Malintesi comuni sul tantra

È veloce, è facile, è misterioso. Molti malintesi sul tantra sono sorti a causa di un marketing astuto. Le persone sono interessate alle pratiche “segrete” e avanzate, ma vogliono anche qualcosa di veloce. Questo articolo esamina i malintesi più comuni e separa i fatti dalla finzione.

Malintesi sul tantra

Eccoci quindi giunti al tantra: sono moltissimi i malintesi su questo argomento. Spesso questi malintesi sono dovuti al marketing. Il tantra e lo dzogchen vengono abilmente venduti come sentiero facile, sentiero veloce, questo genere di cose; il sentiero migliore e così via. E per via di questo marketing (fatto da maestri tibetani o vari praticanti occidentali o tibetani), per qualsiasi ragione per cui li possano presentare in questo modo, il fatto che, ad esempio, il tantra o lo dzogchen vengano offerti come sentieri facili è un malinteso.

Come mai questi aspetti, il fatto che siano semplici e veloci, ci attraggono? Come ha fatto notare uno dei miei maestri, la causa potrebbe risiedere sia nel fatto che siamo pigri e quindi cerchiamo qualcosa che sia facile e veloce (non abbiamo voglia di impegnarci troppo) oppure nel fatto che cerchiamo di fare un affare. Così come quando andiamo a fare shopping cerchiamo le occasioni, così vogliamo ottenere l’illuminazione a poco prezzo. Spesso abbiamo questo tipo di mentalità nei confronti dei vari metodi di Dharma. Dov’è l’affare? Cosa c’è in saldo questa settimana? Questo tipo di cose. La pratica del tantra e dello dzogchen, pratiche di questo tipo, richiedono un’ enorme mole di lavoro. Sono tremendamente difficili. Molto, molto sottili. E tutte necessitano di pratiche preliminari che non sono facili, quelle centinaia di migliaia di prostrazioni e così via.

Inoltre è un malinteso pensare che se accettiamo la necessità di fare anche queste pratiche preliminari come le prostrazioni, da esse deriveranno miracoli. Pure quest'idea può nascere da una mentalità commerciale, oppure possiamo essere noi stessi a sovrastimare il potere di questi preliminari. “Sono così disperato. Dimmi solo cosa devo fare. Va bene, mi getterò al suolo per centomila volte, reciterò per centomila volte delle sillabe in un’altra lingua e tutti i miei problemi scompariranno.” Questo è un malinteso. Ma a causa della disperazione lo facciamo, lo facciamo e lo facciamo ancora in attesa che alla fine si manifesti qualche miracolo. E questo non accade. Così restiamo completamente delusi dalla pratica del Dharma.

Naturalmente, le pratiche di purificazione possono essere efficaci, ma non quando per il 99% del tempo la nostra mente è distratta e non si concentra su ciò che si sta facendo. Oppure quando non si ha una motivazione forte e appropriata. Affinché queste pratiche risultino efficaci (ed anche quando sono efficaci non fanno miracoli), bisogna eseguirle nel modo appropriato, con completa concentrazione e con una motivazione piena e adeguata. Non è facile, vero? Oppure pensare che dopo che abbiamo svolto questo compito per centomila volte “ho pagato quanto dovevo e ora passiamo alla parte buona.” Anche in questo caso è quasi come provare risentimento per via delle pratiche preliminari. E voglio solo finirle. E senza riuscire a vedere il valore che hanno in sé per poter accumulare forza positiva. Come ancora ed ancora, intraprendere una direzione positiva nella vita, il rifugio, riaffermare Buddha, Dharma e Sangha. Questa è la direzione nella quale sto andando. Ancora e ancora, generare bodhicitta. Questo tipo di preliminari sono di grande aiuto.

