Intervista con Geshe Dorji Damdul

17:02
Study Buddhism ha intervistato Geshe Dorji Damdul in un tranquillo giardino di campagna in Finlandia per discutere delle convergenze tra la filosofia buddhista e la scienza moderna, della differenza tra il cervello e la mente, e come essere compassionevole in modo sostenibile.
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Immerso nella tranquilla bellezza di un giardino di campagna a Oulunkylä ad Helsinki, in Finlandia, ho avuto l’onore di avere una profonda conversazione con Geshe Dorji Damdul, stimato accademico e maestro buddhista con una passione per la scienza. L’ambiente sembrava quasi simbolico: un giardino sereno che trasmetteva la pace e la saggezza che stavamo per discutere. Grande conoscitore del Buddhismo tibetano ed esperto di filosofia buddhista e scienza contemporanea, Geshe Damdul è il direttore di Tibet House a New Delhi in India, un'istituzione culturale dedicata alla preservazione e la diffusione della cultura e religione tibetana.

Durante l’intervista, il nostro dialogo attraversa l’affascinante regione in cui il Buddhismo e la scienza convergono e divergono. Le intuizioni di Geshe Damdul sui collegamenti tra questi due ambiti sono davvero illuminanti; entrambe le discipline cercano di comprendere la realtà ed esplorare la natura dell’esistenza, anche se attraverso prospettive diverse. Le sfumature del suo punto di vista illustrano come, invece di essere in conflitto, il Buddhismo e la scienza possano realmente arricchirsi a vicenda, favorendo una profonda comprensione sia del mondo esterno che delle dimensioni interiori della coscienza umana.

Uno dei temi più affascinanti che esploriamo è il paradosso mente-cervello: un argomento che attrae sempre di più i neuroscienziati e i praticanti spirituali. Le sue riflessioni sulle profonde interazioni tra il cervello e la mente possono trasformare la nostra comprensione del sé, ed offrire nuove intuizioni sui misteri della nostra esistenza.

Un altro tema importante che abbiamo toccato era il bisogno urgente di introdurre un’etica universale nei sistemi educativi moderni. Geshe Damdul ha spiegato con molta passione come introdurre nell’educazione l’etica basata sulla compassione, l’empatia, e la presenza mentale possa spianare la strada per un mondo più felice e in armonia. La sua visione di nutrire non solo la crescita intellettuale, ma anche l’intelligenza emotiva e i valori morali risuona come un potente antidoto alle sfide della società contemporanea.

Mentre ci immergevamo nella saggezza e nell’eloquenza di Geshe Damdul, il giardino sembrava acquisire un significato più profondo, che rispecchiava l’interconnessione tra gli insegnamenti del Buddhismo, il progresso della scienza, i misteri della mente, e la ricerca di un'etica universale. È stato un privilegio confrontarsi con questo grande accademico e maestro compassionevole, e gli echi della nostra conversazione continuano a risuonare come un invito per esplorare l’infinito potenziale di conoscenza, comprensione, e armonia nelle nostre vite e nel mondo. Buona lettura!

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Study Buddhism: Sin dall’infanzia, sei rimasto affascinato dalla scienza. Puoi spiegare le connessioni e le distinzioni tra le ricerche scientifiche contemporanee e la filosofia buddhista nel loro obiettivo condiviso di comprendere la realtà?

Geshe Dorji Damdul: Sia la scienza moderna che la filosofia buddhista ricercano la realtà oggettiva. Stanno cercando la verità, indipendentemente da ciò che pensiamo, e indipendentemente da quello che abbiamo imparato. Quello che è davvero là fuori, la realtà. Questo è un obiettivo condiviso dalle due discipline. Un’altra somiglianza è che entrambe ricercano la realtà non con i dogmi, né imitando maestri o santi antecedenti, ma attraverso il ragionamento. Questo è un grande punto in comune tra la filosofia buddhista e la scienza moderna.

Quali sono, invece, i punti di divergenza tra le due discipline? Nel concetto buddhista di realtà, tutti i fenomeni possono essere classificati in tre gruppi: fenomeni evidenti, fenomeni leggermente nascosti, e fenomeni molto nascosti. Il Buddha spiega tutti i tre tipi di fenomeni, mentre la fisica moderna si limita ai fenomeni evidenti e ad alcuni dei fenomeni leggermente nascosti. La scienza moderna non tocca concetti che ha trattato il Buddha – la gran parte dei fenomeni leggermente nascosti e tutti i fenomeni molto nascosti.

