Il contesto buddhista di mahamudra

Breve descrizione dell’argomento

“Mahamudra” è una parola sanscrita che significa “grande sigillo” e si riferisce alla natura di tutti i fenomeni. Proprio come un sigillo di ceralacca viene impresso sui documenti legali per autenticarne la firma, allo stesso modo la natura della realtà è figurativamente impressa su ogni cosa come garanzia che nulla esiste in un modo fantasioso e impossibile. Il fatto che ogni cosa sia priva di esistenza in qualsiasi modo impossibile convalida quindi che le cose esistono effettivamente.

Mahamudra si riferisce anche a sofisticati sistemi buddhisti di meditazione e pratica per realizzare questa grande natura di suggellamento. La caratteristica distintiva di questi metodi è vedere questa natura concentrandosi sulla mente stessa e scoprendo la relazione tra mente e realtà. Quando la nostra mente confonde la realtà con la fantasia creiamo problemi a noi stessi e quando la nostra mente fa sorgere un'apparenza degli altri in un modo che non corrisponde alla loro realtà, non siamo in grado di conoscerli accuratamente per essere del maggiore aiuto. Comprendere l’intima relazione tra mente e realtà, quindi, è essenziale per raggiungere sia la liberazione che l’illuminazione, l'obiettivo della pratica di mahamudra.

La modalità di esistenza fantasiosa e impossibile più comunemente discussa nel Buddhismo è letteralmente chiamata “vera esistenza”, vale a dire esistenza veramente indipendente dalla relazione con la mente. Poiché la vera esistenza è, paradossalmente, falsa esistenza possiamo forse evitare la confusione utilizzando, invece, variazioni del termine come “esistenza solida” per riferirci a un modo di esistenza impossibile e per nulla reale.

Possiamo cominciare ad apprezzare la complessa relazione tra mente e realtà esaminandola da vari punti di vista. Ad esempio, se affrontiamo l’argomento in modo pratico e concreto e chiamiamo "realtà" il modo in cui noi e l'universo esistiamo, noi viviamo "nella realtà". Sulla base della nostra esperienza quotidiana della realtà possiamo conoscerla e forse comprenderla. Questo processo può avvenire solo attraverso la mente.

Se sperimentare e conoscere direttamente la realtà non è sufficiente per poterla comprendere chiaramente e occorre anche pensarci, possiamo farlo solo attraverso uno schema concettuale, un costrutto mentale. Inoltre, possiamo formulare ed esprimere a noi o agli altri cos'è la realtà solo attraverso parole o simboli, che sono anch'essi costrutti mentali. La realtà esiste ma è una fantasia immaginare di poterla sperimentare, comprendere, provare o descrivere indipendentemente dalla relazione tra realtà e mente. Per prendere in prestito un termine dalla filosofia postmodernista, dobbiamo "decostruire" la realtà dall'essere qualcosa di solido "là fuori".

Se ci chiediamo come esistono i fenomeni abbiamo già coinvolto la mente nel porre la domanda. Inoltre, possiamo rispondere a questa domanda anche coinvolgendo la mente. Supponiamo di rispondere: sì, è ovvio, ma a livello teorico le cose non esistono separatamente dalla mente? Bisognerebbe dire che un livello teorico non esistono di per sé, indipendentemente da una mente che le formula o almeno le pensa. Non possiamo dire altro su come esista un livello teorico perché dire qualsiasi cosa implica il linguaggio, che è un costrutto mentale.

Infatti, non appena solleviamo la questione di come esistono le cose, entriamo nel regno della descrizione che può essere effettuata solo dalla mente. Ma ciò non significa che tutto esiste solo nella mente e che la terra non esisteva prima che su di essa ci fosse la vita. Un oggetto non ha bisogno di essere sperimentato da una mente specifica in questo momento per esistere. Ma se vogliamo parlare di come esistono le cose, o cercare di capirlo, dimostrarlo e conoscerlo, possiamo farlo solo in relazione alla mente. Mahamudra parte da questa premessa.

Possiamo formulare la relazione tra la mente e la maniera in cui le cose esistono in diversi modi; ci sono due approcci principali in mahamudra che caratterizzeremo in termini molto generali. Il primo presenta ciò che esiste in termini di fenomeni che sono mente o oggetti della mente – in altre parole, esperienza o contenuti dell'esperienza. I fenomeni, inclusa la mente, esistono semplicemente in virtù del fatto che la mente può semplicemente far sorgere la loro apparenza o il loro verificarsi come oggetto di cognizione. Possiamo stabilire che i nostri figli e l'amore per loro esistono semplicemente perché possiamo conoscerli e sperimentarli. L'altro approccio principale discute ciò che esiste in termini di designazione mentale, il che significa che le cose esistono come ciò che sono semplicemente in relazione alle parole e a ciò a cui le parole si riferiscono o significano. I fenomeni esistono come sono in quanto sono semplicemente il significato delle parole, le etichette mentali o le loro formulazioni concettuali. Possiamo stabilire che i nostri figli e il nostro amore esistono semplicemente perché possiamo dare loro nomi che si riferiscono a loro.

