La dimostrazione dei poteri
La dimostrazione di poteri ha giocato un ruolo importante sia nel contribuire all'affermazione del buddhismo in alcuni paesi, sia nell'indebolirne la diffusione in altri. Ad esempio, i maestri dell'Asia centrale che portarono il buddhismo nella Cina settentrionale tra il III e il IV secolo usarono i loro poteri extrafisici ed extrasensoriali per impressionare i governanti nomadi stranieri che avevano conquistato quelle regioni. Padmasambhava impiegò tecniche simili alla fine dell'VIII secolo per superare gli ostacoli che impedivano la diffusione del buddhismo dall'India al Tibet. I tibetani, a loro volta, che contribuirono a diffondere il buddhismo in Mongolia nel XIII secolo, conquistarono i governanti con i loro poteri curativi. E uno dei fattori responsabili del declino del buddhismo nell'Asia centrale tra il XIV e il XV secolo fu la convinzione, da parte della popolazione, della superiorità dell'islam, alimentata dalle dimostrazioni di poteri dei maestri sufi, come ad esempio la capacità di camminare sul fuoco.
Il fattore comune a questi esempi è che si sono verificati tutti in un periodo successivo a lunghi periodi di guerra violenta che avevano traumatizzato la popolazione locale: in un caso contro tribù feroci delle steppe, negli altri contro la Cina e gli uiguri, o contro le orde di Gengis Khan o Tamerlano (Timur). Se un uomo santo o il sistema spirituale che egli propugna riesce a dimostrare di avere più potere delle forze della violenza e del "male" che hanno colpito il popolo, i governanti e la popolazione, ancora sotto shock, ne saranno naturalmente attratti. Ciò è particolarmente vero se la società non si è ancora ripresa dalle sue ferite traumatiche.
Nei paesi moderni le cui civiltà sono state segnate, ad esempio, dal comunismo totalitario, dalla pulizia etnica o dalla narcoviolenza, le persone sono attratte da maestri spirituali che ostentano poteri straordinari o che promettono di ottenere risultati miracolosi. Questa attrazione è ulteriormente rafforzata dal background ortodosso e cattolico di queste persone, che le spinge a cercare i miracoli come via di salvezza.
Pertanto, i corsi di meditazione buddhista, ad esempio sul trasferimento di coscienza (phowa), sono molto popolari in questi paesi. Ai partecipanti viene garantito che riceveranno il segno miracoloso di un piccolo foro sulla sommità del capo e che, al momento della morte, saranno miracolosamente salvati dal trasferimento della loro coscienza nella terra pura di Amitabha. Le persone sono anche attratte dalla promessa di risultati miracolosi, con la promessa che tutti i loro problemi scompariranno, e che compiranno centinaia di migliaia di prostrazioni, recitazioni di mantra e così via. Oppure vengono loro raccontate storie sui poteri sovrumani dei lama e dei fondatori delle tradizioni buddhiste, e vengono sopraffatte dalla fede. Desiderano ardentemente credere che esista un potere spirituale più forte di tutta la violenza che hanno conosciuto.
La promessa di miracoli, tuttavia, raramente si avvera. Diversi giovani in Polonia si sono addirittura suicidati quando, dopo aver completato le centomila ripetizioni delle loro pratiche preliminari, non è accaduto nulla di eclatante. E quando maestri spirituali ritenuti dotati di poteri sovrumani sono coinvolti in scandali, la fede dei loro devoti viene completamente distrutta. Promettere o pubblicizzare miracoli è estremamente pericoloso.
Ma la storia ha dimostrato che la dimostrazione di poteri è efficace nello stabilire la fede nel buddhismo tra coloro che sono stati brutalizzati dalla violenza e non sono ancora guariti. Un'applicazione ben più stabile di questa lezione sarebbe quella di dimostrare a queste persone poteri che possono essere documentati scientificamente.