La mia opinione personale è che la scienza moderna sia un sistema estremamente rigoroso, ed è uno dei tesori del mondo di oggi. Tuttavia, non dovremmo essere ingenui, perché sebbene la scienza sia un sistema molto rigoroso, ciò non significa che è in grado di spiegare ogni singolo fenomeno. In realtà, la scienza si concentra sui fenomeni manifesti e solo alcuni dei fenomeni leggermente nascosti.

Un altro punto che dobbiamo tenere a mente è che la scienza moderna progredisce. Consideriamo la fisica moderna, ad esempio. In passato, c’era la fisica classica newtoniana. Poi, dopo circa duecento anni, con l’avvento della fisica quantistica e della teoria della relatività, c'è stato un salto improvviso, un cambio di paradigma, dalla fisica newtoniana alla fisica quantistica. I concetti e le comprensioni basilari dei due sono molto differenti. Abbiamo il fondamento della fisica newtoniana, su cui si sono basati molti sviluppi. Ma ciò che prima era considerata la verità, fu in seguito confutata dalla fisica quantistica. C’è stato un cambio di paradigma. In maniera simile, al momento, la neuroscienza non può spiegare la rinascita o le leggi del karma eccetera, ma per il prossimo futuro non possiamo mai sapere i progressi e gli sviluppi che potrebbero avvenire.

La neuroscienza, in particolare, sta avendo un rapido sviluppo. Non sappiamo la direzione che potrebbe prendere. Potrebbe arrivare a una comprensione dell’esistenza di una mente differente dal cervello. È possibile, ma per il momento, la neuroscienza non ha raggiunto quel livello di sofisticazione che possa permettergli di studiare quest’area.

In quali aree specifiche senti che ci sia il potenziale per il Buddhismo e la scienza moderna di arricchirsi a vicenda?

Sua Santità il Dalai Lama spiega molto chiaramente come la fisica moderna, ad esempio la sua spiegazione delle particelle elementari, sia estremamente precisa. Le misurazioni degli elettroni, della massa, della velocità in cui tutto si muove sono molto ben definite nella fisica moderna. Ovviamente, lo studio buddhista delle particelle parla della particella ultima o più sottile, e se esista qualcosa del genere. Ma il modo in cui la fisica spiega le particelle in tutti questi dettagli non si trova nei concetti buddhisti dell’Abhidharma. Possiamo imparare questi aspetti dalla fisica.

In termini del concetto dell’origine dipendente, ad esempio, la fisica presenta la teoria della relatività e la fisica quantistica. Al giorno d’oggi, la fisica in generale copre queste due aree. Come possiamo riunirle? I fisici al momento non hanno una risposta. Albert Einstein stava lavorando sulla Grande Teoria Unificata dei Campi. Nel Buddhismo, nel Sutra del Cuore, il Buddha ha insegnato, in modo meraviglioso, come lo stesso oggetto possa essere osservato da due punti di vista differenti. Non possiamo descrivere lo stesso oggetto, visto dalla prospettiva del primo riferimento, tenendo a mente il secondo riferimento, perché i sistemi di riferimento sono diversi.

Geshe Dorji Damdul photographed in a countryside garden in Helsinki, Finland.

Come afferma la fisica quantistica, la stessa particella può comportarsi come una particella o come un’onda. Non possiamo utilizzare lo stesso sistema di riferimento per osservare la stessa particella per vedere che si sta comportando in due modi. Se progetti l’esperimento in un modo, allora la particella si comporta come una particella. Ma se progetti l’esperimento in un altro modo, la particella può comportarsi come un'onda.

Il Buddha ha spiegato molto chiaramente tutto questo con le due verità. Una comprensione delle due verità nel Buddhismo può veramente aiutare gli scienziati e i fisici a capire il quadro più ampio delle varie teorie della fisica.

Ora, se consideriamo la neuroscienza, la psicologia buddhista può essere di beneficio. La neuroscienza, al momento, si sta sviluppando esponenzialmente, ma ha bisogno di una direzione. La neuroscienza sta esaminando il cervello, come funziona la mente, e come il cervello si correla alle funzioni mentali. Le funzioni mentali sono importanti nella psicologia buddhista, e ci sono varie spiegazioni di come funziona la mente. Tutte queste spiegazioni possono essere di aiuto per i neuroscienziati e, grazie a queste basi, potrebbero esplorare in autonomia le varie sfumature.

Molte persone vedono delle connessioni tra le affermazioni della fisica quantistica e della filosofia buddhista, particolarmente i principi della scuola Chittamatra (solo mente). Dal tuo punto di vista, vedi delle somiglianze significative tra i due?