In nessuno dei due casi l'esistenza dei fenomeni è stabilita dalla loro parte in virtù, ad esempio, di una natura propria intrinseca e riscontrabile che li rende veramente quello che sono, indipendentemente da qualsiasi relazione con la mente. I nostri figli non esistono come nostri figli perché hanno qualche caratteristica distintiva da qualche parte dentro di loro che li rende intrinsecamente "nostri figli" anche se noi non fossimo mai esistiti. L’amore non esiste da solo da qualche parte nel cielo con una forza interna che lo definisce e ne potenzia l’esistenza. Questi sono modi di esistere impossibili e fantasticati, e tutti i fenomeni sono vuoti dell’esistere in questi modi. L'assenza di qualsiasi fenomeno esistente in modi impossibili è chiamata vuoto o “vacuità”.

Ciascuno di questi due approcci comporta un proprio stile caratteristico di meditazione mahamudra sulla natura della realtà. Con il primo, ci concentriamo sulla mente che percepisce la vacuità come suo oggetto e arriviamo a realizzare che tutte le apparenze sono il gioco di quella mente. Con il secondo ci concentriamo sulla vacuità come oggetto di cognizione, in particolare sulla vacuità della mente, e arriviamo a comprendere che anche la mente stessa esiste semplicemente in virtù del fatto che può essere semplicemente etichettata come “mente”. Con il primo, quindi, ci concentriamo su una mente che percepisce un certo oggetto mentre con il secondo su un oggetto percepito da una mente.

Le tradizioni Kagyu, Sakya e Gelug del Tibet trasmettono lignaggi di mahamudra nel proprio modo distintivo di spiegazione e stile di meditazione. Derivano tutti da fonti comuni indiane trasmesse in Tibet all'inizio dell'XI secolo. La tradizione Kagyu e alcune scuole Sakya presentano mahamudra in termini di inseparabilità di apparenza e mente; quella Gelug in termini di designazione mentale, mentre altre scuole Sakya combinano i due considerando prima la relazione tra gli oggetti mentali e la mente stessa, e poi realizzando la natura della mente stessa in termini di designazione mentale. Le scuole Kagyu e Gelug presentano metodi mahamudra che coinvolgono sia i livelli grossolani che quelli più sottili della mente, invece quella Sakya si avvicina a questo solo rispetto al livello più sottile. La scuola Kagyu spiega due stili di pratica mahamudra: uno per coloro che progrediscono attraverso stadi graduali e l'altro per coloro a cui tutto accade in una volta. Le scuole Sakya e Gelug descrivono percorsi di pratica solo per i primi. La tradizione Gelug di mahamudra è conosciuta come Gelug-Kagyu perché utilizza metodi in stile Kagyu per riconoscere la natura convenzionale della mente e poi quelli tipicamente Gelug per la sua natura più profonda. Alla fine, come spiega il quarto Panchen Lama in Un testo fondamentale per la tradizione Gelug-Kagyu di Mahamudra, ogni approccio giunge alla stessa realizzazione e risultato desiderati; ciascuno conduce, sulla base della mente stessa, all'eliminazione di ogni confusione e alla realizzazione di tutti i potenziali in modo che ognuno di noi possa essere di massimo beneficio per gli altri.

I quattro fatti veri della vita

Per comprendere, apprezzare e, se siamo predisposti, eventualmente praticare i metodi di mahamudra dobbiamo vederli nel loro contesto appropriato. Cominciamo delineando brevemente questo contesto nei termini dei quattro fatti della vita che Buddha realizzò e insegnò e che tutti gli arya, o esseri altamente realizzati – “nobili” – vedono come veri. Di solito vengono chiamati le “quattro nobili verità”.

Buddha si liberò da ogni confusione e divenne così capace di utilizzare tutte le sue potenzialità a beneficio degli altri, in India, duemilacinquecento anni fa. Raggiunse questo stato di illuminazione fondamentalmente comprendendo la realtà, ciò che è vero nella vita. Per prima cosa vide la verità della sofferenza. Il classico modo di spiegare questo primo fatto vero "la vita è sofferenza" è tuttavia piuttosto inquietante e pessimistico e non rende del tutto l'intenzione. Egli vide che nessuno che guardi con sincerità alla vita può negare che sia difficile.

Niente nella vita è facile, mai; non è facile vivere nella società, guadagnarsi da vivere o creare una famiglia. Per quanto difficili possano essere questi aspetti normali della vita noi tendiamo a renderli ancora più difficili del necessario; ad esempio diventiamo così nervosi, turbati e preoccupati per tutto che non gestiamo le prove della vita nel modo migliore o con la grazia con cui potremmo. Sempre tesi, rendiamo infelici non solo noi stessi ma anche tutti coloro che ci circondano.

Buddha spiegò che la causa più profonda per cui rendiamo la vita più difficile del necessario è la nostra inconsapevolezza o “ignoranza”. Questo è il secondo vero fatto della vita: la vera causa della sofferenza. L'inconsapevolezza può riguardare causa ed effetto comportamentali o la realtà, e possiamo essere inconsapevoli di ciascuno semplicemente non conoscendoli o percependoli in modo errato. “Percepire”, solitamente tradotto come “afferrarsi”, significa conoscere un oggetto in un certo modo. Poiché percepire la realtà in modo errato è la causa principale delle nostre difficoltà nella vita, in questo contesto ci riferiremo all'inconsapevolezza come “confusione sulla realtà”.