Diffondere la conoscenza del potere della medicina buddhista
Come soleva dire il mio maestro Serkong Rinpoce, nell'universo esistono tre forze potenti: la tecnologia materiale, la medicina e i mantra. In passato, la dimostrazione del potere dei mantra ha impressionato diverse civiltà dell'Asia centrale, spingendole ad adottare nuovi aspetti della cultura buddhista. Ad esempio, nella prima metà del XVII secolo, Neiji Toyin dimostrò alla popolazione della Mongolia interna nord-orientale che non solo gli sciamani possedevano poteri curativi, ma che anche loro potevano sconfiggere le malattie recitando mantra buddhisti. La popolazione, ben presto, abbandonò la dipendenza dagli sciamani per affidarsi a se stessa. Allo stesso modo, la forza del fondamentalismo, simile a quella dei mantra, ha provocato enormi cambiamenti in molte società islamiche. Anche la tecnologia materiale, la prima di queste tre forze, ha avuto un impatto straordinario sui paesi di tutto il mondo, inducendoli ad adottare rapidamente molti aspetti della civiltà occidentale.
Forse è giunto il momento di promuovere sviluppi culturali positivi attraverso la forza diplomatica della medicina. Ad esempio, il sistema medico tibetano si basa sul principio buddhista secondo cui la salute fisica non può essere mantenuta senza equilibrio emotivo e modificando il proprio comportamento e la propria prospettiva. Le lezioni di medicina tibetana presso le università mediche di paesi islamici come la Turchia hanno aperto le porte ai musulmani interessati alle tecniche buddhiste per la cura dei problemi emotivi, permettendo loro di apprenderle indirettamente senza che la loro società si sentisse minacciata da una religione straniera.
Dobbiamo però fare attenzione a non trasformare il buddhismo in un movimento missionario. Sebbene diversi governanti nel corso della storia del buddhismo in Corea e Mongolia abbiano cercato di istituire e diffondere il buddhismo nei loro paesi per unificare la popolazione ed elevarne il livello culturale, lo scopo del buddhismo non è convertire gli altri e costruire una chiesa potente. Tuttavia, quando vi è un interesse specifico per il buddhismo o una generale apertura verso diverse tradizioni spirituali al fine di risolvere problemi sociali o personali, è importante rendere disponibili informazioni corrette sul buddhismo in modo efficace. Se le persone in cerca di soluzioni ai loro problemi di vita sono attratte dal buddhismo semplicemente per la promessa di poteri o di miracoli, il loro impegno, soprattutto in tempi moderni, non sarà stabile. Di conseguenza, non saranno in grado di trarre pieno beneficio dagli insegnamenti buddhisti. È in questo contesto che dobbiamo comprendere la necessità di istituire e preservare il buddhismo nei luoghi in cui vi è interesse e il possibile ruolo che la medicina buddhista e lo studio scientifico dei benefici medici della meditazione possono svolgere in questo compito.
Diversi programmi presso università mediche negli Stati Uniti e in Francia, nonché presso accademie delle scienze a Mosca e in Siberia, hanno studiato l'efficacia della medicina tibetana. Hanno raccolto prove dei benefici di questo sistema tradizionale nel trattamento di epatite, artrite, reumatismi, malattie da radiazioni e inquinamento, e alcune forme di cancro e AIDS.
Negli Stati Uniti, medici come Jon Kabat-Zinn dell'University of Massachusetts Medical Center hanno misurato e dimostrato l'efficacia delle tecniche di meditazione buddhista nel ridurre lo stress e rafforzare il sistema immunitario. Altri hanno misurato la capacità dei meditatori esperti di controllare il proprio metabolismo. La pubblicazione dei risultati di queste istituzioni scientifiche, pur senza promettere guarigioni miracolose garantite, può contribuire a consolidare la fiducia delle persone nel buddhismo. Anche lo sviluppo di programmi buddhisti per il trattamento della dipendenza da alcol e droghe avrebbe un impatto significativo.