Anche per quanto riguarda i preliminari ngondro, è un errore svolgerli prima di avere almeno una comprensione di base del Buddhismo, pensando che siano semplicemente un modo per purificare i nostri peccati. Si va da un maestro, e questo accade spesso in occidente, si va da un maestro e immediatamente, prima di qualsiasi insegnamento, prima di qualsiasi comprensione: “fai centomila prostrazioni!” E le persone le fanno, il che è piuttosto sorprendente. Quindi ci si chiede: “perché lo fanno?” E in genere è per disperazione, perché pensano che possa derivarne qualche miracolo. Oppure pensano di praticare una specie di culto ed obbediscono al maestro, come nell’esercito. E’ sbagliato pensare che la relazione con il maestro sia come quella con un ufficiale dell’esercito: si obbedisce senza discutere. E’ molto importante non perdere mai la facoltà critica. Sua Santità pone l’accento su questo. Siate critici. Questo non vuol dire criticare, anche se la parola in inglese suona allo stesso modo. “Critico” vuol dire esaminare ciò che sta accadendo. “Criticare” vuol dire pensare “io sono molto meglio e tu sei terribile,” guardandolo dall’alto in basso con un atteggiamento molto negativo. Quindi è importante avvicinarsi a queste pratiche ngondro quando ne abbiamo le basi, quando capiamo ciò che stiamo facendo.

E questo è indicativo di un malinteso ancora maggiore che consiste nell’impegnarsi in pratiche tantriche prematuramente, anche se si inizia con quelle ngondro. Ad esempio nelle tradizioni in cui viene posta grande importanza sulle pratiche ngondro, c’è un ngondro comune o condiviso, cioè i quattro pensieri che fanno rivolgere la nostra mente al Dharma: questi fondamentalmente coprono il materiale del lam-rim (il materiale del sentiero graduale); e poi uno non comune, speciale, non condiviso che consiste nelle prostrazioni e così via. Quindi saltare a piè pari, o sminuire, o minimizzare questi preliminari condivisi (gli insegnamenti di base del lam-rim) per arrivare direttamente a fare le prostrazioni e così via, porta spesso ad un atteggiamento molto irrealistico nei confronti delle prostrazioni, dei [mantra di] Vajrasattva e può creare problemi. Dopo un po’ ci si inizia a chiedere: “per quale ragione al mondo lo sto facendo? Qual è il punto?” Mentre se abbiamo una chiara comprensione, almeno a un certo livello, dell’importanza di accumulare forza positiva e di eliminare il potenziale negativo (o almeno di ridurlo al minimo), perché desideriamo raggiungere questo o quest’altro tipo di obiettivo spirituale, ecco che i preliminari assumono un senso.

Quindi come dicevo, il problema qui non sta solo nell’impegnarsi prematuramente nelle pratiche ngondro, ma piuttosto nell’impegnarsi prematuramente nel tantra. E questo accade molto spesso, in quanto potremmo richiedere la visita di un lama affinché offra delle iniziazioni, anche se il nostro gruppo non è ancora in grado di praticarle. Oppure i lama stessi offrono iniziazioni nel corso della loro visita, anche quando il pubblico per la maggior parte è impreparato. Quindi non siamo completamente responsabili di questo malinteso, che pone così tanta importanza nel tantra e al fatto che venga presentato e praticato prematuramente dalla maggioranza delle persone.

Perché domandiamo che ci venga data un’iniziazione? Le ragioni possono essere tante. Pensiamo sia una cosa molto elevata. E' il nocciolo di tutto. E’ esotico. Farà accorrere un maggior numero di persone il che vuol dire che raccoglieremo più soldi e saremo in grado di pagare il maestro in visita e anche di sostenere il nostro centro. Quindi la ragione potrebbe essere di tipo finanziario: questa è la più inopportuna che si possa verificare. Gli insegnanti stessi potrebbero essere motivati dal pensiero che “va bene non praticheranno, ma verranno piantati semi per le vite future.” Beh, la maggior parte degli occidentali non crede nelle vite future. Quindi questo è un malinteso. Oppure i maestri stessi non capiscono veramente che gli occidentali non hanno l'esperienza per poter praticare il tantra efficacemente. Oppure, come si diceva, potrebbero essere sotto pressione perché devono raccogliere fondi da portare a casa per il monastero e per i monaci. Ci possono essere molte ragioni. Ma il consiglio che viene sempre dato è, se c’è un maestro in visita, di chiedergli insegnamenti di base. E se desideriamo ricevere insegnamenti più avanzati, di chiedere insegnamenti avanzati sui sutra, sapete: insegnamenti avanzati sulla bodhicitta, sulla vacuità e così via.

