Intervista con Sulak Sivaraksa

20:24
Study Buddhism ha incontrato Ajahn Sulak Sivaraksa nel lussureggiante giardino di casa sua a Bangkok per esplorare il sentiero che ha portato lui e Thich Nhat Hanh al Buddhismo socialmente impegnato, per comprendere i motivi per cui il sistema educativo moderno ha bisogno di essere totalmente rinnovato, e per discutere di come, opprimendo le donne, non seguiamo gli insegnamenti del Buddha.
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Se non siete mai stati in Tailandia, e vi viene dato un indirizzo da trovare, ci vuole quasi un miracolo per capirlo – almeno per noi che non siamo del posto! Fa anche molto caldo – specialmente per uno come me abituato ai climi del nord, e ancora di più a causa di tutta la pesante attrezzatura video. Mi trovo a Bangkok a vagare per viuzze piene di gente mentre cerco la sua casa, e grazie alla moderna tecnologia, riesco ad arrivare in orario.

Vengo accolto da Ajahn Sulak Sivaraksa, attivista, scrittore, critico sociale molto rispettato e senza peli sulla lingua, fondatore di vari movimenti umanitari nel Sudest asiatico. Nato nel 1933, Ajahn Sulak cominciò il suo viaggio spirituale come un giovane monaco nella tradizione della foresta del Buddhismo Theravada, studiando in seguito legge nel Regno Unito. Tornando in Tailandia, fondò la Rete Internazionale di Buddhisti Impegnati, che connette buddhisti di tutto il mondo e promuove l’integrazione della pratica con l’azione sociale per creare un mondo più salutare, giusto, e pacifico. Nel corso degli anni, Ajahn Sulak è diventato famoso per il suo impegno costante nella giustizia sociale e la sostenibilità ambientale, ed è ampiamente considerato come uno dei pensatori buddhisti più influenti del nostro tempo.

Durante la nostra conversazione nel suo tranquillo giardino, Ajahn Sulak ha condiviso i suoi pensieri e la sua esperienza in molti temi, dal significato del rifugio nel Buddhismo allo status delle donne nelle società buddhiste. Con grande eloquenza, ha parlato delle esperienze che hanno portato all'inizio del Buddhismo socialmente impegnato, condividendo le sue intuizioni su come il Buddhismo possa essere applicato al mondo moderno per alleviare la sofferenza e promuovere il benessere di tutti gli esseri.

Nel corso dell’intervista, il calore, la compassione, e la saggezza di Ajahn Sulak si potevano toccare con mano, e le sue parole rendevano molto evidente il potenziale trasformativo della pratica buddhista nelle nostre vite e nel mondo intorno a noi. È stata un'esperienza indimenticabile potersi sedere con questo grande maestro per ascoltare la sua saggezza, e ci auguriamo che la nostra conversazione possa ispirarvi ad esplorare gli insegnamenti buddhisti in modi che promuovano maggiore comprensione, compassione, e azione sociale. Buona lettura!

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Study Buddhism: per settant’anni sei stato una voce dominante per la democrazia e i diritti umani nel Sudest asiatico, specialmente nel tuo paese di origine, la Tailandia. Potresti raccontarci alcuni eventi della tua vita che hanno influenzato la tua visione del mondo e il tuo impegno sociale?

Ajahn Sulak Sivaraksa: Mio padre frequentò scuole cristiane, e sentii che dovevo seguire i suoi passi. Per questo motivo andai in scuole cattoliche e protestanti, ma non mi piacquero perché erano molto vecchio stile. Ti picchiavano e volevano che imparassi tutto a memoria!

Fortunatamente o sfortunatamente, la scuola fu bombardata, e ci venne detto di andare a vivere in una scuola dell’entroterra. Mi rifiutai. Mio padre suggerì di diventare monaco mentre non potevo andare a scuola, e io dissi “OK!”. Mi unii alla comunità monastica come uno sāmaṇera, un novizio, e mi piacque così tanto che non volevo tornare laico. Mio padre sosteneva che sebbene fosse bellissimo fare il monaco, se in seguito avessi voluto lasciare l’ordine monastico e unirmi al mondo moderno, come mi sarei guadagnato da vivere? Disse che sarebbe stato meglio andare nel mondo e imparare di più.

