Le sfide per il buddhismo nel XXI secolo

Introduzione

Molte grazie per la gentile presentazione. Sono davvero molto lieto e onorato di essere qui oggi con voi in questa prestigiosa università. Mi è stato chiesto di parlare del buddhismo nel XXI secolo, un argomento ovviamente vastissimo. Ho chiesto qualche indicazione su quali aspetti avrei dovuto concentrare il mio intervento e mi è stato suggerito di parlare degli aspetti globali del buddhismo e delle sue prospettive future.

Come sapete, il buddhismo non è un sistema unitario, né tantomeno una religione. Si potrebbe persino discutere se si possa definire tale. Si è diffuso dall'India a moltissimi paesi asiatici e in ogni paese e civiltà in cui è entrato in contatto è stato compreso e adattato alla cultura locale. Per questo motivo in Asia ne si trovano diverse forme.

Esistono tre ondate principali di buddhismo. Una si è diffusa nel Sud-est asiatico, il cosiddetto buddhismo theravada. Lo troviamo in Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Laos e Cambogia, e in minima parte in Vietnam. Poi, un'altra ondata ha attraversato l'Asia centrale fino alla Cina, e dalla Cina al Giappone e alla Corea, per poi scendere fino al Vietnam. Infine, un'altra ondata si è spostata dall'India al Tibet, e dal Tibet alla Mongolia, e in tutta l'Asia centrale, raggiungendo i vari gruppi mongoli che arrivarono in Russia, come i buriati, i calmucchi e anche un gruppo turco, i tuvini. Abbiamo una grande diversità, e questa è una semplificazione, perché all'interno di questa si sono susseguite diverse ondate.

Sebbene le sue origini possano essere ricondotte a diversi secoli fa, in tempi più recenti si è assistito a un crescente interesse e a un movimento di diffusione del buddhismo nei paesi occidentali non tradizionalmente buddhisti. In ognuna di queste aree, naturalmente, esiste una storia e un'interazione culturale differente. È molto difficile generalizzare su tutto questo. Bisogna inoltre considerare la situazione attuale e le prospettive per il resto del XXI secolo e oltre. Credo che un modo per affrontare la questione sia quello di utilizzare il termine con cui Sua Santità il Dalai Lama parla spesso del buddhismo, ovvero di tre diverse aree: la scienza buddhista, la filosofia buddhista e la religione buddhista. Ognuna di queste ha un fascino e dei benefici diversi, e può offrire molto al mondo.

Quale contributo può offrire la religione buddhista ai paesi asiatici tradizionali?

Se parliamo in termini di religione tradizionale del buddhismo (il buddhismo, come sappiamo, non è una religione di tipo missionario: non ha lo scopo di andare nel mondo e salvare tutti in quanto unica verità), allora penso che dobbiamo essere consapevoli che c'è una notevole differenza tra quelle che sono conosciute come religioni abramitiche e le cosiddette religioni dharmiche. Questa è la classificazione che a volte viene utilizzata. Le religioni abramitiche sono quelle basate sulla Bibbia quindi ebraismo, cristianesimo e islam. In queste religioni, c'è una grande enfasi sulla storia, sul fatto che c'è una creazione, quindi un inizio dei tempi, un creatore, una rivelazione della verità a una serie di profeti, ma alla fine a un profeta finale, che sia Mosè, Gesù o Maometto, e questo è tutto. Inoltre, non ci saranno altri profeti. Questa è la verità definitiva, e spetta ai seguaci accettarla e seguirla e, seguendola, raggiungere la salvezza in qualunque forma sia descritta nei vari rami di queste religioni; pertanto, l'obbedienza è un fattore molto importante in queste religioni.

D'altra parte, ci sono le religioni dharmiche che si occupano di Dharma, una parola sanscrita che significa "ciò che ti impedirà di soffrire". È qualcosa di simile a una misura preventiva. Queste religioni dharmiche sono l'induismo, il giainismo e il buddhismo. In queste religioni non c'è tale enfasi sulla storia, sebbene nell'induismo più tardo si trovino alcuni aspetti della creazione e così via. Tuttavia, nel buddhismo e nel giainismo non c'è accettazione di un inizio del tempo o di una creazione. Non c'è un creatore e tutto è un po' come viene descritto dalla scienza, in termini di conservazione della materia e dell'energia, non creato né distrutto, solo trasformato. 

Il buddhismo accetta il Big Bang come inizio di questo particolare ciclo dell'universo che si concluderà in qualche modo in un futuro lontano. Tuttavia, ci sono stati cicli precedenti e altri seguiranno in seguito. Anche la scienza moderna sta iniziando a giungere a questa conclusione, ma in questa visione religiosa la storia non è così importante, e l'intera concezione della storia è mescolata a ciò che in Occidente verrebbe definito "mito". Ad esempio, Krishna è considerato una figura storica importante quanto il re Ashoka, qualcuno di simile. Allo stesso modo in cui il mito è equiparato alla realtà, diverse figure come il Buddha Shakyamuni sono considerate grandi maestri, certamente non déi o creatori o qualcosa del genere.

Inoltre, ognuno può scoprire la verità dentro di sé. Non si tratta di accettare l'autorità di qualcun altro e meramente credervi. Tuttavia, dentro di sé si può scoprire la verità e la realtà e, in base a questa individualità, le persone la scopriranno e la apprenderanno in modi diversi. Per questo motivo esiste una grande diversità nei metodi e negli insegnamenti buddhisti, che si adattano molto bene a società e culture diverse.

