Intervista con Lama Tsultrim Allione

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Study Buddhism ha incontrato Lama Tsultrim Allione a Berlino durante il suo tour d’insegnamenti in Europa per parlare della pratica del chöd, del sacro femminile nel Buddhismo, e di metodi per trasformare i grandi dolori della vita.
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È autunno inoltrato a Berlino, ma fa ancora abbastanza caldo per potersi sedere fuori e godersi l’aria fresca e il verde. E quale posto migliore per farlo se non il giardino di Bodhicharya Berlino, un bellissimo centro di Dharma fondato da Ringu Tulku. Oggi ci incontriamo con Lama Tsultrim Allione, stimata maestra buddhista, autrice di best-seller, e fondatrice del centro di ritiri Tara Mandala in Colorado.

L’opera pionieristica di Lama Tsultrim nell’integrare psicologia occidentale e tradizioni spirituali orientali le è valsa fama internazionale e il riconoscimento quale figura di riferimento nel Buddhismo contemporaneo. Il motivo mi è chiaro: nel sedermi a parlare con lei, sono rimasto colpito dalla sua naturale apertura, dal suo calore, e dall’entusiasmo contagioso che nutre per il Dharma. Nel corso della nostra conversazione, ha condiviso la sua saggezza coltivata in anni di studio, pratica, ed esperienza personale. La sua profonda comprensione dei principi e delle pratiche buddhiste, nonché la sua prospettiva unica sul ruolo delle donne nel Buddhismo, hanno dato vita a una conversazione veramente illuminante.

In questa intervista, Lama Tsultrim condivide il suo pensiero su vari temi, dai modi in cui possiamo lavorare con le nostre emozioni per coltivare la libertà interiore, al ruolo del femminile nella pratica spirituale e ai consigli buddhisti per trasformare dolori profondi. Le sue parole, penetranti e ispiratrici, ci ricordano il potere trasformativo della pratica buddhista, e il potenziale infinito di crescita insito in ognuno di noi. Buona lettura!

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Study Buddhism: Il tuo primo libro, Donne di saggezza, Una via femminile all’illuminazione [edizione italiana di Astrolabio Ubaldini, 1985], esplora il potenziale spirituale del femminile attraverso le vite di sei donne mistiche, e fu pubblicato qualche anno dopo la morte improvvisa di tua figlia Chiara. Qual è stato il viaggio che dalla morte di tua figlia ti ha portato a scrivere Donne di saggezza?

Tsultrim Allione: Dopo la morte di Chiara, entrai in un periodo di crisi profonda, e cominciai a pormi domande su tutto, sulla mia pratica, sulle mie scelte, se fosse stato uno sbaglio abbandonare la via monastica. Tutto. Tra queste domande, una era: Dove sono le storie di donne che potrebbero aver avuto esperienze simili alla mia?

La storia del Buddha non era di grande aiuto, perché aveva lasciato la moglie e il figlio durante la notte per perseguire la sua ricerca. Non era mia intenzione fare qualcosa di simile. E pure la storia di Milarepa non era di grande aiuto, perché andò a vivere in una caverna. Non avrei fatto nemmeno questo! Cominciai a sentire che da qualche parte dovevano esserci storie di donne. Ora, naturalmente, sembra scontato che ne avessimo bisogno, ma a quel tempo non era affatto una cosa ovvia, e fui la prima a pormi domande del genere.

Pensi che la situazione sia migliorata ora? Oppure cosa potrebbe fare la comunità buddhista per affrontare questo squilibrio?

Innanzitutto, bisognerebbe ammettere che il Buddhismo tibetano è patriarcale. Spesso i maestri buddhisti non vogliono ammetterlo, e dicono cose simili a quello che mi dissero quando scrissi Donne di saggezza: “Fondamentalmente, non c’è nessun problema. Abbiamo Yeshe Tsogyal, Machig labdrön, Dechen Tsomo. E poi...”. Ah sì, la lista finisce qui!