E quando ci impegniamo nel tantra e vogliamo ricevere istruzioni su come praticare, anche qui è un fraintendimento pensare che l'enfasi principale della pratica stia nella visualizzazione e quindi preoccuparsi esageratamente per cogliere correttamente tutti quei piccoli dettagli. Il mio maestro Serkong Rinpoche faceva ricorso a un esempio che si prendeva gioco dei fraintendimenti degli occidentali. Diceva: “le persone vengono da me e mi chiedono se Yamantaka o Vajrayoghini hanno l’ombelico. Questo è ridicolo. Questo vuol dire perdere l’essenza, quelli che sono i punti importanti in queste pratiche.”

Certamente, quando si vuole sviluppare la concentrazione univoca e così via, c’è bisogno di tutti i dettagli, ma non è questo ciò su cui ci si focalizza o a cui si dà importanza all’inizio. Quello che si vuole ottenere è una comprensione di base dei tre aspetti principali del sentiero, Tsongkhapa lo dice molto chiaramente.

  • La rinuncia. Rinunciare alle apparenze ordinarie, all’aggrapparsi alle cose in termini di vera esistenza e così via. Richiede un’enorme determinazione (rinuncia) a liberarsi di questo.
  • Bodhicitta. Aspiriamo ad ottenere l’illuminazione. Queste forme di Buddha, questi yidam rappresentano la futura illuminazione che vogliamo raggiungere, quindi immaginiamo di essere già lì ora. Senza bodhicitta, perché dovremmo immaginarci in questa forma e compiere tutte le attività per beneficiare gli altri? Quindi, ovviamente, vogliamo essere in quel modo per poter beneficiare gli altri.
  • E poi la completa comprensione della vacuità: sappiamo di non esistere in quel modo allo stato attuale ma di averne i potenziali. Bisogna considerare la causa ed effetto, il suo sorgere dipendente e così via. Non sono Tara o tantomeno Cleopatra, peraltro.

Quindi se vi apprestate a ricevere insegnamenti sul tantra, accertatevi che essi siano a questo livello. Queste sono le cose a cui dare importanza. Qual è il punto? Cosa stiamo cercando di fare? Ecco perché c’è bisogno della preparazione preliminare. Non preoccupatevi della visualizzazione dei dettagli infinitesimali. Il modo in cui appare un gioiello e cose del genere. Anche se ci sono istruzioni a questo riguardo, non è su di esse che dovete puntare la vostra attenzione, in particolare non all’inizio.

E’ interessante: all’iniziazione di Kalachakra nel 2004 a Toronto, in Canada, Sua Santità dette un insegnamento preliminare su un testo di Nagarjuna sulla vacuità, non ricordo quale. Questo durò circa tre giorni. E successivamente dette l’iniziazione. La cosa che risultò evidente fu che per l’iniziazione c’era un numero di persone molto maggiore che per gli insegnamenti sulla vacuità. Sua Santità disse di apprezzare molto le persone che erano venute solo per gli insegnamenti di Nagarjuna ma che non erano rimaste per l’iniziazione, piuttosto che coloro che avevano fatto il contrario, che avevano saltato gli insegnamenti iniziali, gli insegnamenti di base, ed erano venuti solo all’iniziazione. Questo ci dice molte, molte cose.

Per quanto riguarda le pratiche tantriche, è un malinteso guardare agli yidam come a dei santi a cui preghiamo affinché ci aiutino, Santa Tara, Santo Cenrezig e così via. Questo fraintendimento, questa specie di adorazione, non è limitata agli occidentali. Possono ispirarci, come possono ispirarci i Buddha e i guru del lignaggio, ma il lavoro dobbiamo farlo noi.