Se consideriamo la questione da questo punto di vista, qual è il ruolo della religione buddhista in quanto tale? Una delle cose che ho riscontrato nei miei viaggi (ho viaggiato molto in tutto il mondo, tenendo conferenze in varie università e gruppi buddhisti), in alcuni paesi tradizionalmente buddhisti, e penso in particolare alla Corea, in una certa misura alla Corea del Sud, in un’altra al Giappone e in misura maggiore alla Mongolia, è stata la forte influenza dei missionari cristiani. Questi diffondevano il messaggio che, per diventare moderni, fosse necessario adottare il cristianesimo e che la ragione dell’arretratezza – e questo è stato particolarmente enfatizzato in Mongolia – fosse da attribuire al buddhismo. Non indicavano il comunismo come un problema nella storia della Mongolia, ma il buddhismo come causa. Se volevamo modernizzarci, se volevamo diventare un paese ricco e recuperare il divario, dovevamo adottare il cristianesimo. In questo modo, portavano enormi quantità di denaro e influenzavano il sistema educativo, si infiltravano nei media e nelle scuole con libri di testo di orientamento cristiano per l'apprendimento dell'inglese. In modo subdolo si infiltrano nella società e, se guardiamo alla Corea, vediamo il grande successo del cristianesimo e il relativo declino del buddhismo.

Una delle cose su cui ho insistito molto in Mongolia è l'effetto psicologico devastante che questo ha sulla popolazione perché se pensiamo che tutto ciò che è accaduto nella nostra storia sia stato inutile, che non solo il periodo comunista ci abbia tenuti indietro, ma anche tutto ciò che è accaduto prima, allora non abbiamo alcun senso di orgoglio nazionale, di autostima. La mancanza di questo senso di orgoglio comporta una mancanza di fiducia in noi stessi, e senza fiducia e un'immagine positiva di noi stessi e delle capacità del nostro paese, avviene un effetto molto negativo sul benessere emotivo e psicologico delle persone. Credo sia davvero importante in paesi tradizionalmente buddhisti come questo, che le persone abbiano una valutazione realistica del loro passato e che riconoscano gli aspetti positivi che hanno ereditato dalla loro cultura, valorizzandoli.

Possiamo dire che non abbiamo davvero bisogno degli aspetti rituali e cose del genere. Va bene così. Come dice Sua Santità il Dalai Lama, ciò che deve caratterizzare il buddhismo del XXI secolo è lo studio e l'intelligenza, non il rituale. Egli afferma che le cose non cambieranno nel mondo solo sulla base della preghiera. La preghiera può forse soddisfare i bisogni spirituali di una persona, ma non influisce realmente su ciò che accadrà nella nostra società e nel mondo. Ciò di cui abbiamo bisogno è quella che lui chiama "la meravigliosa intelligenza umana" per cercare di comprendere la realtà, e sulla base di questa (di cui siamo informati sia dalla scienza che da molti insegnamenti buddhisti, in particolare su come funzionano la mente e le emozioni), allora possiamo trovare soluzioni realistiche ai vari problemi che affrontiamo.

Dal punto di vista della religione buddhista, il contributo che può offrire in questi paesi asiatici tradizionali, come la Corea, il Giappone o la Mongolia, è quello di aiutare le persone a sviluppare una visione più positiva di sé stesse in termini di storia e patrimonio culturale.

Il buddhismo in Cina

Ora, questo ci porta alla questione molto interessante della Cina. La Cina, come sapete, ha una storia che per molti secoli è stata fortemente influenzata dal buddhismo e dal suo prosperare in questo paese. Il modo in cui si è sviluppato in Cina è stato che, prima di tutto, è stato compreso e interpretato in termini delle filosofie che erano in voga all'epoca del suo arrivo, quindi con una certa influenza del confucianesimo, ma più fortemente del taoismo. Dopo il periodo di massimo splendore del buddhismo in Cina, si è fuso in gran parte con aspetti del confucianesimo quindi arricchendosi del culto degli antenati e anche di molti aspetti taoisti. Abbiamo il risultato di una mescolanza di queste tre correnti. In ogni caso, esiste una tradizione e un patrimonio buddhista in Cina. 

Se guardiamo la situazione dal punto di vista dei leader cinesi, la prospettiva più difficile e spaventosa per governare la Cina è la sua disgregazione. Al di là degli aspetti storici, da un punto di vista puramente pratico abbiamo una popolazione enorme, difficile da immaginare per chi non vive in un'area così vasta, e un bisogno di stabilità. Bisogna nutrire tutte queste persone e trovare un lavoro per tutte. Ogni anno la forza lavoro aumenta sempre di più e, con la politica del figlio unico, la pressione sui giovani affinché trovino un impiego per sostenere genitori e nonni è ancora maggiore. Quindi, la stabilità è il fattore principale. 

Mantenere tale stabilità è il fattore principale dal punto di vista politico, per quanto riguarda la situazione interna alla Cina. Se concedessero l'autonomia, che sarebbe certamente molto vantaggiosa per diverse aree, temerebbero che, concedendola a una, si finirebbe per estenderla a molte altre con il rischio che il sistema collassi e che non si riuscisse più a sfamare tutta la popolazione. Ne conseguirebbe il caos, che è la cosa più spaventosa per i cinesi, ripensando alla loro storia e ai vari periodi di disgregazione dell'impero, in cui è avvenuto.