Insegnamento poco abile a chi non è ancora maturo
Uno dei voti del bodhisattva è di non insegnare la vacuità a coloro che non sono maturi, in altre parole a coloro che non sono pronti o ricettivi ad ascoltarla e comprenderla. Questa linea guida può essere estesa a tutti gli insegnamenti buddhisti in generale. Anche se alcuni membri di una società possono avere grande interesse per il buddhismo, non dobbiamo mai imporre il dharma a coloro che non sono ricettivi né agli insegnamenti né ai maestri spirituali di un certo contesto ma sempre cercare di essere maestri sensibili e diplomatici di mezzi abili.
La forma tibetana del buddhismo fu lo stile di dharma predominante alla corte imperiale cinese per gran parte del periodo compreso tra il XIII e il XX secolo, quando la Cina fu governata, a turno, dai mongoli, dalla dinastia Ming e dai manciù. Il suo successo fu dovuto principalmente alla dimostrazione di potere e all'efficacia delle sue cerimonie rituali. La popolazione han, tuttavia, non era ricettiva a questa forma di buddhismo. Essi avevano le proprie tradizioni buddhiste chan e della terra pura, per lo più mescolate con il taoismo e il culto confuciano degli antenati, a formare la religione popolare cinese. Non sentivano il bisogno di esplorare altre forme. Sebbene in tutta la Cina settentrionale i manciù costruissero templi buddhisti con iscrizioni quadrilingue in cinese, manciù, mongolo e tibetano, e persino combinassero elementi di architettura cinese e tibetana in questi templi, lo fecero principalmente a scopo propagandistico, come dimostrazione imperialista dell'unità delle culture della "madrepatria". La maggior parte dei cinesi han continuava a seguire la propria forma mista di religione popolare, anche all'interno di questi templi.
Inoltre, il popolo han cinese in generale non era molto aperto agli insegnanti stranieri durante questi secoli, soprattutto ai monaci tibetani e mongoli, molti dei quali venivano considerati opportunisti economici e sociali. La corte imperiale faceva sontuosi doni a questi religiosi e ai loro monasteri e spendeva ingenti somme per le cerimonie rituali. Molti di questi monaci approfittarono di questo favore imperiale e si comportarono a loro volta in modo autoritario durante la loro permanenza in Cina. La loro condotta e la reazione fredda e sospettosa della società furono quindi molto diverse dalla situazione che si verificò tra il II e il IV secolo, quando i monaci dell'Asia centrale introdussero il buddhismo in Cina. Possiamo imparare molto da questo.
Gli afroamericani che vivono in società latinoamericane violente, come il Brasile, e in paesi brutalizzati dal totalitarismo comunista, come Cuba e Granada, così come le popolazioni nere del Sudafrica, possono rivolgersi alle proprie tradizioni native alla ricerca di forze spirituali in grado di sconfiggere il "male". Non hanno ancora esplorato le possibilità offerte dal buddhismo che hanno attratto altri gruppi etnici nei loro paesi, non ne sentono il bisogno. Lo stesso si può dire delle popolazioni indigene delle Ande, brutalizzate dalle dittature militari di destra e dalla violenza dei narcotrafficanti in Bolivia e Perù, e degli indigeni amazzonici. Non sentono il bisogno di fare proselitismo tra di loro.
Ciò che è importante, tuttavia, è che gli insegnanti buddhisti bianchi nei loro paesi siano impeccabili nella moralità e nelle motivazioni. Se la popolazione non europea li percepisce come opportunisti economici o sociali, allora, come nel caso della Cina, rimarrà per lo più non ricettiva e forse persino ostile.