Essendo confusi riguardo alla realtà ci sentiamo insicuri, nervosi e tesi; tendiamo a rendere le attività quotidiane, come andare a lavoro in macchina o mettere a letto i bambini, prove così pesanti che ci sentiamo costantemente stressati. Naturalmente dobbiamo preoccuparci della vita e assumerci le nostre responsabilità, ma non c’è bisogno di ostacolarci con preoccupazioni compulsive e ansia cronica che ci impediscono solo di affrontare la vita in modo efficace e certamente non portano alla felicità e alla tranquillità. Per parafrasare Shantideva, il maestro indiano dell'ottavo secolo, “Se c'è qualcosa di difficile nella vita che possiamo cambiare, perché arrabbiarsi? Basta cambiarlo. Ma se non c'è nulla che si possa fare, perché arrabbiarsi? Non aiuta”. 

Quando ci sentiamo tesi, sia per una situazione specifica, come essere imbottigliati nel traffico, più in generale siamo di cattivo umore, tendiamo ad esternare la nostra tensione e non solo nel modo in cui lo comunichiamo e magari lo trasmettiamo ad altri. A un livello più profondo, fraintendiamo la nostra tensione come se fosse solida e la proiettiamo su tutte le situazioni in cui ci troviamo. La nostra mente fa apparire l'ingorgo stradale e persino il nostro alzarci la mattina come se fossero solidi e orribili prove. Fa sorgere la loro apparenza come se la loro stessa natura le rendesse veramente e intrinsecamente stressanti, indipendentemente da chi potrebbe sperimentarle. Oltre al fatto che la nostra mente dà automaticamente e inconsciamente origine alle apparenze delle cose in questo modo, ci soffermarmiamo su di esse anche con pensieri patologici ricorrenti che aumentano la nostra convinzione che queste apparenza sono la vera realtà. Tutto sembra così teso e stressante, la vita sembra una trappola, da qualche parte "là fuori" e noi siamo catturati inesorabilmente nella sua morsa crudele.

Buddha spiegò che questa confusione sulla realtà – il nostro immaginare che tutto esista nel modo in cui la nostra mente ne fa sorgere l’apparenza – è la causa principale dei nostri problemi. In questo modo rendiamo gli aspetti difficili della vita ancora più complicati per noi stessi. Non ci sembra che la tensione sia semplicemente l'esperienza di una situazione, ma piuttosto che sia veramente e intrinsecamente parte della situazione stessa. Se una situazione fosse intrinsecamente fonte di stress, non ci sarebbe modo di evitare di esserne stressati. In quanto esperienza personale di una situazione, tuttavia, lo stress dipende da molti fatti personali e non è inevitabile. Se non lo comprendiamo bene, ci condanniamo a uno stress incessante.

Certamente è difficile vivere in una città affollata ed essere ogni giorno bloccati nel traffico, nel rumore e nell'inquinamento, per non parlare dell’essere preda di possibili crimini. Nessuno può negarlo. Ma quando costruiamo un'immagine mentale concreta e statica della città come un luogo spaventoso, orribile, teso, "là fuori", che colpisce come un mostro il povero me, la vittima, "qui dentro", rendiamo la nostra vita lì ancora più difficile. La città nella nostra testa che proiettiamo per le strade sembra ancora più concreta e solida della città reale, fatta di cemento. In questo modo, la nostra convinzione che la nostra immagine sia la realtà vera e propria genera tutta la nostra tensione e stress. Purtroppo molte persone vedono così non solo il luogo in cui vivono, ma tutta la loro vita.

Buddha insegnò che non è inevitabile sperimentare sindromi dolorose come questa, è possibile farle cessare insieme alle loro cause non solo temporaneamente, ma per sempre. Il loro vero arresto o fine, equivalente alla loro totale eliminazione, è il terzo fatto vero della vita – la vera “cessazione” della sofferenza e delle sue cause. Se eliminiamo la ricorrenza delle cause della sofferenza, sperimentiamo definitivamente l'assenza della sofferenza che sarebbe sorta come loro risultato. Senza una causa non può sorgere un risultato. Inoltre, poiché la causa principale del ripetersi dei nostri problemi è la confusione con cui immaginiamo che le cose esistano realmente nel modo impossibile in cui la nostra mente confusa le fa ingannevolmente sembrar esistere, è possibile eliminare il ripetersi di questa causa. Questo perché la confusione non può essere provata: si basa sulla fantasia, non sui fatti, manca di un fondamento stabile e non può resistere ad un esame accurato. Pertanto le vere cessazioni possono sicuramente verificarsi.

Tuttavia dobbiamo fare attivamente qualcosa per riuscire a risolvere davvero i nostri problemi e le loro cause. Altrimenti, a causa di forti abitudini, continuiamo all’infinito a rendere la nostra vita infelice, ad esempio generando tensione ripetutamente. Poiché la causa principale della nostra sofferenza è uno stato mentale confuso, dobbiamo sostituirlo permanentemente con uno stato non confuso in modo che non si ripresenti mai più. Tali stati mentali non confusi con cui vediamo la realtà sono il quarto vero fatto nella vita: veri percorsi mentali, o veri "sentieri". Non è sufficiente, quindi, limitarsi a mascherare il problema dello stress, ad esempio assumendo un tranquillante o bevendo qualcosa. Dobbiamo liberarci, “abbandonare” la confusione con cui crediamo che in qualche modo la tensione esista “là fuori”. Dobbiamo sostituire la confusione con la corretta comprensione, ad esempio con la comprensione che la tensione è una creazione della mente.