Ora diciamo: "Beh, certo, le difficoltà in Tibet e la repressione della cultura, della lingua, della religione è assolutamente orribile!". D'accordo! Tuttavia, cosa può offrire il buddhismo alla Cina? L'ho suggerito diverse volte ma spesso la gente ride. Devo dire che penso che in realtà sia un punto di vista rilevante. Penso che, prima di tutto, ciò che più manca in Cina e che sta diventando sempre più evidente, sia il senso dell'etica. C'è un'enorme quantità di corruzione e un enorme disprezzo per le conseguenze ambientali del rapido sviluppo, ecc. Naturalmente, questo sta causando molta agitazione tra la popolazione locale che ne è colpita, quindi abbiamo bisogno di un senso dell'etica. Da dove possiamo ricavarlo? Beh, c'è un certo ritorno, uno sforzo per far rivivere il confucianesimo. Abbiamo tutti questi istituti Confucio in tutto il mondo. Benissimo! Il principio fondamentale del confucianesimo è una società ordinata in cui ognuno svolge il proprio ruolo, e se il ministro agisce come un ministro appropriato, l'imperatore come un imperatore appropriato, il padre come un padre appropriato, il figlio come un figlio appropriato, il marito e la moglie, e così via, se ognuno svolge correttamente il proprio ruolo all'interno dello Stato, allora tutto scorrerà armoniosamente. Questa è una scelta molto appropriata per l'attuale governo.

Tuttavia, come ho detto, anche il buddhismo è presente. Ora, nella storia cinese c'è sempre stata una dinamica del tipo "Chi avrà il controllo, le istituzioni buddhiste o lo Stato?". Se osserviamo le diverse fasi della storia cinese, ci sono stati periodi in cui il buddhismo è stato represso perché stava diventando troppo potente. C'è sempre stata la necessità di una sorta di compromesso tra i buddhisti e lo Stato. Quindi, dal punto di vista della storia cinese, non si tratta di nulla di nuovo.

Sono fermamente convinto che per comprendere la Cina sia necessario considerarla nel contesto della sua storia. Perché il popolo cinese è profondamente consapevole del proprio senso storico e di continuità, nonostante la rivoluzione comunista e tutto il resto. C'è una continuità, che è presente. In qualche modo il buddhismo e lo Stato dovranno trovare un punto d'incontro. Cosa può aggiungere il buddhismo in termini di etica? Questo, credo, è molto importante: da un lato, abbiamo il senso di considerazione per l'uguaglianza di tutti, il desiderio di felicità e l'assenza di infelicità per tutti. Questo si adatta perfettamente a un quadro di tipo socialista, ma l'altro aspetto (e questo è ciò che spesso suscita ilarità) è che la versione cinese del buddhismo è vegetariana. A differenza di altre forme di buddhismo, questa è la tradizione in Cina.

Dal punto di vista economico, qual è il primo segno di benessere in Cina? Il potersi permettere di mangiare carne di maiale, questa è la cosa più importante! Computer, televisione, internet e tutto il resto vengono dopo. Se pensiamo alla quantità di cereali e acqua necessarie per nutrire il numero di maiali che servirebbero per sfamare ogni cittadino cinese, ci rendiamo conto che il mondo intero non è in grado di sostenere una simile domanda. Sarebbe un disastro enorme per il resto del mondo se la Cina dovesse importare una quantità così ingente di cereali; il prezzo dei cereali e dei mangimi salirebbe alle stelle in tutto il mondo, con conseguenze terribili per le regioni più povere del pianeta. Se vogliamo salvare la Cina dal punto di vista economico, credo che sia nel suo interesse reintrodurre il buddhismo e incoraggiare il vegetarianismo. Questo avrebbe enormi benefici economici. Come ho detto, la gente ride di questa idea, ma più ci pensiamo più ci rendiamo conto che ha molto senso. Sarebbe un ottimo argomento per convincerli ad accettare il buddhismo.

La situazione del buddhismo e dell'islam in Cina è piuttosto diversa, almeno stando alle poche ricerche che ho condotto. Se avessero la possibilità di scegliere una religione, i cinesi opterebbero per il buddhismo. È con questa religione che si identificano tradizionalmente. Lo vediamo in Cina quando le persone vanno ai templi, desiderano andarci ma non sanno bene cosa fare; accendono dell'incenso ed entrano. Oppure, se ci sono tibetani o mongoli a cui è permesso recitare dei canti, si siedono e li ascoltano. Apprezzano questo. A volte si trovano anche canti cinesi, che vengono graditi. Tuttavia, in realtà non sanno bene cosa fare.

Il timore del governo è che, se il buddhismo fosse tollerato in modo più aperto e non solo a parole, trasformando i templi buddhisti in musei e luoghi di lucro, la lealtà della popolazione si sposterebbe dal comunismo al buddhismo. Questa è quindi una grande minaccia. Per quanto riguarda l'islam, se consideriamo la situazione in Cina, troviamo gli uiguri dello Xinjiang, la provincia nord-occidentale, che non sono affatto interessati a diffondere la religione; desiderano semplicemente essere lasciati in pace, come gruppo distinto dagli han cinesi. [Tuttavia, dal 2017, il governo cinese ha intrapreso una dura repressione dell'islam tra gli uiguri e i kazaki dello Xinjiang.] Gli hui sono un gruppo di musulmani che furono introdotti in Cina all'epoca di Kublai Khan, e anche un po' prima, ma principalmente durante il regno di Kublai Khan, provenienti dall'attuale Uzbekistan. Fu una mossa molto astuta da parte dei mongoli farli arrivare, perché in realtà non avevano la minima idea di come governare un territorio, soprattutto di come riscuotere le tasse. Quindi fu un'idea geniale: far arrivare questi musulmani dall'Uzbekistan e farli diventare esattori delle tasse, in modo che tutti li odiassero, invece di odiare "noi mongoli", che siamo quelli che si intascano tutto il bottino delle tasse. Davvero un'idea geniale! 