La somiglianza principale è la relazione tra soggetto e oggetto. Quando osservi un fiore, provi una sensazione molto piacevole. Tuttavia, lo stesso fiore, se visto al livello dei cromosomi, può essere spaventoso da vedere. È una struttura squamosa simile a un serpente, di colore marrone, abbastanza disgustosa da osservare. E se poi vai più in profondità, puoi vedere il livello atomico: gli elettroni, i protoni, i neutroni, e così via. A quel punto la sensazione piacevole scompare. Non è disgustoso, non è attraente, è neutro. È lo stesso oggetto, che tu lo veda come un fiore nella sua interezza o come atomi singoli.

Lo stesso oggetto può innescare tre stati emotivi molto differenti. La domanda è, allora, "Cosa c'è veramente dal lato dell'oggetto?". Se diciamo che tutte le tre emozioni sono corrette, come possono tre cose che si contraddicono a vicenda essere la realtà dello stesso oggetto? La risposta è che stanno avvenendo tre percezioni differenti. La percezione è puramente soggettiva, proviene dal soggetto, non dall’oggetto. Pertanto, nella filosofia Chittamatra, un fiore che esiste in sé e per sé, in modo autonomo, come qualcosa di esterno là fuori, non esiste. È solo una percezione di un fiore che avviene soltanto nel soggetto. L'oggetto osservato dipende completamente dall'osservatore. Questo è il punto di vista Chittamatra.

Nella fisica quantistica, se c’è oggettivamente un elettrone, dovremmo essere in grado di discernere la massa e il momento con precisione. Ma secondo la fisica quantistica, l’oggetto osservato, indipendente dall’osservatore, non ha alcun senso. In breve, riguardo al momento e la massa dell’elettrone, non possiamo veramente discernere questi due in un dato periodo temporale. Se parliamo di massa, abbiamo bisogno di riconciliare il momento. Se parliamo di momento, abbiamo bisogno di riconciliare la massa.

Il modo in cui l’oggetto si comporta dipende dall’osservatore. L’oggetto dipende fortemente dall’osservatore. Cosa significa? Beh, i fisici hanno vari punti di vista al riguardo. Alcuni direbbero che sì, l'oggetto dipende dall'osservatore; l'osservatore è come uno specchio, e l’oggetto osservato è come il riflesso.

Dobbiamo comprendere bene sia la fisica quantistica che la filosofia Chittamatra. La fisica quantistica dice che un (oggetto) osservato, indipendente dall’osservatore (il soggetto) non ha alcun senso. La filosofia Chittamatra direbbe che un oggetto indipendente dalla mente non ha alcun senso. C’è quindi una grande somiglianza, ma non possiamo dire che siano identiche.

Per tutta la vita ti sei interessato ad esplorare l’enigma della relazione mente-cervello. Il cervello e la mente sono la stessa cosa, sono totalmente differenti, o interdipendenti? Potresti anche chiarire il concetto del paradosso cervello-mente e le sue implicazioni per la nostra comprensione del sé?

Entrando nel monastero, ho cominciato questo viaggio per cercare di comprendere se ci fosse una mente in qualche modo differente dal cervello. È un viaggio affascinante che dura da più di trent'anni.

Il paradosso mente-cervello è una questione molto complicata. Possiamo parlare delle due ipotesi attuali della neuroscienza. La prima è che la mente non esiste, c’è solo il cervello. La seconda dice che sì, la mente esiste, ma è una proprietà emergente, o derivata, del cervello. Quando il cervello muore, la mente scompare.

Per prima cosa, dobbiamo imparare i fondamentali: cos’è il cervello, cos'è la mente? Per spiegarlo in termini molto semplici, puoi immaginare di andare indietro nel tempo, a quando tua madre ti coccolava all’età di tre o quattro anni. Eri così vulnerabile, dipendente dagli altri, e tua madre ti guarda con tanto amore e affetto. Mentre immagini tutto questo, i neuroscienziati ti fanno una risonanza magnetica. Mentre torni a questa memoria, i neuroscienziati possono vedere le tue onde cerebrali e le attivazioni neurali, dove i neurotrasmettitori vengono trasmessi da un neurone all’altro, che tipo di condizioni sinaptiche sono presenti, e così via.

Geshe Dorji Damdul photographed in a countryside garden in Helsinki, Finland.

Gli scienziati possono vedere tutto questo molto bene, ma non possono vedere quello che stai pensando. Questa è la distinzione tra il cervello e la mente. Sei l’unico nel mondo ad avere l’esperienza di quello che stai pensando. I neuroscienziati non hanno alcuna idea. Quello che stai pensando, ciò di cui hai esperienza diretta, totalmente sconosciuta agli scienziati, è la tua mente. Le onde cerebrali, le connessioni sinaptiche, e i neurotrasmettitori che vengono trasmessi da un neurone all’altro che i neuroscienziati possono vedere, ma che tu non puoi vedere, è il tuo cervello. Questa è una distinzione. Poi c’è il paradosso.

