiamo i segni diacritici? O non li usiamo? Ci sono diversi problemi, sia in fase di pubblicazione (hanno il font o no?) sia con internet (verrà visualizzato correttamente in tutti i browser se usiamo i segni diacritici?). Anche in questo caso, si tratta di questioni che vanno affrontate caso per caso, in base al mezzo utilizzato per pubblicare il proprio lavoro e al pubblico di riferimento. A nostra madre importa davvero se c'è un puntino sotto la "d" o no? A nostra madre non importa davvero. Questi sono, ancora una volta, alcuni dei problemi.
Il tamil, se proprio dobbiamo prenderlo in considerazione, non ha tutte queste lettere aspirate. Non è come le altre lingue dravidiche che prendono in prestito molto dal sanscrito. Il tamil ha le sue peculiarità. Di nuovo, come possiamo affrontarlo? Non ho ancora iniziato a lavorare con il giapponese, ma sarà ancora più difficile in termini di come traslitterare i nomi indiani o tibetani e cose del genere. Quindi, è divertente. Non bisogna considerarlo un problema terribile ma una sfida, un'avventura e un divertimento, e poi possiamo lavorarci senza scoraggiarci.
Queste sono alcune delle mie esperienze.
Domande e risposte
Quando ha vissuto tutte queste esperienze?
Beh, credo che siano 50 anni che mi occupo di traduzioni, quindi un bel po' di tempo. Ora ho 67 anni. Ho iniziato a 17 anni, partendo dalle lingue asiatiche.
Quando parlava della creazione di una traduzione del testo originale e diceva di attenersi a un solo commentario, intendeva forse dire che non dovremmo utilizzare l'intera tradizione dei commentari?
Se utilizziamo l'intera tradizione commentariale, come procediamo? Credo che dobbiamo realizzare versioni separate.
Per estrapolare il vero significato dell'originale?
Questo è esattamente il problema che stavo evidenziando. L'hai espresso perfettamente: cosa significa realmente?
E poi, creare un suo commento contemporaneo?
Okay, quindi questo è molto buono. Questo è molto buono. Di nuovo stai dicendo: "Ma cosa significa veramente?". Cosa significa veramente? Significa questo, questo, questo e questo, e sono tutti ugualmente validi. Ora, ovviamente, potrebbero esserci anche interpretazioni non valide. Questa è un'altra cosa.
Ma questo è lo stesso testo e la stessa tradizione. Non è la tradizione islamica.
Sì, all'interno della stessa tradizione avremo interpretazioni diverse. All'interno dei sistemi filosofici indiani siddhanta, all'interno del Buddhismo, avremo interpretazioni diverse. All'interno delle scuole tibetane – Ghelug, Kagyu, Sakya e Nyingma – ognuna avrà una versione diversa di ciascuno dei siddhanta indiani, dei sistemi filosofici indiani.
Con il Buddhismo è diverso perché ci sono culture geografiche e storiche differenti. In India, se si prende in considerazione un solo testo, il testo originale, allora la tradizione si sviluppa nella dimensione storica. Certo, ci sono diverse scuole, ma sono tutte scuole indiane. Non sono cinesi o tibetane. Rappresentano la stessa tradizione che si sviluppa all'interno della dimensione storica.
Ebbene, all'interno delle scuole indiane, come ho detto – all'interno del Buddhismo – abbiamo diversi sistemi filosofici: Vaibhashika, Sautrantika, Cittamatra, Madhyamaka. Certamente, se prendiamo le Upanishad o la Bhagavad Gita, le diverse scuole Vedanta o Samkhya avranno anche interpretazioni leggermente diverse.
Ma quello che ho scoperto è che in India, nel corso del tempo, le diverse scuole relative a una tradizione o a un testo hanno ulteriormente sintetizzato la conoscenza della loro epoca e, in questo modo, hanno creato nuove scuole. Non hanno creato nuova conoscenza.
Beh, se non ci sono contraddizioni nei commentari, allora non c'è problema.