Lasciai le vesti monastiche dopo diciotto mesi. All'età di diciannove anni, partii dalla Tailandia e andai a vivere in Inghilterra per proseguire la mia educazione, studiando legge. Dopo otto anni nel Regno Unito, tornai a casa e fondai una rivista chiamata Social Science Review [rivista di scienze sociali, N.d.T.], che divenne molto famosa. In Tailandia avevamo vissuto una dittatura per molto tempo, e introdussi una visione differente e liberale, e diventai molto famoso.

Un giorno, un principe tailandese venne da me chiedendomi: “Cosa fai?”. Gli dissi che ero il redattore di una rivista intellettuale, e lui rispose: “Sulak, conosci i contadini?”. La mia risposta fu: “Beh, compro riso da loro, e spero che i soldi che ricevano siano quelli giusti”. Lui disse che “No, il prezzo a cui vendono non è affatto buono per loro. Il governo mantiene basso il prezzo del riso, affinché voi della media borghesia siate felici. Ma i contadini vengono oppressi. Se non conosci la sofferenza dei contadini, allora la tua rivista è in realtà un esercizio di masturbazione intellettuale".

Seguii il consiglio del principe e cominciai a conoscere i contadini. Ciò cambiò totalmente la mia visione del mondo. Volevo stare con i poveri. Da allora, fui arrestato molte volte, semplicemente perché sto dalla parte dei poveri.

Sì, ho letto che sei stato arrestato molte volte, sei stato mandato in esilio per un periodo di tempo, e hai passato quindici anni in carcere! Incredibile. Nel corso della tua vita, ti sei avvicinato molto a Thich Nhat Hanh, anche lui
noto per aver lasciato l’isolamento monastico [rimanendo comunque monaco per tutta la vita, N.d.T.], per aiutare le vittime della guerra in Vietnam, dando vita al “movimento del Buddhismo impegnato”. Come hai sviluppato questo concetto nel termine che hai coniato, “Buddhismo
socialmente impegnato”?

Quando il colonialismo francese giunse in Vietnam, i buddhisti si ritirarono. I vietnamiti che divennero cattolici e impararono il francese ottennero buone posizioni nel governo, mentre i buddhisti vennero lasciati indietro. In seguito, arrivarono gli americani, e scoppiò la guerra del Vietnam. Thich Nhat Hanh disse: “Noi buddhisti dobbiamo svegliarci! Non dobbiamo solo prepararci per il prossimo mondo, dobbiamo anche portare il Buddhismo in questo mondo!”. E coniò il termine "Buddhismo impegnato”.

Diventammo grandi amici. Presi queste parole da lui, e cercai di renderle un po’ più precise: "impegnato socialmente". Ciò vuol dire che ci impegniamo nella società cercando di migliorarla noi stessi. È da qui che nacque il termine “Buddhismo socialmente impegnato”.

Fondai la Rete Internazionale dei Buddhisti Impegnati circa quarant’anni fa.

Abbiamo membri in tutto il mondo, ma è ancora piccola. Molti buddhisti ancora non vogliono impegnarsi; vogliono soltanto sedersi per fare la loro meditazione!

Penso che in occidente, molti praticanti considerino il Buddhismo come qualcosa di separato dalla società, che il governo o le organizzazioni di beneficenza debbano affrontare le questioni sociali, non loro. Come tale, il Buddhismo socialmente impegnato suona nuovo o anche strano per molti buddhisti, i quali potrebbero pensare che la meditazione sia separata dalla politica o dai problemi quotidiani. Qual è la ragione che sta dietro a questa mentalità?

Un buon numero di occidentali sono diventati buddhisti, specialmente in Inghilterra, come il signor Christmas Humphreys, il fondatore di The Buddhist Society circa novant’anni fa. Mi disse: “I buddhisti devono imparare a meditare senza essere coinvolti nella società”. Secondo lui i cristiani avevano sbagliato, perché si impegnarono nella società e nella politica, portando a un decadimento spirituale del Cristianesimo. Lui pensava che i buddhisti non dovessero seguire il cattivo esempio dei cristiani.

