Intervista con Robina Courtin

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Study Buddhism ha incontrato la venerabile Robina Courtin a Helsinki, in Finlandia, durante il suo tour d’insegnamenti in Europa, per esplorare l’idea di Lama Yeshe per cui la pratica del Buddhismo vuol dire diventare il proprio terapeuta, come il Buddhismo non sia affatto passivo, e il motivo per cui, se lo desideri, puoi essere un buddhista solo per l’1%.
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In un tranquillo angolo di Helsinki, in Finlandia, percepisco una forte trepidazione mentre mi preparo a imbarcarmi in un viaggio nel mondo del Buddhismo con una grande insegnante: la venerabile Robina Courtin. La venerabile Robina non è una tipica monaca buddhista; è una persona molto dinamica e appassionata, nota per i suoi insegnamenti vivaci e diretti e per la sua missione di rendere la saggezza buddhista accessibile alle persone di ogni estrazione sociale. Sedendoci per la nostra intervista, mi è subito chiaro che sono alla presenza di qualcuno che ha dedicato la sua vita ad esplorare i profondi insegnamenti del Buddhismo.

Il percorso che ha portato la venerabile Robina a diventare monaca buddhista è iniziato nelle strade trafficate di Los Angeles negli anni ‘60, dove si considerava una vera “hippie”. La sua ricerca di risposte alle domande più profonde della vita la portarono a intraprendere un viaggio di scoperta personale, che culminò nell'incontro con Lama Yeshe, un maestro buddhista tibetano e una figura centrale per la diffusione della tradizione tibetana nel mondo occidentale. La guida di Lama Yeshe ha lasciato un marchio indelebile sulla venerabile Robina, e un’intuizione specifica che ha appreso da lui funge da colonna portante della nostra conversazione: “La pratica del Buddhismo vuol dire diventare il tuo stesso terapeuta”.

Il nostro dialogo approfondisce le implicazioni profonde di questa affermazione, ed esplora il modo in cui il Buddhismo offre non una semplice serie di credenze religiose, ma una struttura pratica per comprendere la mente e le emozioni umane. La venerabile Robina ci spiega il potere trasformativo delle pratiche buddhiste, che permettono alle persone di esplorare le complessità delle loro menti, di guarire le ferite emotive, e di coltivare la pace e il benessere interiore.

La nostra conversazione con la venerabile Robina Courtin non si ferma alla terapia per sé stessi, ma si addentra nell’essenza del Buddhismo per scoprire la natura radicale degli insegnamenti del Buddha ed esplorare la nozione per cui il Buddha non era solo una figura spirituale, ma un pensatore rivoluzionario che ha promosso l’emancipazione personale, la compassione, e una profonda comprensione della condizione umana.

Nel corso della conversazione, Robina inoltre dissipa il fraintendimento comune per cui il Buddhismo sia una filosofia distaccata, spiegando come, in realtà, il Buddhismo non sia affatto passivo. È una chiamata ad agire, un invito ad impegnarsi nel mondo, e un quadro di riferimento per generare cambiamenti positivi nella nostra vita e nella società.  Robina sottolinea anche la natura dinamica delle pratiche buddhiste, sfidando l’idea per cui il Buddhismo sia solo una fuga dai problemi del mondo.

Mentre approfondiamo questi temi, la venerabile Robina Courtin ci offre intuizioni che possono risuonare con i ricercatori della verità in ogni contesto. La sua eloquenza e la sua passione per questi insegnamenti risplendono con forza, rendendo l’intervista un viaggio illuminante nel cuore del pensiero e della pratica buddhista. Buona lettura!

Study Buddhism: Il tuo maestro Lama Yeshe ha pubblicato anni fa un libro molto diffuso dal titolo Diventa il tuo analista – Fai della tua mente un oceano [Nalanda edizioni, 2023]. Tu hai anche offerto molti insegnamenti su questo tema. Puoi spiegare l’essenza di questo libro, e dirci come gli insegnamenti buddhisti possono essere una forma di terapia?

Venerabile Robina Courtin: “Essere buddhista vuol dire essere l’analista di te stesso”, come disse Lama Yeshe, vuol dire riconoscere come ciò che avviene nella mente è la base della tua sofferenza e della tua felicità. Se vuoi essere felice, quindi, trasforma la tua mente.