Non lo so. Ho la sensazione di poter estrapolare il significato essenziale. È quello che faccio. Leggo diversi commentatori riguardo a uno shloka, e poi cerco di comprenderlo nel suo insieme.
Tu riempi con "questo" e "quello"? Ecco a cosa si riduce tutto. "Questo è così a causa di questo". E noi diciamo: "Cosa?"
Lo stesso problema si presenta con il Mahavakya “tat tvam asi” e l’interpretazione di Shankara, ad esempio: “Tu sei questo, Shvetaketu”. Oggi gli studiosi affermano che questa interpretazione è totalmente errata dal punto di vista linguistico, ma per Shankara e per la scuola Advaita Vedanta era molto importante interpretarla in questo modo.
Esatto. Credo che l'unica cosa che si possa fare sia essere assolutamente diretti e dire: "Shankaracharya lo interpreta in questo modo, e la linguistica moderna lo interpreterebbe in quest'altro". Questo è tutto ciò che possiamo fare.
Ma quando si parla di una via di mezzo nella traduzione, questo tipo di traduzione, destinata al grande pubblico e non agli accademici, necessita di questo tipo di commento.
Giusto. Serve una spiegazione.
Allo stesso tempo, è necessario aggiornarlo al bulgaro o all'inglese contemporaneo. Dobbiamo creare qualcosa di simile a un commentario moderno.
Beh, a patto che lo spieghiamo chiaramente nella nostra introduzione, non c'è problema. Dobbiamo dire cosa stiamo facendo.
Come fa a sapere cosa fare?
Noi diciamo quello che stiamo facendo. Supponiamo di avere un testo buddhista tradizionale, e ci sono commentari indiani, commentari tibetani, commentari orali tramandati da questo o quel maestro. Poi, io sono anche un insegnante di Buddhismo, e quindi ci sono dei commentari che ho dato ai testi, che saranno in termini più moderni, con esempi moderni (non uso yak e asini come esempi e così via). Benissimo, purché specifichiamo di cosa si tratta, non c'è problema.
Anche lei fai lo stesso?
Certo, ma lo dico molto chiaramente: "Questa è la mia interpretazione". Quando arrivo a una mia personale comprensione di un termine o di un concetto, sono sempre completamente onesto e dico: "Questo non è il modo tradizionale di spiegarlo. Non l'ho trovato in nessun testo, ma dalla mia riflessione personale credo che sia questo il significato che attribuisco".
Perché ha 29 anni di esperienza.
Esatto. Lo dico in modo piuttosto diretto e poi penso che non ci sia assolutamente alcun problema. Perché no? Nel corso della storia, sono stati scritti commentari da tantissime persone, non solo all'interno di una cultura, ma anche di altre. Perché non possiamo avere commentari provenienti dai nostri paesi e dalle nostre culture moderne? Perché no?
Ogni traduzione è una sorta di interpretazione. Questo è chiaro.
È vero. È assolutamente vero.
Ma io mi riferivo ai commentari.
Come ho detto, dipende dal testo. Se il testo ha una tradizione commentariale chiara e univoca, benissimo. In tal caso, è tutto molto più semplice. Il problema sorge quando, in seguito, qualche studioso che lavora altrove trova un manoscritto completamente diverso. Anche in questo caso, bisogna essere molto diretti e dire: "Dai commentari che sono riuscito a trovare, questo è...". Dobbiamo evitare imbarazzi futuri, ma se siamo completamente onesti e trasparenti, non ci sono problemi. Facile.
Ho ancora una domanda. Ha detto qualcosa che è scritto anche nella Bhagavad Gita, ovvero che diventiamo ciò su cui ci concentriamo. Il Dalai Lama ha detto: "Se sei cristiano, andrai in un paradiso cristiano. E se sei buddhista, andrai in un paradiso buddhista". Ma trova delle somiglianze tra le diverse religioni, qualcosa in comune? Qual è questo elemento comune?