In particolare, le persone che si avvicinano al Buddhismo in occidente tendono a provenire dalla media borghesia e dalle classi più alte. A quel tempo, quando mi unii a The Buddhist Society a Londra, l’impero britannico c’era ancora. Gli inglesi non si rendevano conto di quanta sofferenza il loro impero avesse creato nel mondo. 

Molti buddhisti meditano in occidente. Ma a mio parere, meditare soltanto, senza una comprensione della sofferenza sociale e ambientale, non è Buddhismo; vuol dire evadere dalla realtà!

È come in Giappone: il Buddhismo in quel paese considera solo l’altro mondo, e i preti guadagnano molto con i funerali. Non sono interessati al mondo attuale. Noi buddhisti dovremmo prenderci cura di questo mondo, e anche dell’altro.

È raro che le persone – specialmente i buddhisti – parlino male della meditazione! Hai appena detto che la meditazione potrebbe diventare una forma di fuga dalla realtà; dunque, ci sono approcci giusti e sbagliati alla meditazione?

Nella nostra tradizione, l’addestramento chiave del Buddhismo si chiama tisikkhā: una formazione in tre fasi. La prima è sīla, il retto comportamento. Nel contesto moderno, significa imparare a non sfruttare sé stessi e gli altri. Per me questo è fondamentale. Ma in occidente, ci si concentra solo su cittasikkhā, sullo sviluppo della presenza mentale. Ma senza sīla, la presenza mentale può essere pericolosa.

In Tailandia, abbiamo un gruppo di monaci chiamati Dhammakaya. Aiutano le persone a meditare affinché diventino sempre più ricche. È terribile! O pensate ai giapponesi che meditarono diventando così concentrati da essere pronti a sacrificare la propria vita per bombardare Pearl Harbor. Penso sia un errore. La meditazione, vedete, deve unirsi alla sīla. Senza sīla, la meditazione può trasformarsi in meditazione errata. Nel Buddhismo abbiamo il sammāsamādhi, la retta meditazione, o il miccāsamādhi, la meditazione con un cattivo risultato. Penso sia molto, molto chiaro negli insegnamenti del Buddha, per come li comprendo.

Ho letto che a parte Thich Nhat Hanh, hai parlato di Bhimrao Ramji Ambedkar, paladino di giustizia sociale e diritti civili del XX secolo per la casta Dalit – gli intoccabili – in India, come una delle tue più grandi ispirazioni. Cosa ti ispira del suo lavoro?

Molte persone, tra la generazione più giovane, stanno tornando all'essenza del Buddhismo. Non solo in questo paese, ma in Birmania, nel Laos, in Cambogia, nello Sri Lanka, e specialmente in India. Come sai, molti intoccabili indiani hanno ora abbracciato il Buddhismo, una tendenza innescata dal lavoro del dott. Ambedkar sessant’anni fa.

Ambedkar era un intoccabile, ma uno dei più istruiti del tempo, perché ottenne un dottorato dalla Columbia University, studiò alla LSE [London School of Economics, facoltà di economia a Londra, N.d.T.], e fu ammesso all’esercizio della professione forense. Ma siccome era un intoccabile, era ancora “il più umile tra gli umili". Disse che sebbene fosse nato induista, non sarebbe morto come tale. Abbracciò il Buddhismo, perché a suo parere Gandhi aveva fatto troppi compromessi accettando il sistema delle caste.

Ambedkar disse che non avrebbe mai accettato il sistema delle caste. Quando abbracciò gli insegnamenti del Buddha, più di 500.000 persone si unirono a lui. Sessant'anni dopo, ci sono più di dieci milioni di buddhisti indiani, perché Ambedkar scoprì che gli insegnamenti del Buddha offrono la liberazione.

Il sistema delle caste è molto opprimente, con i bramini in cima, poi gli kshatriya o classe dei guerrieri, poi la classe dei mercanti, e infine la shudra, i lavoratori. Ma ancora “peggio” sono gli intoccabili, che sono visti come se fossero al di fuori delle quattro caste.