Queste persone sono rimaste in Cina e si sono radicate all'interno della cultura cinese. Non hanno una lingua propria, parlano cinese e l'unica cosa che le distingue veramente – se parliamo con loro, non sanno molto dell'islam, ma questo varia a seconda che si tratti di hui orientali o occidentali in Cina. Sono molto diffusi in tutta la Cina e così via – l'unica cosa che li distingue dai cinesi han è che indossano un piccolo berretto bianco e non mangiano carne di maiale, e questo per loro è l'islam. Non sono interessati a diffondere l'islam in Cina tra i cinesi han, quindi l'islam non rappresenta una minaccia per la Cina in termini di fedeltà della popolazione, a differenza del buddhismo; pertanto, le restrizioni sull'islam sono molto meno rigide di quelle imposte al buddhismo. Questa è la situazione in Cina.

Ciò che più manca nei vari monasteri, sia cinesi che tibetani, sono gli insegnanti. La carenza è ancora più marcata nei monasteri cinesi. Senza insegnanti, cosa resta? Resta solo l'esecuzione dei rituali, senza una reale consapevolezza di ciò che si sta facendo, e questo non è molto appagante né dal punto di vista spirituale né da quello della crescita personale. In Tibet, le restrizioni all'interno dei monasteri sono enormi, e forse non è necessario dilungarsi troppo su questo aspetto, ma si tratta di una situazione davvero triste.

Se consideriamo il ruolo tradizionale della religione in altri paesi asiatici, la situazione non è così semplice. Abbiamo assistito a diversi conflitti tra la popolazione buddhista e quella induista in Sri Lanka, e ora tra i buddhisti birmani e i rakhini, che sono essenzialmente musulmani provenienti dal Bangladesh e residenti in Birmania. Ci sono stati conflitti tra i buddhisti thailandesi e le popolazioni dell'estremo sud della Thailandia che, a causa di una linea di demarcazione arbitraria, sono in realtà musulmani malesi; queste popolazioni sono state poi incluse nella parte meridionale della Thailandia, e quindi questi conflitti sono in corso. Credo sia molto importante non identificare questi conflitti come conflitti religiosi. Si tratta di conflitti economici e politici, conflitti tra due popoli che, in ogni caso, sono culturalmente e, in alcuni casi, razzialmente molto diversi. Le questioni in gioco non si basano principalmente sulle dottrine o sui principi della loro religione. Attribuire motivazioni religiose ai conflitti regionali, a mio avviso, è molto fuorviante, forse a causa del modello delle Crociate, che furono motivate dal fanatismo religioso. “Salveremo Gerusalemme dai pagani!” – questo genere di frasi – questo schema è stato sovrapposto a gran parte della storia asiatica.

Ho scritto un ebook, un libro che ho pubblicato sul mio sito web, intitolato "L'interazione storica tra le culture buddhista e musulmana prima dell'invasione mongola". Quello che volevo cercare di indagare e dimostrare è che l'intera presentazione della storia dell'interazione tra musulmani e buddhisti in Asia centrale, in India e così via è profondamente influenzata dagli obiettivi che gli storici hanno perseguito. Non ricordo chi l'abbia detto, ma c'è un famoso aforisma che recita: "La storia è scritta dai vincitori", da coloro che vincono le guerre e conquistano territori, quindi le storie non sono solitamente oggettive. C'è un obiettivo nascosto dietro le storie: le storie cinesi, di ogni dinastia, descrivono quanto sia stata meravigliosa e quanto sia stata terribile quella precedente. Le storie musulmane, in genere, vogliono dare un'immagine della gloria dell'Islam. Le storie britanniche dell'India, - e questo è molto interessante se le analizziamo - qual era il loro obiettivo nascosto? Il loro intento era quello di mostrare quanto fossero stati orribili e sfruttatori i governanti musulmani Moghul in passato e quanto meravigliosi fossimo noi britannici, venuti ora a salvarci dall'oppressione dei musulmani. Con questo intento nascosto, ci troviamo di fronte a un'intera visione di quel periodo storico distorta dall'idea che i musulmani siano arrivati, abbiano distrutto tutto, ucciso tutti e così via. Certo, ci furono delle distruzioni, ma qual era il loro movente?

Se analizziamo la storia mettendo insieme le narrazioni scritte dalle diverse civiltà che vi hanno partecipato, e cerchiamo di capire cosa accadesse realmente, credo che si debba affermare che le motivazioni alla base di guerre e invasioni siano rimaste le stesse nel corso dei secoli. Si desidera ottenere il controllo politico, il potere e un enorme vantaggio economico, in termini di controllo della Via della Seta. Chi incasserebbe le tasse derivanti da questo fiorente commercio che si svolgeva lungo la Via della Seta? Questo è chiaramente il motivo per cui si invade e si cerca di conquistare questi territori. Potremmo incoraggiare le nostre truppe dicendo: "Andrete in paradiso, godrete della gloria dell'islam", e cose del genere. Tuttavia, sicuramente non è questo il motivo di chi inizia le guerre e manda queste truppe; loro vogliono i soldi, il potere, il controllo.

Se guardiamo ai monasteri distrutti, si tratta di quelli dove c'era resistenza, dove c'era molta ricchezza. Lasciarono in pace quelli poveri. Ci fu una carestia e un terremoto in Kashmir, e lì ci sono molti monasteri buddhisti. Inizialmente li lasciarono stare perché non c'era nulla da guadagnare andando lì. In questo modo, ho cercato di dare una visione più oggettiva di quella storia. Penso che questo sia rilevante anche in relazione alla situazione attuale, ai conflitti che abbiamo visto in Sri Lanka e attualmente in Birmania, e a ciò che sta accadendo anche in Thailandia. Penso che sia molto ingiusto considerarli in termini di conflitti religiosi. Basta con la religione tradizionale. Il nostro tempo è limitato.