Qual è il filo conduttore di tutte le religioni? Permettetemi di citare il Dalai Lama. Qualcuno gli chiese quale fosse la religione migliore, e lui rispose: "La religione migliore è quella che ti insegna a essere una persona più gentile e compassionevole". Questo è il filo conduttore, credo, dell'insegnarci in generale a essere persone più gentili, migliori, più premurose, capaci di perdonare, e cose del genere. Ma poi ogni religione avrà metodi diversi per sviluppare queste qualità.
Potremmo dire, ad esempio, che nel Cattolicesimo, se ci apriamo alla grazia amorevole di Gesù o di Dio e la lasciamo fluire attraverso di noi, allora questo è il modo in cui sviluppiamo amore e compassione. Oppure nell'Islam, che Allah ha creato tutto il creato, e quindi Allah è il Misericordioso, il Compassionevole, e pertanto dobbiamo amare tutte le creature di Allah. Il Buddhismo direbbe che siamo tutti uguali in quanto tutti desiderano essere felici, nessuno desidera essere infelice, a tutti piace essere felici, a nessuno dispiace essere felice, proprio come a noi, e su questa base sviluppiamo amore e compassione. Ci sono diversi metodi per raggiungere questo obiettivo, ma il fine è lo stesso. Se poi l'amore e la gentilezza abbiano o meno una sfumatura leggermente diversa, è difficile da stabilire.
Quindi compassione, bontà e amore.
Bontà, gentilezza, amore, perdono: queste, credo, siano le caratteristiche più comuni. Inoltre, l'idea che ci sia un ordine nell'universo. Non so se si possa affermare che tutte le religioni affermino l'esistenza di esseri più evoluti, non necessariamente creatori, che si preoccupano compassionevolmente del nostro benessere. Non so se si possa dire questo. Penso al confucianesimo, dove forse l'imperatore tradizionalmente rappresenta questa figura superiore che veglia sul benessere della società, quindi anche lì potremmo trovare qualcosa di simile. Questo dà la sensazione di non essere soli. È un elemento presente. La maggior parte di esse accetta anche, in generale, il principio etico di causa ed effetto, ovvero che le nostre azioni, sia che danneggiamo o aiutiamo gli altri, abbiano delle conseguenze. Questo è un elemento comune. Anche in questo caso, il meccanismo del perché e del come funziona sarà diverso.
Parlava della necessità di comprendere il contesto per poter tradurre alcuni concetti in un'altra cultura, lingua o altro. Cosa significa realmente un termine? In realtà non c'è una risposta, perché non ci comprendiamo a vicenda e non possiamo trasferire concetti, nemmeno tra rappresentanti della stessa cultura.
Esatto. I malintesi tra le persone e nelle coppie sono un classico.
Stavo pensando anche al linguaggio metaforico: partendo da un concetto e dalle metafore sviluppiamo un concetto, poi subentrano gli aspetti religiosi e i vari commentatori, e il concetto originale può andare perduto. Forse i concetti di base che sono presenti all'inizio – i termini colpa, peccato, bene, male, questi termini etici – sono la base della comunicazione, perché se non abbiamo questi concetti di base, comprensibili intuitivamente o a livello spirituale, non potremmo comunicare affatto.
Beh, sì. Nel Buddhismo, come probabilmente saprai, abbiamo una spiegazione molto precisa ed esaustiva di come funzionano le parole e i concetti.
Quando parliamo di pensiero concettuale, ci riferiamo a una categoria. (Alcuni la traducono come universali o generali e così via, io preferisco categorie.) Una categoria potrebbe essere rappresentata da un suono, che viene poi convenzionalmente accettato come il suono di una parola e riferito a quella categoria. La categoria potrebbe essere amore, oppure lealtà, potrebbe essere rosso o blu, potrebbe essere qualsiasi cosa.