Essere l’analista di te stesso vuol dire distinguere tutte le migliaia di pensieri che volano per la nostra mente dal momento in cui ci svegliamo fino a quando andiamo a dormire. Sostanzialmente, non siamo consapevoli del 99.9% di questi pensieri. Ne proviamo i sintomi solo quando colpiscono il nostro corpo, o quando abbiamo emozioni serie, perché non guardiamo in profondità. La visione del Buddha è molto semplice: la mia sofferenza proviene da questi stati mentali neurotici, ne sono la fonte.

C’è un fraintendimento primordiale di un sé, così radicato in noi che non riusciamo a dargli un nome nella nostra cultura. È un fosso senza fondo di bisogni, di sentirsi separati, di sentirsi insoddisfatti. Questa è l'energia fondamentale dell'attaccamento. Quando l'attaccamento non ottiene ciò che vuole, e questo accade migliaia di volte al giorno, si chiama avversione. Il forte aspetto dell’avversione è la rabbia, e la versione interiorizzata è la depressione. Il modo in cui tutto ciò funziona è così primordiale, così sottile, che non cominceremo mai a vederlo finché non avremo un po' di concentrazione.

Allontanandoci dalla nostra testa, e sviluppando concentrazione, cominceremo ad ascoltare, a svelare, i processi concettuali che informano le nostre emozioni. È questo il lavoro di essere buddhista, e non è facile. Poi cominceremo a notare che tutti noi tendiamo al lato negativo. Istantaneamente pensiamo che "Non vado bene, non sono abbastanza brava, non ho abbastanza, non mi ama abbastanza”. Non importa tutto quello che otteniamo, non è mai abbastanza! Questa è la nostra modalità standard, ed è l'ironia dell'ego. Dobbiamo pertanto cambiare consciamente questo processo; non è un lavoro facile, ma è ciò che stiamo facendo, o almeno che stiamo provando a fare.

Hai appena detto che la fonte della nostra sofferenza, dal punto di vista buddhista, sono i nostri stati mentali nevrotici. Puoi darci qualche spiegazione in più su questi stati mentali e offrirci delle intuizioni sui metodi per superarli?

Quando comprendiamo la visione buddhista e il modo in cui lavora la mente dal punto di vista buddhista, noteremo che c’è una netta distinzione tra gli aspetti positivi di me e ciò che invece sono i miei stati mentali infelici, neurotici, i quali sono la fonte del mio dolore, e dunque la fonte dei miei problemi con gli altri.

La variabile determinante, secondo il Buddha, che crea sofferenza o felicità, è il contenuto della nostra mente. Questo è un punto enorme, perché non è ciò che crediamo. Credo che tu sia la causa della mia felicità, che tu sia la causa della mia sofferenza, e quello che ha fatto mia madre, mio padre, quello che è successo a scuola, e tutti questi eventi esterni.

Ma il Buddha dice: “No, è quello che accade nella tua mente". Questi fattori esterni hanno ovviamente un ruolo, ma il punto fondamentale è ciò che avviene nella mente. Ma sapere quello che accade nella nostra mente non è un lavoro facile. Spesso non lo notiamo nemmeno finché vomitiamo qualcosa dalla bocca! Non notiamo nemmeno di essere depressi finché non riusciamo ad alzarci dal letto una mattina. Non prestiamo attenzione finché non è troppo tardi. Le nostre emozioni sono la punta dell'iceberg. Sono influenzate da elaborate storie concettuali ben radicate nel nostro essere. Abbiamo bisogno di avere un po’ di spazio per cominciare ad ascoltarle, per avere una sorta di ispezione interiore. Ci vuole molto coraggio per farlo. Queste storie sono profonde al punto tale che non ne siamo consapevoli, e quindi dobbiamo scavare in profondità.

Ecco perché dobbiamo coltivare capacità meditative come la “concentrazione”, ma non per eliminare tutto il dolore, che è un grande fraintendimento della meditazione mindfulness, come se fosse l'alternativa ad una pillola. Il motivo per cui pratichiamo la concentrazione è per poter ascoltare tutte queste storie matte nelle profondità del nostro essere e che normalmente non notiamo. Di solito abbiamo due opzioni: vomitare tutto fuori o vivere nel rifiuto. Non conosciamo nessun altro modo.