Vedete, alcuni dei malintesi derivano da un problema di traduzione nelle preghiere di richiesta, quando si fanno le richieste ai vari guru e yidam. Per prima cosa, la parola preghiera per noi porta con sé la connotazione del pregare Dio e del fatto che “Dio esaudisce qualcosa.” Oppure quando si pregano i santi, questi diventano un intermediario tra me e Dio, il quale esaudirà qualcosa. Già qui ci troviamo ad essere un po’ sviati dalle nostre attribuzioni. Ma quando facciamo le richieste, la parola tibetana chingylab (byin-gyis rlabs) è di solito tradotta con benedizione. Questo determina una connotazione completamente differente e fuorviante. Chiediamo: “benedicimi affinché io possa fare questo. Benedicimi affinché io possa fare quest’altro,” come se tutto ciò di cui abbiamo bisogno fosse il potere di queste figure che vengono a benedirci e poi, tutto ad un tratto, otteniamo le nostre realizzazioni.

Questo non è Buddhismo. Il termine letteralmente vuol dire elevare e illuminare. Questo è il significato. Adhisthana in sanscrito. Adhisthana: porci in una posizione più elevata, elevarci. La connotazione è quella di rendere più luminoso. Io pertanto preferisco tradurlo con ispirare. Quindi chiediamo loro di ispirarci per riuscire ad ottenere questo, questo e quest’altro. Ma queste figure (che siano guru o Buddha o yidam) non possono da parte loro, per loro potere, esaudire i nostri desideri, fare tutto per noi, e tutto quello che dobbiamo fare è sottometterci a loro. Di nuovo, qui si tratta di interpolazione; di attribuire un’idea o un concetto occidentale al Buddhismo. La cosa più importante è che il lavoro dobbiamo farlo noi stessi. Ci sono i Buddha e i guru che possono ispirarci, insegnarci, guidarci, ma non possono fare il lavoro al posto nostro. Dobbiamo capire noi stessi.

Video: Tsenciab Serkong Rinpoche II — “Pratrica tantrica per principianti”
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Malintesi sui protettori

In modo simile, è un malinteso porre l’accento in modo eccessivo sulla pratica del protettore. Questo accade spesso. In alcuni centri di Dharma, ad esempio, ogni settimana fanno una pratica del protettore. Oppure ogni giorno. E perfino i nuovi arrivati partecipano alla pratica del protettore senza avere la benché minima idea di ciò che stanno facendo. Guardano al protettore considerandolo come se fosse colui che ci protegge (così come il termine proteggere suggerisce) da tutti i nostri ostacoli e pericoli e così via, dimenticando che siamo noi stessi che dobbiamo proteggerci nel senso che... Dove sono andati a finire il karma e il rifugio?

Abbiamo intrapreso una direzione sicura (Buddha, Dharma, Sangha) per evitare di cadere nelle rinascite inferiori: gli insegnamenti sullo scopo iniziale. Non è che per evitare le rinascite inferiori ci rivolgiamo a un protettore. Questo non è scritto da nessuna parte negli insegnamenti, no? Andate dal Buddha, Dharma e Sangha. E protezione non vuol dire nel senso che ci salveranno. Ci insegnano cosa fare. Dobbiamo farlo noi stessi. Ci mostrano l’esempio. E il karma: evitare il comportamento distruttivo. Cosa vuol dire intraprendere la direzione sicura di Buddha, Dharma e Sangha? La direzione sicura, principalmente, consiste nel Dharma. Il Dharma, il più profondo gioiello del Dharma, si riferisce alla terza e quarta nobile verità. Alle vere cessazioni delle cause della sofferenza e quindi alla vera cessazione della sofferenza. Ed al vero sentiero o alla mente sentiero che condurrà ad essa: la comprensione della vacuità ecc., e a ciò che ne deriverà. Questa è la direzione che abbiamo intrapreso. Ed essa esiste appieno nel continuum mentale di un Buddha, dei Buddha, molti Buddha, e in parte nel continuum mentale degli arya Sangha. Questa è la direzione. E se noi prendiamo questa direzione, proteggeremo noi stessi dalla sofferenza. Dharma, la parola sanscrita, proviene dalla radice trattenersi. Tratteniamo noi stessi, in modo da evitare la sofferenza.