In passato mancava la consapevolezza delle capacità delle donne, ma la situazione sta cambiando. Oggi esistono khenpo e geshe donne: finalmente ricevono un’istruzione che permette loro di affrontare esami di tale portata, dimostrando di essere al pari degli uomini, se non superiori, in questo ambito di studi.

Penso che dovremmo tornare all’ordinazione piena per le donne. Abbiamo bisogno anche di altre maestre, e i lama maschi dovrebbero sostenere questo lavoro. Ovviamente, qualora manchino le qualifiche necessarie, ciò non deve avvenire; tuttavia, le persone non devono essere scartate solo in quanto donne: i discepoli di ambo i sessi devono essere incoraggiati in egual misura.

Penso che gli uomini – i lama – debbano rendersi conto del problema e affrontarlo. È simile al razzismo: finché i bianchi non si rendono conto che è un problema, la situazione non cambierà.

Nel 2007, durante un pellegrinaggio in luoghi sacri in Nepal e Tibet, sei stata riconosciuta come un’emanazione della yogini tibetana Machig Labdrön. Puoi dirci qualcosa sulla sua vita e le sue realizzazioni?

Machig Labdrön era una donna tibetana che visse nell’undicesimo secolo. Era una monaca, e poi divenne una madre. Ha avuto quest’esperienza.

In seguito, sviluppò la pratica del chöd, questa base per nutrire, non per combattere. Per me non è un caso che fosse una donna, e che creò questo metodo, perché penso che quest'idea di nutrire e non combattere è una tendenza femminile. È la tendenza ad allevare, invece che combattere.

Il suo primo insegnante era un maestro dzogchen chiamato Drapa Ngönshe, che era un tertön (un rivelatore di testi tesoro) per i tantra medici tibetani. Apprese lo dzogchen, cosa molto interessante per me, perché Machig Labdrön è solitamente associata alla mahamudra, ma il suo primo maestro proviene dalla tradizione dzogchen. Poi praticò il lignaggio di “zhi-byed sdug-bsngal", o “la pacificazione della sofferenza”, che venne dall’India passando da Āryadeva il Bramino a Padampa Sanggye che era indiano, ma questo era il suo nome tibetano.

Lama Tsultrim Allione, fotografata nei giardini del Bodhicharya Buddhistisches Zentrum a Berlino nel 2018.

Il suo maestro Sönam Lama era anche studente di Padampa Sanggye, e il lignaggio si basa sugli insegnamenti della Prajñāpāramitā. Chiamò questo il suo lignaggio paterno. 

Il lignaggio materno provenne dalle sue visioni di Tara e delle cinque dakini, e così scrisse le sue pratiche. Il terzo lignaggio di Machig si chiama il lignaggio dell’esperienza, o “nyam” – pratiche che giunsero a lei come esperienze meditative.

Lei insegnò e passò questi lignaggi ai suoi figli: il lignaggio paterno di Padampa fu passato al primogenito Gyalwa Döndrub, il lignaggio materno al più giovane Tönyön Samdrub, e il lignaggio dell’esperienza a un altro discepolo maschio. Ma ha avuto anche quattro importanti discepole e una figlia, a cui ha pure insegnato. Il suo lignaggio è in realtà il nostro lignaggio, poiché il ciclo di terma che pratichiamo a Tara Mandala proviene da sua figlia.

Machig Labdrön insegnò questa pratica del chöd, fondando un lignaggio in Tibet che si disperse dopo otto generazioni, quando il chöd passò alle tradizioni Gelug, Kagyu, e Sakya, e alla tradizione dei terma della scuola Nyingma. Il lignaggio orale principale che conosco proviene dal III Karmapa della tradizione Kagyu, Rangjung Dorje, che scrisse i primi commentari sulla pratica del chöd, e questi testi sono giunti a noi. 

Il termine “chöd" significa letteralmente "troncare", quindi cos’è realmente la pratica del chöd? A chi sono adatte queste pratiche?