Il paradosso è se la mente esiste come qualcosa di diverso dal cervello, o come qualche proprietà emergente o derivata del cervello. Questa è una domanda molto importante. Molte persone hanno già sentito parlare della neuroplasticità. In precedenza, i neuroscienziati pensavano che il cervello influenzasse la mente, e che funziona solo dal cervello alla mente – la mente non influenza il cervello. Ora grazie ai progressi della neuroscienza, possiamo vedere come anche la mente influenza il cervello.

In realtà, sto cercando di scrivere un libro su questo, il paradosso della mente e del cervello. Continuo sempre ad imparare e a riflettere sui progressi della neuroscienza, pensando anche al grande filosofo e logico buddhista indiano, Acharya Dharmakirti, specialmente al capitolo due del suo testo Pramanavarttika. Cerco di studiare entrambi e di fare poi le mie riflessioni.

Una di queste riguarda il senso d’identità, l'io. Io mi identifico come un maschio, mentre le donne si identificano come donne. Maschi, femmine. Sono Dorji, sono tibetano, e così via. Ci identifichiamo in questi modi, e ciò diventa il centro dell’universo, il centro del mondo, e in base a questo operiamo nel mondo: “Io ho bisogno di un lavoro, ho bisogno di sopravvivere. Appartengo a questo paese. Voglio viaggiare. Ho bisogno di questo.

Cos’è questo sé? Sin dall'infanzia ho avuto questo senso di un sé. Allo stesso tempo, il sé è creato dalla mente. Questa è la mente di cui stavo parlando, che gli scienziati non possono vedere, ma che tu puoi sperimentare al livello empirico. In base a questo, con gli elementi del corpo, vediamo un sé.

Osservando il corpo, al momento della concezione nell’utero della madre, eravamo solo una cellula. Ora abbiamo miliardi di cellule. Da dove provengono? Dal cibo che mangiamo. La maggioranza delle cellule che costituivano il nostro corpo quando eravamo bambini sono state rimpiazzate. Le uniche rimaste, che durano molto tempo, sono i neuroni, che formano dal 3 al 5% del corpo. Quasi tutto il nostro corpo è totalmente nuovo, ma il senso del sé è identico. Se abbiamo un corpo sostanzialmente nuovo, e il sé è designato in base al corpo, allora dovrebbe esserci un nuovo senso di un sé.

Ma non è così. Pertanto, il senso del sé non è creato dal corpo, ma da qualcosa di cui abbiamo esperienza empirica, e che chiamiamo mente. Eppure, questa mente richiede il sostegno del corpo, e in particolare del cervello. Grazie a questo supporto, rimarrà dentro di te finché il corpo non muore. E poi, riguardo a come la mente si trasmette alla vita seguente, questo è spiegato in modo meraviglioso da Acharya Dharmakirti nel suo libro Pramanavarttika, secondo capitolo.

Rispetto a cent’anni fa, una grande percentuale di persone hanno accesso all’educazione moderna, che è vista come una porta all'uguaglianza, il successo, e la felicità. Eppure, un numero esponenziale di giovani ha problemi di salute mentale. Qual è esattamente il problema?

Quando ho accompagnato Sua Santità il Dalai Lama come parte del suo entourage, abbiamo visitato molti posti, e una domanda veniva posta spesso dagli esperti, che siano operatori sociali, sanitari, educatori, o politici. La domanda era, cosa stiamo facendo di sbagliato? L’educazione moderna, in teoria, dovrebbe creare prosperità, armonia, maggiore felicità. Invece sembra che la pace e la felicità stiano diminuendo.

Sua Santità il Dalai Lama dice sempre che l’educazione moderna ha dei limiti, è questo il motivo. L’educazione moderna è un'eredità dei tempi della Rivoluzione industriale, un’epoca in cui l’enfasi era principalmente sullo sviluppo materiale.

Per lo sviluppo materiale, è necessario avere un buon cervello. Non hai bisogno di un buon cuore! Se un bambino è in grado di dire 2+2=4, passa l’esame. Invece se un bambino ha la capacità di diventare un secondo Martin Luther King Jr., Mahatma Gandhi, o Madre Teresa, e dice che 2+2= forse 4, viene bocciato! Il cuore non conta!