Ora, ovviamente, dobbiamo avere una definizione della categoria – cosa rientra nella categoria – e anche questa è concordata per convenzione. Ad esempio, mi piace molto l'esempio della lealtà. Ciò che una persona moderna in Occidente potrebbe considerare la definizione di lealtà, una persona medievale ne considererebbe un'altra, e una persona tradizionale giapponese ne considererebbe un'altra ancora, quindi la definizione sarà diversa.
Allora, cosa includiamo in questa categoria? Come l'amore, "Ti amo". Beh, ognuno avrà un'esperienza leggermente diversa, e anche la loro esperienza cambierà a seconda delle persone e dei momenti. Cos'è realmente l'amore? Cos'è l'amore? È semplicemente ciò a cui questa categoria si riferisce sulla base di tutti questi esempi, ma non è qualcosa di concreto.
Questa è la teoria di base di shunyata (vacuità) nel Buddhismo. Non c'è nulla di tangibile che sia effettivamente amore. Abbiamo questo concetto, e le persone sono d'accordo su di esso, e si riferisce a qualcosa – le persone lo sperimentano – ma ognuno è diverso, quindi cos'è realmente? Se non ci afferriamo a parole e concetti come se fossero fissi, allora il modo per affrontarli è darne una definizione.
Nella formazione buddhista, pratichiamo il dibattito. La parola tibetana per dibattito è "definizioni" (mtshan-nyid). Ogni termine ha una definizione ben precisa, e diverse tradizioni e diversi autori la definiscono in modo differente. Tuttavia, per poter intavolare un dibattito, è necessario concordare sulla definizione e, se entrambe le parti sono d'accordo – come previsto dalla teoria del dibattito – allora è possibile discuterne. Se le due parti definiscono i termini in modo diverso, non c'è modo che possano comunicare e quindi come possono avere un dibattito? Possiamo discutere sulla definizione, ma questo è un tipo di dibattito diverso rispetto a come applichiamo un concetto o un termine.
Credo che, quando si fa una traduzione, ciò che dobbiamo indicare in un glossario sia la definizione dei termini secondo l'autore, il commentario o qualsiasi altra fonte che riteniamo appropriata. Una delle cose che ho imparato è di non affidarsi sempre al dizionario. Il dizionario è stato creato da qualcuno che lo ha compilato. Magari da un missionario del XIX secolo, il cui interesse principale era tradurre la Bibbia. Il fatto che un termine sia presente nel dizionario non significa che sia corretto. Consultiamo diversi commentari, diverse grammatiche e così via per cercare di trovare il significato, ma poi indichiamo la fonte della nostra definizione. "Secondo questa scuola o questa tradizione commentariale questa è la definizione di dharma, questa è la definizione di karma". Si tratta di termini che vengono interpretati in modo molto diverso dalle diverse tradizioni. Noi ci limitiamo a chiarire. I glossari sono molto utili a questo scopo.
Poi, sul mio sito web abbiamo questa fantastica funzionalità – che per ora abbiamo implementato solo in inglese – ovvero un glossario: quando il cursore passa sopra una parola presente nel glossario in inglese, si apre una piccola finestra pop-up con la definizione. Inoltre, ho utilizzato il metodo di traduzione di Jeffrey Hopkins per la maggior parte dei termini, perché sono stati pubblicati così tanti libri suoi e dei suoi allievi che esiste una terminologia comunemente nota, e io differisco da Jeffrey in molti punti. Questo, credo, sia il problema principale con i testi filosofici. Ogni traduttore ha la sua terminologia, e non abbiamo un re mecenate di tutte le traduzioni che vuole che tutti usino gli stessi termini, standardizzando la terminologia, come si faceva in Tibet. L'unica soluzione che vedo è quella di fornire nel glossario il termine originale che stiamo traducendo.