Nella visualizzazione tradizionale della pratica, offri il tuo corpo a vari ospiti; viene smembrato e messo in una tazza-cranio, trasformato in nettare e offerto come nutrimento a una serie di persone. È essenzialmente una pratica con cui nutriamo, non combattiamo, ciò che ci assale.

Da questo ho sviluppato la pratica del “Nutrire i tuoi demoniTM”, ovvero una forma occidentale del chöd. È un processo in cinque parti in cui sostanzialmente si fa la stessa cosa, utilizzando però modalità più occidentali.

La pratica del chöd è molto impegnativa, e un meditatore dovrebbe già essere abbastanza maturo per praticare realmente il chöd. In un certo senso, è un modo per mettersi alla prova, per testare il proprio progresso e la propria comprensione, perché tradizionalmente si pratica in luoghi chiamati “nyen-sa”, ovvero “posti difficili” in cui si offre il proprio corpo. Dovresti realmente aver paura, lavorarci direttamente, e poi vedere come affronti tali situazioni.

Puoi parlarci della tua esperienza di lavorare con la paura tramite il chöd?

In un ritiro che ho fatto, vai realmente a dormire nei carnai, passandoci tutta la notte. Oppure vai in strane caverne per praticare tutta la notte. Vai in posti reali che suscitano paura. Mi accaddero cose in queste situazioni, in cui provai realmente paura.

All’interno di quella paura, che è sempre l'attaccamento al corpo, si crea un enorme potenziale di liberazione dalla paura fondamentale che chiede: “Sopravviverò?". Lasciar andare e fare offerte con l’energia di quella paura è molto potente. Questa è la pratica tradizionale del chöd e il suo scopo: il confronto con la paura per poterla attraversare. La incontri, e poi la trasformi.

Ho abbastanza paura del buio, quindi non so come reagirei ad andare in caverne di notte! Il tuo lavoro nell’adattare pratiche buddhiste trasformative ai buddhisti occidentali ti ha portato al metodo di “Nutrire i tuoi demoni”, che ha avuto molto successo. Cosa sono esattamente questi demoni, e cosa gli diamo da mangiare?

La pratica del “Nutrire i demoni” contiene un metodo in cinque parti per lavorare con i nostri demoni, che sono ad esempio le dipendenze, la depressione, l’ansia. È un metodo che ho sviluppato quando mi sono resa conto che io stessa, e anche gli altri, ci stavamo relazionando ai demoni come se fossero concetti buddhisti, e non come veri problemi della nostra vita.

In questo processo in cinque parti, dai una forma, poni domande, e poi nutri un demone, come la paura. Potrebbe essere paura del buio, paura di morire, potrebbe essere la depressione, o anche una malattia fisica. In questo metodo, dai una forma e hai un dialogo con i tuoi demoni, e poi dissolvi il tuo corpo nutrendo questo demone. 

Ci sono tipologie differenti di demoni?

Ci sono modi differenti di classificare i demoni, e i tibetani hanno molto da dire su di loro! Ci sono i demoni esteriori, quelli interiori, i demoni dell’esultanza, e i demoni dell’arroganza o dell’egocentrismo.

I demoni esteriori sono qualunque cosa che percepisci con i sensi, a cui reagisci. Storicamente o tradizionalmente, è come se fosse un orso o un leone di montagna, qualcosa di esterno a cui reagisci con paura. Potrebbe anche essere una persona di cui hai paura, o una situazione.

Lama Tsultrim Allione, fotografata nei giardini del Bodhicharya Buddhistisches Zentrum a Berlino nel 2018.

I demoni interiori sorgono invece nella mente. Non sono connessi a una specifica stimolazione esterna. Ad esempio, potresti avere una depressione non connessa al dolore, è solo dentro di te, nella tua mente. Uno dei modi per distinguere i due è che i demoni esterni sono chiamati “demoni che bloccano”, quelli interiori sono invece “demoni che continuano”.