Ma grazie al metodo buddhista, meraviglioso e intelligente, acquisiamo profonda familiarità con il funzionamento dei nostri pensieri e delle nostre sensazioni, e poi potremo lavorare con loro. Possiamo imparare a lavorare con la nostra mente, e a controllarla. È meraviglioso! La visione del Buddha è così radicale, notevole, e stravagante, ma non notiamo tutto questo perché pensiamo che sia una "religione". 

Dunque, abbiamo bisogno di conoscere la nostra mente e comprendere il casino che abbiamo dentro di noi – ma poi come fa questo a condurci verso la felicità?

Il Buddha dice che qualunque cosa ci passi per la testa, ogni secondo, che sia l’intelletto, sensazioni, emozioni, o inconsapevolezza, è il fattore principale che determina la nostra felicità o la nostra sofferenza. Tutta la struttura del Buddhismo parla di felicità e sofferenza. Ci osserviamo e diciamo: "Sì, voglio essere felice. No, non voglio soffrire”. E il Buddha risponde: “Bene, ho alcuni metodi per te che possono cambiare il modo in cui vedi il mondo!”.

Perché al momento, siccome sei una “persona samsarica”, vivi nel mondo dei sogni. Pensi che tua madre ti abbia creato, pensi che il cervello sia la mente, pensi che un creatore ti abbia creato, pensi di essere iniziato nell’utero di tua madre, pensi che gli altri siano la causa della tua felicità e della tua sofferenza. Il Buddha dice che essenzialmente abbiamo sbagliato tutto. In sintesi, il Buddhismo è un modo di interpretare il mondo. Il motivo per cui sei buddhista, la ragione per cui lo studi, è perché puoi riconfigurare il modo in cui vedi il mondo.

Il Buddha dice che quando sei in sintonia con la realtà, il risultato è la felicità, il risultato è la beatitudine, il risultato è la libertà dalla sofferenza. Dunque, quello che pensi influenza la tua felicità e la tua sofferenza. Ecco perché si studia il Buddhismo.

Tutto questo sembra molto scientifico - è solo la mente. Diresti che le persone oggigiorno siano attratte dal Buddhismo perché può essere studiato e praticato senza il bisogno di aderire a certi dogmi o teorie?

Puoi essere buddhista all’1%, oppure al 100%. Dipende da te, e trovo questo un punto molto incoraggiante. Perché? In apparenza, il Buddhismo assomiglia a qualunque altra religione. Vai in un monastero tibetano, ed è strapieno di oggetti sacri e di rituali. Ma, in realtà, la differenza fondamentale rispetto alle altre religioni è che il Buddha non è un creatore. Il Buddha non afferma l’esistenza di un creatore.

Un paio di anni fa, sentii dire di sfuggita da Sua Santità il Dalai Lama che furono questi incredibili indiani più di tremila anni fa a iniziare l’indagine nella natura del sé. Furono loro a creare questa tecnica straordinaria chiamata concentrazione esclusiva, che ti permette di esplorare le profondità della tua mente. Hanno creato una mappa della mente. Ma cosa sappiamo nella nostra cultura sugli indiani? Nulla. Sappiamo tutto sui greci e sui romani. Il Buddha emerse da questa straordinaria tradizione indiana, dedicandosi totalmente all’esplorazione della sua mente e della realtà.

Poi proseguì seguendo la sua direzione, e basandosi sulle sue scoperte. Quando penso a questo, il Buddhismo per me non è un sistema di credenze. Il Buddha era un ragazzo qualunque. Dunque, se il Buddha era un ragazzo qualunque, e divenne un Buddha, allora tutta la metodologia è disponibile a tutti, secondo le preferenze e il ritmo di ognuno. Non è una questione di crederci, o di essere un buddhista al 100% o all’1%. Lo fai al tuo ritmo. Vuol dire, sostanzialmente, essere l’analista di te stesso, come dice Lama Yeshe.

In che modo il concetto buddhista del karma si incontra con l’idea che la nostra mente gioca un ruolo fondamentale nelle nostre esperienze di sofferenza e felicità?