Ambedkar disse che la retorica francese di libertà, uguaglianza, e fraternità durante la Rivoluzione francese era solo retorica, perché ci fu molta violenza. Dopo aver ucciso il re, Napoleone arrivò poco dopo e ci fu ancora più violenza. Invece il Buddha diede inizio al Sangha. Il Sangha è un’alternativa alla corrente principale della società. Chiunque si unisca al Sangha, che sia il figlio o la figlia di un re, il figlio o la figlia di una prostituta, ha gli stessi diritti, c’è uguaglianza. Il Sangha offre fratellanza e sorellanza, amore tra fratelli e sorelle, e questo viene espresso alla comunità laica. L'amore fraterno è un insegnamento chiave del Buddha.

Quali altri insegnamenti del Buddha informano o rafforzano il tuo impegno per la giustizia sociale?

Tutti gli insegnamenti del Buddha hanno sostenuto i miei sforzi per la giustizia sociale in Tailandia. Il Buddha disse che non si è una persona matura se non si sono coltivati i brahmavihārā, i quattro atteggiamenti incommensurabili. Il primo passo è mettā, l'amorevole gentilezza. Bisogna imparare ad amarsi e ad amare le persone che ci stanno intorno. È facile amare l'umanità, ma amare le persone attorno a te è difficile, perché hanno fatto ogni genere di cose per farti del male. Il passo successivo si chiama karuṇā, compassione. Karuṇā significa che devi condividere la sofferenza dei poveri e degli oppressi, bisogna stare con loro. Non solo aiutarli, ma soffrire con loro. Così coltivi la muditā, come provare gioia, e impari a non odiare l’oppressore. E infine coltivi upekkhā, capisci come essere consapevole, come avere equanimità e sapere quando usare mettā, quando usare karuṇā, quando usare muditā.

A differenza dei marxisti, non odiamo l’oppressore. Dobbiamo essere gentili con l’oppressore, ma bisogna cambiare il sistema di oppressione. Questa è la mia comprensione di come trasformare la difficile situazione del mondo di oggi.

Verso la metà del XX secolo, c'era molta fiducia che la povertà e la disuguaglianza sarebbero state eradicate, eppure eccoci qui, sessant’anni dopo, praticamente nella stessa situazione. Nel tuo libro, La saggezza della sostenibilità: un'economia buddhista per il XXI secolo [non ancora tradotto al 2026, N.d.T.] parli di economia buddhista. Puoi dirci qualcosa di più su questo concetto?

Una volta pensavamo che la democrazia avrebbe risolto ogni problema. Ma non ha funzionato. Poi gli americani offrirono l’idea che lo sviluppo sarebbe stato la risposta. Invece del colonialismo, usarono la parola “sviluppo”. Ma per me, è solo un tipo differente di colonialismo.

Gli americani ti direbbero che sei sottosviluppato e dovresti adottare maggiormente i principi capitalisti. Le Nazioni Unite diedero il nome di “decade dello sviluppo” agli anni ‘60, ma al termine di quel periodo, i ricchi diventarono più ricchi, e i poveri più poveri. È tutto sbagliato, perché si parla solo di materialismo. Ecco perché ammiro il re del Bhutan, il quale disse che dobbiamo sviluppare la ‘Felicità Nazionale Lorda’, e non il Prodotto Interno Lordo. Penso che questo punto sia fondamentale; dobbiamo limitare l’avidità.

Fortunatamente, ora ci sono alternative. In economia, E. F. Schumacher sfornò l'idea dell'economia buddhista più di quarant'anni fa. Si tratta di economia, ma in cui gli esseri umani contano. E ora c'è in Inghilterra persino l’università Schumacher, che promuove un’istruzione alternativa. In maniera simile, nella politica, c’è un libro di Glenn Paige intitolato Scienze politiche globali di non uccidere [non ancora tradotto al 2026, N.d.T.]. Paige è diventato anche buddhista e vive alle Hawaii; siamo buoni amici.