I “demoni che bloccano” si riferiscono al fatto che quando vedi un leone di montagna rimani immobile, ti blocchi, ti afferri, e quindi la tua esperienza si ferma. È come quando in aereo arriva una turbolenza: all’improvviso, la tua esperienza si ferma e sei preso dalla paura. Il demone interiore, “il demone che continua” è la nostra mente, che non si ferma mai. Dunque, i demoni esteriori ed interiori sono rispettivamente i demoni che bloccano e i demoni che continuano sempre.

Poi ci sono i demoni dell’esaltazione. Questi sono i demoni della megalomania spirituale o materiale. Per esempio, la fama, per un maestro, è un demone potenziale. Oppure hai un sogno e pensi di essere speciale per questo. È una forma più sottile e interiore del demone, generalmente associata allo sviluppo spirituale. Le persone potrebbero aggrapparsi a questa esperienza, rafforzando ancora di più il loro ego.

Il quarto demone è l’aggrapparsi all’ego. In tibetano si riferisce all’arroganza. È una fissazione fondamentale da cui si sviluppano tutti gli altri demoni. Dopo aver riflettuto su questi quattro, mi resi conto che il motivo per cui questo è il quarto demone è che ci vuole del tempo per arrivare alla radice. Il primo demone che possiamo vedere è quello esterno. Se sei psicologicamente immaturo, pensi che il problema sia l’altra persona, quello che sta fuori, vero? Poi, gradualmente, ti rendi conto che il problema è dentro di te. Continui ad andare sempre più in profondità finché non arrivi alla radice. Questi sono i quattro demoni di Machig.

Spesso fai dei pellegrinaggi con i tuoi studenti. Qual è il significato del pellegrinaggio nel Buddhismo, e cosa significa il pellegrinaggio per te?

Pellegrinaggio vuol dire andare in un luogo sacro. La parola usata in tibetano è "gnas-skor". “Gnas” vuol dire “luogo potente”, e penso che questo sia un concetto un po’ difficile da comprendere in occidente. Almeno per me, che sono cresciuta nel New Hampshire, non avevamo “gnas”, non avevamo posti potenti, non avevamo luoghi sacri. Un luogo sacro è spesso una confluenza di caratteri naturali, come una caverna, un fiume, o un luogo speciale nella terra.

Spesso è accaduto qualcosa in quel luogo. Un pellegrinaggio vuol dire andare realmente in questi “gnas”, questi luoghi potenti, per praticare e ricevere le benedizioni e l’energia del posto.

Lama Tsultrim Allione, fotografata nei giardini del Bodhicharya Buddhistisches Zentrum a Berlino nel 2018.

Il pellegrinaggio dovrebbe essere, e tradizionalmente era, arduo. Ricordo quando stavamo scalando il monte Kailash, ed ero con le sorelle di Namkhai Norbu. Anche se erano anziane, non andavano sugli yak. Dicevano che “No! Dev’essere difficile, perché la purificazione avviene grazie alle difficoltà".

Il pellegrinaggio è una pratica incredibile, perché i luoghi che visiti realmente elevano la tua pratica. Ad esempio, ebbi un'esperienza specifica in una caverna di Guru Rinpoche, Padmasambhava, in Tibet, molti anni fa, nel 1992. Ogni volta che ora invoco Guru Rinpoche nella mia pratica, ritorno a quella caverna, ed è il portale tramite cui lo raggiungo. In breve, questi luoghi diventano come dei portali a cui puoi tornare nella tua pratica, e a cui puoi rivolgerti.

Hai perso una delle tue figlie, Chiara, e anche tuo marito David, che è stato tuo partner per ventidue anni. Come hai affrontato il dolore? Che consigli puoi darci su come affrontare la perdita?

Il dolore è difficile. Non ci sono alternative.