Sebbene nel corso della storia, in India, Cina, Tibet e Mongolia, gli adepti buddhisti si siano spesso scontrati con maestri non buddhisti, oggi appare inappropriato dover sconfiggere o umiliare altre tradizioni. Le vittorie conseguite dai buddhisti contribuirono a consolidare la fede buddhista in queste società, dove le persone erano indecise e divise tra diverse fedi. Tuttavia, oggigiorno sembra più vantaggioso che le persone abbiano la libertà di esplorare molteplici alternative spirituali e di scegliere autonomamente. I maestri buddhisti devono esercitare pazienza e moderazione quando vengono spinti a confrontarsi con le tradizioni locali in luoghi come la Malesia occidentale, il Sabah e il Sarawak.
Le relazioni con i musulmani
È un'idea errata molto diffusa quella secondo cui l'islam sia nemico del dharma e che l'invasione delle forze islamiche abbia distrutto il buddhismo in India, Asia centrale, Malesia e Indonesia. Esaminiamo i fatti storici.
Il pregiudizio anti-musulmano in Occidente trae origine dalle crociate e dalla loro "missione divina" di liberare la terra santa dagli infedeli. Molti musulmani, a loro volta, sono stati tradizionalmente attratti dal fondamentalismo perché sentivano che i loro luoghi sacri e il loro sistema di credenze erano ugualmente minacciati dagli infedeli. Pertanto, cristiani e musulmani hanno una lunga storia di conflitti.
Si potrebbe anche pensare che storicamente esista un certo livello di diffidenza tra buddhisti e musulmani. La parola araba al budd significa sia Buddha che idolo. Nell'VIII secolo, gli eserciti arabi islamici si imbatterono in immagini di Buddha durante le loro campagne nell'Iran orientale, in Afghanistan e negli attuali Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Da allora, diverse fazioni musulmane hanno deturpato o distrutto immagini buddhiste, considerandole forme di idolatria. Non comprendendo a fondo il buddhismo, credevano che Buddha fosse una rappresentazione di Dio Creatore e che i bodhisattva fossero i profeti di Dio. Il Corano proibisce severamente le raffigurazioni artistiche di Dio e dei suoi profeti.
Non tutti i musulmani consideravano l'arte buddhista un'espressione di idolatria. Molti poeti musulmani persiani, dall'VIII al XIII secolo, trassero ispirazione dalla bellezza delle immagini e degli affreschi buddhisti. Il loro ideale di bellezza, sia maschile che femminile, era il "Buddha dal volto di luna", che utilizzavano frequentemente come immagine poetica. Allo stesso modo, una delle loro metafore ricorrenti per lo splendore architettonico era Nowbahar (Nava Vihara), l'enorme complesso monastico buddhista di Balkh, nel nord dell'Afghanistan.
Buddhisti e musulmani convissero in armonia per diversi secoli in queste regioni culturali iraniane. Per la maggior parte del tempo l'islam fu la religione di stato ma, durante la seconda metà del XIV secolo, i sovrani mongoli ilkhanidi di Persia resero il buddhismo la religione ufficiale e costruirono monasteri e templi in tutto l'Iran e nella loro regione capitale, l'Azerbaigian. I maestri sufi persiani furono fortemente influenzati dai monaci tibetani che insegnavano nella loro terra.
Fatta eccezione per i regni di alcuni famigerati sovrani islamici, la maggior parte della storia delle interazioni tra buddhisti e musulmani, dall'India all'Asia centrale fino alla Cina occidentale, è stata pacifica. Finché i buddhisti pagavano la tassa pro capite, i loro governanti islamici permettevano loro di mantenere la propria religione. Quando i governanti turchi dell'India settentrionale distrussero la maggior parte dei monasteri buddhisti del loro regno, credettero erroneamente che queste grandi città fortificate, abitate solo da uomini che indossavano abiti speciali, fossero fortezze militari pronte alla ribellione.
Sebbene i re buddhisti, come quelli dell'Afghanistan nell'VIII secolo e del Ladakh nel XVIII secolo, siano stati costretti dai loro conquistatori musulmani ad accettare l'Islam, la maggior parte dei buddhisti nei paesi conquistati dai musulmani si convertì volontariamente alla fede islamica nel corso di diverse generazioni. Di fatto, il buddhismo impiegò solitamente diversi secoli per estinguersi: il processo fu graduale. Un intero popolo non abbandona le proprie tradizioni e non cambia religione dall'oggi al domani.