Il ruolo che la scienza e la filosofia buddhista possono svolgere nella società moderna

In termini scientifici, scientifici e filosofici buddhisti, il buddhismo ha molto da offrire anche senza necessariamente includere l'aspetto religioso. L'aspetto religioso si occuperebbe di rinascita, vite passate e future, rituali, karma e argomenti simili. In termini scientifici buddhisti, questo è un aspetto di grande interesse, soprattutto alla luce degli incontri che il Dalai Lama intrattiene con gli scienziati. Si sta diffondendo la consapevolezza che la mente, e con mente non ci riferiamo necessariamente al cervello, ma all'esperienza soggettiva delle cose, sia qualcosa di concreto. Non possiamo ridurla agli impulsi elettrici e ai processi chimici del cervello. Questi sono presenti e ne costituiscono la base ma nondimeno, attraverso l'esperienza soggettiva, si può ovviamente influenzare la propria percezione del mondo, ad esempio i livelli di stress che incidono sulla salute, la preoccupazione per gli altri, per la società rispetto alla solitudine e così via; questi fattori influenzano profondamente il corpo fisico e, certamente, il benessere delle persone. Vi è una grande interazione e un'intensa attività di ricerca in questo ambito. Per comprendere come la mente influenzi la vita, come lo stato mentale delle persone influenzi la loro salute e come influenzi la società, il buddhismo ha molto da offrire a questo livello.

In termini di etica, Sua Santità il Dalai Lama sottolinea sempre l'importanza dell'etica laica che, come afferma, non è una mancanza di rispetto o un disinteresse per la religione, ma si basa su un fondamento etico universale fondato sulla biologia. Il fattore biologico in questo caso è l'affetto naturale e l'istinto di cura, la conservazione della specie. Ad esempio, nel prendersi cura di un neonato, il legame tra il bambino e la madre e l'importante ruolo che l'affetto svolge nello sviluppo del cervello, nello sviluppo del senso di connessione e dell'empatia. Su questa base, se si pensa in termini di interazione con gli altri, allora la gentilezza, la premura per gli altri e così via sono qualità che tutti possono sviluppare, perché tutti abbiamo avuto qualcuno che si è preso cura di noi da bambini, anche se i nostri genitori erano violenti; altrimenti, non saremmo qui oggi. Abbiamo questa base, e non c'è bisogno di fondare la gentilezza e la premura per gli altri [su una credenza religiosa]. Il fatto che viviamo tutti insieme su questo pianeta e che dobbiamo andare d'accordo gli uni con gli altri, può essere basato su presupposti puramente scientifici come l'istinto di sopravvivenza, la conservazione della specie, la biologia, ecc. Questo punto di vista deriva da una prospettiva razionale non solo dell'etica buddhista, ma di tutta l'etica.

In termini di filosofia buddhista, questo si concentra molto sulla realtà, e questo viene enfatizzato con grande forza (soprattutto dal Dalai Lama, che è forse il più influente tra i leader buddhisti di oggi, e certamente il più illuminato) sulla necessità di avere una visione realistica del mondo, di noi stessi, di tutti e di ogni cosa. Tutto è interconnesso, tutto è interdipendente. Lo vediamo su questa scala globale in continua evoluzione, è un dato di fatto. È necessario adottare una visione olistica dell'economia, della politica, di ogni cosa. Questo è un aspetto fortemente enfatizzato nell'approccio buddhista, e non è un concetto limitato ai seguaci del buddhismo come religione, quindi viene fortemente sottolineato anche in questo ambito.

Tendenze sociali che rappresentano una sfida

Un aspetto che vorrei sottolineare è la crescente diffusione di tendenze sociali che presenteranno enormi sfide in futuro, e credo che la scienza e la filosofia buddhista possano apportare grandi benefici su scala globale. C'è un grande interesse per il buddhismo e gruppi buddhisti stanno crescendo in tutto il mondo. Va bene, che siano interessati al buddhismo come religione o a quello che io chiamo "Dharma light", ovvero tecniche di rilassamento e così via; questo è un altro discorso. Qui però mi riferisco alla tendenza dei social network, degli SMS e all'essere totalmente dipendenti dal cellulare. Se la analizziamo ci rendiamo conto che naturalmente possiamo parlare dei suoi benefici che non nego, ma consideriamo anche i problemi che ne derivano. Sono diversi.

Uno è quello della concentrazione. Il livello di concentrazione delle persone sta diminuendo drasticamente perché sono costantemente impegnate in più attività contemporaneamente. Sebbene molti affermino di essere in grado di fare più cose simultaneamente, è evidente che se dividiamo la nostra attenzione al cento per cento non possiamo dedicarci completamente a ciascuna delle attività su cui ci concentriamo. Di conseguenza, la nostra capacità di attenzione diminuisce perché abbiamo molte cose in esecuzione allo stesso tempo sullo schermo (controlliamo email, Facebook, SMS e rispondiamo continuamente; inoltre, ascoltiamo una lezione con le cuffie, quindi ascoltiamo musica allo stesso tempo), e la mente non riesce a concentrarsi bene su nessuna di esse. Questo diventerà un problema sempre più grave man mano che questa tendenza si diffonderà. Perché, da un punto di vista economico, come può una persona lavorare in modo efficiente se controlla costantemente il telefono, le notifiche, i messaggi di Facebook e così via? Alla fine diventeremo dei cyborg perché saranno integrati nei nostri occhiali e nel nostro cervello! Questo avrà un effetto terribile sull'efficienza aziendale, se consideriamo solo questo aspetto. Si tratta di una tendenza pericolosa che richiede disciplina: bisogna usarla con moderazione.