Il Buddhismo ti insegna a cercare alternative. Se il mondo desidera sempre più cose materiali, dobbiamo imparare a limitare l’avidità. Se il mondo diventa sempre più violento, bisogna imparare a trasformare la violenza in non violenza. Se il mondo è pieno di inganni – proprio come l’istruzione moderna è piena di inganni, e come i mass media moderni sono pieni di inganni – dobbiamo trasformare tutto questo in saggezza, l’alternativa all’inganno. È possibile.

Hai appena detto che il sistema educativo moderno è pieno di inganni, e che dobbiamo cercare alternative. Hai fondato Spirit in Education Movement [il movimento per lo spirito nell’educazione, N.d.T.], un tentativo di offrire un’educazione esperienziale trasformativa per studenti, che evidenzia inoltre le cause radici dell’ingiustizia sociale. Puoi dirci qualcosa in più su questo movimento?

Molti giovani sono stanchi dell’educazione convenzionale, e cercano alternative. L’educazione occidentale si basa interamente sullo sviluppo della mente, non del cuore. Sono una di quelle persone coinvolte nell’istruzione alternativa. La chiamiamo SEM, Spirit in Education Movement. Il punto fondamentale di questa formazione consiste nello sviluppare buone amicizie, kalyāṇamitra. Gli studenti imparano dal maestro, e il maestro o la maestra imparano dagli studenti. Siamo onesti, gli uni con gli altri. Questo è il primo passo. Poi avviciniamo sia il maestro che gli studenti alla sofferenza del mondo. Se provieni dalla media borghesia, vai ad imparare dalle classi meno abbienti e vedi come soffrono, apprendendo così la violenza strutturale.

Sei nel mezzo, e l’educazione convenzionale ti insegna come arrivare in cima. Ma il nostro approccio è che siamo nel mezzo, e dobbiamo renderci conto che siamo immersi in una struttura che opprime i poveri. Dobbiamo imparare dai poveri. Dobbiamo utilizzare i quattro brahmavihārā dell’amorevole gentilezza, della compassione, dell’equanimità e così via.

Hai parlato di oppressione e violenza. Dovremmo combattere l’oppressione usando violenza? Nell’era moderna, dove abbiamo accesso a tantissime informazioni che sottolineano le atrocità degli oppressori in tutto il mondo, come possiamo evitare di provare odio per l’oppressore, e comunque agire in modo consapevole?

Innanzitutto, dobbiamo vedere l’oppressione che è dentro noi stessi. Se non coltiviamo per bene il nostro carattere, l’ego può crescere a dismisura. A volte sentiamo di non essere nessuno, e quindi vogliamo essere riconosciuti. L’ego è essenziale qui. Ma se impari a respirare bene, domerai l’ego. E vedrai che l’ego non è un’entità reale. Anche se non riesci ad arrivare a quel punto, impara a prenderti in giro. E poi impara a relazionarti con gli altri.

Siamo interconnessi gli uni con gli altri. Non solo tra umani, ma siamo interconnessi con gli alberi. Senza gli alberi, non potremmo respirare bene, e quindi gli alberi ci aiutano moltissimo. Questo ci insegna il Buddha: di imparare da Madre Terra, dagli alberi, dagli oceani.

Se siamo abili, possiamo trasformare l’oppressione dentro di noi, e poi cercare di cambiare l’oppressione che vediamo all’esterno. Dentro e fuori sono interconnessi. A mio parere, non puoi avere uno senza l’altro. Se vedi le cose in bianco e nero, come buono e cattivo, è pericoloso.

Quando denunciamo qualcosa dicendo che è il male, nel subconscio noi stessi diventiamo il male. Quando odiamo qualcuno, al livello subconscio imitiamo la persona che odiamo. Il Buddha disse solo di imparare. L’altra persona, non importa quanto sia cattiva, ha anche la natura di Buddha. I Quaker dicono: “Tutti hanno Dio dentro”. Impara a vedere la bontà degli altri, e a relazionarti con loro, a coltivare kalyāṇamitra per essere un buon amico – e le cose cambieranno.