Come nel caso dei buddhisti dell'India che si assimilarono e furono assorbiti dalla maggioranza indù con cui condividevano molte usanze religiose e secolari, i buddhisti del Turkestan occidentale e orientale si fusero gradualmente nell'ordine sufi predominante Naqshbandiyya. Oltre a caratteristiche generali come la prostrazione e la circumambulazione dei monumenti, comuni a tutte le forme di islam, buddhisti e sufi condividevano anche la venerazione di santi e maestri spirituali, nonché diverse tecniche di meditazione. Molti buddisti in India aderirono anche agli ordini sufi. Non tutti, però, si convertirono all'induismo.
Inoltre, i buddhisti nomadi dell'Asia centrale e i seguaci dello sciamanesimo rimasero colpiti non solo dalla palese manifestazione di poteri soprannaturali da parte dei maestri dervisci sufi, ma anche dall'acume economico e politico dei loro leader spirituali khwaja, che superava di gran lunga l'inettitudine dei loro governanti. Il modello dei commercianti musulmani di successo in Malesia e Indonesia contribuì inoltre a convincere i buddhisti di queste terre a convertirsi alla loro fede. Pertanto, dobbiamo guardarci dal condividere la diffusa demonizzazione occidentale dei musulmani, dipinti come impegnati in guerre sante del jihad, intenti a massacrare o convertire forzatamente gli infedeli.
L'avvertimento contenuto nel Kalachakra tantra contro l'invasione aggressiva dei barbari non è un appello buddhista alla guerra santa contro i musulmani. Piuttosto, è un invito rivolto a tutte le persone di fedi diverse a cessare le dispute e a formare un fronte spirituale unito contro qualsiasi forza invasore che minacci la libertà di religione e di pratica di ciascuno.
Il termine "mleccha" in sanscrito, "la-lo" in tibetano, usato nei testi del Kalachakra per indicare gli invasori barbari, era in realtà impiegato dagli indiani nel III secolo a.C. per le truppe greche di Alessandro Magno e nel IV secolo d.C. per gli unni eftaliti. Questo termine è stato utilizzato in tibetano anche per le orde mongole del XIII secolo, così come per le forze d'invasione russe e comuniste del XX secolo. Non dobbiamo pensare che questo termine si riferisca ai musulmani in generale. L'elenco dei profeti mleccha riportato nei testi del Kalachakra indica una forma non ortodossa di islam che minacciava anche i musulmani tradizionali.
La chiave per buoni rapporti interreligiosi tra buddhisti e musulmani risiede nel sottolineare gli esempi storici di armonia tra i due popoli, piuttosto che i loro occasionali conflitti. Ciò permetterà alle persone di essere fedeli agli aspetti positivi, anziché a quelli negativi, del loro patrimonio storico. I mercanti musulmani dell'Asia centrale accompagnavano generalmente le missioni commerciali e tributarie dei buddhisti mongoli presso le corti imperiali cinesi e manciù a Pechino. La comunità musulmana di mercanti in Tibet ha sempre vissuto in pace con la maggioranza buddhista. Ancora oggi, i musulmani tibetani guardano a Sua Santità il XIV Dalai Lama come guida e punto di riferimento.
I musulmani e i buddisti dell'Asia centrale condividono un patrimonio comune di cibo, abbigliamento e molti elementi culturali. I musulmani pongono bandiere in cima ai mausolei dei loro santi, in modo simile agli stendardi di vittoria che sormontano gli stupa buddhisti. I musulmani del Kazakistan accendono persino lampade a burro per i loro defunti, perpetuando la tradizione dei buddhisti mongoli dzungar che un tempo abitavano quelle terre.