È davvero buffo. Ho appena ricevuto la visita di un'amica che è professoressa alla Hunter University di New York. Tiene un seminario di tre ore e obbliga gli studenti a lasciare i cellulari all'ingresso. È come dire "lasciate la pistola fuori dalla porta". Quindi, lasciano i cellulari all'ingresso altrimenti rimarrebbero seduti in classe a mandare messaggi di continuo, senza prestare attenzione. Dice che la tensione tra gli studenti è così alta che ogni ora deve concedere loro una pausa di cinque minuti per mandare messaggi! Non stiamo parlando di una pausa per fumare o andare in bagno ma per mandare messaggi agli amici. È incredibile davvero che stia succedendo una cosa del genere. Se succede a New York, allora sicuramente succederà presto anche nel resto del mondo.

Il buddhismo ha moltissimo da offrire, anche solo da un punto di vista puramente scientifico, su come concentrarsi e come controllare le ossessioni. Perché diventa un'ossessione dover mandare messaggi e controllarli continuamente perché si ha la sensazione di "perdersi qualcosa", come se davvero facesse la differenza perdersi cosa ha mangiato un amico a colazione o quale programma televisivo sta guardando. Trovo sempre incredibile immaginare cosa si scrivono in continuazione. Cosa si dicono? Non succede poi granché!

Un'altra cosa che ho notato durante una conferenza tenuta da una persona del MIT, che ho ascoltato anche su YouTube, è che a causa di questa dipendenza dagli SMS, le persone iniziano a pensare di non poter provare o vivere veramente qualcosa se non scrivendolo. Quindi, per provare un'emozione devono mandarla via messaggio e scriverla. Questo è molto pericoloso. L'alienazione che già provano è già abbastanza grave, ma questa è ancora maggiore dalle proprie emozioni, dai propri sentimenti. "Io non sono reale, e ciò che provo non è reale se non lo scrivo". Cosa c'è dietro tutto questo? Sicuramente un enorme senso di insicurezza, mancanza di autostima e così via.

Si registra anche un enorme aumento della solitudine, che deriva proprio da questo. Sapete, c'è tutta questa diffusione dei social network. Dobbiamo essere connessi con tutti, ma l'interazione personale è sempre meno. Le persone stanno perdendo la capacità di conversare, e questo sembra aver già raggiunto livelli estremi in Corea del Sud. Anche in questo caso, il buddhismo ha molto da offrire, ovvero l'intuizione fondamentale che siamo tutti esseri umani. Le persone con cui interagiamo online sono esseri umani e hanno sentimenti proprio come noi. Vogliono essere apprezzate, non vogliono essere sgradite. Non vogliono che le persone premano un pulsante "Mi piace", "Mi piaci", e che l'intero senso di autostima si basi sui numeri, ma desiderano l'interazione umana proprio come noi la desideriamo. Questa sensazione di dover avere il controllo – e quindi di poter controllare attraverso i media e il cellulare ciò che diciamo, evitando il rischio della spontaneità della conversazione faccia a faccia – è alla base di una profonda insicurezza, ovviamente rafforzata dall'insicurezza economica e dalla situazione attuale nel mondo.

Secondo gli insegnamenti buddhisti ma non è necessario essere buddhisti per questo, come dice sempre Sua Santità il Dalai Lama: la compassione, che consiste nel pensare volontariamente ai problemi degli altri e nel mostrare la stessa premura che riserveremmo ai nostri, ci dona un enorme senso di autostima. Invece di temere i problemi e le difficoltà li prendiamo sul serio, in modo realistico, e mostriamo interesse per essi. Potremmo non avere la soluzione, ma il semplice fatto di mostrare interesse per gli altri è un passo fondamentale verso l'autostima. Senza questa, non c'è modo di superare le difficoltà economiche. Anzi, senza di essa, si sprofonda sempre più nella depressione.

Credo che nel XXI secolo il buddhismo abbia molto da offrire a livello globale e questo non si limita a una cultura o all'altra, perché il buddhismo non si è mai limitato a una cultura o all'altra, ma in questi ambiti della scienza e della filosofia buddhista può offrire, come ho detto, metodi per sviluppare la concentrazione e una maggiore disciplina. Come sviluppiamo la disciplina? Rendendoci conto dei numerosi svantaggi derivanti dalla sua mancanza e di come essa ci ostacoli concretamente. Ci occupiamo di motivazione e così via. Perché dovremmo voler imporre dei limiti alla frequenza con cui guardiamo i nostri messaggi e cose del genere? Bisogna pur imporre dei limiti, questo tipo di disciplina e la disciplina etica di prendere sul serio gli altri, non solo come persone che possiamo accendere e spegnere con il nostro dispositivo. Se non abbiamo voglia di interagire con loro, premiamo semplicemente il pulsante e spegniamo tutto, e l'unico modo in cui mostriamo un vero interesse per loro è premendo un pulsante che dice "Mi piaci", e un altro numero sale, il conteggio dei "Mi piace" che ricevono sulla loro pagina Facebook. Questo è quindi un fattore molto importante.