Al tempo stesso, Sua Santità il Dalai Lama dice che non dovremmo stravolgere il sistema educativo; dovrebbe essere integrato con curriculum e programmi per coltivare anche il cuore. Noi esseri umani abbiamo un cervello e una mente, un corpo e una mente. Per il corpo abbiamo bisogno di progresso materiale. Per la mente, abbiamo bisogno di cibo per la mente, un buon cuore. Dunque, Sua Santità il Dalai Lama sottolinea fortemente il bisogno di includere programmi per un’etica universale nel sistema educativo. Dice che il mondo soffre a causa di questa mancanza di etica universale nell’educazione moderna. Con il supporto dell’Emory University negli Stati Uniti ha lanciato un programma molto bello, conosciuto con il nome “Apprendimento SEE”, che vuol dire apprendimento sociale, emotivo, ed etico. Questo programma offre formazione per le istituzioni che desiderano introdurre l’etica universale nel sistema educativo moderno.

 All’infuori di introdurre un’etica universale nel sistema educativo, che altri suggerimenti hai per gli studenti che desiderano una vita più felice e soddisfacente?

Le persone sono ora così prese, assorbite, dai loro gadget che non si parlano più tra di loro. Non si guardano negli occhi. Come potremmo risolvere questo problema così grave?

Direi che proprio come Sua Santità il Dalai Lama ha introdotto l’etica universale nel sistema educativo moderno, sarebbe importante incoraggiare i giovani non solo a smettere di utilizzare i gadget in certi luoghi e momenti della giornata, ma anche di spiegarne i limiti, gli svantaggi, e gli effetti collaterali.

Ho visitato una scuola per ragazze indiane a Dehradun, nel nord dell’India, chiamata scuola delle ragazze Hopetown [paese di speranza, N.d.T.]. Rimasi molto colpito dal fatto che i dirigenti scolastici incoraggiavano le studentesse ad organizzare tutta la scuola per una mattina. Gli studenti stessi preparavano il programma della mattinata, ed erano incoraggiati ad osservare gli svantaggi, i demeriti, e gli effetti collaterali di un uso smodato dei gadget, e come proteggersi. Era un programma molto bello.

E poi potremmo avere un giorno senza gadget. Proprio come abbiamo il giorno della salute, dei genitori, dei maestri eccetera, potremmo anche festeggiare un giorno senza gadget.

Parlando di gadget, quasi tutti noi siamo costantemente bombardati da cattive notizie. Apriamo i nostri cellulari e bam! Distruzione dell’ambiente, guerre, tensioni politiche, carestie, e altro. A volte sembra difficile sapere che direzione dare alla nostra compassione, oppure potremmo sentirci anestetizzati o esausti per i nostri sforzi. Qual è la soluzione?

Questa domanda sostanzialmente chiede come possiamo rendere sostenibile la nostra compassione. Hai ragione, perché a volte sembra che maggiore sia la nostra compassione, più aiutiamo gli altri, più rischiamo un esaurimento. Abbiamo pensieri del tipo: “Chi si prenderà cura di me, se mi prendo cura degli altri?”. Nel Buddhismo la chiamiamo “compassione abile”.

Con la compassione abile, dovremmo essere molto realisti, ma anche pratici e razionali. 

È qualcosa con cui incoraggiamo gli altri: i giovani, gli anziani, e tutti.

Quando pensiamo di fare qualcosa per gli altri, rispetto a quando pensiamo di fare qualcosa per noi, l’esaurimento avviene molto più velocemente. Se invece fossimo in grado di vedere che, aiutando gli altri, in realtà lo stiamo facendo per noi stessi, ci sarebbero meno casi di esaurimento! Questa è la semplice psiche umana. In un certo senso, è una nostra debolezza. Quando pensi, “Sto lavorando per me stesso”, non arrivi così facilmente all'esaurimento. Quando senti invece di stare lavorando per gli altri, l'esaurimento arriva così presto! Pertanto, il principio basilare sottostante che abbiamo bisogno di comprendere è che, effettivamente, amare gli altri è in fondo una fonte di felicità per noi stessi.

Mentre l’essere eccessivamente egoista è una causa di sofferenza. Questo è il principio su cui le persone potrebbero riflettere. Quando sviluppi una convinzione del genere, allora nel momento in cui lavori per gli altri, senti che stai lavorando per te stesso. Quando senti che stai lavorando per te stesso, non arriverai ad essere esausto così facilmente. Questo è il principio di base. È la chiave che, se venisse introdotta come parte del sistema educativo moderno, senza alcun dubbio creerebbe un mondo molto felice!

Caro Geshe Dorji Damdul, grazie per le tue intuizioni incredibili nel mondo della scienza contemporanea, e per aver mostrato i punti di contatto tra la scienza e gli antichi insegnamenti buddhisti!
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