Se ci soffermiamo sugli scontri tra musulmani e buddhisti avvenuti in passato, i buddhisti occidentali diventeranno prevenuti e sosterranno solo una delle due parti. Se nessuna delle due si sente minacciata dagli atteggiamenti e dalle politiche dell'altra, saranno in grado di cooperare e condividere reciprocamente le proprie risorse positive. Tradizionalmente, questa condivisione ha incluso conoscenze mediche e sviluppo economico. Con un'abile diplomazia, queste tendenze storiche possono continuare a beneficio della pace mondiale.
Spingere i discepoli troppo oltre e troppo in fretta
Le società che stanno vivendo una guerra sono spesso troppo traumatizzate per poter approfondire la conoscenza del buddhismo. Molti giovani israeliani, ad esempio, si recano in India come turisti spirituali, frequentando corsi di buddhismo e induismo durante la pausa tra il servizio militare e l'inizio dell'università. Non hanno un atteggiamento superficiale nei confronti di questi corsi buddhisti, considerandoli una semplice forma di svago. Trovano gli insegnamenti intellettualmente stimolanti e appaganti, li apprezzano sinceramente per la pausa rigenerante che offrono dalla dura e pericolosa realtà della loro vita in patria. Tuttavia, la maggior parte di loro non è ancora pronta ad applicarli alla propria vita.
Anche nell'Israele dilaniato dalla guerra esiste un interesse accademico per il buddhismo. Tuttavia, la maggior parte delle persone è così profondamente legata emotivamente alla propria terra e alle sue sofferenze da indossare una corazza spirituale contro qualsiasi credo straniero. Devono mantenere questa forte identificazione con la propria nazione e il proprio popolo per poter affrontare le sfide della vita attuale. A differenza dei serbi e dei croati, attratti dai miracoli e quindi, quando inclini alla spiritualità, da figure come Sathya Sai Baba o dagli aspetti devozionali del buddhismo, gli ebrei israeliani sono fatalisti e pragmatici. Non si aspettano miracoli che li salvino dalla loro difficile situazione. Accettano stoicamente la sofferenza e la lotta come inevitabili, che credano nell'ebraismo o che siano semplicemente sionisti non religiosi.
In tali situazioni, i maestri buddhisti devono essere pazienti e benevoli con le persone che vivono in condizioni di guerra. Devono accontentarsi di offrire loro il livello di insegnamenti e impegno che sono in grado di accettare e gestire al momento. Non bisogna mai forzare. Il Buddha spiegò che coloro che vivono in situazioni infernali provano troppa sofferenza e dolore per essere pienamente ricettivi agli insegnamenti. Si identificano totalmente con la loro situazione di tormento e non riescono a vedere una via d'uscita.
Questo non significa che dobbiamo semplicemente ignorare queste persone e aspettare che il karma che perpetua la loro esistenza infernale si esaurisca. Né significa che la vita in Israele sia un inferno totale e costante: non lo è. Ma molti israeliani sono interessati al buddhismo, e anche se in questo momento della loro storia sono pronti a ricevere dal buddhismo solo una tregua intellettualmente stimolante dai loro problemi, questo è sufficiente.
Gli insegnanti devono essere abili nell'evitare di toccare argomenti emotivamente troppo delicati. Non è realistico suggerire ai principianti del dharma di meditare sulla compassione quando loro e le loro famiglie sono sotto attacco di mortaio. Né è saggio predicare moralisticamente sulle conseguenze della reazione violenta. Bisogna insegnare a un livello adeguato al pubblico. Nei tempi caotici e pericolosi della Cina di fine IV secolo, ad esempio, il maestro buddhista centroasiatico Fotu Cheng consigliò al feroce sovrano che, sebbene in generale sia distruttivo togliere la vita a chiunque, a volte è necessario colpire coloro che si sono macchiati di crimini e meritano di essere uccisi.