Il Dalai Lama parla sempre di amore. Il futuro del mondo dipende dall’amore, non dalla violenza. Anche i cinesi devono imparare a cambiare. I cinesi, dopotutto, hanno avuto grande saggezza in passato: il Buddhismo, il Confucianesimo, il Taoismo. Mao Zedong fu la causa di molta distruzione, che portò all'uccisione e allo sradicamento di milioni di persone nel nome del comunismo. Penso tuttavia che i cinesi hanno anche molta saggezza, e prima o poi torneranno alle loro radici. Il Dalai Lama continua a dirci che dobbiamo amare i cinesi. Solo con l’amore le cose potranno cambiare.

Dunque, se riusciamo a vedere il buono nelle persone – o la loro natura di Buddha – e a sviluppare i brahmavihārā, sarà sufficiente?

La parola chiave, specialmente nel Buddhismo Mahayana, è upāya. Bisogna imparare ad usare metodi abili. Se ti prendi cura solo di te stesso, è una fuga. Se ti prendi totalmente cura degli altri, ma non di te stesso, questa è ignoranza. Se cominciamo ad essere più abili, meno egoisti, e a prenderci cura degli altri, ci renderemo conto di essere tutti interconnessi. Cambiamo noi stessi per cambiare il mondo. Penso che questa sia l’essenza dell’insegnamento del Buddha.

Sapendo che siamo tutti interconnessi, mi prendo cura di te, ti prendi cura di me, e ci prendiamo cura di tutti gli esseri senzienti. Questo è l'insegnamento essenziale che dobbiamo imparare ad applicare con urgenza, e in modo appropriato, nel mondo moderno.

Un altro elemento importante del Buddhismo socialmente impegnato, a cui fai spesso riferimento, è avere amicizie spirituali, kalyāṇamitra. Perché è così importante avere amici?

Le persone hanno bisogno di buoni amici, questo è ciò che penso. Lo disse anche il Buddha. Ananda chiese una volta al Buddha: “Avere un buon amico – kalyāṇamitra – è metà della vita spirituale?”. E il Buddha rispose: “No, un buon amico è tutta la vita spirituale". Un buon amico è colui che ti dice quello che non vuoi sentire. Diventa una voce extra della tua coscienza.

Se senti qualcosa che non vuoi sentire, rifletti. Se quello che dicono non ha senso, perdonali. Se ci parlano di alcune nostre debolezze, dobbiamo imparare a trasformarle e renderle forti. Ecco perché i buoni amici sono molto importanti. La Rete Internazionale di Buddhisti impegnati è nata da un gruppo di buoni amici. I giapponesi erano interessati solo all'aldilà. Dopo poco tempo, però, hanno imparato con noi a prendersi cura del mondo attuale.

Per molti, l’amicizia spirituale fa venire in mente il Sangha, in cui prendiamo rifugio, assieme al Buddha e al Dharma. Cos’è il rifugio per te?

Nel Buddhismo, prendiamo rifugio nel Buddha, nel Dharma, e nel Sangha. La gran parte delle persone pensano che il Buddha sia una grande statua, un uomo storico. Ma in realtà, la parola “Buddha” significa “risvegliato”. 

L’essenza è che il Buddha si è svegliato, e il Dharma è la via che porta al tuo risveglio. Ma per questo risveglio, hai bisogno del Sangha, di una comunità in cui vivere insieme nell’uguaglianza, per praticare la fratellanza, e per liberarti dall’avidità, dall'odio, dall'ignoranza. Quando le persone si sentono deboli, si rivolgono a grandi immagini, a grandi alberi e montagne, chiedendo un rifugio. Questo può temporaneamente essere di aiuto per sentirsi più sicuri, ma il vero rifugio è nel Buddha, nel Dharma, e nel Sangha, perché il Buddha, il Dharma, e il Sangha aiutano a comprendere la sofferenza, la causa della sofferenza, e il nobile ottuplice sentiero per superare la sofferenza.

Ecco perché prendiamo rifugio nel Buddha, nel Dharma, e nel Sangha. È il vero rifugio. Così arrivi a comprendere il tuo potere interiore di cambiare la sofferenza in qualcosa che va oltre essa. Non è solo la sofferenza personale, ma anche la sofferenza sociale e ambientale.

