La sezione di vipashyana del Lam-rim chen-mo: identificare l’oggetto di negazione

Altre lingue
Dopo aver raggiunto uno stato di shamatha calmo e stabile, per poter ottenere la liberazione dalle sofferenza della rinascita samsarica incontrollabile e ricorrente, è necessario generare un’unione di tale stato a uno eccezionalmente percettivo di vipashyana e focalizzarlo in modo non concettuale sulla vacuità. Per fare ciò è necessario basarsi sugli insegnamenti sulla vacuità presenti nei testi di significato definitivo, i trattati classici dei grandi maestri indiani di Nalanda, in particolari quelli composti da Nagarjuna e Aryadeva, insieme ai loro commentari di Chandrakirti. Essi costituiscono il sistema filosofico Madhyamaka Prasanghika. La vacuità è l’assenza di un modo impossibile di stabilire l’esistenza di qualcosa. Il significato definitivo e più profondo di quel modo impossibile, come insegnato in questi testi, è mediante una natura auto stabilita, chiamata in modo figurato “anima atman”. L’esistenza stabilita da tale natura è chiamata “esistenza auto stabilita”, spesso tradotta con “esistenza intrinseca”. Per sapere che tale natura non esiste è necessario confutarla, escludendone le identificazioni errate. Se confutiamo un oggetto di negazione identificato in modo errato, confutiamo troppo o troppo poco quello identificato correttamente. Nella prima parte della sezione di vipashyana del Lam-rim chen-mo (Presentazione estesa degli stadi graduali verso l’illuminazione), Tsongkhapa delinea le identificazioni errate più comuni dell’oggetto di negazione e confuta con vigore i ragionamenti che le asseriscono.
Top