Se le persone in guerra non cercano solo una pausa dalla loro realtà e sono più ricettive, si possono spiegare i metodi per evitare l'odio quando si combatte una battaglia giusta. Bisogna guidare le persone gradualmente verso livelli di pratica più avanzati. Altrimenti, se un maestro spinge i discepoli troppo oltre le loro attuali capacità, questi respingeranno il Dharma considerandolo irrealistico, idealistico e irrilevante per le loro vite.
Questo principio si applica anche a persone come alcune che vivevano a Caracas o a Rio de Janeiro [a metà degli anni '90], le cui vite ruotavano attorno al mondo della moda, della spiaggia, della danza, della droga, dell'alcol e del sesso. Molti si interessavano al buddhismo e frequentavano i suoi insegnamenti, ma spesso lo facevano come se stessero ascoltando una canzone da ballo. La loro esplosione di energia e il loro entusiasmo duravano solo finché durava la canzone.
Anche in questo caso, bisogna essere abili e diplomatici, senza forzare troppo o troppo in fretta queste persone. Il Buddha spiegò che coloro che vivono nei regni divini e celesti sono così presi dai piaceri superficiali da non avere tempo per nulla di spiritualmente costruttivo. Quando persone che vivono in una società sensuale e tropicale, in cui uno dei principi cardine della vita è "Perché fare qualcosa oggi quando puoi rimandarla a domani?", mostrano effettivamente interesse per il buddhismo, non importa che l'entusiasmo di molti sia solo superficiale. È comunque utile insegnare loro. Anche se l'impatto può sembrare piccolo, a molti piacerà il canto e torneranno ad ascoltarlo. Presto potrebbero iniziare a suonarlo loro stessi.
Ma, ripeto, bisogna evitare di essere bruschi o apertamente critici nei confronti delle priorità di queste persone, altrimenti molte si sentiranno offese e se ne andranno. Per loro, indossare gli ultimi modelli di moda e avere una bella abbronzatura può essere emotivamente tanto impegnativo quanto, nell'esempio degli israeliani, combattere una guerra. Quando i maestri buddhisti dell'Asia centrale e del Tibet divennero precettori della corte imperiale cinese, non criticarono la preponderante attenzione dei loro discepoli reali per lo sfarzo e le cerimonie. Anche se l'interesse a corte era spesso superficiale e gli imperatori, come alcuni manciù, usarono il loro mecenatismo nei confronti del buddhismo per ingraziarsi i sudditi cinesi non han, gli insegnanti invitati continuarono a insegnare, e ciò ebbe un effetto benefico.
Inviare insegnanti qualificati e presentare le tecniche più adatte
Nei violenti ghetti infestati dalla droga delle periferie urbane degli Stati Uniti e dell'America Latina, si percepisce una disperata ricerca di una via d'uscita dalla sofferenza e di una guarigione dalle ferite sociali e individuali. Lì, le persone sono solitamente troppo sopraffatte per pensare di utilizzare tecniche apertamente spirituali, soprattutto provenienti da una cultura straniera, per affrontare direttamente le pressioni della violenza e della povertà. Sebbene nelle zone circostanti possano esserci numerosi centri buddhisti, gli abitanti dei ghetti e delle baraccopoli, nella maggior parte dei casi, non li frequentano. È come se i berlinesi dell'Est non andassero ai centri di dharma di Berlino Ovest perché si sentono ancora culturalmente alienati e cittadini di seconda classe. Il muro di Berlino esiste ancora nelle loro menti.
Poiché molti abitanti delle baraccopoli hanno alle spalle un retaggio di un popolo ingannato e ridotto in schiavitù da un'altra razza, economicamente più avvantaggiata e che si considerava moralmente superiore, nutrono naturalmente diffidenza verso i "predicatori" di quella razza prepotente. Inoltre, a causa delle difficoltà della loro vita, la maggior parte non ha tempo libero per frequentare regolarmente corsi di dharma, anche se gratuiti e con servizi di assistenza all'infanzia e trasporto inclusi. Molti non possiedono nemmeno la preparazione scolastica necessaria per seguire un percorso di studi buddhisti.