Non è che un protettore può farlo al posto nostro. Un protettore è come un supplemento. Ci sono molti modi di vedere i protettori. Serkong Rinpoche era solito descrivere i protettori come un grande cane feroce. Egli diceva che se ci si trova al centro di un mandala nell’aspetto di divinità, una divinità davvero molto potente come Yamantaka, bisogna essere in grado di avere il potere di controllare questi protettori. Sono come un cane selvaggio. Ed anche se potremmo stare noi stessi al cancello per scacciare i ladri, perché farlo noi stessi quando lo può fare un cane? Però tu devi essere il padrone, devi tenerlo sotto controllo. Quindi anche se pensiamo che un protettore ci aiuti nel senso che scaccia via le interferenze ed i ladri e così via, siamo noi che fondamentalmente abbiamo il controllo di tutto ciò.

In altre parole i protettori, se li consideriamo, come fanno i tibetani, esseri reali, spiriti o altro, possono fornirci le circostanze affinché il nostro karma maturi. Ma se non abbiamo quel karma da maturare, non potranno esserci d'aiuto. E’ la stessa cosa di quando si fa la puja del Buddha della Medicina e pratiche simili. Non sarà di per sé efficace, non è la causa stessa del miglioramento. E’ una circostanza affinché il nostro karma positivo possa maturare. In alcuni casi i protettori sono la circostanza affinché il nostro karma negativo maturi con effetti però di scarso rilievo, in modo che si esauriscano tutti quei gravi ostacoli che in futuro potrebbero impedire il nostro successo. Possono agire in molti modi.

L’errore qui, il malinteso, consiste nel dare troppa enfasi alle pratiche del protettore; renderle centrali al posto di Buddha, Dharma e Sangha. E farle diventare quasi il culto di un qualche tipo di spirito. Ci sono molti problemi che derivano da questo, come è illustrato dal controverso protettore tra i tibetani. Quindi bisogna stare molto attenti. E non credo sia molto saggio per un centro di Dharma svolgere pubblicamente una pratica del protettore ogni giorno o settimana o mese, e consentire a chiunque di partecipare, anche ai nuovi arrivati, perché, specialmente se questi testi vengono tradotti, sono molto pesanti. “Schiaccia gli intrusi, i nemici” e così via. Può risultare molto pesante e può essere facilmente frainteso. Quindi bisogna essere molto cauti su queste cose.

Malintesi relativi all’iniziazione

Ora parliamo delle iniziazioni per quanto riguarda il tantra. E’ un errore prendere un’iniziazione tantrica senza prima esaminare il maestro o la pratica. Ed anche se li esaminiamo, è un errore o un malinteso prendere l’iniziazione senza l’intenzione di praticare il sistema del tantra. Lo scopo di un’iniziazione o potenziamento è di attivare e rafforzare, accrescere, i fattori della nostra natura di Buddha in modo da poter essere in grado di impegnarci nella pratica di uno specifico sistema di divinità. Tutto lo scopo sta qui. I vari rituali e visualizzazioni, ciò che si svolge, attivano i semi, piantano nuovi semi, in modo che ci possiamo impegnare in una pratica specifica. E’ con l’iniziazione che s'incomincia quella pratica.

Se equivochiamo tutto questo, finiamo per partecipare indiscriminatamente a qualunque iniziazione conferita da qualunque lama in qualunque pratica. E ci andiamo o per ricevere benedizioni oppure perché spinti dal nostro gruppo. E’ un errore farlo solo per questo. Partecipare ad un potenziamento, un’iniziazione, è una faccenda seria. E dobbiamo esaminare a fondo il maestro. Desidero instaurare con questo maestro la speciale relazione di guru tantrico? Molti di noi non hanno alcuna idea di cosa ciò voglia dire. Sono intenzionato a fare questa specifica pratica della divinità piuttosto che un’altra? E sono davvero determinato a farla, che sia adesso oppure più avanti? Ma andarci così, voglio dire, possiamo andarci per partecipare ad un evento antropologico. Ci si va come un antropologo per vedere cosa fanno questa specie di indigeni mentre compiono i loro rituali. Va bene. Sua Santità dice che se ci si vuole andare, lui li chiama osservatori neutrali, non è un problema. Ma partecipare in questo modo vuol dire sminuire il processo dell’iniziazione.