Ciò che dice il Buddha, la sua visione - e ciò proviene anche da questi grandi indiani che videro la stessa cosa - è che le menti senzienti, le coscienze, gli esseri senzienti, posseggono una mente. Ci sono miliardi di esseri che posseggono una mente, e gli esseri umani ne sono solo una piccola percentuale. Ci sono tutti gli animali, altre creature, così tanti altri esseri senzienti. Queste coscienze, questi flussi mentali, non sono fisici e non sono il prodotto di un creatore, né di mamma e papà - queste sono le solite opzioni che abbiamo qui sulla terra.

Hanno una loro continuità, e queste coscienze vanno sempre indietro nel tempo. Questa è l'osservazione del Buddha; non se l’è inventata. Non fu rivelata a lui. Ogni millisecondo di ciò che accade nella mente è quello che si chiama la legge del karma. Ogni cosa che avviene nella mente pianterà dei semi nella mente stessa, in un certo senso programmandola, e producendo le esperienze future di quegli esseri. Come disse Sua Santità il Dalai Lama una volta, “Il karma è un'autocreazione”.

Ci vuole un po’ per comprendere questo punto, perché siamo così abituati ad accusare mamma e papà, ad accusare gli altri, a dare la colpa ad eventi esterni. Ma il Buddha disse: “Noi siamo la causa di tutta la nostra felicità, e noi siamo la causa di tutta la nostra sofferenza".

Questa è la base della pratica nel Buddhismo. Siccome non ne posso più della sofferenza, e voglio essere felice, sai che c’è? Smetterò di creare sofferenza, e cercherò di coltivare le cause della felicità, perché mi rendo conto che è una mia responsabilità, sono il boss, sono il creatore. Ci vuole un po’ per comprendere tutto questo, perché è un modello così differente.

Ma è la visione del Buddha, e lui dice che è una legge naturale. Non c’è qualcuno che punisce o che premia. Non è affatto un'affermazione morale, è una legge naturale. Il Buddha dice che tutti noi creiamo le nostre esperienze - è un'affermazione forte, perché così ci prenderemo la responsabilità delle nostre azioni, smetteremo di arrabbiarci, di risentirci, di accusare, di essere una vittima. È molto potente.

Sei molto conosciuta per la tua personalità vivace e per la tua arguzia, e per il tuo lavoro in vari progetti sociali come il Liberation Prison Project [progetto di liberazione nelle prigioni, N.d.T.], che ha portato gli insegnamenti buddhisti a oltre 20.000 carcerati in tutto il mondo. Eppure, in occidente, c’è spesso l’idea che il Buddhismo sia passivo – che in breve ci sediamo sui cuscini chiudendoci gli occhi e dissociandoci dal mondo. Quali sono i tuoi pensieri su questo?

È la cosa più bizzarra che abbia mai sentito in tutta la mia vita! C’è questa stupenda analogia nel Buddhismo per cui un uccello ha bisogno di due ali per volare – queste ali sono la saggezza e la compassione. L’ala della compassione è l'ala dell'azione, che ci fa uscire fuori per essere utili agli altri. Ma finché non faccio qualcosa per me stesso, non posso neanche essere utile per una formica. Questa è l'ala della saggezza.

Probabilmente le persone pensano sia un’azione passiva sedersi con gli occhi chiusi sembrando esseri sacri, perché questo è il lavoro interno. Ma è quello che dobbiamo inizialmente fare: devo conoscere la mia mente prima di poter aiutare qualcun altro. Non è possibile aiutare qualcun altro se non conosco la mia mente. Essere passivi è esattamente l'opposto.

Diresti che hai bisogno di insegnare il Dharma ai carcerati in un modo diverso, ad esempio, dagli studenti che vengono in un centro di Dharma?

Penso che tutti gli esseri umani siano uguali. La cosa affascinante sulla psicologia buddhista è che si riferisce anche a tutti gli altri esseri, animali inclusi. Pertanto, quando utilizzi il modello del Buddha per conoscere la tua mente, puoi comprendere la mente di un leone, la mente di un cane, la mente di uno psicopatico, la mente di Trump, perché secondo il Buddha il modello per conoscere la tua mente è lo stesso per tutti gli esseri senzienti.