I nostri atteggiamenti mentali possono essere cambiati molto più facilmente del mondo intero. Per parafrasare ancora una volta Shantideva in merito alla pazienza “È impossibile coprire l'intera superficie ruvida del mondo con della pelle ma coprendo la pianta dei nostri piedi raggiungiamo lo stesso scopo”. Per liberarci dai nostri problemi ed essere di massimo beneficio per gli altri, è pertanto fondamentale comprendere la natura della realtà delle apparenze che sperimentiamo e farlo rispetto alla loro relazione con mente. Gli insegnamenti mahamudra presentano metodi efficaci e sofisticati per raggiungere questo obiettivo.

Prendere sul serio noi e la nostra vita

Se la prima verità è che la vita in generale non è facile, non dobbiamo certo aspettarci che vedere la natura della nostra mente sia semplice. La vera natura della mente, a qualsiasi livello, non è molto ovvia; è estremamente difficile anche identificare e riconoscere correttamente ciò che è la mente. Abbiamo bisogno di una forte motivazione anche solo per iniziare a provare a vederla, dobbiamo avere ben chiaro il motivo per cui vorremmo realizzarne la natura. Esaminiamo brevemente la presentazione buddhista degli stadi graduali di motivazione attraverso i quali progrediamo per ottenere il massimo successo in questa impresa.

La base per qualsiasi livello di motivazione spirituale è prendere sul serio noi stessi e la qualità della nostra vita. La maggior parte delle persone si alza la mattina e deve andare al lavoro o a scuola, oppure restare a casa e prendersi cura della casa e dei bambini; a fine giornata è stanca e cerca di rilassarsi magari bevendo una birra e guardando la televisione, poi va a dormire e il giorno dopo si alza e ripete la sequenza. Trascorre tutta la vita cercando di fare soldi, crescere una famiglia e godere di tutto il divertimento e il piacere possibili.

Sebbene la maggior parte delle persone non possa modificare queste abitudini, sente di non poter cambiare nemmeno la qualità della propria esperienza di queste abitudini. La vita ha i suoi alti, ma anche molti bassi ed è tutto molto stressante. Si sentono di essere una minuscola parte di una struttura meccanica solida e gigantesca per la quale non possono fare nulla, così vivono la vita in modo meccanico e passivo, come passeggeri sulle montagne russe che vanno su e giù girando per tutta la vita, presupponendo che non solo la pista, ma anche la tensione e lo stress sperimentati nella corsa siano una parte inevitabile del viaggio che devono sempre ripetersi.

Poiché tale esperienza della vita può essere molto deprimente nonostante i suoi piaceri, è assolutamente essenziale fare qualcosa al riguardo. Bere fino all'oblio ogni notte, o cercare costantemente intrattenimento e distrazione come ascoltare sempre musica o televisione, giocare incessantemente ai videogiochi in modo da non dover mai pensare alla propria vita, non eliminerà il problema. Dobbiamo prenderci sul serio, che significa avere rispetto per noi stessi come esseri umani: non siamo solo un macchinario o un passeggero indifeso nel percorso fisso della vita che a volte è liscio, ma troppo spesso accidentato. Dobbiamo, quindi, guardare più da vicino ciò che viviamo ogni giorno e se vediamo che siamo stressati dalla tensione della nostra città, casa o ufficio, non accettiamolo semplicemente come qualcosa di inevitabile.

Gli ambienti di vita, di lavoro e domestici, compresi gli atteggiamenti e i comportamenti degli altri in essi, forniscono semplicemente le circostanze in cui viviamo le nostre vite. La qualità della nostra vita – ciò che noi stessi, e non nessun altro, sperimentiamo in questo momento – tuttavia, è il risultato diretto dei nostri atteggiamenti e del comportamento che essi generano, non di quelli di qualcun altro. Ciò è evidente dal fatto che non tutti nello stesso ambiente lo sperimentano allo stesso modo.

Certo, alcuni ambienti sono più difficili di altri, come vivere in una zona di guerra ed essere sempre vigili per evitare il pericolo reale. Ma la vigilanza è diversa dalla tensione e quest’ultima non deve necessariamente accompagnare la prima. Se però sentiamo che la nostra tensione è inevitabile, non proviamo nemmeno a superarla, ci condanniamo a un'esperienza di vita estremamente spiacevole. Non deve essere così.

Se ci sentiamo sempre molto nervosi, il primo passo per fare qualcosa per porre rimedio alla situazione, quindi, è prendere sul serio noi stessi e la qualità della nostra vita. Se camminando per strada calpestiamo un insetto e lo schiacciamo parzialmente senza ucciderlo e continuiamo a camminare ignorando l'esperienza vissuta dall'insetto quando la sua zampa viene schiacciata o mozzata, allora significa che non prendiamo sul serio l'insetto e la sua vita e non ne abbiamo rispetto. È davvero patetico se non trattiamo noi stessi meglio di come trattiamo un insetto e ignoriamo i nostri dolori e le nostre angosce più recondite.

Prendersi sul serio significa guardare realmente a come stiamo vivendo la nostra vita e, se c'è qualcosa di insoddisfacente, ammetterlo a noi stessi. La tensione e lo stress non scompaiono negandoli o evitando di considerarli onestamente, e ammettere che qualcosa non va non è la stessa cosa che lamentarsene e dispiacersi per noi stessi, né implica che ci sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato in noi e che siamo colpevoli di essere persone cattive perché siamo nervosi. È essenziale per qualsiasi processo spirituale di guarigione essere obiettivi, non melodrammatici e giudicanti.