Armonia interreligiosa: dialogo buddhista-musulmano

Un'ultima cosa prima di concludere e aprire la discussione alle domande riguarda l'interazione tra il buddhismo e le altre religioni e culture. Ho avviato diversi anni fa, per conto di Sua Santità il Dalai Lama, un dialogo tra buddhismo e islam, e una delle mie principali motivazioni nel farlo derivava dalla consapevolezza che il mondo sembra essere in qualche modo diviso in diverse regioni geografiche. Una di queste è l'Asia centrale, che comprende le culture delle ex repubbliche islamiche dell'Unione Sovietica, il Kazakistan, il Kirghizistan, tutti i paesi con il suffisso "-stan", la Mongolia e lo Xinjiang in Cina (attualmente), e il Tibet. Queste regioni condividono un certo tipo di economia e una certa tipologia di società tradizionalmente agricola e pastorale. Ebbene, questo gruppo ha bisogno di un qualche tipo di incontro. Se consideriamo le culture e le religioni tradizionali di queste aree, troviamo l'islam, il buddhismo tibetano e la chiesa ortodossa russa. Il mio impegno si è concentrato sull'apertura di un dialogo tra buddhismo e islam, per cercare di comprendersi reciprocamente. Uno dei passi in questo percorso è stato quello di ottenere una visione più oggettiva della storia, ed è per questo che ho intrapreso quella ricerca e ho scritto quell'e-book, con l'obiettivo di comprendere meglio gli eventi e le interazioni che si sono verificati. Da allora, con il mio sito web, berzinarchives.com (rilanciato nel maggio 2016 come studybuddhism.com), ho cercato di preservare il buddhismo "autentico".

Abbiamo questi aspetti della scienza e della filosofia buddhista e così via che possono essere applicati in moltissimi modi diversi; anche se ne parlo brevemente, c'è un insegnamento filosofico molto profondo all'interno della sfera del buddhismo tibetano, e ho avuto il privilegio di vivere in India per 29 anni e di studiare con il più grande dei grandi, il Dalai Lama e i suoi maestri. Preservare tutto il materiale che avevo studiato, tradotto e scritto, ecc., era uno degli aspetti. Inoltre, volevo presentare un fatto di cui la maggior parte delle persone non è a conoscenza, ovvero che la civiltà tibetana era ed è una civiltà mondiale. Non stiamo parlando di salvare la cultura di un singolo paese. Si tratta di un'intera civiltà la cui lingua, letteratura, forma di medicina, arte, musica, ecc., si sono diffuse in tutta l'Asia centrale, e non solo in un piccolo paese. In ogni caso, volevo rendere questo materiale molto vasto, disponibile in molte lingue diverse perché non tutti in questo universo parlano inglese, come sappiamo qui. Noi parliamo inglese, il che è meraviglioso! Almeno, spero che parliate inglese, visto che io parlo in inglese e non c'è una traduzione in russo!

Comunque, volevo che questo materiale fosse tradotto nelle principali lingue islamiche del mondo, quindi mi ci sono dedicato e ho organizzato il tutto in modo da avere una sezione in arabo, una in urdu, una in turco e una in indonesiano. Inizialmente, l'arabo era la lingua più popolare, ma ora l'indonesiano la sta rapidamente superando! Questo è molto interessante perché in Indonesia, essendo una società multireligiosa, l'interesse per le informazioni sul buddhismo è piuttosto elevato; sono molto più aperti. In Malesia, che ha praticamente la stessa lingua, i malesi nativi sono (per legge, devono essere musulmani), quindi non hanno accesso al materiale buddhista, che è limitato e riservato alla comunità cinese in Malesia, perciò stanno iniziando a interessarsi un po'. Ora hanno a disposizione alcune informazioni. Tradurremo anche in farsi. Mi impegno a realizzare anche la sezione in quella lingua.

Ho avuto modo di viaggiare un po' nei paesi musulmani e tenere delle conferenze. Una volta ho tenuto una lezione all'Università del Cairo per un gruppo di studenti universitari, e circa 300 studenti sono venuti, di propria spontanea volontà, ad ascoltare una lezione sul buddhismo! Hanno detto: "Per noi è così difficile avere informazioni sul mondo esterno, e le persone all'estero hanno una visione così distorta dei musulmani, pensando che siamo tutti terroristi, e questo è terribile". Erano interessati a conoscere altre culture e altre idee, e questo si riscontra certamente in una parte della società in questi paesi, forse non in tutti, ma sicuramente in una percentuale crescente.

Una delle cose che ritengo molto importanti nel mondo islamico, e che Sua Santità il Dalai Lama sottolinea con forza, è l'inclusione. Se li escludiamo e li etichettiamo come "terroristi", ben presto diventano nemici. Più etichettiamo qualcuno come nemico, più quella persona diventerà tale. Questo ha un'influenza molto forte. Se vengono inclusi e trattati con rispetto, allora questo è un aspetto fondamentale. Credo che questo sia uno dei fattori principali che influenzano il pensiero nel mondo islamico: vogliono essere rispettati per quello che sono, accettati per quello che sono e inclusi come una delle principali civiltà e gruppi religiosi del mondo, quale sono. 

Presentando il mio sito web nelle lingue islamiche, non ho alcuna intenzione di convertire nessuno e, certamente, non sto traducendo gli aspetti più religiosi. Tuttavia, ho tradotto il materiale di base, l'idea fondamentale di cosa sia il buddhismo. Abbiamo tradotto nelle loro lingue anche resoconti storici più oggettivi e così via. Il mio ragionamento è che, anche se non sono in molti a leggerlo in queste lingue, sebbene il numero di lettori sia in aumento, ciò dimostra comunque rispetto nei loro confronti. Il fatto di averlo tradotto nelle loro lingue, queste sono incluse tra le lingue del mondo e ciòha un impatto positivo non solo sulle persone appartenenti a queste culture, ma anche su chi non le conosce e potrebbe avere una visione, diciamo, non proprio positiva del mondo musulmano. Se vedono contenuti come quelli presenti sul mio sito web, che sta raggiungendo un pubblico di lettori sempre più vasto (finora quest'anno abbiamo registrato 1,1 milioni di visite, quindi sta ottenendo una grande visibilità), allora le persone dicono: "Oh, è davvero fantastico! Ci sono contenuti in arabo, urdu e tutte queste lingue!". Si dimostra rispetto per queste culture che vengono incluse. Credo che questo sia estremamente importante in termini di globalizzazione.