Per coloro che provengono dai ghetti e sono ricettivi, è necessario presentare il dharma in modo estremamente abile. Dobbiamo scegliere insegnanti appropriati. Sebbene gli insegnanti di dharma, come il Buddha, dovrebbero essere disposti ad andare ovunque e insegnare a chiunque quando ciò sia benefico, non dovrebbero sentirsi in "missione divina" e dover andare dappertutto per essere un vero bodhisattva. Una volta raggiunto il livello di arya con la cognizione non concettuale della vacuità, si acquisisce la capacità di manifestarsi in varie forme per soddisfare le esigenze dei discepoli. Prima di raggiungere tale stadio, è necessario affidarsi all'invio di altri insegnanti al proprio posto quando il proprio aspetto o il proprio background contribuirebbero solo a creare blocchi mentali nelle persone. Nel corso della storia, i maestri buddhisti hanno inviato al loro posto quei discepoli e colleghi che avevano avuto la relazione karmica più stretta con una specifica area o gruppo di persone, quando loro stessi non avevano tale legame.
Pertanto, gli abitanti delle baraccopoli sono generalmente più aperti quando gli insegnanti buddhisti provengono da un contesto etnico ed economico simile al loro, in modo da attenuare i timori di persecuzione, o i sentimenti di risentimento e perdita di dignità derivanti dall'essere oggetto della pietà ipocrita di "benpensanti" privilegiati, o per compensare i propri sensi di colpa. Sono più ricettivi agli insegnanti provenienti dalla loro stessa comunità o da paesi europei o asiatici che parlano con un accento straniero ben definito, a indicare chiaramente che non sono americani bianchi.
Storicamente, le scuole filosofiche e i sistemi di meditazione intensiva del buddhismo non hanno mai conquistato il cuore delle masse. In Cina e nella maggior parte dell'Asia orientale, il movimento buddhista più popolare è stato quello della terra pura, con la sua enfasi sulla ripetizione con fede del nome del Buddha Amitabha, o in Giappone, la setta nichiren con la sua ripetizione in omaggio al titolo del Sutra del loto, "Nam-myo Ho-ren-ge Kyo". Anche in Tibet, l'aspetto del buddhismo che si è diffuso tra la popolazione è stata la ripetizione del mantra "Om mani padme hum" recitato mentre si contano i grani del rosario, si fa girare una ruota di preghiera e si circumambula un'antica reliquia o un luogo sacro.
Pertanto, nel tentativo di diffondere il dharma nella società tradizionale, nei ghetti e nelle baraccopoli, gli insegnanti devono presentare una tecnica che non richieda né uno studio eccessivo né un impegno prolungato in sessioni di pratica di gruppo organizzate. Il programma di Kabat-Zinn, incentrato sulle pratiche di consapevolezza theravada e focalizzato sul respiro come mezzo per ridurre lo stress, si è dimostrato finora il più efficace nel raggiungere persone ricettive nei ghetti e nelle carceri, così come persone della società tradizionale affette da dolore cronico.
Gli insegnanti buddhisti, quindi, devono seguire l'esempio del Buddha, presentando con abilità metodi adatti al pubblico. Non bisogna essere attaccati alle proprie pratiche meditative e alla propria tradizione, insistendo affinché tutti le seguano perché sono le più elevate e le migliori. Piuttosto, bisogna essere ben istruiti e aperti mentalmente, in modo da poter insegnare altre tecniche buddhiste più adatte a determinate situazioni. Se, come insegnante, si è privi della competenza o dell'esperienza necessarie per presentare metodi meditativi diversi, bisogna essere umili e gentili, suggerendo altri insegnanti che potrebbero essere più appropriati. La massima priorità nella trasmissione del buddhismo non è l'instaurazione e il consolidamento della propria tradizione o lignaggio, ma il beneficio degli altri, con qualsiasi metodo sia adatto.