La direzione sicura e la natura di Buddha

Il passo successivo al prendere sul serio noi e la qualità della nostra vita e al riconoscere le difficoltà che potremmo incontrare, è avere fiducia che (1) è possibile superarle, (2) esiste un modo per riuscirci e (3) siamo in grado di raggiungerlo. Questo ci porta a parlare del rifugio e della natura di Buddha.

Prendere rifugio non è un atto passivo di mettersi nelle mani di un potere superiore che farà tutto per noi, come potrebbe implicare la parola “rifugio” ma è un processo attivo per dare una direzione sicura, affidabile e positiva alla nostra vita. Direzione che è stata indicata dai Buddha, dal Dharma e dal Sangha – le ‘tre gemme preziose’ nel senso che sono rari e preziosi. Ciascuno ha due livelli di significato – interpretabile e definitivo – e una rappresentazione comune. Il livello interpretabile conduce a quello definitivo, mentre la rappresentazione funge da fulcro di rispetto senza fornire di per sé una direzione effettiva e sicura.

I Buddha sono coloro che hanno eliminato tutta la loro confusione in modo da poter utilizzare pienamente il proprio potenziale a beneficio degli altri. A livello definitivo, la direzione sicura dei Buddha è fornita dal loro dharmakaya, corpo che comprende ogni cosa – vale a dire, la loro consapevolezza onnisciente e la sua natura, ed entrambi abbracciano ogni cosa. Il rupakaya, o corpo della forma manifestato dai Buddha, serve come livello interpretabile mentre le statue e i dipinti del Buddha sono la rappresentazione della prima gemma preziosa.

A livello definitivo, la fonte di direzione del Dharma si riferisce alla completa rimozione o alla totale assenza di ostacoli, e al pieno raggiungimento delle buone qualità che i Buddha hanno realizzato. Il suo livello interpretabile è che indica ciò che ci aiuta a raggiungere lo stesso per noi stessi, vale a dire gli insegnamenti delle scritture e le realizzazioni. Questi sono rappresentati dai testi del Dharma.

Il livello definitivo della fonte di direzione del Sangha è la comunità interna, nella mente, della rimozione totale, o “cessazione”, degli ostacoli e del conseguimento di buone qualità. Nello specifico, è la comunità di tutti gli arya – coloro che hanno visto la realtà in modo diretto e non concettuale – mentre progrediscono ulteriormente lungo il percorso spirituale. Il suo livello interpretabile è la comunità degli arya, sia laici che monastici, con qualche segno di queste vere rimozioni e conquiste. La comunità generale dei monaci li rappresenta.

In breve, il livello definitivo delle tre gemme preziose di Buddha, Dharma e Sangha presenta l'obiettivo che vorremmo raggiungere. Il loro livello interpretabile indica ciò su cui facciamo affidamento, esternamente, per giungere lì. Ma abbiamo anche fattori interni su cui dobbiamo fare affidamento e questi si riferiscono alla nostra natura di Buddha.

Siamo in grado di eliminare i nostri problemi e realizzare le tre gemme preziose definitive perché ognuno possiede la natura di Buddha, vale a dire i vari fattori o materiali di lavoro che lo rendono possibile. Di tutte le nostre risorse naturali la più importante è la mente. Tutti noi abbiamo una mente che, per sua natura, non è ostacolata da alcunchè nello sperimentare qualunque cosa esista. Non importa cosa succede, quanto possiamo essere confusi, stressati o infelici, noi lo sperimentiamo. Anche la morte è qualcosa che sperimentiamo quando accade. Pertanto, poiché abbiamo una mente che ci permette di sperimentare tutto ciò che esiste, disponiamo della risorsa di base che ci permette di sperimentare una totale assenza di confusione e di utilizzare tutte le possibili buone qualità per aiutare gli altri – a condizione che tale totale assenza e utilizzo esistano effettivamente. In altre parole, se possiamo stabilire che è possibile che queste due cose esistano – e che non sono solo oggetti di desideri buoni ma del tutto irrealistici – possiamo essere certi che siamo in grado di realizzarli, semplicemente perché abbiamo una mente.

Possiamo sperimentare gli eventi senza confusione e senza essere tesi. Anche la persona più disturbata e nervosa ha momenti di lucidità e calma, anche solo quando dorme pacificamente e sogna qualosa di piacevole o innocuo. Ciò dimostra che la confusione e la tensione non sono parti integranti della natura della mente, possono essere eliminate. Non solo possono essere rimosse, ma anche eliminate per sempre poiché non possono essere convalidate e possono essere totalmente sostituite dalla comprensione che invece può essere verificata. Quindi è possibile che esista una totale assenza di confusione. Inoltre, poiché la confusione limita la mente nell’utilizzo di tutte le sue potenzialità, una volta che la confusione è scomparsa, può esistere anche un utilizzo di tutti i potenziali. Pertanto, poiché tutti abbiamo una mente e tutte le menti hanno la stessa natura di essere in grado di sperimentare qualunque cosa esista, possiamo tutti realizzare e sperimentare le tre gemme preziose definitive.