Ed è un ulteriore errore pensare che se ci andiamo in quel modo, come ad un evento antropologico, oppure solo per le benedizioni o a causa della pressione del gruppo (tutti gli altri ci vanno quindi ci devo andare anch’io), è un errore pensare che abbiamo ricevuto i voti e le responsabilità solo per il fatto che eravamo presenti all’iniziazione, senza prenderli in modo consapevole e con intenzione. I voti si ricevono solo se si sono presi consapevolmente. Il fatto di trovarsi semplicemente lì non vuol dire che si sono presi i voti o che si è ricevuta l’iniziazione. I tibetani portano con loro i cani alle iniziazioni. Ciò non vuol dire che i cani hanno preso i voti e che ora hanno l’iniziazione alla pratica. Voglio dire, naturalmente ce li portano per le benedizioni o cose del genere. Ma noi vogliamo partecipare ad un’iniziazione come fa un cane? Questo è il punto. Oppure pensare, “oh, ci farà sballare.” Qualcosa del genere.

Dall’altra parte è ugualmente un malinteso pensare che possiamo ricevere un’iniziazione ed impegnarci nella pratica senza aver preso e mantenuto i voti. Uno degli aspetti più importanti di un’iniziazione o potenziamento sono i voti. E’ detto chiaramente in molti testi: “non c’è iniziazione senza voti.” Quindi come minimo ci sono i voti del bodhisattva. Tsongkhapa e Atisha sottolineano che in tutte le iniziazioni di tutte le classi, incluso lo dzogchen, è necessario avere come base i voti o pratica di pratimoksha, anche se si tratta solo dei voti da laico. Non è neanche necessario che siano tutti e cinque: non uccidere, rubare, mentire, ecc. Una qualche base di etica generale. Poi i voti del bodhisattva. E se si tratta delle due classi superiori del tantra, i voti tantrici. Questo è assolutamente essenziale. E dobbiamo farlo molto seriamente interrogandoci: sono in grado di mantenerli?

Se bisogna prendersi la responsabilità di una pratica (a volte le iniziazioni comportano l'impegnarsi in una pratica), è un malinteso pensare di poter contrattare con il maestro per diminuire la responsabilità, come quando si mercanteggia con un venditore di scarpe in un mercato orientale per ottenere un prezzo più basso. Certamente mi è capitato di vedere a volte degli occidentali che lo facevano. A Dharamsala Sua Santità offre un potenziamento e l’impegno è quello di svolgere la pratica quotidianamente per il resto della vita. Ad esempio Lama Chopa (Guru Puja). Sua Santità offre insegnamenti su questa [pratica] e la responsabilità è di svolgerla ogni singolo giorno per il resto della vita. Gli occidentali vogliono parteciparvi, ma vogliono contrattare, cercano di contrattare: abbiamo una vita con molti impegni e così via, la dobbiamo fare veramente? E’ possibile farla solo qualche volta, quando abbiamo tempo? Cercano di pagare un prezzo basso, un prezzo più basso. Questo è un grosso errore.

Il punto è che se andiamo agli insegnamenti, ciò vuol dire che vogliamo fare la pratica. Siamo seriamente intenzionati a farla. Altrimenti perché andare agli insegnamenti? Solo per curiosità? Non è questo il punto. Si ritiene che questi insegnamenti siano preziosi, sacri, e se li si studia è perché lo si vuole davvero fare. Questo naturalmente diventa un argomento difficile con tutto il materiale che si trova su internet, i libri ecc., perché come dice Sua Santità il Dalai Lama, c’è comunque tanto materiale disponibile. Però ci sono anche tante informazioni errate riguardanti il Dharma e il tantra, ed è molto meglio ricevere le informazioni giuste. Sua Santità a volte scherza dicendo: “è meglio andare all’inferno con una corretta comprensione che con una comprensione sbagliata. Con una comprensione corretta se ne potrà venire fuori molto prima.” Sia che questo debba essere preso alla lettera o come uno scherzo, non lo so, ci dà comunque da pensare. Ma questa non è una scusa. Riceveremo quegli insegnamenti. C’è una responsabilità. Prendetela seriamente.