Per entrambi avvenne di notte, e scoprii che erano morti il giorno seguente. Questo tipo di morte è scioccante. Quello che mi ha aiutato è stato coltivare la compassione. In precedenza, quando mi veniva detto qualcosa del tipo “Ho perso mio marito”, provavo tristezza e dicevo: “Mi spiace”. Ma ora lo capisco. So cosa significa, ed è una comprensione molto diversa da quella che avevo prima.

Ciò che mi ha aiutato nella morte di mio marito e di mia figlia è che ho avuto lo stesso pensiero di “Non sono l’unica”. Ho pensato a tutte le donne che perdono i loro figli nei paesi in via di sviluppo, dopo tutto lo sforzo di essere incinte e della nascita. Come donna occidentale sono stata fortunata a non avere, in generale, quella paura.

Una cosa che mi ha aiutato con David proviene da una canzone che cantiamo al termine della pratica, che si chiama “Includere nel sentiero la felicità e la tristezza”. Sostanzialmente dice: “Qualunque cosa accada, sono felice, perché ho il Dharma. Se muoio, sono felice, perché posso entrare nel dharmata al momento della morte”. C’è un verso che recita: “Se sono triste, sono felice, perché posso prendere la tristezza di tutti su me stessa e liberarli dalla tristezza”.

Poi una notte, circa otto o dieci mesi nel dolore, stavamo cantando quella canzone e pensai: “Prendi la tristezza degli altri su te stessa, se sei triste”. Ma poi pensai, “Non ce la faccio, è troppo, a malapena sto sopravvivendo, non posso assumermi altro”. Ogni giorno, sentivo come se fossi in una pentola a pressione di dolore. Poi pensai che forse avrei dovuto provarci e vedere cosa succede, e quindi feci questa pratica di “tonglen”, che implica prendere la tristezza degli altri e dare loro amore e compassione. Quando lo feci, immaginai di prendere la sofferenza degli altri che avevano perso i loro cari anche in situazioni peggiori, offrendo loro la mia compassione.

Paradossalmente, mi sentii meno oppressa dal dolore. Il cuore si aprì, tolsi il coperchio della pentola a pressione, e cominciai a sentire un po’ di spazio attorno al dolore. Provai anche empatia per gli altri. In un certo senso, fu una liberazione dalla fissazione sull’ego, che è presente anche nel dolore, e da lì si manifestò la compassione. Provai sollievo. È qualcosa che raccomanderei a qualcuno che prova dolore.

Nel 1970 sei stata la prima donna americana ad essere ordinata come una monaca buddhista tibetana, ma poi hai deciso di toglierti le vesti e avere una famiglia. Come rientra la maternità nella pratica del Buddhismo?

Essere un genitore e anche un praticante è certamente una sfida.

Ho dovuto capire come essere un genitore e un praticante serio al tempo stesso. Penso che voglia dire portare la pratica nella vita quotidiana. Ad esempio, quando cullavo mia figlia, immaginavo di cullare tutti gli esseri, pensando che fosse un atto di compassione. Quindi potevo trasformare tutte queste ore passate a cullare in una pratica di compassione. Lavoravo con l’irritazione che emergeva coltivando la pazienza. È un laboratorio perfetto per le emozioni!

Quando diventai madre dopo essere stata monaca, pensai di aver superato emozioni quali la gelosia, l’impazienza, la rabbia, eccetera. Mi resi conto che non era così! Fu un’esperienza molto arricchente che mi spinse ad essere più umile, perché capii che le circostanze di vivere in una caverna erano molto più facili da gestire. Con i bambini piccoli invece non dormivo abbastanza, e in più avevo un mutuo.

Lama Tsultrim Allione da giovane monaca nell’India del Nord. Immagine di Lama Tsultrim Allione/taramandala.org

L’altra cosa che era importante per me era avere del tempo per meditare. E quindi cominciai a prendermi un fine settimana, un giorno, oppure un’ora. Mantenni una pratica giornaliera regolare per la maggior parte del tempo in cui avevo i figli piccoli. I bambini mi saltavano addosso, buttavano giù l'altare, ma continuai a praticare. Per me era importante mantenere questa connessione.