Pertanto, se miriamo a rimuovere la nostra confusione e a realizzare i nostri potenziali come indicato dai Buddha, dai loro ottenimenti e insegnamenti, da ciò che hanno costruito lungo il percorso e da coloro che stanno progredendo lungo esso, stiamo viaggiando in una direzione sicura, affidabile e positiva. Prendere rifugio, quindi, significa dare questa direzione realistica e sicura alla propria vita. Senza di essa, la nostra pratica di mahamudra non avrà direzione e non porterà da nessuna parte, oppure avrà una direzione sbagliata che porterà a maggiore confusione e problemi. Inoltre, più viaggiamo in questa direzione sicura attraverso i metodi di mahamudra – ovvero più comprendiamo la natura della mente e la sua relazione con la realtà – più diventiamo fiduciosi nella solidità di questa direzione e nella nostra capacità di raggiungere il suo obiettivo. Più forte è la nostra fiducia, più progrediamo lungo il percorso.

Causa ed effetto comportamentali

Per procedere nella direzione sicura per eliminare la nostra confusione e realizzare i nostri potenziali come hanno fatto i Buddha e come sta facendo la comunità altamente realizzata, dobbiamo comprendere che tutte le esperienze della vita sorgono attraverso un complesso processo di causa ed effetto: ciò che stiamo vivendo ora è il risultato di cause e produrrà effetti. Potremmo per esempio scoprire che spesso siamo infelici e abbiamo scarsa pace mentale, ciò potrebbe essere dovuto al fatto che la maggior parte delle volte ci sentiamo nervosi e stressati, e questo perché corriamo costantemente in giro e non ci rilassiamo mai né ci prendiamo del tempo per noi stessi. Dobbiamo renderci conto che, se continuiamo a condurre la nostra vita in questo modo, sperimenteremo la stessa infelicità e tensione, se non peggio, in futuro. Pertanto, se vogliamo evitare di avere un esaurimento nervoso, ci assumiamo la responsabilità di modificare il nostro comportamento. È così che viaggiamo in una direzione sicura e positiva nella vita: dobbiamo prestare maggiore attenzione al nostro stato mentale e cercare di rilassarci. Cerchiamo di smettere di correre costantemente, ad esempio, e di prenderci del tempo ogni giorno per fare un bagno caldo e calmarci.

Pertanto, in questa prima fase del nostro sviluppo, il timore che la nostra situazione peggiori ci motiva a cercare di comprendere la natura della nostra mente. Prendendoci sul serio, cerchiamo di diventare sempre più consapevoli del nostro stato mentale in modo che quando è teso modifichiamo il nostro comportamento per influenzare ciò che sentiamo. Lo facciamo perché abbiamo fiducia nelle leggi di causa ed effetto comportamentali. Per sperimentare qualcosa di meglio nella vita, ci rendiamo conto che dobbiamo mettere in atto quelle cause.

La rinuncia

Anche se fare un bagno caldo può farci sentire leggermente meglio e la nostra tensione allentarsi per un po’, ciò non risolve realmente il problema. Il giorno dopo avremo lo stesso ritmo frenetico e si ripresenteranno la tensione e l’infelicità. Dobbiamo passare a un secondo livello di motivazione: lo sviluppo della rinuncia.

Va compresa correttamente, perchè molti pensano che la rinuncia sia un po’ masochistica, come se significasse rinunciare a tutti i piaceri e alle comodità della vita. La rinuncia ha due aspetti. Il primo è una forte determinazione a liberarci totalmente dai nostri problemi e dalle loro cause. È importante sottolineare qui che non desideriamo semplicemente che qualcun altro ci liberi, ma che noi stessi siamo determinati a liberarcene. Inoltre, siamo determinati a sbarazzarci non solo dei nostri problemi, ma anche delle loro cause, in modo che non si ripetano mai. Ciò non significa semplicemente essere disposti a prendere qualche misura superficiale, come ingoiare una pillola o fare un bagno caldo, in modo da ricevere un sollievo temporaneo. Siamo disposti a sondare molto profondamente per scoprire e sradicare la causa più profonda delle nostre difficoltà nella vita.

Richiede molto coraggio sondare in profondità per raggiungere la vera fonte dei problemi ma otteniamo la forza di quel coraggio grazie all’essere totalmente disgustati e annoiati dalla scarsa qualità di ciò che stiamo sperimentando nella vita – la nostra costante infelicità e tensione, per esempio. Con la rinuncia decidiamo che ne abbiamo abbastanza e che dobbiamo assolutamente liberarci dalla loro presa.

Il secondo aspetto corrisponde più da vicino alla nozione occidentale di rinuncia. Siamo determinati non solo a liberarci ma siamo anche disposti a sacrificare qualcosa per farlo. Ciò non si riferisce al rinunciare a qualcosa di banale, come la televisione o il gelato, e nemmeno al rinunciare a qualcosa di non banale, come fare l’amore con il nostro coniuge, o semplicemente rilassarci e divertirci: dobbiamo lasciare andare i nostri problemi e tutti i livelli delle loro cause.

Potremmo essere disposti a rinunciare al problema, all’essere infelici, perché è doloroso. Ma è una questione diversa lasciare andare anche i primi livelli delle cause dei problemi. La tipica causa di primo livello dei nostri problemi sono i tratti autodistruttivi della nostra personalità; dobbiamo essere disposti a sacrificarli, dobbiamo abbandonare i nostri attaccamenti, la rabbia, l'egoismo e, in questo caso, il nervosismo, la tensione e le continue preoccupazioni. Se non siamo totalmente disposti a rinunciare a questi fattori disturbanti che causano i nostri problemi, non potremo mai liberarci della nostra infelicità. È molto più difficile smettere di preoccuparsi che smettere di fumare o guardare la televisione. Ma questo è ciò su cui ci concentriamo quando cerchiamo di sviluppare la rinuncia.