Se la responsabilità consiste in una recitazione quotidiana, è un errore non prenderla seriamente pensando di poter saltare un giorno quando non ci sentiamo di farla: “la faccio solo quando me la sento.” Oppure prendere troppi impegni di pratica per tutta la vita senza considerare realisticamente se saremo in grado di mantenerli o meno. Questo era un errore molto, molto frequente negli anni ’70 in India. A quei tempi le iniziazioni venivano date più facilmente, le iniziazioni complete con gli impegni di pratica completi, e gli occidentali le prendevano. Prendevamo questi potenziamenti e ci assumevamo gli impegni pensando che avremmo potuto mantenerli sempre. Però se andiamo a vedere solo dieci anni più tardi, lasciamo perdere venti, trenta, quaranta anni più tardi, quante di quelle persone li hanno effettivamente mantenuti? E continuano a mantenerli? Solo una manciata. Ed anche allora, al tempo in cui li hanno presi, le persone dovevano davvero combattere per mantenere la pratica quotidiana perché... Al mattino erano troppo occupati. “Il mattino non è un buon momento per me,” pensavano così. E allora li rimandavano alla sera, così avevano due o tre ore di pratiche da fare. E si addormentavano praticando, stavano lì seduti e si appisolavano e allora ci voleva mezza nottata per terminare. E diventava una tortura. Questo è un grosso problema.

Se assumiamo degli impegni di pratica, bisogna essere realisti su ciò che possiamo fare effettivamente. E questi impegni di pratica richiedono seriamente di essere svolti ogni giorno per il resto della vita. E perché vogliamo farli ogni giorno per il resto della vita? Perché la mia intenzione di ottenere la liberazione e l’illuminazione è molto seria. E comprendo il metodo di base del tantra. Questo è molto importante. Sua Santità pone sempre l’accento sul fatto che se ci si impegna nel tantra, la base di ciò dovrebbe essere la comprensione di cosa sia il tantra e la fiducia nell’efficacia del metodo. Altrimenti perché lo fate? Soprattutto se pensate che consista semplicemente in strane visualizzazioni e nel borbottio di alcuni mantra, dopo un po’ lo abbandonerete perché vi sembrerà ridicolo: “perché lo sto facendo?” Quindi è molto importante considerare seriamente se possiamo mantenere queste responsabilità.

Ed infine, considerare la pratica del tantra come mera recitazione di un rituale o mera ripetizione di un mantra, è un malinteso. Senza un’intensa meditazione su bodhicitta e vacuità, ecco quale sarà il nostro malinteso: recito semplicemente il rituale; recito semplicemente “bla, bla, bla...” Si cerca di visualizzare, ma la maggior parte delle volte non ci si riesce; è troppo complicato. Quindi vogliamo fare le versioni più semplici, e pensiamo che sulla base di quelle potrà davvero accadere qualcosa. E molto spesso diventa semplicemente una fuga nella Terra della Fantasia, senza essere davvero un metodo effettivo per mettere insieme tutti gli insegnamenti.

Il tantra è un metodo che raduna insieme tutti gli insegnamenti, così che, nel corso del rituale, ad un certo punto si generano i quattro atteggiamenti incommensurabili; ad un certo punto il rifugio, ad un certo punto bodhicitta, ad un certo punto si riaffermano i voti, ad un certo punto (in molti, molti punti) si fa la meditazione sulla vacuità; in punti differenti dello scritto si generano differenti comprensioni e realizzazioni del Dharma. Quindi se prima di tutto ciò non avete praticato i metodi, quando nel rituale in poche parole si dice: “ora ho la comprensione della vacuità,” cosa fate? Reciterete solamente le parole. Ma recitare soltanto le parole non porta a nulla. Perciò la pratica del tantra richiede una grande preparazione. E’ un errore pensare che consista solo in un “bla, bla, bla” accompagnato da una recitazione che, per la maggior parte del tempo, viene svolta mentre la mente sta vagando altrove.

Riassunto

È chiaro che ci siano molti malintesi sul tantra. Alcuni sorgono a causa del modo in cui il tantra è stato pubblicizzato, e altri a causa dei nostri stessi desideri: tutti noi vorremmo una strada rapida e facile verso l'illuminazione. Se comprendiamo la realtà della pratica del tantra, avremo una maggiore probabilità di attenerci a essa e progredire in modo costante, invece di arrenderci al primo ostacolo.