Abbiamo tutti varianti dello stesso tema. Tutti noi abbiamo attaccamento, ci aggrappiamo all’ego, proviamo rabbia, depressione, bassa autostima, un po’ di amore, un po’ di compassione. E fortunatamente, come esseri umani, possiamo avere accesso a questo. Penso che dovunque andiamo, siamo tutti uguali. Quando parlo alle persone in prigione, agli intellettuali, agli scienziati, ai bambini, non c’è bisogno di usare un linguaggio differente.

Alcuni potrebbero pensare che i carcerati meritino di essere in prigione. Nel senso che hanno commesso dei crimini e devono stare in prigione, e alcuni dei peggiori criminali non sono nemmeno degni di perdono. Come possiamo imparare a perdonare?

Il punto di vista usuale della religione è che c’è un creatore, che il mondo è composto da un essere superiore, che sono il prodotto di un essere superiore, e quindi l'essere superiore è il capo. Non sono rude, non c’è nulla di sbagliato in questo, è una visione del mondo.

Al mio amico gesuita, un prete, con cui ho delle belle discussioni, chiesi una volta la definizione di “peccato”. Lui rispose che “Per definizione, un peccato è fare qualcosa che Dio ha detto che non dovremmo fare. È andare contro la volontà di Dio". Penso sia questa la visione che abbiamo di fare “cose cattive”. A casa di mia madre, quando ero bambina, mia madre mi diceva, “Non farlo”, e quando chiedevo “Perché?", sapevo la sua risposta: “Perché ho detto così". Quindi abbiamo questa visione dualistica di bene e male.

C’è quest’idea che quando fai una cosa cattiva, per esserne purificati, devi essere perdonato dalla persona a cui hai fatto del male. Ma questa non è affatto la visione del Buddha. Le persone, quindi, chiedono spesso dove sia il perdono nel Buddhismo?

La visione buddhista si basa sulla compassione, che a sua volta si basa sulla comprensione del karma. Il Buddha dice che ogni essere senziente entra in questo mondo totalmente programmato con le sue tendenze ed esperienze.

Ogni cosa che pensiamo o facciamo o diciamo genera conseguenze. Non c’è nessuno che punisce nel Buddhismo. E non c’è nessuno che premia; non ci sono concetti dualistici del genere. Pertanto, il processo di cambiare te stesso implica che per prima cosa devi riconoscere di non poterne più di soffrire, e per questo motivo devi smettere di uccidere, di mentire, di rubare.

Poi coltivi la compassione per coloro a cui hai fatto del male, e provi compassione perfino per coloro che ti hanno fatto del male, perché sai che soffriranno in futuro. Poi la compassione che provi per loro include il perdono. Ovviamente è così, viene naturalmente. È un approccio differente, e la base è differente.

Se avessi una cosa da condividere a qualcuno che non sa molto del Buddhismo, cosa sarebbe?

Quello che trovo meraviglioso del Buddha, questo incredibile essere umano che proviene da una tradizione straordinaria, che ha esplorato nel profondo la sua mente, è che secondo lui l’obiettivo finale degli esseri umani, da lui raggiunto, è di ripulire la mente da tutta la spazzatura. È un concetto folle. Se andassi da un terapeuta chiedendo tecniche per sbarazzarmi di tutto l’ego, di tutte le paure, di tutta la rabbia, di tutto l’attaccamento, di tutta la gelosia, sarei considerata malata mentalmente!

È un concetto scioccante, totalmente radicale, ma siccome è presentato con belle parole religiose, non gli prestiamo ascolto. Ma è questo ciò che dice il Buddha, e mi dà un senso di potere enorme, perché so di non essere bloccata dall'ironia dell'ego. L'ironia dell'ego è che entriamo in questo mondo attaccati alla nostra miseria, attaccati alla nostra negatività, attaccati all’infelicità. Questo è il nostro problema. Ma il Buddha dice che queste cose non fanno parte del mio essere. La rabbia, l’attaccamento, le neurosi non fanno parte del mio essere. La bontà, la virtù, l'intelligenza, fanno parte del mio essere. Quando sentiamo un messaggio simile, ciò può darci coraggio, ispirazione, la speranza di poter cambiare. Possiamo cambiare, e devo impegnarmi io in questo.

Cara Venerabile Robina, grazie mille per questa potente saggezza e per l’incoraggiamento a prenderci la responsabilità delle nostre vite!
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