Hai detto che il tuo lavoro con i poveri e gli oppressi richiede non solo di aiutare gli altri, ma anche di sentire la loro sofferenza. Come vedi e affronti la sofferenza degli altri o, in effetti, la tua sofferenza?

Invece di fuggire dalla sofferenza, bisogna affrontarla. Dukkha non è solo sofferenza personale, è anche sofferenza sociale, e ambientale. Dukkha non è solo sofferenza, è insoddisfazione, la sensazione di non avere qualcosa, un senso di paura.

Ma le quattro nobili verità dicono che non possiamo fuggire da queste paure. Il consumismo ti dice che puoi fuggire dalle tue paure consumando sempre di più. È tutto falso. Devi affrontare le tue paure e scoprirne le cause. Le cause radici sono l’avidità, l'odio, l'ignoranza. Affrontale con consapevolezza, con la testa e il cuore; affrontale con abilità, e poi potrai cambiare qualcosa di negativo in positivo. Con meno egoismo, e grazie a buoni amici, possiamo imparare l’alternativa alla sofferenza, che è qualcosa di non violento. La non violenza è qualcosa che potrebbe non sembrare potente, ma anche se l’acqua sembra ferma, la corrente può diventare molto forte.

Sei un sostenitore dichiarato e molto noto per la piena ordinazione delle monache. Qual è la visione buddhista delle donne, e in particolare delle monache?

Il Buddha riteneva che le donne e gli uomini fossero uguali. 2500 anni fa, questa idea era molto inusuale. Nel Confucianesimo, abbiamo lo sciovinismo maschile. E anche nell’Induismo. Non sono sicuro riguardo all’Islam e il Cristianesimo. Ma il Buddha disse che uomini e donne hanno lo stesso potenziale per l’illuminazione. Tutti noi possiamo diventare dei buddha.

Ma noi buddhisti non mettiamo in pratica gli insegnamenti del Buddha. Nella nostra storia buddhista, lo sciovinismo maschile è presente dovunque. Sfortunatamente, il lignaggio del Sangha femminile scomparve circa mille anni dopo il Buddha, e questo rese gli uomini ancora più sciovinisti. Fortunatamente, tuttavia, se torniamo all'insegnamento radice, possiamo farlo rivivere.

Nello Sri Lanka, l’ordinazione delle bhikṣuṇī [monache pienamente ordinate] era scomparsa, ma ora è stata ripresa. In Tailandia, la corrente principale del Sangha e il governo non accettano l’ordinazione bhikṣuṇī. Bhikkuni Dhammananda è una pioniera nel promuovere l’ordinazione bhikṣuṇī in Tailandia. Io la sostengo. Dobbiamo imparare gli insegnamenti essenziali del Buddha, e non lasciare che la cultura o le istituzioni opprimano le correnti femminili della società. Questo è fondamentale.

A Taiwan, ci sono sei volte più bhikṣuṇī che bhikṣu, e hanno compiuto cose meravigliose. Non ci sono scandali sessuali, non ci sono scandali finanziari. Lavorano per il benessere sociale, per il cambiamento sociale. Sono straordinarie. A Taiwan, i buddhisti si prendono molta cura del benessere sociale. La fondazione Tzu Chi si è impegnata in progetti stupendi per il benessere sociale. Fondamentalmente, abbiamo bisogno di cambiamento sociale, di cambiare la società in modo non violento. È qui che la bhikṣuṇī Chao-hwei ricopre un grande ruolo di leader. Penso che il Buddhismo abbia bisogno di impegnarsi nel cambiamento e nel benessere sociale.

Se noi uomini imparassimo dalle donne, potremmo maturare di più, imparare ad essere più umili e rispettosi dell'altro sesso, che abbiamo inconsapevolmente sfruttato per così tanto tempo.

Caro Ajahn Sulak, grazie di cuore per aver distillato decenni di lavoro ed esperienza in questa breve, ma illuminante, intervista! 
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