In un mondo globalizzato come questo, caratterizzato da una crescente interdipendenza e interrelazione tra culture e religioni è fondamentale, a mio avviso, evitare di omogeneizzarle e trasformarle in un'unica, indistinta miscela, priva di identità e contaminazioni: una visione del mondo "alla McDonald's". È invece importante che, all'interno della globalizzazione, si sviluppi un senso di rispetto e dignità per la propria cultura e religione, e che ciascuna di esse venga rispettata. In un contesto di questo tipo, la cooperazione è possibile. Al contrario, se si induce la gente a pensare che la propria cultura o religione l'abbia penalizzata, ciò avrà conseguenze molto negative a livello psicologico, emotivo e, in ultima analisi, anche economico e politico.

Forse la mia lezione è sufficiente, e magari avete qualche domanda? Qualcuno?

Domanda

La ringrazio moltissimo per la sua conferenza. È stata meravigliosa. Mi scusi, ma potrebbe parlarci di questo tipo di buddhismo in Russia? È possibile che in futuro il buddhismo in Russia diventi popolare quanto il cristianesimo?

Come sapete, in Russia esistono tre aree tradizionali del buddhismo: i buriati, i calmucchi e i tuvini. In queste zone si sta compiendo un grande sforzo per far rivivere il buddhismo. Le persone sono interessate alla propria cultura e stanno lavorando molto. In alcune aree collaborano tra loro. Altrove, ogni area lavora in modo indipendente e, certamente, Sua Santità il Dalai Lama e i tibetani offrono il loro aiuto quando richiesto, fornendo insegnanti, formazione e così via. Per quanto riguarda i gruppi buddhisti non tradizionali in Russia e in tutte le ex repubbliche sovietiche, constatiamo un crescente interesse ma la vera domanda è di che tipo di interesse si tratti. Vengo in questa parte del mondo da tempo – credo di esserci venuto per la prima volta nel 1988 – e ho certamente assistito a molti cambiamenti negli ultimi (quanti anni? 24?) o giù di lì. Continuo a constatare che in Russia esistono diversi gruppi, all'interno delle correnti buddhiste non tradizionali, che nutrono interesse per il buddhismo.

Un gruppo è quello molto serio e intellettuale che desidera studiare i testi e gli approcci in modo scientifico e approfondito. In passato, qui in Russia sono stati condotti studi di altissimo livello, e certamente esiste un gruppo di persone che affronta gli studi buddhisti con serietà e approccio scientifico. Questo è uno di questi gruppi.

Un altro gruppo è interessato ai miracoli. Desiderano una cura miracolosa, quindi mettono insieme una sorta di eredità della signora Blavatskaya e questo tipo di approccio, magari dischi volanti e cose del genere, e sono semplicemente alla ricerca di una pillola magica miracolosa che li salvi da problemi economici o di altro tipo. Questo certamente attrae una certa parte di queste persone che si rivolgono al buddhismo.

Qual è il futuro di tutto ciò? Diventerà diffuso quanto il cristianesimo? Non credo. Innanzitutto non sono certo un esperto della situazione della chiesa ortodossa qui in Russia ma, da quello che mi dicono, sta faticando a suscitare l'interesse dei giovani. I giovani saranno più interessati al buddhismo? Non lo so. Credo che molto dipenda da come viene presentato. Se viene presentato in modo quasi magico non ne vedo grandi benefici, perché spesso accade che i giovani immaginino e sperino di ottenere una guarigione miracolosa, e poi non la ottengono perché non avviene nulla, quindi non è di grande aiuto. Se la situazione dovesse diventare sempre più disperata, allora sempre più persone potrebbero rivolgersi a una cura di tipo esotico, ma non so quanto stabile sarà questa tendenza.

C'è, ovviamente, un altro aspetto da considerare. Come ho detto, qui in Russia avete un approccio e un patrimonio più scientifici e razionali e questo, credo, sia un po' più promettente per il futuro. Dobbiamo capire che, se guardiamo alla storia, il buddhismo non è mai stato un sistema particolarmente popolare, in un certo senso. Per "popolare" intendo che abbiamo un'intera società che sostiene il buddhismo e le istituzioni buddhiste, ma i luoghi in cui si pratica la meditazione, lo studio e così via, tradizionalmente, sono stati limitati ai monasteri. Non era qualcosa che veniva insegnato al pubblico laico in generale. L'insegnamento della meditazione al pubblico laico è iniziato solo all'inizio del XX secolo in Birmania, e poi si è diffuso lentamente. È un fenomeno occidentale, fondamentalmente, che pone l'accento sulla formazione buddhista anche al di fuori della cerchia monastica, non ai monaci e alle monache, ma al pubblico in generale. Questa è una cosa davvero molto nuova! Sapete, il ruolo del pubblico in generale era quello di sostenere i monasteri e ricevere gli insegnamenti di base e mandarci i propri figli se volevano imparare. I valori fondamentali forse permeavano la società. Quindi, come si svilupperà in Russia? Come si svilupperà nelle altre società occidentali? È molto difficile da dire e Sua Santità il Dalai Lama sottolinea in merito allo studio nel XXI secolo: usate la vostra intelligenza e non la preghiera, la devozione, la magia.

Posso prevedere cosa accadrà in Russia? Non ne ho idea. È importante che non venga percepito come una minaccia per le istituzioni cristiane ortodosse tradizionali presenti qui. Credo che ciò che potrà avere successo saranno i contributi che la scienza e la filosofia buddhista possono offrire, piuttosto che la religione buddhista.

Top