Molte persone che si avvicinano alla pratica del Buddhismo sono disposte a sacrificare una o due ore della loro giornata pur di compiere qualche pratica rituale o dedicarsi alla meditazione. È relativamente facile rinunciare al tempo, anche se la loro vita può essere molto impegnativa, ma non sono disposti a cambiare nulla della loro personalità, a rinunciare a nulla del loro carattere negativo. Con questo tipo di approccio al Buddhismo, non importa quanta meditazione facciamo, la nostra pratica rimane semplicemente un hobby o uno sport, non tocca le nostre vite. Per superare effettivamente i nostri problemi, dobbiamo essere disposti a cambiare, cioè a cambiare la nostra personalità. Dobbiamo rinunciare e liberarci di quegli aspetti negativi che ci causano così tanti problemi.

Ciò richiede ancora più coraggio – una quantità enorme di coraggio – per avanzare in un nuovo territorio nella nostra vita. Ma è sicuramente possibile averlo anche se all’inizio può spaventare un po’. Ad esempio, l'acqua in una piscina potrebbe essere molto fredda ma se d'estate siamo sufficientemente accaldati e sudati e così disgustati dal disagio, allora abbiamo il coraggio di buttarci in acqua. Siamo disposti a rinunciare non solo al fatto di essere sudati, ma alla causa del disagio, ovvero al nostro stare sotto il sole cocente e non in piscina. Quando entriamo in piscina per la prima volta ovviamente fa freddo, è un grande shock per il nostro sistema, ma presto ci abitueremo all’acqua e scopriremo infatti che è molto meglio che stare a bordo piscina e sudare. Così è assolutamente possibile avere la determinazione a liberarci dalle nostre qualità negative e il coraggio di essere disposti a rinunciarvi.

Dobbiamo anche avere il coraggio di sondare sempre più a fondo la fonte dei nostri problemi. Essere nervosi, tesi e preoccupati, ad esempio, è sia causa dell’infelicità sia il risultato di qualcosa di più profondo. Con la motivazione di primo livello modifichiamo il nostro comportamento per evitare che il nostro problema peggiori, cerchiamo di smettere di correre tutto il tempo e di fare qualcosa per rilassarci come prima misura per ridurre e alleviare lo stress e la tensione. Ma ora dobbiamo scoprire anche il processo interiore sottostante la tensione.

Quando indaghiamo più a fondo, ci rendiamo conto che il nostro correre qua e là è il risultato della nostra tensione o la circostanza in cui si manifesta, tuttavia non ne è la vera causa. Qualcosa di più profondo è responsabile dello stato mentale che abbiamo mentre corriamo, per esempio siamo costantemente preoccupati. Dobbiamo andare ancora più in profondità per scoprire perché siamo sempre così ansiosi e preoccupati.

Eliminare la confusione

La natura della realtà è che i contenuti di ciò che sperimentiamo, immagini, suoni, pensieri ed emozioni, sono oggetti che sorgono in modo dipendente da una mente, non esistono indipendentemente, “là fuori”, separatamente dal processo di una mente che li sperimenta. Il traffico è molto diverso dalla vista del traffico riflesso sulla retina dei nostri occhi in relazione alla cognizione visiva. Ciò che realmente sperimentiamo è quest'ultimo, la vista del traffico, mentre il primo, il traffico stesso, è semplicemente ciò che chiamiamo, nell'analisi buddhista, la condizione focale o oggettiva per l'esperienza del traffico. È ciò a cui mira l'esperienza, ma non ciò che effettivamente appare alla mente che la sperimenta. Inoltre, la nostra mente dà luogo non semplicemente all'apparenza che costituisce i contenuti della nostra esperienza, ma anche all'apparenza di un modo di esistenza di questi contenuti che non corrisponde alla realtà.

Normalmente ci fissiamo sui contenuti della nostra esperienza e immaginiamo, o fraintendiamo, che essi esistano indipendentemente dal loro essere semplicemente ciò a cui una mente, in un modo o nell'altro, dà origine come parte di un'esperienza. Fissandoci su questi contenuti e immaginando che esistano solidamente "là fuori" – come sembra essere – diventiamo nervosi e preoccupati a causa loro, il che è fonte di tensione e quindi di infelicità. Questo perché, se crediamo che siano effettivamente "là fuori", c'è poco che possiamo fare al riguardo. Quindi ci sentiamo impotenti e senza speranza.

Con i metodi mahamudra spostiamo la nostra attenzione dai contenuti della nostra esperienza al processo dell'esperienza stessa e, da quel punto di vista, comprendiamo la relazione tra la mente e la realtà che sperimentiamo. Ciò ci consente di decostruire la nostra esperienza e i suoi contenuti dall'essere solidi e spaventosi a qualcosa di fluido e gestibile. Per effettuare questo cambiamento di prospettiva è necessaria una forte rinuncia alla nostra fissazione morbosa sui contenuti della nostra esperienza e sul modo in cui immaginiamo esistano. Quindi non può esserci pratica di mahamudra senza un adeguato sviluppo della rinuncia.