Nel tuo libro recente, Il mandala femminile. Come praticare la saggezza con le divinità del buddhismo tantrico [Mondadori editore, 2020, N.d.T.], insegni come incarnare il potere forte, illuminato, del sacro femminile. Come descriveresti il sacro femminile e il maschile, e come si integrano a vicenda?

Il sacro femminile è qualcosa che stiamo appena scoprendo. Si è perso, ed è stato oppresso per migliaia di anni. Per dare un’idea di cosa potrebbe essere, o è, il sacro femminile, ciò che vedo è la vacuità, l'apertura, la comprensione dell'interconnessione, dell'interdipendenza, della relazione.

Lo vediamo nel modo in cui operano le donne: creano relazioni, nella famiglia e nella società. Sono consapevoli di come stanno tutti. Come madre, naturalmente devi essere consapevole. Ma il femminile ha anche qualità affilate: intuizioni, saggezza, l’abilità di vedere la profondità della realtà. Questo è un altro aspetto del femminile.

Il femminile, storicamente, è stato associato alla natura. Quando la natura è stata abusata, la stessa cosa è avvenuta alle donne. Ora ci troviamo in un momento storico in cui la Terra ha subito gravissimi danni, e siamo realmente arrivati sull’orlo del precipizio. E non solo sull’orlo, siamo già nel precipizio! E l'abuso delle donne è anche estremo, sebbene stiano accadendo alcuni fatti positivi.

Dunque, il sacro femminile ha molti aspetti. C'è l'aspetto materno, compassionevole e di connessione, e c’è anche l’aspetto possibilmente forte, c’è chiarezza, intuizione, e l'unione di sessualità e spiritualità. In generale, un altro aspetto del sacro femminile è vedere la spiritualità nell'immanente, ovvero nel corpo. Il maschile, storicamente, vede il sacro in termini trascendenti: nirvana, Dio, Allah. È qualcosa là fuori, lassù. Il sacro maschile è stato considerato così, e ciò ha creato culture dove le donne e la natura sono state viste come ostacoli all’ideale trascendente.

Vediamo questo anche nel Buddhismo, con il Buddha che lascia la moglie e il figlio, perché vuole ottenere il nirvana. Ciò che mi interessa del Buddhismo Vajrayana è che ci fu questo cambiamento che portò a considerare sacri il mondo e il corpo. Non è più una rappresentazione disgustosa e in decomposizione dell'impermanenza. 

Il corpo è il mandala, il corpo è la divinità nel Vajrayana. Pertanto, probabilmente non è una coincidenza che nel Vajrayana notiamo la presenza del femminile e di insegnanti donne. Non conosciamo esattamente le origini del Vajrayana, ma sembra che una fonte sia lo Shaktismo – la venerazione del sacro femminile – e anche la tradizione shaivita.

Il sacro femminile negli insegnamenti tibetani è "shes-rab", o saggezza, e il sacro maschile è "thabs”, che vuol dire mezzi abili. Il sacro maschile è la capacità di manifestare, dalla vacuità, in modi abili. Ho sicuramente visto questo nella mia vita con mio marito David. Ho avuto una visione del centro Tara Mandala in Colorado, e avevo continuamente visioni, e poi David le realizzò. Fu lui a realizzarle. Penso che questa sia la capacità dell'aspetto maschile. Penso pure che il sacro maschile possegga la qualità del protettore, di essere in grado di proteggere la famiglia, ma anche di proteggere il mondo, e di farlo in modo gentile. Il maschile è associato alla compassione poiché, se il femminile rappresenta la vacuità, il modo in cui quest'ultima si esprime concretamente è proprio la compassione: l'aspetto maschile dell'essere.

Lama Tsultrim, grazie mille per aver condiviso con noi le tue profonde intuizioni sul Buddhismo e le sue pratiche, che ci permettono di trasformare le nostre vite!
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