Quello che mi piacerebbe vedere... stiamo iniziando a farlo con il mio sito web, ma è un problema enorme, davvero importante. La maggior parte dei traduttori non è coerente. Questo è il problema. Jeffrey Hopkins, almeno, è coerente. Io cerco di esserlo, quindi aggiorno le mie vecchie traduzioni con la terminologia attuale, e questo si può fare molto facilmente su internet. Quello che vorrei vedere è un grande database di terminologia buddhista consultabile in inglese, bulgaro o in qualsiasi altra lingua, perché al momento i database disponibili sono organizzati e consultabili solo in base al sanscrito o al tibetano, e questo aiuta il traduttore, ma non il lettore.
Per il lettore, il testo deve essere organizzato e ricercabile in inglese, bulgaro, russo o qualsiasi altra lingua, in modo che possa digitare un termine trovato in un testo, ad esempio "consapevolezza profonda", cliccare su "Berzin" – io uso “consapevolezza profonda” per jnana – e visualizzare tutte le diverse opzioni. Poi, cliccando su "Hopkins", si trova la versione di Hopkins, che è "consapevolezza incontaminata" o qualcosa del genere, oppure si clicca su "Alan Wallace" e si ottiene "gnosi", così da poter stabilire l'equivalenza. Altrimenti, non è possibile confrontare le traduzioni di diversi traduttori e constatare che si riferiscono alla stessa cosa. Questo va fatto.
Affinché funzioni, i traduttori devono essere coerenti all'interno della propria terminologia. Questo, a mio avviso, è molto importante. Nel corso di una lunga carriera da traduttore, è inevitabile che la nostra terminologia cambi. Troveremo modi migliori per esprimere le stesse cose. Prenderemo spunto da un'idea di un altro traduttore e diremo: "Oh, la sua traduzione è migliore. La userò nella mia". Questo è il vantaggio di internet. Possiamo aggiornare e migliorare tutte le nostre vecchie traduzioni, mantenendo la coerenza.
Ciangkya Rolpe Dorje era un lama mongolo che supervisionò la traduzione del Kangyur e del Tengyur, le parole del Buddha e i commentari indiani, dal tibetano al mongolo. Visse nel XVIII secolo e scrisse un breve testo sul metodo di traduzione (che ho tradotto sul mio sito web). Afferma che a volte può capitare di trovare un solo termine mongolo per diverse parole tibetane, o viceversa, un termine, come "dharma", può avere molti significati diversi in contesti diversi, e quindi dobbiamo usare parole mongole diverse. In questo senso, fornì delle linee guida che ritengo molto utili per qualsiasi traduttore che si trovi a lavorare con lingue così diverse come quelle asiatiche e, diciamo, quelle europee moderne. A volte dovremo scegliere una parola che viene usata per molti termini diversi, e viceversa, per un singolo termine, dovremo usare parole diverse all'interno della nostra lingua. In contesti diversi, una parola funzionerà meglio di un'altra, quindi a volte dobbiamo essere flessibili.
Credo che una delle cose da evitare assolutamente sia, ad esempio, l'uso improprio degli epiteti attribuiti a Buddha. Buddha viene chiamato Buddha, Shakyamuni, Tathagata e Sugata – esiste un'intera lista di nomi diversi per il Buddha – e a volte le persone li traducono tutti semplicemente con "Buddha", ma in questo modo si perde la ricchezza della tradizione. Credo sia molto importante essere rispettosi della tradizione e trattare con cura questi epiteti.
Poi, naturalmente, sorge un grosso problema: come traduciamo Bhagavan, come traduciamo Tathagata e così via? Alcuni preferiscono lasciarli in sanscrito originale, altri cercano di farne una traduzione. Anche in questo caso, bisogna decidere quali tradurre e quali lasciare in sanscrito. E come tradurli? "Signore Buddha", usare "Signore" per Bhagavan, mi sembra un po' eccessivo. È un po' troppo, ma in tanti lo hanno usato.
Sì, lo fanno. Basta dirlo.
Giusto. Ma come traduciamo Bhagavan? Sono termini difficili.
Bene, grazie mille. È stato un vero piacere parlare con voi e condividere parte della mia esperienza.