La compassione e un cuore dedito di bodhicitta

Per sviluppare la motivazione di livello più avanzato, consideriamo come il nostro nervosismo e la nostra tensione influiscano negativamente sugli altri, ad esempio sui nostri figli e amici. Il nostro stato mentale disturbato non solo ci impedisce di poterli aiutare in modo efficace, ma li fa anche sentire nervosi e tesi. Solo se superiamo tutta la nostra confusione e realizziamo tutte le nostre potenzialità saremo in grado di aiutarli nel modo più efficace. In altre parole, per aiutarli pienamente dobbiamo diventare noi stessi Buddha illuminati: in questo modo, attraverso la nostra preoccupazione per gli altri, sviluppiamo un cuore dedito di bodhicitta – un cuore determinato a raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti.

Sia per superare la confusione che per realizzare i potenziali è necessario vedere la natura della mente. La mente è la base di tutta la confusione così come il fondamento di tutte le buone qualità. Pertanto con un cuore dedito di bodhicitta come motivazione la nostra preoccupazione per gli altri ci fa sentire che non abbiamo alternative se non superare tutti i nostri problemi e limiti, ad esempio preoccupazioni e tensioni croniche, e realizzare tutti i nostri potenziali vedendo la natura della mente.  Dobbiamo farlo con urgenza perché non possiamo sopportare la nostra incapacità, altrimenti, di essere di beneficio ad alcuno, nemmeno a noi stessi.

Bodhicitta non è solo la motivazione più forte che fornisce la forza più grande per la pratica di mahamudra, ma coltivarla come stato mentale aiuta in altri modi a migliorare questa pratica. Tecnicamente, bodhicitta è un cuore o una mente che prende l'illuminazione come oggetto ed è accompagnato da due forti intenzioni: raggiungere quell'illuminazione e portare beneficio a tutti gli esseri attraverso quel risultato. A meno che non siamo dei Buddha, tuttavia, non possiamo conoscere l’illuminazione direttamente e in modo non concettuale. Possiamo concentrarci sull'illuminazione solo attraverso un'idea di essa, o qualcosa che la rappresenta, come l'immagine visualizzata di un Buddha.

Prima di diventare noi stessi Buddha, tuttavia, possiamo concentrarci e conoscere direttamente e in modo non concettuale la nostra natura di Buddha, vale a dire i fattori che ci consentono di raggiungere l’illuminazione – in particolare, la natura della nostra mente. La natura della mente non è macchiata da emozioni disturbanti, confusione o addirittura istinti, ed è il fondamento di tutte le buone qualità per aiutare gli altri, come la consapevolezza onnisciente e la totale preoccupazione per gli altri. Pertanto la natura della mente può anche servire come rappresentazione dell'illuminazione ai fini della meditazione.

Concentrarsi sulla natura della nostra mente, quindi, con la forte intenzione a realizzarla e a apportare beneficio a tutti gli esseri attraverso tale realizzazione, può servire come un modo per meditare su bodhicitta. Tale pratica è nota come coltivazione di bodhicitta a livello ultimo o più profondo, mentre concentrarsi concettualmente sull'illuminazione stessa attraverso qualsiasi altra immagine è la pratica di bodhicitta relativa o convenzionale. Quindi il livello più profondo della pratica della bodhicitta è in effetti la pratica di mahamudra.

La preoccupazione che gli altri siano felici e la compassione affinché siano liberi dalla sofferenza sono necessarie non solo come base per una motivazione di bodhicitta per la pratica di mahamudra, ma anche per mantenere quella pratica sulla via corretta verso l'obiettivo previsto. Quando abbiamo cambiato il nostro focus nella vita dai contenuti della nostra esperienza al processo di questa, c’è il grande pericolo di fissarci sulla mente stessa. Questo perché l’esperienza diretta della mente stessa è totalmente felice – in un senso calmo e sereno – e comporta straordinaria chiarezza e austerità. La preoccupazione per gli altri è una delle forze più forti che ci riporta dall’essere tra le nuvole ad avere i piedi per terra. Sebbene tutte le apparenze esistano in relazione alla mente, gli altri esseri non esistono semplicemente nella nostra testa, la loro sofferenza è reale e ferisce loro tanto quanto la nostra ferisce noi.

Inoltre, preoccuparsi per qualcuno non significa preoccuparsi freneticamente per quella persona. Se, ad esempio, siamo fissati sui problemi di nostro figlio a scuola, perdiamo di vista che qualunque aspetto dei problemi che la nostra mente fa sorgere è una funzione della mente. Credendo che l'apparenza sia la solida realtà "là fuori", ci sentiamo nuovamente incapaci di fare qualsiasi cosa e diventiamo quindi estremamente ansiosi e tesi, ci preoccupiamo al punto da ammalarci e reagiamo in modo eccessivo nei confronti di nostro figlio, il che non aiuta. Se ci concentriamo invece sul processo mentale che dà origine alla nostra percezione del problema come se esistesse come un orribile mostro “là fuori”, non eliminiamo la nostra preoccupazione amorevole per nostro figlio, ma solo la nostra preoccupazione. Ciò ci consente di intraprendere qualsiasi azione chiara e calma necessaria per alleviare il problema. Quindi non solo la compassione è necessaria per praticare con successo mahamudra, ma la realizzazione di mahamudra è necessaria per praticare con successo la compassione.

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